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2025-01-21
Sinistra sulle barricate a difesa dei ghetti
Le Vele di Scampia (Ansa)
Nel cuore delle periferie italiane, dove cemento e degrado s’intrecciano con vite sospese tra speranza e rassegnazione, c’è chi, per lasciare tutto com’è, si oppone all’estensione del modello Caivano che, attraverso la realizzazione di infrastrutture, di spazi dedicati alla partecipazione civica e con una presenza costante e imponente dello Stato, mira a ristabilire la legalità. I primi «no» sono scattati a Roma e a Napoli. Dal Quarticciolo, borgata della periferia est di Roma, e da Scampia, famosa per le Vele, c’è chi respinge lo Stato. Niente integrazione. E nel Quarticciolo, dove l’ultrasinistra evoca ancora le gesta del partigiano Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, durante la Resistenza, sono pronti alle barricate. Con i suoi 6.000 abitanti e un’architettura dominata dall’edilizia residenziale pubblica, questo quartiere si è trasformato in un centro nevralgico dello spaccio di crack. Un mercato senza sosta, gestito da pusher stranieri in trasferta pagati a giornata, tiene il quartiere in ostaggio. Le aggressioni dei nordafricani agli operatori delle forze di polizia non si contano. E quando ci si muove per strada di notte si incontrano solo stranieri e prostitute. Eppure, di fronte all’intervento del governo, il quartiere si spacca. Da un lato c’è chi crede in una possibilità di riscatto grazie alle istituzioni, come don Antonio Coluccia, che qui chiamano «il parroco anti-spaccio» e che sogna di trasformare l’ex commissariato occupato in una caserma dei carabinieri ma che non piace ad attivisti e movimentisti da centro sociale perché ispira la sua pastorale a un certo rigore sociale, dall’altro c’è chi agita lo spauracchio di una militarizzazione che andrebbe a soffocare le esperienze di autogestione nate dal basso. Il 18 gennaio, in una manifestazione animata da striscioni e slogan, gli attivisti del Quarticciolo Ribelle hanno chiamato a raccolta gli alleati, tra i quali prof e studenti, soprattutto della Sapienza. C’erano, per esempio, l’assessore alla Cultura della giunta di Roberto Gualtieri, Massimiliano Smeriglio, che di recente ha lasciato il Partito democratico guardando a sinistra, e il consigliere Yuri Trombetti, che nonostante sia di estrazione dem si è schierato contro il Piano casa del sindaco. Proprio Trombetti ha dichiarato: «Non è la mancanza di istituzioni il problema, ma la necessità di un intervento che parta dal basso, senza militarizzare il territorio». Ma c’era anche Emanuela Droghei, consigliera regionale, pure lei del Pd, che ha sottolineato come il governo Meloni dovrebbe piuttosto sostenere le reti sociali che da anni combattono contro il degrado. Tutti schierati davanti a uno striscione con questo slogan: «Il decreto Caivano non è un modello». «Una barricata sociale», l’hanno definita i manifestanti. Il 1° marzo è in programma un maxi corteo. Quel giorno scadono i 60 giorni entro i quali il Consiglio dei ministri deve approvare il piano delle opere, con 30 milioni stanziati per il Quarticciolo. Allora si saprà se ci sarà o meno lo sgombero dell’ex Commissariato occupato previsto dal decreto. E mentre alla Camera, nelle commissioni Bilancio e Ambiente, ieri il presidente del Municipio Roma V, Mauro Caliste, si è detto preoccupato per la possibile esclusione dell’amministrazione locale dal piano di rilancio del Quarticciolo, al Campidoglio prevale la ricerca di un dialogo con il governo. Il sindaco, che delle rassicurazioni le ha ricevute, sembra puntare a un approccio collaborativo, ispirato al «metodo Giubileo». In realtà la difesa strenua di quelle che vengono definite «azioni dal basso» sembra più un tentativo politico di mantenere in vita gli orticelli. La rappresentante dei comitati del Quarticciolo Alessia Pontoriero, pure lei in audizione alla Camera, ha auspicato «che il futuro commissario voglia interpellare le realtà del quartiere». E ha ricordato che «è stata presentata a novembre una richiesta al Comune di costituire una cabina di regia con le associazioni del quartiere per un piano strutturale».
L’altro fronte caldo è a Napoli, dove il Comitato Vele si oppone fermamente al modello Caivano. Qui un’assemblea è stata indetta per oggi. Gli attivisti accusano il governo di voler calare dall’alto una soluzione inefficace. «Se le Vele sono state svuotate e si è avviato un processo di rigenerazione», affermano, «è merito nostro, di chi ha lottato per 30 anni, non certo di un decreto». Purtroppo però allo svuotamento delle Vele non è corrisposta una percezione maggiore di sicurezza. Il mercato della droga è quello di sempre e per strada si verificano aggressioni, accoltellamenti e agguati di camorra. E poi c’è ancora un campo rom, quello di Cupa Perillo (che il sindaco Gaetano Manfredi ha promesso di liberare entro la prossima estate), dove vivono 350 persone, che viene ancora usato per far sparire rifiuti pericolosi e dove spesso divampano incendi sospetti. Con buona pace di attivisti e ambientalisti. Ma anche a Scampia il comitato rivendica un modello di sviluppo «costruito dal basso», basato sul protagonismo delle comunità locali. La loro critica al governo Meloni è feroce: «Non si risolvono i problemi con la militarizzazione, ma con politiche che garantiscano lavoro dignitoso e alloggi adeguati». Come se di colpo il modello Caivano cancellasse qualsiasi possibilità di azione sociale o, come preferiscono definirla gli attivisti, «dal basso». Sempre che non si tratti di occupazioni, attività borderline o illegali.
Mattarella sembra un disco rotto: «Viva la convivenza oltre i confini»
Una visita a sorpresa quella di ieri mattina del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’istituto De Amicis-Da Vinci di Palermo. Riavvolgendo il nastro di una lezione sull’integrazione che sembra un disco rotto, il capo dello Stato si è intrattenuto in particolare con i bambini di una quinta, una classe primaria multietnica, i cui alunni erano stati oggetto di insulti e commenti a sfondo razzista mentre partecipavano a un’iniziativa solidale. «Siete una scuola che esprime i valori veri della convivenza nel nostro Paese in un mondo che è sempre più unito e connesso e sempre più senza confini», ha detto Mattarella, che poi ha aggiunto: «È una ricchezza quella di crescere insieme, scambiarsi opinioni, abitudini, idee. Ascoltare gli altri fa crescere, per questo complimenti e auguri».
L’episodio di cui sopra risale al novembre scorso: era stata organizzata una scenetta teatrale e i bambini erano stati oggetto di frasi ingiuriose da parte di alcuni passanti: «I bambini africani avrebbero potuto rubare qualcosa», avrebbe detto qualcuno, «Siete tutti strani», un altro. E in pochi minuti, un evento di festa ha assunto i tratti di un episodio discriminatorio. Pochi minuti prima, si evince dal racconto delle maestre, davanti il teatro Massimo di Palermo, altri insulti sarebbero stati rivolti agli stessi bambini: «Ma questi li scegliete tutti neri? Quelli bianchi non sono meglio?», sono state le frase sentite in quel frangente.
Durante l’incontro, che si è tenuto in occasione della Giornata nazionale del rispetto, il presidente ha ricordato i motivi che avevano portato all’istituzione della giornata: «La Giornata nazionale del rispetto si celebra nel giorno della nascita di Willy Monteiro Duarte, brutalmente assassinato nel tentativo di difendere un amico in difficoltà. Istituita dal Parlamento nel 2024, intende contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la necessità di prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo». Mattarella ha ribadito come il valore universale del rispetto sia fondamentale: «È un valore universale in ogni dimensione. Rispetto verso sé stessi, rispetto verso gli altri, rispetto verso il pianeta: rappresentano il primo passo per una società vivibile che assume i criteri della solidarietà, della coesione sociale, della reciproca accoglienza, della sostenibilità». Parole di per sé condivisibili, ma che assumono i tratti della retorica fuori tempo massimo se le si vuole interpretare come risposta ai problemi posti dall’immigrazione incontrollata.
Il messaggio del nostro Presidente si è concluso con un appello alle famiglie, agli insegnanti e alle scuole affinché promuovano il valore del rispetto tra i giovani, «per costruire una comunità forte e unita». «Rispetto è antidoto contro l’odio, la discriminazione, la violenza e la prepotenza che tendono, talvolta, a riproporsi come segno di affermazione, laddove corrispondono, invece, a manifestazione di fragilità e incertezze», ha voluto sottolineare. «Famiglie, insegnanti, agenzie educative, hanno tutte un ruolo nella promozione del valore del rispetto, specie tra i giovani, per renderli donne e uomini capaci di costruire comunità solide e unite», ha ribadito, richiamando l’importanza di vivere in armonia con gli altri e con sé stessi. «Rispetto è segno di maturità: significa scegliere di godere della propria libertà appieno, in armonia con gli altri e con sé stessi, in un contesto che garantisce diritti e responsabilità di ciascuno. Essere rispettosi è esercizio di libertà».
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Al Quarticciolo di Roma e a Scampia mobilitazioni contro l’importazione del modello Caivano: «No alla militarizzazione dei quartieri, sosteniamo le azioni dal basso». Ovvero le stesse pratiche che hanno alimentato l’illegalità e l’insicurezza.Il sermone di Mattarella durante la visita a una scuola di Palermo teatro di discriminazioni.Lo speciale contiene due articoli.Nel cuore delle periferie italiane, dove cemento e degrado s’intrecciano con vite sospese tra speranza e rassegnazione, c’è chi, per lasciare tutto com’è, si oppone all’estensione del modello Caivano che, attraverso la realizzazione di infrastrutture, di spazi dedicati alla partecipazione civica e con una presenza costante e imponente dello Stato, mira a ristabilire la legalità. I primi «no» sono scattati a Roma e a Napoli. Dal Quarticciolo, borgata della periferia est di Roma, e da Scampia, famosa per le Vele, c’è chi respinge lo Stato. Niente integrazione. E nel Quarticciolo, dove l’ultrasinistra evoca ancora le gesta del partigiano Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, durante la Resistenza, sono pronti alle barricate. Con i suoi 6.000 abitanti e un’architettura dominata dall’edilizia residenziale pubblica, questo quartiere si è trasformato in un centro nevralgico dello spaccio di crack. Un mercato senza sosta, gestito da pusher stranieri in trasferta pagati a giornata, tiene il quartiere in ostaggio. Le aggressioni dei nordafricani agli operatori delle forze di polizia non si contano. E quando ci si muove per strada di notte si incontrano solo stranieri e prostitute. Eppure, di fronte all’intervento del governo, il quartiere si spacca. Da un lato c’è chi crede in una possibilità di riscatto grazie alle istituzioni, come don Antonio Coluccia, che qui chiamano «il parroco anti-spaccio» e che sogna di trasformare l’ex commissariato occupato in una caserma dei carabinieri ma che non piace ad attivisti e movimentisti da centro sociale perché ispira la sua pastorale a un certo rigore sociale, dall’altro c’è chi agita lo spauracchio di una militarizzazione che andrebbe a soffocare le esperienze di autogestione nate dal basso. Il 18 gennaio, in una manifestazione animata da striscioni e slogan, gli attivisti del Quarticciolo Ribelle hanno chiamato a raccolta gli alleati, tra i quali prof e studenti, soprattutto della Sapienza. C’erano, per esempio, l’assessore alla Cultura della giunta di Roberto Gualtieri, Massimiliano Smeriglio, che di recente ha lasciato il Partito democratico guardando a sinistra, e il consigliere Yuri Trombetti, che nonostante sia di estrazione dem si è schierato contro il Piano casa del sindaco. Proprio Trombetti ha dichiarato: «Non è la mancanza di istituzioni il problema, ma la necessità di un intervento che parta dal basso, senza militarizzare il territorio». Ma c’era anche Emanuela Droghei, consigliera regionale, pure lei del Pd, che ha sottolineato come il governo Meloni dovrebbe piuttosto sostenere le reti sociali che da anni combattono contro il degrado. Tutti schierati davanti a uno striscione con questo slogan: «Il decreto Caivano non è un modello». «Una barricata sociale», l’hanno definita i manifestanti. Il 1° marzo è in programma un maxi corteo. Quel giorno scadono i 60 giorni entro i quali il Consiglio dei ministri deve approvare il piano delle opere, con 30 milioni stanziati per il Quarticciolo. Allora si saprà se ci sarà o meno lo sgombero dell’ex Commissariato occupato previsto dal decreto. E mentre alla Camera, nelle commissioni Bilancio e Ambiente, ieri il presidente del Municipio Roma V, Mauro Caliste, si è detto preoccupato per la possibile esclusione dell’amministrazione locale dal piano di rilancio del Quarticciolo, al Campidoglio prevale la ricerca di un dialogo con il governo. Il sindaco, che delle rassicurazioni le ha ricevute, sembra puntare a un approccio collaborativo, ispirato al «metodo Giubileo». In realtà la difesa strenua di quelle che vengono definite «azioni dal basso» sembra più un tentativo politico di mantenere in vita gli orticelli. La rappresentante dei comitati del Quarticciolo Alessia Pontoriero, pure lei in audizione alla Camera, ha auspicato «che il futuro commissario voglia interpellare le realtà del quartiere». E ha ricordato che «è stata presentata a novembre una richiesta al Comune di costituire una cabina di regia con le associazioni del quartiere per un piano strutturale». L’altro fronte caldo è a Napoli, dove il Comitato Vele si oppone fermamente al modello Caivano. Qui un’assemblea è stata indetta per oggi. Gli attivisti accusano il governo di voler calare dall’alto una soluzione inefficace. «Se le Vele sono state svuotate e si è avviato un processo di rigenerazione», affermano, «è merito nostro, di chi ha lottato per 30 anni, non certo di un decreto». Purtroppo però allo svuotamento delle Vele non è corrisposta una percezione maggiore di sicurezza. Il mercato della droga è quello di sempre e per strada si verificano aggressioni, accoltellamenti e agguati di camorra. E poi c’è ancora un campo rom, quello di Cupa Perillo (che il sindaco Gaetano Manfredi ha promesso di liberare entro la prossima estate), dove vivono 350 persone, che viene ancora usato per far sparire rifiuti pericolosi e dove spesso divampano incendi sospetti. Con buona pace di attivisti e ambientalisti. Ma anche a Scampia il comitato rivendica un modello di sviluppo «costruito dal basso», basato sul protagonismo delle comunità locali. La loro critica al governo Meloni è feroce: «Non si risolvono i problemi con la militarizzazione, ma con politiche che garantiscano lavoro dignitoso e alloggi adeguati». Come se di colpo il modello Caivano cancellasse qualsiasi possibilità di azione sociale o, come preferiscono definirla gli attivisti, «dal basso». Sempre che non si tratti di occupazioni, attività borderline o illegali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ghetti-sinistra-2670900457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-sembra-un-disco-rotto-viva-la-convivenza-oltre-i-confini" data-post-id="2670900457" data-published-at="1737456237" data-use-pagination="False"> Mattarella sembra un disco rotto: «Viva la convivenza oltre i confini» Una visita a sorpresa quella di ieri mattina del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’istituto De Amicis-Da Vinci di Palermo. Riavvolgendo il nastro di una lezione sull’integrazione che sembra un disco rotto, il capo dello Stato si è intrattenuto in particolare con i bambini di una quinta, una classe primaria multietnica, i cui alunni erano stati oggetto di insulti e commenti a sfondo razzista mentre partecipavano a un’iniziativa solidale. «Siete una scuola che esprime i valori veri della convivenza nel nostro Paese in un mondo che è sempre più unito e connesso e sempre più senza confini», ha detto Mattarella, che poi ha aggiunto: «È una ricchezza quella di crescere insieme, scambiarsi opinioni, abitudini, idee. Ascoltare gli altri fa crescere, per questo complimenti e auguri». L’episodio di cui sopra risale al novembre scorso: era stata organizzata una scenetta teatrale e i bambini erano stati oggetto di frasi ingiuriose da parte di alcuni passanti: «I bambini africani avrebbero potuto rubare qualcosa», avrebbe detto qualcuno, «Siete tutti strani», un altro. E in pochi minuti, un evento di festa ha assunto i tratti di un episodio discriminatorio. Pochi minuti prima, si evince dal racconto delle maestre, davanti il teatro Massimo di Palermo, altri insulti sarebbero stati rivolti agli stessi bambini: «Ma questi li scegliete tutti neri? Quelli bianchi non sono meglio?», sono state le frase sentite in quel frangente. Durante l’incontro, che si è tenuto in occasione della Giornata nazionale del rispetto, il presidente ha ricordato i motivi che avevano portato all’istituzione della giornata: «La Giornata nazionale del rispetto si celebra nel giorno della nascita di Willy Monteiro Duarte, brutalmente assassinato nel tentativo di difendere un amico in difficoltà. Istituita dal Parlamento nel 2024, intende contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la necessità di prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo». Mattarella ha ribadito come il valore universale del rispetto sia fondamentale: «È un valore universale in ogni dimensione. Rispetto verso sé stessi, rispetto verso gli altri, rispetto verso il pianeta: rappresentano il primo passo per una società vivibile che assume i criteri della solidarietà, della coesione sociale, della reciproca accoglienza, della sostenibilità». Parole di per sé condivisibili, ma che assumono i tratti della retorica fuori tempo massimo se le si vuole interpretare come risposta ai problemi posti dall’immigrazione incontrollata. Il messaggio del nostro Presidente si è concluso con un appello alle famiglie, agli insegnanti e alle scuole affinché promuovano il valore del rispetto tra i giovani, «per costruire una comunità forte e unita». «Rispetto è antidoto contro l’odio, la discriminazione, la violenza e la prepotenza che tendono, talvolta, a riproporsi come segno di affermazione, laddove corrispondono, invece, a manifestazione di fragilità e incertezze», ha voluto sottolineare. «Famiglie, insegnanti, agenzie educative, hanno tutte un ruolo nella promozione del valore del rispetto, specie tra i giovani, per renderli donne e uomini capaci di costruire comunità solide e unite», ha ribadito, richiamando l’importanza di vivere in armonia con gli altri e con sé stessi. «Rispetto è segno di maturità: significa scegliere di godere della propria libertà appieno, in armonia con gli altri e con sé stessi, in un contesto che garantisce diritti e responsabilità di ciascuno. Essere rispettosi è esercizio di libertà».
Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Entra nel vivo quindi la campagna elettorale, che non vede però tutta la sinistra schierata per il No. Convintamente a favore della riforma, tra gli altri, è il celebre costituzionalista Stefano Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale, ex parlamentare del Pd, tra gli animatori del Comitato La Sinistra che vota Sì. Ieri a Firenze Libertà Eguale ha organizzato un evento al quale hanno partecipato esponenti progressisti che voteranno a favore del referendum costituzionale. «Come Libertà Eguale», spiega Ceccanti, «per 25 anni abbiamo sostenuto la separazione delle carriere. Non è che c’è la disciplina di partito sui referendum. Questa riforma», aggiunge Ceccanti, «è a vantaggio dell’autonomia dei giudici rispetto ai pubblici ministeri. Soprattutto nelle indagini preliminari, era il grande schema che aveva Giuliano Vassalli. Non cambia il rapporto con la politica».
Il Cdm di ieri ha anche approvato il commissariamento delle Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, che non hanno ancora approvato i rispettivi piani di dimensionamento per il prossimo anno scolastico. «Il dimensionamento scolastico», fa sapere il ministero dell’Istruzione, «rientra tra le riforme previste dal Pnrr, definite dal precedente governo con l’obiettivo di adeguare la rete delle istituzioni scolastiche alla dinamica della popolazione studentesca su base regionale. Il mancato rispetto di questo adempimento mette a rischio le risorse europee già erogate all’Italia. Si precisa che la misura riguarda esclusivamente la riorganizzazione amministrativa e non comporta la chiusura di plessi scolastici». Insorge il Pd: «Assistiamo ad un ulteriore tentativo», scrivono in una nota i parlamentari dem Manzi, Ascani, Bakkali, Boldrini, De Maria, Fossi, Gnassi, Guerra, Lai, Malavasi, Marco Meloni, Merola, Rossi, Simiani e Vaccari, «da parte del governo Meloni di centralizzare e comprimere le autonomie locali in un settore delicatissimo come quello dell’istruzione. La convocazione degli assessori all’Istruzione di quattro regioni amministrate dal centrosinistra, con l’intento di imporre dall’alto scelte che riguardano direttamente il futuro delle scuole, è una manovra inaccettabile che dimostra ancora una volta la scarsa attenzione di questo governo alle specificità territoriali e alle reali necessità del sistema scolastico». «Ci siamo opposti a tagli ulteriori delle autonomie scolastiche nelle cosiddette aree interne, dove tagliare la scuola significa togliere un pezzo di comunità», commenta la presidente dell’Umbria Stefania Proietti, lasciando Palazzo Chigi, dove è intervenuta assieme al presidente dell’Emilia Romagna Michele De Pascale, alla presidente della Sardegna Alessandra Todde e all’assessora della Toscana Alessandra Nardini alla riunione del Consiglio dei ministri prima della delibera con cui il governo ha deciso il commissariamento di queste Regioni di centrosinistra che si sono opposte al dimensionamento scolastico. Approvato anche il ddl per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, su proposta del ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli.
In discussione, ma non presentato ieri, c’è ancora un decreto che incide sulla vita dei cittadini: la sicurezza. Gli ultimi giorni hanno fatto registrare una vera e propria escalation di violenza, dall’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso alla stazione di Bologna, alle gravissime aggressioni che si sono verificate nei pressi della stazione Termini di Roma. Tutti crimini messi a segno da immigrati. A quanto apprende La Verità, il decreto dovrebbe contenere una stretta sulla possibilità per i minorenni di portare in giro coltelli, un provvedimento di contrasto alle baby gang, misure per rafforzare il controllo delle stazioni e per rendere più efficaci i provvedimenti di espulsione per gli immigrati non in regola.
Intanto il Viminale fa sapere che 3.500 nuovi poliziotti assumeranno servizio nei prossimi giorni di gennaio. Salgono così complessivamente a 42.500 gli operatori delle Forze di polizia assunti dall’inizio del mandato di questo governo. Dei nuovi, 470 poliziotti saranno assegnati a Roma, 141 a Napoli e altrettanti a Palermo, 123 a Milano e 118 a Bologna, 94 a Genova e a Torino.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 gennaio con Carlo Cambi
Rita Dalla Chiesa (Imagoeconomica)
Rita Dalla Chiesa, onorevole di Forza Italia: condivide la battaglia della Verità a favore del carabiniere condannato?
«I carabinieri e i poliziotti molte volte si chiedono: ma noi che dovremmo fare? Ci dovremmo vergognare tutti per quello che rischiano a fronte di ciò lo Stato dà loro come stipendio, e con il quale devono mantenere non solo sé stessi ma anche le loro famiglie... E poi ti vedi sbattuto in galera per tre anni mentre normalmente i delinquenti sono liberi. Loro ti dicono: noi lavoriamo tanto e poi ce li ritroviamo fuori dopo neanche una settimana, ma perché questi ragazzi dovrebbero allora rischiare la vita? In più le famiglie per bene non hanno quasi mai la possibilità di avere un risarcimento, le famiglie dei delinquenti invece il risarcimento lo chiedono e ce l’hanno. Allora spiegatemi: i carabinieri, la polizia e le forze dell’ordine che cosa dovrebbero fare?».
Pensa che noi abbiamo, come società italiana, un atteggiamento sbagliato nei confronti delle forze dell’ordine?
«No, però c’è una parte della popolazione, soprattutto tra i giovani... Quello che mi spiace è che se uno di questi ragazzi che sputano sulle bare dei carabinieri o dei poliziotti durante un funerale, fosse in difficoltà, il carabiniere o il poliziotto lo salverebbe se lo vedesse in pericolo. Questa è la differenza, ed è una differenza che fa male, soprattutto per chi in mezzo alle divise ci ha vissuto. Non so perché certe persone abbiano un atteggiamento così poco collaborativo, ma io parlo anche della magistratura, perché chi è che li rimette fuori i delinquenti?».
Questo è un altro tema enorme: c’è un grosso problema di sicurezza, creato da persone con precedenti che per un motivo o per l’altro…
«Che non vengono rimandate a casa. Possibile che non ci sia nessuno che si occupi di metterli su un aereo e rispedirli al proprio Paese? E questi continuano a delinquere».
Pensa ci sia una responsabilità dei magistrati?
«La responsabilità è dei magistrati. Io non voglio metterli tutti insieme, però di molti magistrati sì, perché molti pensano di essere anche psicologi. Allora c’è la psicologia della magistratura che ti dice, beh no, questo chissà se lo rimandiamo al suo Paese, poi viene trattato in modo crudele. Non è così, non è così. Tu sei venuto in Italia, se tu delinqui in tutta l’Italia te ne devi andare. Stando in Parlamento avresti voglia di fare tanto e non puoi fare molto invece, non lo puoi fare, perché comunque non dipende tutto da te, dipende da tanti altri. Adesso c’è la discussione sui soldati per le strade: io li vorrei, parlo a titolo personale, non in nome di Forza Italia. Vorrei vedere in mezzo alla strada le camionette con i soldati, secondo me è un deterrente, come ai tempi del maxiprocesso a Palermo».
Quindi c’è un problema di ideologia di alcune toghe?
«Le famose correnti. Io credo che alcuni magistrati abbiano voglia di mantenere questo potere, perché per loro è un potere che devono avere sulla politica».
Quindi lei è a favore del Sì al referendum.
«Ma certo. Sono anni che lo vado dicendo, una giustizia giusta. Lo dicevo dai tempi di Silvio Berlusconi. Però la giustizia giusta il più delle volte non arriva. Facevo una trasmissione anni fa, in cui mi capitò un padre che aveva avuto la figlia uccisa dall’ex ragazzo. Se l’è ritrovato fuori, dopo nemmeno 15 giorni, perché il giudice aveva deciso che aveva dei grossi problemi e quindi lo rimise fuori».
[...] Il tema della sicurezza legata ovviamente si lega a quello dell’immigrazione.
«Ci sono troppi immigrati clandestini. Lo stesso presidente Meloni l’ha detto: era la cosa su cui quando si è formato questo governo avremmo dovuto lottare di più, ma si potrà fare di più. [...] C’è anche una percezione diversa da parte della gente nei confronti di questi immigrati, perché prima, quando arrivavano da Paesi disastrati, da dittature, eravamo quasi tutti più accoglienti nei loro confronti. Adesso no. Adesso anche io, garantista fino al midollo, dico basta».
Attacchi come quelli che ha sentito alle persone in divisa, li sentiva anche ai tempi in cui lavorava suo padre?
«Ci sono momenti in cui vorrei chiedere a mio padre: tu cosa faresti? Papà aveva un grande rispetto per i suoi carabinieri, in un momento come questo francamente non so che cosa avrebbe potuto fare. Oggi questo rispetto non lo sento più. C’è un militare a Torino che nel 2020 è stato messo sotto da una donna francese completamente fuori di testa: gli hanno dovuto amputare l’arto. Qualcuno ha pensato a questo lui? No, è partita una sottoscrizione come la vostra per potergli pagare un arto che gli consenta di vivere meglio di come sta vivendo ora. Credo che dovremmo stare vicini a queste persone. Ecco perché poi si dice che ci sono pochi carabinieri, o poca polizia. Quei pochi che ci sono vengono massacrati nelle piazze, gli tirano addosso di tutto, tornano a casa che sono maschere di sangue. Mi chiedo: si rende conto la gente, le persone non perbene, che non capiscono il valore di queste divise? È possibile che si attacchino le forze dell’ordine quando qualche delinquente viene ferito o ucciso? Può succedere: purtroppo sì, ma tu lo sai che se vai a delinquere è un rischio che corri, puoi anche essere ucciso».
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Dunque, per non aver chiuso gli occhi, per non essersi distratto, per aver reagito di fronte all’aggressione di cui era vittima un militare al suo fianco, il carabiniere dovrà versare ai parenti del ladro sei anni del suo stipendio, oltre naturalmente a scontare - se la sentenza venisse confermata in Appello e in Cassazione - tre anni in carcere. E ovviamente questo non è che l’inizio del suo calvario, perché la condanna non esclude un processo civile, con ulteriore richiesta di risarcimento. E poi a tutto ciò si aggiungono le spese legali di difesa, che sono interamente a suo carico. Per dirla chiara, il vicebrigadiere Marroccella, per aver fatto il proprio dovere, rischia di finire sul lastrico e con lui la sua famiglia, cioè la moglie e i suoi due figli.
La storia è incredibile e dimostra che in questo Paese sono più tutelati i delinquenti che le persone per bene. I parenti di un orefice rapinato e ucciso a Milano hanno ricevuto poche migliaia di euro di risarcimento. Quella del rapinatore di cui sopra, un siriano che si era già reso responsabile di altri episodi simili a quello in cui ha perso la vita perché si è trovato davanti un uomo delle forze dell’ordine, invece, probabilmente si arricchirà a spese di un carabiniere che anziché far finta di niente ha fatto il carabiniere.
Di fronte a tutto ciò, noi della Verità, giornale che da sempre sta dalla parte di polizia e Arma, ovvero di uomini che rischiano ogni giorno la vita per difendere i cittadini e garantire loro la sicurezza, non potevamo fare spallucce. Indignati quanto molti di voi, dunque, abbiamo aperto un conto corrente lanciando una sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella e della sua famiglia. Per parte nostra abbiamo messo 5.000 euro, invitando i lettori e chiunque fosse d’accordo con noi nel sostenere un carabiniere che riteniamo ingiustamente condannato a contribuire secondo le proprie possibilità. Risultato, in appena tre giorni abbiamo raccolto più di 86.000 euro, una cifra altissima, che già in buona parte è in grado di coprire la provvisionale a cui Marroccella è stato condannato e che, lo ricordo per chi non lo sapesse, è immediatamente esecutiva e, se non pagata, può anche dare adito alla richiesta di pignoramento dello stipendio da parte dei parenti del ladro.
Sì, cari lettori, avete risposto con generosità e di questo vi sono infinitamente grato. Non soltanto perché così date un aiuto a un uomo delle forze dell’ordine, cioè a chi rappresenta la sicurezza in questo Paese. Ma anche perché scorgo nella decisione di donare 1 euro o 1.000 la capacità di indignarsi e reagire. Non si può ignorare il fatto che Marroccella ha sparato dopo aver visto ferire un proprio collega. Non si può non pensare che invece di colpire i criminali certe sentenze colpiscono chi cerca di fermare i delinquenti. Così come nel caso Ramy, il giovane che a Milano è fuggito a un posto di blocco ed è morto sbattendo contro il palo di un semaforo, invece di dar la caccia ai ladri si dichiara guerra a poliziotti e carabinieri.
Più dei rapinatori e degli stupratori, sono loro, gli uomini delle forze dell’ordine, a finire nel mirino. Per questo è importante sostenerli. Perciò è necessario difenderli. Loro difendono noi, ma noi dobbiamo tutelarli e sostenerli anche economicamente.
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