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2025-01-21
Sinistra sulle barricate a difesa dei ghetti
Le Vele di Scampia (Ansa)
Nel cuore delle periferie italiane, dove cemento e degrado s’intrecciano con vite sospese tra speranza e rassegnazione, c’è chi, per lasciare tutto com’è, si oppone all’estensione del modello Caivano che, attraverso la realizzazione di infrastrutture, di spazi dedicati alla partecipazione civica e con una presenza costante e imponente dello Stato, mira a ristabilire la legalità. I primi «no» sono scattati a Roma e a Napoli. Dal Quarticciolo, borgata della periferia est di Roma, e da Scampia, famosa per le Vele, c’è chi respinge lo Stato. Niente integrazione. E nel Quarticciolo, dove l’ultrasinistra evoca ancora le gesta del partigiano Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, durante la Resistenza, sono pronti alle barricate. Con i suoi 6.000 abitanti e un’architettura dominata dall’edilizia residenziale pubblica, questo quartiere si è trasformato in un centro nevralgico dello spaccio di crack. Un mercato senza sosta, gestito da pusher stranieri in trasferta pagati a giornata, tiene il quartiere in ostaggio. Le aggressioni dei nordafricani agli operatori delle forze di polizia non si contano. E quando ci si muove per strada di notte si incontrano solo stranieri e prostitute. Eppure, di fronte all’intervento del governo, il quartiere si spacca. Da un lato c’è chi crede in una possibilità di riscatto grazie alle istituzioni, come don Antonio Coluccia, che qui chiamano «il parroco anti-spaccio» e che sogna di trasformare l’ex commissariato occupato in una caserma dei carabinieri ma che non piace ad attivisti e movimentisti da centro sociale perché ispira la sua pastorale a un certo rigore sociale, dall’altro c’è chi agita lo spauracchio di una militarizzazione che andrebbe a soffocare le esperienze di autogestione nate dal basso. Il 18 gennaio, in una manifestazione animata da striscioni e slogan, gli attivisti del Quarticciolo Ribelle hanno chiamato a raccolta gli alleati, tra i quali prof e studenti, soprattutto della Sapienza. C’erano, per esempio, l’assessore alla Cultura della giunta di Roberto Gualtieri, Massimiliano Smeriglio, che di recente ha lasciato il Partito democratico guardando a sinistra, e il consigliere Yuri Trombetti, che nonostante sia di estrazione dem si è schierato contro il Piano casa del sindaco. Proprio Trombetti ha dichiarato: «Non è la mancanza di istituzioni il problema, ma la necessità di un intervento che parta dal basso, senza militarizzare il territorio». Ma c’era anche Emanuela Droghei, consigliera regionale, pure lei del Pd, che ha sottolineato come il governo Meloni dovrebbe piuttosto sostenere le reti sociali che da anni combattono contro il degrado. Tutti schierati davanti a uno striscione con questo slogan: «Il decreto Caivano non è un modello». «Una barricata sociale», l’hanno definita i manifestanti. Il 1° marzo è in programma un maxi corteo. Quel giorno scadono i 60 giorni entro i quali il Consiglio dei ministri deve approvare il piano delle opere, con 30 milioni stanziati per il Quarticciolo. Allora si saprà se ci sarà o meno lo sgombero dell’ex Commissariato occupato previsto dal decreto. E mentre alla Camera, nelle commissioni Bilancio e Ambiente, ieri il presidente del Municipio Roma V, Mauro Caliste, si è detto preoccupato per la possibile esclusione dell’amministrazione locale dal piano di rilancio del Quarticciolo, al Campidoglio prevale la ricerca di un dialogo con il governo. Il sindaco, che delle rassicurazioni le ha ricevute, sembra puntare a un approccio collaborativo, ispirato al «metodo Giubileo». In realtà la difesa strenua di quelle che vengono definite «azioni dal basso» sembra più un tentativo politico di mantenere in vita gli orticelli. La rappresentante dei comitati del Quarticciolo Alessia Pontoriero, pure lei in audizione alla Camera, ha auspicato «che il futuro commissario voglia interpellare le realtà del quartiere». E ha ricordato che «è stata presentata a novembre una richiesta al Comune di costituire una cabina di regia con le associazioni del quartiere per un piano strutturale».
L’altro fronte caldo è a Napoli, dove il Comitato Vele si oppone fermamente al modello Caivano. Qui un’assemblea è stata indetta per oggi. Gli attivisti accusano il governo di voler calare dall’alto una soluzione inefficace. «Se le Vele sono state svuotate e si è avviato un processo di rigenerazione», affermano, «è merito nostro, di chi ha lottato per 30 anni, non certo di un decreto». Purtroppo però allo svuotamento delle Vele non è corrisposta una percezione maggiore di sicurezza. Il mercato della droga è quello di sempre e per strada si verificano aggressioni, accoltellamenti e agguati di camorra. E poi c’è ancora un campo rom, quello di Cupa Perillo (che il sindaco Gaetano Manfredi ha promesso di liberare entro la prossima estate), dove vivono 350 persone, che viene ancora usato per far sparire rifiuti pericolosi e dove spesso divampano incendi sospetti. Con buona pace di attivisti e ambientalisti. Ma anche a Scampia il comitato rivendica un modello di sviluppo «costruito dal basso», basato sul protagonismo delle comunità locali. La loro critica al governo Meloni è feroce: «Non si risolvono i problemi con la militarizzazione, ma con politiche che garantiscano lavoro dignitoso e alloggi adeguati». Come se di colpo il modello Caivano cancellasse qualsiasi possibilità di azione sociale o, come preferiscono definirla gli attivisti, «dal basso». Sempre che non si tratti di occupazioni, attività borderline o illegali.
Mattarella sembra un disco rotto: «Viva la convivenza oltre i confini»
Una visita a sorpresa quella di ieri mattina del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’istituto De Amicis-Da Vinci di Palermo. Riavvolgendo il nastro di una lezione sull’integrazione che sembra un disco rotto, il capo dello Stato si è intrattenuto in particolare con i bambini di una quinta, una classe primaria multietnica, i cui alunni erano stati oggetto di insulti e commenti a sfondo razzista mentre partecipavano a un’iniziativa solidale. «Siete una scuola che esprime i valori veri della convivenza nel nostro Paese in un mondo che è sempre più unito e connesso e sempre più senza confini», ha detto Mattarella, che poi ha aggiunto: «È una ricchezza quella di crescere insieme, scambiarsi opinioni, abitudini, idee. Ascoltare gli altri fa crescere, per questo complimenti e auguri».
L’episodio di cui sopra risale al novembre scorso: era stata organizzata una scenetta teatrale e i bambini erano stati oggetto di frasi ingiuriose da parte di alcuni passanti: «I bambini africani avrebbero potuto rubare qualcosa», avrebbe detto qualcuno, «Siete tutti strani», un altro. E in pochi minuti, un evento di festa ha assunto i tratti di un episodio discriminatorio. Pochi minuti prima, si evince dal racconto delle maestre, davanti il teatro Massimo di Palermo, altri insulti sarebbero stati rivolti agli stessi bambini: «Ma questi li scegliete tutti neri? Quelli bianchi non sono meglio?», sono state le frase sentite in quel frangente.
Durante l’incontro, che si è tenuto in occasione della Giornata nazionale del rispetto, il presidente ha ricordato i motivi che avevano portato all’istituzione della giornata: «La Giornata nazionale del rispetto si celebra nel giorno della nascita di Willy Monteiro Duarte, brutalmente assassinato nel tentativo di difendere un amico in difficoltà. Istituita dal Parlamento nel 2024, intende contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la necessità di prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo». Mattarella ha ribadito come il valore universale del rispetto sia fondamentale: «È un valore universale in ogni dimensione. Rispetto verso sé stessi, rispetto verso gli altri, rispetto verso il pianeta: rappresentano il primo passo per una società vivibile che assume i criteri della solidarietà, della coesione sociale, della reciproca accoglienza, della sostenibilità». Parole di per sé condivisibili, ma che assumono i tratti della retorica fuori tempo massimo se le si vuole interpretare come risposta ai problemi posti dall’immigrazione incontrollata.
Il messaggio del nostro Presidente si è concluso con un appello alle famiglie, agli insegnanti e alle scuole affinché promuovano il valore del rispetto tra i giovani, «per costruire una comunità forte e unita». «Rispetto è antidoto contro l’odio, la discriminazione, la violenza e la prepotenza che tendono, talvolta, a riproporsi come segno di affermazione, laddove corrispondono, invece, a manifestazione di fragilità e incertezze», ha voluto sottolineare. «Famiglie, insegnanti, agenzie educative, hanno tutte un ruolo nella promozione del valore del rispetto, specie tra i giovani, per renderli donne e uomini capaci di costruire comunità solide e unite», ha ribadito, richiamando l’importanza di vivere in armonia con gli altri e con sé stessi. «Rispetto è segno di maturità: significa scegliere di godere della propria libertà appieno, in armonia con gli altri e con sé stessi, in un contesto che garantisce diritti e responsabilità di ciascuno. Essere rispettosi è esercizio di libertà».
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Al Quarticciolo di Roma e a Scampia mobilitazioni contro l’importazione del modello Caivano: «No alla militarizzazione dei quartieri, sosteniamo le azioni dal basso». Ovvero le stesse pratiche che hanno alimentato l’illegalità e l’insicurezza.Il sermone di Mattarella durante la visita a una scuola di Palermo teatro di discriminazioni.Lo speciale contiene due articoli.Nel cuore delle periferie italiane, dove cemento e degrado s’intrecciano con vite sospese tra speranza e rassegnazione, c’è chi, per lasciare tutto com’è, si oppone all’estensione del modello Caivano che, attraverso la realizzazione di infrastrutture, di spazi dedicati alla partecipazione civica e con una presenza costante e imponente dello Stato, mira a ristabilire la legalità. I primi «no» sono scattati a Roma e a Napoli. Dal Quarticciolo, borgata della periferia est di Roma, e da Scampia, famosa per le Vele, c’è chi respinge lo Stato. Niente integrazione. E nel Quarticciolo, dove l’ultrasinistra evoca ancora le gesta del partigiano Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, durante la Resistenza, sono pronti alle barricate. Con i suoi 6.000 abitanti e un’architettura dominata dall’edilizia residenziale pubblica, questo quartiere si è trasformato in un centro nevralgico dello spaccio di crack. Un mercato senza sosta, gestito da pusher stranieri in trasferta pagati a giornata, tiene il quartiere in ostaggio. Le aggressioni dei nordafricani agli operatori delle forze di polizia non si contano. E quando ci si muove per strada di notte si incontrano solo stranieri e prostitute. Eppure, di fronte all’intervento del governo, il quartiere si spacca. Da un lato c’è chi crede in una possibilità di riscatto grazie alle istituzioni, come don Antonio Coluccia, che qui chiamano «il parroco anti-spaccio» e che sogna di trasformare l’ex commissariato occupato in una caserma dei carabinieri ma che non piace ad attivisti e movimentisti da centro sociale perché ispira la sua pastorale a un certo rigore sociale, dall’altro c’è chi agita lo spauracchio di una militarizzazione che andrebbe a soffocare le esperienze di autogestione nate dal basso. Il 18 gennaio, in una manifestazione animata da striscioni e slogan, gli attivisti del Quarticciolo Ribelle hanno chiamato a raccolta gli alleati, tra i quali prof e studenti, soprattutto della Sapienza. C’erano, per esempio, l’assessore alla Cultura della giunta di Roberto Gualtieri, Massimiliano Smeriglio, che di recente ha lasciato il Partito democratico guardando a sinistra, e il consigliere Yuri Trombetti, che nonostante sia di estrazione dem si è schierato contro il Piano casa del sindaco. Proprio Trombetti ha dichiarato: «Non è la mancanza di istituzioni il problema, ma la necessità di un intervento che parta dal basso, senza militarizzare il territorio». Ma c’era anche Emanuela Droghei, consigliera regionale, pure lei del Pd, che ha sottolineato come il governo Meloni dovrebbe piuttosto sostenere le reti sociali che da anni combattono contro il degrado. Tutti schierati davanti a uno striscione con questo slogan: «Il decreto Caivano non è un modello». «Una barricata sociale», l’hanno definita i manifestanti. Il 1° marzo è in programma un maxi corteo. Quel giorno scadono i 60 giorni entro i quali il Consiglio dei ministri deve approvare il piano delle opere, con 30 milioni stanziati per il Quarticciolo. Allora si saprà se ci sarà o meno lo sgombero dell’ex Commissariato occupato previsto dal decreto. E mentre alla Camera, nelle commissioni Bilancio e Ambiente, ieri il presidente del Municipio Roma V, Mauro Caliste, si è detto preoccupato per la possibile esclusione dell’amministrazione locale dal piano di rilancio del Quarticciolo, al Campidoglio prevale la ricerca di un dialogo con il governo. Il sindaco, che delle rassicurazioni le ha ricevute, sembra puntare a un approccio collaborativo, ispirato al «metodo Giubileo». In realtà la difesa strenua di quelle che vengono definite «azioni dal basso» sembra più un tentativo politico di mantenere in vita gli orticelli. La rappresentante dei comitati del Quarticciolo Alessia Pontoriero, pure lei in audizione alla Camera, ha auspicato «che il futuro commissario voglia interpellare le realtà del quartiere». E ha ricordato che «è stata presentata a novembre una richiesta al Comune di costituire una cabina di regia con le associazioni del quartiere per un piano strutturale». L’altro fronte caldo è a Napoli, dove il Comitato Vele si oppone fermamente al modello Caivano. Qui un’assemblea è stata indetta per oggi. Gli attivisti accusano il governo di voler calare dall’alto una soluzione inefficace. «Se le Vele sono state svuotate e si è avviato un processo di rigenerazione», affermano, «è merito nostro, di chi ha lottato per 30 anni, non certo di un decreto». Purtroppo però allo svuotamento delle Vele non è corrisposta una percezione maggiore di sicurezza. Il mercato della droga è quello di sempre e per strada si verificano aggressioni, accoltellamenti e agguati di camorra. E poi c’è ancora un campo rom, quello di Cupa Perillo (che il sindaco Gaetano Manfredi ha promesso di liberare entro la prossima estate), dove vivono 350 persone, che viene ancora usato per far sparire rifiuti pericolosi e dove spesso divampano incendi sospetti. Con buona pace di attivisti e ambientalisti. Ma anche a Scampia il comitato rivendica un modello di sviluppo «costruito dal basso», basato sul protagonismo delle comunità locali. La loro critica al governo Meloni è feroce: «Non si risolvono i problemi con la militarizzazione, ma con politiche che garantiscano lavoro dignitoso e alloggi adeguati». Come se di colpo il modello Caivano cancellasse qualsiasi possibilità di azione sociale o, come preferiscono definirla gli attivisti, «dal basso». Sempre che non si tratti di occupazioni, attività borderline o illegali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ghetti-sinistra-2670900457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-sembra-un-disco-rotto-viva-la-convivenza-oltre-i-confini" data-post-id="2670900457" data-published-at="1737456237" data-use-pagination="False"> Mattarella sembra un disco rotto: «Viva la convivenza oltre i confini» Una visita a sorpresa quella di ieri mattina del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’istituto De Amicis-Da Vinci di Palermo. Riavvolgendo il nastro di una lezione sull’integrazione che sembra un disco rotto, il capo dello Stato si è intrattenuto in particolare con i bambini di una quinta, una classe primaria multietnica, i cui alunni erano stati oggetto di insulti e commenti a sfondo razzista mentre partecipavano a un’iniziativa solidale. «Siete una scuola che esprime i valori veri della convivenza nel nostro Paese in un mondo che è sempre più unito e connesso e sempre più senza confini», ha detto Mattarella, che poi ha aggiunto: «È una ricchezza quella di crescere insieme, scambiarsi opinioni, abitudini, idee. Ascoltare gli altri fa crescere, per questo complimenti e auguri». L’episodio di cui sopra risale al novembre scorso: era stata organizzata una scenetta teatrale e i bambini erano stati oggetto di frasi ingiuriose da parte di alcuni passanti: «I bambini africani avrebbero potuto rubare qualcosa», avrebbe detto qualcuno, «Siete tutti strani», un altro. E in pochi minuti, un evento di festa ha assunto i tratti di un episodio discriminatorio. Pochi minuti prima, si evince dal racconto delle maestre, davanti il teatro Massimo di Palermo, altri insulti sarebbero stati rivolti agli stessi bambini: «Ma questi li scegliete tutti neri? Quelli bianchi non sono meglio?», sono state le frase sentite in quel frangente. Durante l’incontro, che si è tenuto in occasione della Giornata nazionale del rispetto, il presidente ha ricordato i motivi che avevano portato all’istituzione della giornata: «La Giornata nazionale del rispetto si celebra nel giorno della nascita di Willy Monteiro Duarte, brutalmente assassinato nel tentativo di difendere un amico in difficoltà. Istituita dal Parlamento nel 2024, intende contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la necessità di prevenire e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo». Mattarella ha ribadito come il valore universale del rispetto sia fondamentale: «È un valore universale in ogni dimensione. Rispetto verso sé stessi, rispetto verso gli altri, rispetto verso il pianeta: rappresentano il primo passo per una società vivibile che assume i criteri della solidarietà, della coesione sociale, della reciproca accoglienza, della sostenibilità». Parole di per sé condivisibili, ma che assumono i tratti della retorica fuori tempo massimo se le si vuole interpretare come risposta ai problemi posti dall’immigrazione incontrollata. Il messaggio del nostro Presidente si è concluso con un appello alle famiglie, agli insegnanti e alle scuole affinché promuovano il valore del rispetto tra i giovani, «per costruire una comunità forte e unita». «Rispetto è antidoto contro l’odio, la discriminazione, la violenza e la prepotenza che tendono, talvolta, a riproporsi come segno di affermazione, laddove corrispondono, invece, a manifestazione di fragilità e incertezze», ha voluto sottolineare. «Famiglie, insegnanti, agenzie educative, hanno tutte un ruolo nella promozione del valore del rispetto, specie tra i giovani, per renderli donne e uomini capaci di costruire comunità solide e unite», ha ribadito, richiamando l’importanza di vivere in armonia con gli altri e con sé stessi. «Rispetto è segno di maturità: significa scegliere di godere della propria libertà appieno, in armonia con gli altri e con sé stessi, in un contesto che garantisce diritti e responsabilità di ciascuno. Essere rispettosi è esercizio di libertà».
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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