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2024-06-24
La Germania comincia a vietare le moschee
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Gli agenti di polizia hanno perquisito i locali della Comunità musulmana di lingua tedesca (Dmg) a Braunschweig (Getty Images)
Durante il blitz avvenuto mercoledì scorso e proseguito nei giorni successivi, la polizia e il pubblico ministero hanno perquisito le stanze della moschea a Braunschweig e altre proprietà a Gifhorn e a Berlino. La chiusura dell’associazione e le incursioni della polizia avranno probabilmente un impatto sulla scena salafita in Germania ben oltre Braunschweig. La moschea Dmg nella città della Bassa Sassonia non è stata per anni solo un punto d'incontro nazionale per i predicatori salafiti perché attraverso canali nei diversi social media, la Dmg ha garantito la massiccia diffusione nazionale dei contenuti radicali islamici su Internet.
Un hub di influencer salafiti
Dmg ha pubblicato nelle ultime quattro settimane circa 90 video solo sul suo canale Youtube, che attualmente conta più di 83.000 iscritti. Il club è attivo anche su Tiktok e conta più di 35.000 follower. Ci sono anche canali su Instagram e Telegram e un podcast sulla piattaforma musicale Spotify che funziona regolarmente fino dal 2022. Tra i predicatori che animano il podcast c’è il convertito all’islam Marcel Krass da tre decenni attivo nella scena salafita tedesca.
La Dmg ha acquisito notorietà soprattutto grazie ai suoi predicatori: alcuni dei più importanti e conosciuti predicatori salafiti e influencer dei social media sono apparsi a Braunschweig, hanno trasmesso live streaming e filmato i loro video online nelle stanze della moschea. Nei locali della moschea ha più volte preso la parola il palestinese Abul Baraa cresciuto in Libano che è stato fino al 2020 l'imam della moschea as-Sahaba di Berlino, anch'essa luogo di incontro salafita. Attraverso la moschea Abul Baraa aveva «legami con leader della scena e in parte con il violento salafismo jihadista», scrisse nel 2022 l’Ufficio per la protezione della Costituzione del Baden-Württemberg a proposito del predicatore.
La moschea è stata fondata nel 2010 da Reda Seyam, che tre anni dopo si recò in Siria per unirsi allo Stato islamico e nel «Siraq» divenne uno dei tedeschi di più alto rango all'interno della milizia terroristica. Dalla chiusura della moschea as-Sahaba, Abul Baraa predica principalmente sul web dove conta su migliaia di seguaci sui social media. Un altro predicatore che era ospite fisso della moschea di Braunschweig è Ibrahim El-Azzazi, 27 anni, cittadino tedesco di origini egiziane che indossa sempre una lunga veste, la kefiah avvolta intorno alla testa e porta la lunga barba dei salafiti. Lo «Sheikh Ibrahim», come lui stesso si definisce, è diventato una sorta di star di Tiktok negli ultimi anni tanto che è seguito da più di 100.000 utenti. Qui e su Youtube risponde regolarmente alle domande dei giovani spettatori sullo stile di vita islamico, ad esempio quali pratiche sessuali sono consentite nell'Islam e quali sono vietate. Lo scorso 14 giugno la procura di Essen lo ha rinviato a giudizio con l’accusa di aver picchiato e violentato la moglie. Secondo l'accusa, avrebbe ferito la sua mano nel novembre 2021 con un kubotan, un'arma corta e appuntita che di solito viene utilizzata come «amplificatore di colpi» poi qualche giorno dopo, l'avrebbe soffocata così forte che non è riuscita a respirare per circa un minuto. L’accusa sostiene che nel febbraio 2022 El-Azzazi le abbia penetrato la vagina con la mano contro la volontà della donna. Poi l'ha violentata. Secondo l'accusa, circa due settimane dopo, El-Azzazi avrebbe nuovamente abusato della moglie. Su Instagram, il 27enne aveva precedentemente affermato in uno dei suoi brevi video sulle donne «che sono protette e protette nell’Islam e dei doveri del marito è che quando la picchia, non la colpisca in faccia».
Anche Pierre Vogel, probabilmente l'influencer più noto della scena salafita tedesca, è apparso regolarmente a Braunschweig e sui canali online della Dmg. La Dmg è quindi «uno dei nodi centrali nel collegamento in rete della scena salafita di lingua tedesca», ha annunciato mercoledì il Ministero degli Interni della Bassa Sassonia. La messa al bando dell’associazione secondo ministro degli Interni Daniela Behrens «è un duro colpo per la scena salafita in Bassa Sassonia e oltre e con le misure di divieto priviamo i predicatori salafiti di lingua tedesca delle loro piattaforme più importanti per diffondere la loro ideologia estremista e indeboliamo così seriamente la scena». Mercoledì pomeriggio si sono manifestati gli effetti del divieto anche su Internet: il sito web della Dmg non era più accessibile e il canale Tiktok del club risultava non disponibile. Al contrario, i canali Instagram e YouTube erano inizialmente ancora attivi. Tuttavia, poche ore dopo le perquisizioni domiciliari, la Dmg ha pubblicato un video sul proprio canale YouTube in cui il predicatore Abu Rumaisa spiega il motivo per cui, secondo l'Islam, è proibito giocare a scacchi. Secondo un estratto attuale del registro delle associazioni del tribunale distrettuale di Braunschweig, l'associazione è gestita dal gestore di una società di tutoraggio della regione e da un traduttore qualificato di Braunschweig per il tedesco e l'arabo.
La Dmg dichiara sul suo sito web di prendere le distanze da ogni forma di violenza e da persone e organizzazioni che incitano alla violenza: «Confermiamo inoltre che non invochiamo il terrore, gli attacchi, l'odio, la violenza, i crimini, i misfatti, ecc. e che non consideriamo nulla di simile come Islam. La Dmg rispetta le leggi dello Stato tedesco». Il ministero degli Interni della Bassa Sassonia pensa diversamente: «La Dmg promuove aggressivamente la formazione di società parallele, la disparità di trattamento delle donne, l’idea della superiorità della Sharia e della superiorità dei musulmani, l’intolleranza verso le altre religioni così come l’antisemitismo e l’ostilità verso Israele. La Dmg prepara il terreno per un’ulteriore radicalizzazione e atteggiamenti anticostituzionali tra i suoi seguaci e apre la strada a posizioni jihadiste», scrive il ministero. Il ministro federale degli Interni Nancy Faeser ha accolto con favore il divieto della Dmg: «Le misure sono state strettamente coordinate tra la Bassa Sassonia e il governo federale. Non tolleriamo gruppi che radicalizzano i giovani e creano nuovi islamisti e non tollereremo che i predicatori salafiti diffondano odio contro gli ebrei, contro le donne e contro il nostro stile di vita libero. La scena salafita continua a costituire il fondamento ideologico del jihadismo».
Si susseguono gli attentati e gli arresti in Germania
La messa la bando del network Dmg arriva in un momento nel quale si susseguono le operazioni antiterrorismo come quella avvenuta mercoledì scorso a Esslingen am Neckar, nel Baden-Württemberg dove la Procura federale ha arrestato un presunto membro della milizia terroristica dello Stato islamico (Is).
L'uomo Mahmoud A. si sarebbe unito al gruppo in Iraq al più tardi nel 2016 e avrebbe combattuto per loro, come hanno annunciato giovedì le autorità di Karlsruhe. L’iracheno era pronto a compiere attacchi per conto dell’Isis sin dal suo ingresso in Germania nell’ottobre 2022. Secondo un rapporto della Swr, «l’uomo non aveva ancora né una pianificazione specifica dell’attacco né un obiettivo specifico». L'uomo è stato portato davanti al giudice istruttore della Corte federale di giustizia e da allora è in custodia, come ha riferito la procura federale. Negli ultimi mesi, diverse operazioni di polizia hanno preso di mira ambienti islamisti in Germania e, secondo le autorità, hanno permesso di prevenire attentati. Tre minorenni, tra cui due ragazze, sospettati di preparare un attentato erano stati arrestati ad esempio in Renania Settentrionale-Vestfalia durante il weekend di Pasqua.
Due presunti jihadisti afghani legati all'Isis, sospettati di aver preparato un attentato vicino al Parlamento svedese in risposta ai roghi del Corano, erano stati arrestati in Turingia già il il 19 marzo. L’ultimo attacco terrorististico in ordine di tempo è stato quello dello scorso 31 giugno a Mannheim dove il 25enne Sulaiman A., nato a Herat, in Afghanistan, e residente in Assia a circa 40 chilometri da Mannheim, si è scagliato armato di un lungo coltello, contro un gruppo di persone che partecipavano ad un raduno promosso da Pax Europa, il gruppo anti-islamico che aveva organizzato la manifestazione. Nell’attacco, è morto un agente di polizia e sei persone sono rimaste ferite e tra loro c’era Michael Stürzenberger, membro del comitato consultivo del movimento politico. Sulaiman A. sposato e padre di due figli non era schedato com estremista islamico tuttavia, secondo alcuni vicini di casa nell’ultimo anno era cambiato. Sul computer dell’afghano sono state poi trovate prove che dimostrano la sua radicalizzazione. Gli investigatori avrebbero trovato un account YouTube che era stato riattivato solo di recente.
Sull'account sarebbero stati trovati video del predicatore afghano Ahmad Zahir Aslamiyar, ex comandante talebano ora deceduto. Il predicatore è considerato un martire e in uno dei video invoca la guerra santa contro l'Occidente. La richiesta di asilo di Sulaiman A che si trova ancora piantonato in ospedale, era stata respinta dieci anni fa ma siccome all'epoca era minorenne, gli fu permesso di rimanere in Germania.
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Il ministro dell'Interno della Bassa Sassonia, Daniela Behrens (Spd), ha bandito l'associazione della moschea salafita «Comunità musulmana di lingua tedesca (Dmg)» a Braunschweig. La chiusura dell’associazione e le incursioni della polizia avranno probabilmente un impatto sulla scena salafita in tutto il Paese.La messa la bando del network Dmg arriva in un momento nel quale si susseguono le operazioni antiterrorismo e gli arresti in Germania. Negli ultimi mesi, diverse operazioni di polizia hanno permesso di prevenire attentati.Lo speciale contiene due articoli.Durante il blitz avvenuto mercoledì scorso e proseguito nei giorni successivi, la polizia e il pubblico ministero hanno perquisito le stanze della moschea a Braunschweig e altre proprietà a Gifhorn e a Berlino. La chiusura dell’associazione e le incursioni della polizia avranno probabilmente un impatto sulla scena salafita in Germania ben oltre Braunschweig. La moschea Dmg nella città della Bassa Sassonia non è stata per anni solo un punto d'incontro nazionale per i predicatori salafiti perché attraverso canali nei diversi social media, la Dmg ha garantito la massiccia diffusione nazionale dei contenuti radicali islamici su Internet.Un hub di influencer salafitiDmg ha pubblicato nelle ultime quattro settimane circa 90 video solo sul suo canale Youtube, che attualmente conta più di 83.000 iscritti. Il club è attivo anche su Tiktok e conta più di 35.000 follower. Ci sono anche canali su Instagram e Telegram e un podcast sulla piattaforma musicale Spotify che funziona regolarmente fino dal 2022. Tra i predicatori che animano il podcast c’è il convertito all’islam Marcel Krass da tre decenni attivo nella scena salafita tedesca. La Dmg ha acquisito notorietà soprattutto grazie ai suoi predicatori: alcuni dei più importanti e conosciuti predicatori salafiti e influencer dei social media sono apparsi a Braunschweig, hanno trasmesso live streaming e filmato i loro video online nelle stanze della moschea. Nei locali della moschea ha più volte preso la parola il palestinese Abul Baraa cresciuto in Libano che è stato fino al 2020 l'imam della moschea as-Sahaba di Berlino, anch'essa luogo di incontro salafita. Attraverso la moschea Abul Baraa aveva «legami con leader della scena e in parte con il violento salafismo jihadista», scrisse nel 2022 l’Ufficio per la protezione della Costituzione del Baden-Württemberg a proposito del predicatore.La moschea è stata fondata nel 2010 da Reda Seyam, che tre anni dopo si recò in Siria per unirsi allo Stato islamico e nel «Siraq» divenne uno dei tedeschi di più alto rango all'interno della milizia terroristica. Dalla chiusura della moschea as-Sahaba, Abul Baraa predica principalmente sul web dove conta su migliaia di seguaci sui social media. Un altro predicatore che era ospite fisso della moschea di Braunschweig è Ibrahim El-Azzazi, 27 anni, cittadino tedesco di origini egiziane che indossa sempre una lunga veste, la kefiah avvolta intorno alla testa e porta la lunga barba dei salafiti. Lo «Sheikh Ibrahim», come lui stesso si definisce, è diventato una sorta di star di Tiktok negli ultimi anni tanto che è seguito da più di 100.000 utenti. Qui e su Youtube risponde regolarmente alle domande dei giovani spettatori sullo stile di vita islamico, ad esempio quali pratiche sessuali sono consentite nell'Islam e quali sono vietate. Lo scorso 14 giugno la procura di Essen lo ha rinviato a giudizio con l’accusa di aver picchiato e violentato la moglie. Secondo l'accusa, avrebbe ferito la sua mano nel novembre 2021 con un kubotan, un'arma corta e appuntita che di solito viene utilizzata come «amplificatore di colpi» poi qualche giorno dopo, l'avrebbe soffocata così forte che non è riuscita a respirare per circa un minuto. L’accusa sostiene che nel febbraio 2022 El-Azzazi le abbia penetrato la vagina con la mano contro la volontà della donna. Poi l'ha violentata. Secondo l'accusa, circa due settimane dopo, El-Azzazi avrebbe nuovamente abusato della moglie. Su Instagram, il 27enne aveva precedentemente affermato in uno dei suoi brevi video sulle donne «che sono protette e protette nell’Islam e dei doveri del marito è che quando la picchia, non la colpisca in faccia».Anche Pierre Vogel, probabilmente l'influencer più noto della scena salafita tedesca, è apparso regolarmente a Braunschweig e sui canali online della Dmg. La Dmg è quindi «uno dei nodi centrali nel collegamento in rete della scena salafita di lingua tedesca», ha annunciato mercoledì il Ministero degli Interni della Bassa Sassonia. La messa al bando dell’associazione secondo ministro degli Interni Daniela Behrens «è un duro colpo per la scena salafita in Bassa Sassonia e oltre e con le misure di divieto priviamo i predicatori salafiti di lingua tedesca delle loro piattaforme più importanti per diffondere la loro ideologia estremista e indeboliamo così seriamente la scena». Mercoledì pomeriggio si sono manifestati gli effetti del divieto anche su Internet: il sito web della Dmg non era più accessibile e il canale Tiktok del club risultava non disponibile. Al contrario, i canali Instagram e YouTube erano inizialmente ancora attivi. Tuttavia, poche ore dopo le perquisizioni domiciliari, la Dmg ha pubblicato un video sul proprio canale YouTube in cui il predicatore Abu Rumaisa spiega il motivo per cui, secondo l'Islam, è proibito giocare a scacchi. Secondo un estratto attuale del registro delle associazioni del tribunale distrettuale di Braunschweig, l'associazione è gestita dal gestore di una società di tutoraggio della regione e da un traduttore qualificato di Braunschweig per il tedesco e l'arabo.La Dmg dichiara sul suo sito web di prendere le distanze da ogni forma di violenza e da persone e organizzazioni che incitano alla violenza: «Confermiamo inoltre che non invochiamo il terrore, gli attacchi, l'odio, la violenza, i crimini, i misfatti, ecc. e che non consideriamo nulla di simile come Islam. La Dmg rispetta le leggi dello Stato tedesco». Il ministero degli Interni della Bassa Sassonia pensa diversamente: «La Dmg promuove aggressivamente la formazione di società parallele, la disparità di trattamento delle donne, l’idea della superiorità della Sharia e della superiorità dei musulmani, l’intolleranza verso le altre religioni così come l’antisemitismo e l’ostilità verso Israele. La Dmg prepara il terreno per un’ulteriore radicalizzazione e atteggiamenti anticostituzionali tra i suoi seguaci e apre la strada a posizioni jihadiste», scrive il ministero. Il ministro federale degli Interni Nancy Faeser ha accolto con favore il divieto della Dmg: «Le misure sono state strettamente coordinate tra la Bassa Sassonia e il governo federale. Non tolleriamo gruppi che radicalizzano i giovani e creano nuovi islamisti e non tollereremo che i predicatori salafiti diffondano odio contro gli ebrei, contro le donne e contro il nostro stile di vita libero. La scena salafita continua a costituire il fondamento ideologico del jihadismo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-comincia-vietare-moschee-2668591740.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-susseguono-gli-attentati-e-gli-arresti-in-germania" data-post-id="2668591740" data-published-at="1719230094" data-use-pagination="False"> Si susseguono gli attentati e gli arresti in Germania La messa la bando del network Dmg arriva in un momento nel quale si susseguono le operazioni antiterrorismo come quella avvenuta mercoledì scorso a Esslingen am Neckar, nel Baden-Württemberg dove la Procura federale ha arrestato un presunto membro della milizia terroristica dello Stato islamico (Is).L'uomo Mahmoud A. si sarebbe unito al gruppo in Iraq al più tardi nel 2016 e avrebbe combattuto per loro, come hanno annunciato giovedì le autorità di Karlsruhe. L’iracheno era pronto a compiere attacchi per conto dell’Isis sin dal suo ingresso in Germania nell’ottobre 2022. Secondo un rapporto della Swr, «l’uomo non aveva ancora né una pianificazione specifica dell’attacco né un obiettivo specifico». L'uomo è stato portato davanti al giudice istruttore della Corte federale di giustizia e da allora è in custodia, come ha riferito la procura federale. Negli ultimi mesi, diverse operazioni di polizia hanno preso di mira ambienti islamisti in Germania e, secondo le autorità, hanno permesso di prevenire attentati. Tre minorenni, tra cui due ragazze, sospettati di preparare un attentato erano stati arrestati ad esempio in Renania Settentrionale-Vestfalia durante il weekend di Pasqua.Due presunti jihadisti afghani legati all'Isis, sospettati di aver preparato un attentato vicino al Parlamento svedese in risposta ai roghi del Corano, erano stati arrestati in Turingia già il il 19 marzo. L’ultimo attacco terrorististico in ordine di tempo è stato quello dello scorso 31 giugno a Mannheim dove il 25enne Sulaiman A., nato a Herat, in Afghanistan, e residente in Assia a circa 40 chilometri da Mannheim, si è scagliato armato di un lungo coltello, contro un gruppo di persone che partecipavano ad un raduno promosso da Pax Europa, il gruppo anti-islamico che aveva organizzato la manifestazione. Nell’attacco, è morto un agente di polizia e sei persone sono rimaste ferite e tra loro c’era Michael Stürzenberger, membro del comitato consultivo del movimento politico. Sulaiman A. sposato e padre di due figli non era schedato com estremista islamico tuttavia, secondo alcuni vicini di casa nell’ultimo anno era cambiato. Sul computer dell’afghano sono state poi trovate prove che dimostrano la sua radicalizzazione. Gli investigatori avrebbero trovato un account YouTube che era stato riattivato solo di recente.Sull'account sarebbero stati trovati video del predicatore afghano Ahmad Zahir Aslamiyar, ex comandante talebano ora deceduto. Il predicatore è considerato un martire e in uno dei video invoca la guerra santa contro l'Occidente. La richiesta di asilo di Sulaiman A che si trova ancora piantonato in ospedale, era stata respinta dieci anni fa ma siccome all'epoca era minorenne, gli fu permesso di rimanere in Germania.
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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