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2024-06-24
La Germania comincia a vietare le moschee
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Gli agenti di polizia hanno perquisito i locali della Comunità musulmana di lingua tedesca (Dmg) a Braunschweig (Getty Images)
Durante il blitz avvenuto mercoledì scorso e proseguito nei giorni successivi, la polizia e il pubblico ministero hanno perquisito le stanze della moschea a Braunschweig e altre proprietà a Gifhorn e a Berlino. La chiusura dell’associazione e le incursioni della polizia avranno probabilmente un impatto sulla scena salafita in Germania ben oltre Braunschweig. La moschea Dmg nella città della Bassa Sassonia non è stata per anni solo un punto d'incontro nazionale per i predicatori salafiti perché attraverso canali nei diversi social media, la Dmg ha garantito la massiccia diffusione nazionale dei contenuti radicali islamici su Internet.
Un hub di influencer salafiti
Dmg ha pubblicato nelle ultime quattro settimane circa 90 video solo sul suo canale Youtube, che attualmente conta più di 83.000 iscritti. Il club è attivo anche su Tiktok e conta più di 35.000 follower. Ci sono anche canali su Instagram e Telegram e un podcast sulla piattaforma musicale Spotify che funziona regolarmente fino dal 2022. Tra i predicatori che animano il podcast c’è il convertito all’islam Marcel Krass da tre decenni attivo nella scena salafita tedesca.
La Dmg ha acquisito notorietà soprattutto grazie ai suoi predicatori: alcuni dei più importanti e conosciuti predicatori salafiti e influencer dei social media sono apparsi a Braunschweig, hanno trasmesso live streaming e filmato i loro video online nelle stanze della moschea. Nei locali della moschea ha più volte preso la parola il palestinese Abul Baraa cresciuto in Libano che è stato fino al 2020 l'imam della moschea as-Sahaba di Berlino, anch'essa luogo di incontro salafita. Attraverso la moschea Abul Baraa aveva «legami con leader della scena e in parte con il violento salafismo jihadista», scrisse nel 2022 l’Ufficio per la protezione della Costituzione del Baden-Württemberg a proposito del predicatore.
La moschea è stata fondata nel 2010 da Reda Seyam, che tre anni dopo si recò in Siria per unirsi allo Stato islamico e nel «Siraq» divenne uno dei tedeschi di più alto rango all'interno della milizia terroristica. Dalla chiusura della moschea as-Sahaba, Abul Baraa predica principalmente sul web dove conta su migliaia di seguaci sui social media. Un altro predicatore che era ospite fisso della moschea di Braunschweig è Ibrahim El-Azzazi, 27 anni, cittadino tedesco di origini egiziane che indossa sempre una lunga veste, la kefiah avvolta intorno alla testa e porta la lunga barba dei salafiti. Lo «Sheikh Ibrahim», come lui stesso si definisce, è diventato una sorta di star di Tiktok negli ultimi anni tanto che è seguito da più di 100.000 utenti. Qui e su Youtube risponde regolarmente alle domande dei giovani spettatori sullo stile di vita islamico, ad esempio quali pratiche sessuali sono consentite nell'Islam e quali sono vietate. Lo scorso 14 giugno la procura di Essen lo ha rinviato a giudizio con l’accusa di aver picchiato e violentato la moglie. Secondo l'accusa, avrebbe ferito la sua mano nel novembre 2021 con un kubotan, un'arma corta e appuntita che di solito viene utilizzata come «amplificatore di colpi» poi qualche giorno dopo, l'avrebbe soffocata così forte che non è riuscita a respirare per circa un minuto. L’accusa sostiene che nel febbraio 2022 El-Azzazi le abbia penetrato la vagina con la mano contro la volontà della donna. Poi l'ha violentata. Secondo l'accusa, circa due settimane dopo, El-Azzazi avrebbe nuovamente abusato della moglie. Su Instagram, il 27enne aveva precedentemente affermato in uno dei suoi brevi video sulle donne «che sono protette e protette nell’Islam e dei doveri del marito è che quando la picchia, non la colpisca in faccia».
Anche Pierre Vogel, probabilmente l'influencer più noto della scena salafita tedesca, è apparso regolarmente a Braunschweig e sui canali online della Dmg. La Dmg è quindi «uno dei nodi centrali nel collegamento in rete della scena salafita di lingua tedesca», ha annunciato mercoledì il Ministero degli Interni della Bassa Sassonia. La messa al bando dell’associazione secondo ministro degli Interni Daniela Behrens «è un duro colpo per la scena salafita in Bassa Sassonia e oltre e con le misure di divieto priviamo i predicatori salafiti di lingua tedesca delle loro piattaforme più importanti per diffondere la loro ideologia estremista e indeboliamo così seriamente la scena». Mercoledì pomeriggio si sono manifestati gli effetti del divieto anche su Internet: il sito web della Dmg non era più accessibile e il canale Tiktok del club risultava non disponibile. Al contrario, i canali Instagram e YouTube erano inizialmente ancora attivi. Tuttavia, poche ore dopo le perquisizioni domiciliari, la Dmg ha pubblicato un video sul proprio canale YouTube in cui il predicatore Abu Rumaisa spiega il motivo per cui, secondo l'Islam, è proibito giocare a scacchi. Secondo un estratto attuale del registro delle associazioni del tribunale distrettuale di Braunschweig, l'associazione è gestita dal gestore di una società di tutoraggio della regione e da un traduttore qualificato di Braunschweig per il tedesco e l'arabo.
La Dmg dichiara sul suo sito web di prendere le distanze da ogni forma di violenza e da persone e organizzazioni che incitano alla violenza: «Confermiamo inoltre che non invochiamo il terrore, gli attacchi, l'odio, la violenza, i crimini, i misfatti, ecc. e che non consideriamo nulla di simile come Islam. La Dmg rispetta le leggi dello Stato tedesco». Il ministero degli Interni della Bassa Sassonia pensa diversamente: «La Dmg promuove aggressivamente la formazione di società parallele, la disparità di trattamento delle donne, l’idea della superiorità della Sharia e della superiorità dei musulmani, l’intolleranza verso le altre religioni così come l’antisemitismo e l’ostilità verso Israele. La Dmg prepara il terreno per un’ulteriore radicalizzazione e atteggiamenti anticostituzionali tra i suoi seguaci e apre la strada a posizioni jihadiste», scrive il ministero. Il ministro federale degli Interni Nancy Faeser ha accolto con favore il divieto della Dmg: «Le misure sono state strettamente coordinate tra la Bassa Sassonia e il governo federale. Non tolleriamo gruppi che radicalizzano i giovani e creano nuovi islamisti e non tollereremo che i predicatori salafiti diffondano odio contro gli ebrei, contro le donne e contro il nostro stile di vita libero. La scena salafita continua a costituire il fondamento ideologico del jihadismo».
Si susseguono gli attentati e gli arresti in Germania
La messa la bando del network Dmg arriva in un momento nel quale si susseguono le operazioni antiterrorismo come quella avvenuta mercoledì scorso a Esslingen am Neckar, nel Baden-Württemberg dove la Procura federale ha arrestato un presunto membro della milizia terroristica dello Stato islamico (Is).
L'uomo Mahmoud A. si sarebbe unito al gruppo in Iraq al più tardi nel 2016 e avrebbe combattuto per loro, come hanno annunciato giovedì le autorità di Karlsruhe. L’iracheno era pronto a compiere attacchi per conto dell’Isis sin dal suo ingresso in Germania nell’ottobre 2022. Secondo un rapporto della Swr, «l’uomo non aveva ancora né una pianificazione specifica dell’attacco né un obiettivo specifico». L'uomo è stato portato davanti al giudice istruttore della Corte federale di giustizia e da allora è in custodia, come ha riferito la procura federale. Negli ultimi mesi, diverse operazioni di polizia hanno preso di mira ambienti islamisti in Germania e, secondo le autorità, hanno permesso di prevenire attentati. Tre minorenni, tra cui due ragazze, sospettati di preparare un attentato erano stati arrestati ad esempio in Renania Settentrionale-Vestfalia durante il weekend di Pasqua.
Due presunti jihadisti afghani legati all'Isis, sospettati di aver preparato un attentato vicino al Parlamento svedese in risposta ai roghi del Corano, erano stati arrestati in Turingia già il il 19 marzo. L’ultimo attacco terrorististico in ordine di tempo è stato quello dello scorso 31 giugno a Mannheim dove il 25enne Sulaiman A., nato a Herat, in Afghanistan, e residente in Assia a circa 40 chilometri da Mannheim, si è scagliato armato di un lungo coltello, contro un gruppo di persone che partecipavano ad un raduno promosso da Pax Europa, il gruppo anti-islamico che aveva organizzato la manifestazione. Nell’attacco, è morto un agente di polizia e sei persone sono rimaste ferite e tra loro c’era Michael Stürzenberger, membro del comitato consultivo del movimento politico. Sulaiman A. sposato e padre di due figli non era schedato com estremista islamico tuttavia, secondo alcuni vicini di casa nell’ultimo anno era cambiato. Sul computer dell’afghano sono state poi trovate prove che dimostrano la sua radicalizzazione. Gli investigatori avrebbero trovato un account YouTube che era stato riattivato solo di recente.
Sull'account sarebbero stati trovati video del predicatore afghano Ahmad Zahir Aslamiyar, ex comandante talebano ora deceduto. Il predicatore è considerato un martire e in uno dei video invoca la guerra santa contro l'Occidente. La richiesta di asilo di Sulaiman A che si trova ancora piantonato in ospedale, era stata respinta dieci anni fa ma siccome all'epoca era minorenne, gli fu permesso di rimanere in Germania.
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Il ministro dell'Interno della Bassa Sassonia, Daniela Behrens (Spd), ha bandito l'associazione della moschea salafita «Comunità musulmana di lingua tedesca (Dmg)» a Braunschweig. La chiusura dell’associazione e le incursioni della polizia avranno probabilmente un impatto sulla scena salafita in tutto il Paese.La messa la bando del network Dmg arriva in un momento nel quale si susseguono le operazioni antiterrorismo e gli arresti in Germania. Negli ultimi mesi, diverse operazioni di polizia hanno permesso di prevenire attentati.Lo speciale contiene due articoli.Durante il blitz avvenuto mercoledì scorso e proseguito nei giorni successivi, la polizia e il pubblico ministero hanno perquisito le stanze della moschea a Braunschweig e altre proprietà a Gifhorn e a Berlino. La chiusura dell’associazione e le incursioni della polizia avranno probabilmente un impatto sulla scena salafita in Germania ben oltre Braunschweig. La moschea Dmg nella città della Bassa Sassonia non è stata per anni solo un punto d'incontro nazionale per i predicatori salafiti perché attraverso canali nei diversi social media, la Dmg ha garantito la massiccia diffusione nazionale dei contenuti radicali islamici su Internet.Un hub di influencer salafitiDmg ha pubblicato nelle ultime quattro settimane circa 90 video solo sul suo canale Youtube, che attualmente conta più di 83.000 iscritti. Il club è attivo anche su Tiktok e conta più di 35.000 follower. Ci sono anche canali su Instagram e Telegram e un podcast sulla piattaforma musicale Spotify che funziona regolarmente fino dal 2022. Tra i predicatori che animano il podcast c’è il convertito all’islam Marcel Krass da tre decenni attivo nella scena salafita tedesca. La Dmg ha acquisito notorietà soprattutto grazie ai suoi predicatori: alcuni dei più importanti e conosciuti predicatori salafiti e influencer dei social media sono apparsi a Braunschweig, hanno trasmesso live streaming e filmato i loro video online nelle stanze della moschea. Nei locali della moschea ha più volte preso la parola il palestinese Abul Baraa cresciuto in Libano che è stato fino al 2020 l'imam della moschea as-Sahaba di Berlino, anch'essa luogo di incontro salafita. Attraverso la moschea Abul Baraa aveva «legami con leader della scena e in parte con il violento salafismo jihadista», scrisse nel 2022 l’Ufficio per la protezione della Costituzione del Baden-Württemberg a proposito del predicatore.La moschea è stata fondata nel 2010 da Reda Seyam, che tre anni dopo si recò in Siria per unirsi allo Stato islamico e nel «Siraq» divenne uno dei tedeschi di più alto rango all'interno della milizia terroristica. Dalla chiusura della moschea as-Sahaba, Abul Baraa predica principalmente sul web dove conta su migliaia di seguaci sui social media. Un altro predicatore che era ospite fisso della moschea di Braunschweig è Ibrahim El-Azzazi, 27 anni, cittadino tedesco di origini egiziane che indossa sempre una lunga veste, la kefiah avvolta intorno alla testa e porta la lunga barba dei salafiti. Lo «Sheikh Ibrahim», come lui stesso si definisce, è diventato una sorta di star di Tiktok negli ultimi anni tanto che è seguito da più di 100.000 utenti. Qui e su Youtube risponde regolarmente alle domande dei giovani spettatori sullo stile di vita islamico, ad esempio quali pratiche sessuali sono consentite nell'Islam e quali sono vietate. Lo scorso 14 giugno la procura di Essen lo ha rinviato a giudizio con l’accusa di aver picchiato e violentato la moglie. Secondo l'accusa, avrebbe ferito la sua mano nel novembre 2021 con un kubotan, un'arma corta e appuntita che di solito viene utilizzata come «amplificatore di colpi» poi qualche giorno dopo, l'avrebbe soffocata così forte che non è riuscita a respirare per circa un minuto. L’accusa sostiene che nel febbraio 2022 El-Azzazi le abbia penetrato la vagina con la mano contro la volontà della donna. Poi l'ha violentata. Secondo l'accusa, circa due settimane dopo, El-Azzazi avrebbe nuovamente abusato della moglie. Su Instagram, il 27enne aveva precedentemente affermato in uno dei suoi brevi video sulle donne «che sono protette e protette nell’Islam e dei doveri del marito è che quando la picchia, non la colpisca in faccia».Anche Pierre Vogel, probabilmente l'influencer più noto della scena salafita tedesca, è apparso regolarmente a Braunschweig e sui canali online della Dmg. La Dmg è quindi «uno dei nodi centrali nel collegamento in rete della scena salafita di lingua tedesca», ha annunciato mercoledì il Ministero degli Interni della Bassa Sassonia. La messa al bando dell’associazione secondo ministro degli Interni Daniela Behrens «è un duro colpo per la scena salafita in Bassa Sassonia e oltre e con le misure di divieto priviamo i predicatori salafiti di lingua tedesca delle loro piattaforme più importanti per diffondere la loro ideologia estremista e indeboliamo così seriamente la scena». Mercoledì pomeriggio si sono manifestati gli effetti del divieto anche su Internet: il sito web della Dmg non era più accessibile e il canale Tiktok del club risultava non disponibile. Al contrario, i canali Instagram e YouTube erano inizialmente ancora attivi. Tuttavia, poche ore dopo le perquisizioni domiciliari, la Dmg ha pubblicato un video sul proprio canale YouTube in cui il predicatore Abu Rumaisa spiega il motivo per cui, secondo l'Islam, è proibito giocare a scacchi. Secondo un estratto attuale del registro delle associazioni del tribunale distrettuale di Braunschweig, l'associazione è gestita dal gestore di una società di tutoraggio della regione e da un traduttore qualificato di Braunschweig per il tedesco e l'arabo.La Dmg dichiara sul suo sito web di prendere le distanze da ogni forma di violenza e da persone e organizzazioni che incitano alla violenza: «Confermiamo inoltre che non invochiamo il terrore, gli attacchi, l'odio, la violenza, i crimini, i misfatti, ecc. e che non consideriamo nulla di simile come Islam. La Dmg rispetta le leggi dello Stato tedesco». Il ministero degli Interni della Bassa Sassonia pensa diversamente: «La Dmg promuove aggressivamente la formazione di società parallele, la disparità di trattamento delle donne, l’idea della superiorità della Sharia e della superiorità dei musulmani, l’intolleranza verso le altre religioni così come l’antisemitismo e l’ostilità verso Israele. La Dmg prepara il terreno per un’ulteriore radicalizzazione e atteggiamenti anticostituzionali tra i suoi seguaci e apre la strada a posizioni jihadiste», scrive il ministero. Il ministro federale degli Interni Nancy Faeser ha accolto con favore il divieto della Dmg: «Le misure sono state strettamente coordinate tra la Bassa Sassonia e il governo federale. Non tolleriamo gruppi che radicalizzano i giovani e creano nuovi islamisti e non tollereremo che i predicatori salafiti diffondano odio contro gli ebrei, contro le donne e contro il nostro stile di vita libero. La scena salafita continua a costituire il fondamento ideologico del jihadismo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-comincia-vietare-moschee-2668591740.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-susseguono-gli-attentati-e-gli-arresti-in-germania" data-post-id="2668591740" data-published-at="1719230094" data-use-pagination="False"> Si susseguono gli attentati e gli arresti in Germania La messa la bando del network Dmg arriva in un momento nel quale si susseguono le operazioni antiterrorismo come quella avvenuta mercoledì scorso a Esslingen am Neckar, nel Baden-Württemberg dove la Procura federale ha arrestato un presunto membro della milizia terroristica dello Stato islamico (Is).L'uomo Mahmoud A. si sarebbe unito al gruppo in Iraq al più tardi nel 2016 e avrebbe combattuto per loro, come hanno annunciato giovedì le autorità di Karlsruhe. L’iracheno era pronto a compiere attacchi per conto dell’Isis sin dal suo ingresso in Germania nell’ottobre 2022. Secondo un rapporto della Swr, «l’uomo non aveva ancora né una pianificazione specifica dell’attacco né un obiettivo specifico». L'uomo è stato portato davanti al giudice istruttore della Corte federale di giustizia e da allora è in custodia, come ha riferito la procura federale. Negli ultimi mesi, diverse operazioni di polizia hanno preso di mira ambienti islamisti in Germania e, secondo le autorità, hanno permesso di prevenire attentati. Tre minorenni, tra cui due ragazze, sospettati di preparare un attentato erano stati arrestati ad esempio in Renania Settentrionale-Vestfalia durante il weekend di Pasqua.Due presunti jihadisti afghani legati all'Isis, sospettati di aver preparato un attentato vicino al Parlamento svedese in risposta ai roghi del Corano, erano stati arrestati in Turingia già il il 19 marzo. L’ultimo attacco terrorististico in ordine di tempo è stato quello dello scorso 31 giugno a Mannheim dove il 25enne Sulaiman A., nato a Herat, in Afghanistan, e residente in Assia a circa 40 chilometri da Mannheim, si è scagliato armato di un lungo coltello, contro un gruppo di persone che partecipavano ad un raduno promosso da Pax Europa, il gruppo anti-islamico che aveva organizzato la manifestazione. Nell’attacco, è morto un agente di polizia e sei persone sono rimaste ferite e tra loro c’era Michael Stürzenberger, membro del comitato consultivo del movimento politico. Sulaiman A. sposato e padre di due figli non era schedato com estremista islamico tuttavia, secondo alcuni vicini di casa nell’ultimo anno era cambiato. Sul computer dell’afghano sono state poi trovate prove che dimostrano la sua radicalizzazione. Gli investigatori avrebbero trovato un account YouTube che era stato riattivato solo di recente.Sull'account sarebbero stati trovati video del predicatore afghano Ahmad Zahir Aslamiyar, ex comandante talebano ora deceduto. Il predicatore è considerato un martire e in uno dei video invoca la guerra santa contro l'Occidente. La richiesta di asilo di Sulaiman A che si trova ancora piantonato in ospedale, era stata respinta dieci anni fa ma siccome all'epoca era minorenne, gli fu permesso di rimanere in Germania.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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