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2021-04-24
Ricordiamo l'anniversario del genocidio armeno e le vittime della guerra con l'Azerbaigian
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Il 24 aprile 1915 è considerata - a livello convenzionale - la data di inizio del genocidio: quel giorno, la cosiddetta «domenica rossa», si verificarono infatti gli arresti e le deportazioni di numerosi notabili e intellettuali armeni.
«Nei 106 anni dal genocidio armeno, la comunità internazionale ha costruito basi e strutture istituzionali per riunire le nazioni per lavorare contro la discriminazione, l'esclusione, la violazione persistente dei diritti umani e delle libertà con la promessa di un 'mai più'», ha dichiarato l'ambasciatrice della Repubblica d'Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan. «Come nazione sopravvissuta al genocidio», ha proseguito, «l'Armenia ha avviato un processo per aumentare il livello della cooperazione internazionale, sforzi internazionali per rafforzare il concetto di prevenzione contro le atrocità di massa attraverso l'avvio di risoluzioni tematiche sulla prevenzione del genocidio».
Per celebrare la commemorazione, l'Armenian General Benevolent Union (Agbu) di Milano organizzerà oggi, alle 12, un flashmob della durata di un'ora in piazza Duomo (angolo via Marconi). «Noi Armeni di Milano, discendenti diretti delle vittime di quel barbaro crimine contro l'umanità, non ci stancheremo mai di urlare al mondo intero l'ingiustizia subita dal nostro popolo. La Turchia moderna continua sfacciatamente ad essere complice dell'Impero Ottomano, sprezzante del diritto internazionale e certa che lo sguardo distratto dell'Occidente continuerà ad essere indulgente: dobbiamo alzare la voce affinché ciò non accada più da nessuna parte del mondo», si legge in un comunicato dell'Agbu di Milano. L'evento sarà seguito da una preghiera organizzata dalla Chiesa Armena Apostolica di Milano in piazza Sant'Ambrogio alle 16.
La Turchia si è finora seccamente rifiutata di ammettere il genocidio, sostenendo che non vi siano state uccisioni sistematiche e mettendo in dubbio il numero delle vittime. Inoltre, Ankara afferma che le deportazioni armene fossero dettate da ragioni legate alla sicurezza nazionale. Sono tuttavia numerose le nazioni che, nel corso del tempo, hanno identificato quelle atrocità come un genocidio. Nel 2015, Papa Francesco, riprendendo la posizione che fu già di Giovanni Paolo II, lo definì «il primo genocidio del XX secolo». «Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi», dichiarò. Una posizione che suscitò la forte irritazione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Nel 2019, il Congresso degli Stati Uniti ha, dal canto suo, approvato (a schiacciante maggioranza) delle risoluzioni per riconoscere il genocidio, innescando - anche in quel caso - le dure reazioni di Ankara. Attualmente sono trenta i Paesi ad aver riconosciuto il genocidio, tra cui Italia, Francia, Germania, Russia e gran parte del Sudamerica. Anche il Parlamento europeo, nel 2015, ha effettuato il riconoscimento.
Sembrerebbe inoltre che un'importante svolta stia arrivando anche dalla Casa Bianca. Alcuni giorni fa, un gruppo bipartisan di deputati statunitensi ha inviato una lettera a Joe Biden, esortandolo a riconoscere formalmente il genocidio: secondo quanto riferito da New York Times, Wall Street Journal e The Guardian, è probabile che l'attuale presidente americano scelga di prendere apertamente e formalmente posizione in tal senso proprio nella giornata di oggi. Si tratterebbe di un riconoscimento ufficiale da parte di un presidente in carica, anche se alcuni predecessori avevano già assunto delle posizioni piuttosto dure: Ronald Reagan, in un discorso del 1981, aveva fatto esplicito riferimento al «genocidio degli armeni», mentre Donald Trump aveva parlato nel 2019 di «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo». In tutto questo, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha già lanciato un avvertimento all'amministrazione Biden, sottolineando che un eventuale riconoscimento danneggerebbe le relazioni tra Washington e Ankara. Una voce critica, sulla questione, si è levata anche dall'ambasciata dell'Azerbaigian negli Stati Uniti.
Frattanto, come riportato dalla Catholic News Agency, la Conferenza episcopale statunitense si è già espressa con chiarezza, in un comunicato emesso lunedì scorso. «Il 24 aprile è il giorno della memoria del genocidio armeno, che segna l'inizio nel 1915 di una campagna che ha provocato la morte di ben 1,2 milioni di cristiani armeni - vittime di sparatorie di massa, marce della morte in campi lontani, torture, aggressioni, fame e malattie».
La commemorazione di quest'anno risulterà in un certo senso particolare, perché avviene a pochi mesi dal recente conflitto in Nagorno-Karabakh, dove - lo scorso autunno - l'Azerbaigian è riuscito a portare avanti un deciso avanzamento territoriale ai danni degli armeni, anche grazie al fondamentale appoggio fornito dalla Turchia: una Turchia che, oltre ad arginare Erevan dal punto di vista geopolitico, mira a rafforzare la propria influenza sul Caucaso meridionale e sull'Asia centrale. Una Turchia che sta, tra l'altro, rinsaldando sempre più i propri legami con Baku. È esattamente in questo contesto che gli armeni nel Nagorno-Karabakh stanno da mesi denunciando forme di danneggiamento e rimozione del proprio patrimonio culturale nella regione ad opera delle forze azere.
Il reportage sulle famiglie colpite dalla guerra in Artsakh
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Al di là delle turbolenze geopolitiche che sta provocando, il recente conflitto del Nagorno-Karabakh ha anche avuto un peso drammatico su numerose famiglie armene. Famiglie che si sono ritrovate attanagliate dalla guerra e che, in molti casi, hanno visto morire alcuni dei propri cari. Di questo specifico problema si è occupata la segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia e Presidente di Agbu Milano, <strong>Gayané </strong><strong>Khodaveerdi</strong>, che si è recentemente recata sul posto per parlare e aiutare le famiglie in lutto. Intervistata da <em>La Verit</em><em>à</em>, ha spiegato nel dettaglio la situazione e la propria attività di ricerca.
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«Mi sono recata in Armenia», ha dichiarato, «sia per motivi personali che umanitari. Mi era stato dato il compito di trovare il modo migliore per aiutare le famiglie colpite dalla guerra in Artsakh (Nagorno Karabakh) con i fondi raccolti con l'associazione Unione degli Armeni d'Italia. Per trovare le famiglie in condizioni più bisognose mi sono rivolta ad una psicologa armena, appartenente alla diaspora londinese, che trent'anni fa ha aperto il primo centro di psicologia in Armenia. Questa professionista, nonostante sia attualmente in pensione, svolge un lavoro di volontariato in assistenza alle famiglie colpite dalla guerra che hanno subito un lutto o che hanno famigliari gravemente feriti». «Questa donna dall'incredibile energia», ha proseguito, «mi ha fornito una lista di famiglie da aiutare, attualmente assistite psicologicamente da lei e dal suo team. Ho individuato le famiglie che si trovavano nelle situazioni più difficili. Ho visitato queste famiglie nell'arco di varie giornate, dato che ogni visita implicava un grande sforzo emotivo vista la gravità della situazione, e oltretutto le famiglie che ho visitato non vivevano tutte nella stessa zona. Ho voluto dare a ogni testimonianza il suo giusto tempo dato che la mia volontà era quella di ascoltare i racconti drammatici nella maniera più rispettosa e profonda possibile».
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Un vissuto che, secondo <strong>Gayané Khodaveerdi</strong>, «si è rivelato particolarmente doloroso e toccante. È stata un'esperienza molto drammatica», ha raccontato a <em>La Verit</em><em>à</em>, «perché entrando nella storia di ciascuna famiglia si riesce a vivere sulla propria pelle la tragicità di ogni storia. La maggior parte dei caduti è costituita da ragazzi giovanissimi, privi di barba, costretti a combattere in questa guerra atroce senza aver neanche iniziato l'università. Ogni testimonianza era profondamente toccante : alcune madri, pur nel dolore, riuscivano a esternare fierezza per il contributo eroico dei loro figli, altre erano invece completamente devastate e prive di lucidità», ha aggiunto.
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In tutto questo, non va poi trascurato lo spinoso problema dei prigionieri armeni attualmente in mano degli azeri. Una situazione particolarmente controversa. «Purtroppo», ha dichiarato la segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni in Italia, «i prigionieri sono ancora circa duecento. L'Azerbaigian non li vuole rilasciare , malgrado i numerosi interventi di istituzioni internazionali. Nonostante gli svariati appelli e le innumerevoli manifestazioni degli armeni della diaspora, la situazione è rimasta invariata. Tanti di questi prigionieri sono stati catturati anche dopo la fine della guerra». La tesi degli azeri è che questi prigionieri siano collegati ad attività terroristiche. In tal senso, l'ambasciatore dell'Azerbaigian in Italia, <strong>Mammad Ahmadzada</strong>, ha recentemente dichiarato: «Il governo dell'Armenia ha tentato di confondere il contesto in cui sono stati effettuati nuovi arresti. Dopo la fine del conflitto, l'Armenia ha inviato nel territorio dell'Azerbaigian un gruppo di sabotaggio con l'obiettivo di commettere atti di terrorismo. Tale gruppo si è reso colpevole dell'uccisione di civili e militari azerbaigiani. I membri di tale gruppo sono stati catturati e sono attualmente detenuti in Azerbaigian». Una posizione, questa, che è tuttavia stata nettamente respinta dalle autorità armene. «L'accusa di terrorismo è assolutamente infondata. La parte armena non è mai stata associata ad alcun atto terroristico. Anzi, sono stati gli azeri ad aver utilizzato terroristi jihadisti all'interno del loro esercito durante la guerra . La parte armena non ha alcun legame con il terrorismo. E' un'accusa priva di fondamenta», ha detto a <em>La Verit</em><em>à</em>.
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La segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia si è poi concentrata sulla questione del patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh. «Purtroppo, per quanto riguarda il patrimonio culturale e religioso, stanno continuando a voler cancellare ogni traccia armena dalle zone che adesso sono in mano azera. Come è stato già testimoniato dalla Bbc con fotografie e filmati che non lasciano spazio a dubbi», ha aggiunto, «si è già verificata la totale sparizione di una chiesa e il grave danneggiamento di monumenti avvenuto dopo la fine della guerra. Da parte azera viene detto che questi edifici sono scomparsi durante il conflitto, ma le immagini raccolte dai giornalisti provano assolutamente il contrario». Recentemente <em>Radio Free Europe</em> ha pubblicato un articolo in cui si esprime preoccupazione per la sorte della chiesa medievale di Vankasar vicino alla quale le immagini satellitari raccolte da Caucasus Heritage Watch hanno identificato attività sospette. «L'ultima fase del genocidio è la negazione dell'esistenza stessa della popolazione armena su quei territori e quindi la distruzione di ogni loro traccia, senza curarsi del valore storico e culturale dei monumenti», ha concluso.
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Infine, <strong>Gayané Khodaveerdi</strong> ha formulato una considerazione geopolitica, sottolineando lo stretto legame che unisce l'Armenia alla Russia. «L'appoggio della Russia è sempre stato storicamente fondamentale per l'Armenia, questo è un dato di fatto», ha affermato. «L'Armenia ha bisogno dell'appoggio della Russia , di quello della vicina Europa e in generale della comunità internazionale, che dovrebbero apertamente intervenire per sancire la violazione delle norme internazionali riguardanti i prigionieri armeni e la distruzione del patrimonio culturale armeno», ha concluso.
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Si commemora oggi l'insieme delle deportazioni e delle uccisioni, compiute tra il 1915 e il 1916, dall'Impero Ottomano ai danni della popolazione armena: si tratta di tragici eventi che sono scaturiti nel contesto della Prima guerra mondiale e che hanno portato, secondo le stime, a oltre un milione di morti.Il reportage sulle famiglie colpite dalla guerra in Artsakh della segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia, Gayané Khodaveerdi: «La maggior parte dei caduti è costituita da ragazzi giovanissimi, privi di barba, costretti a combattere in questa guerra atroce senza aver neanche iniziato l'università».Lo speciale contiene due articoli e una fotogallery.Il 24 aprile 1915 è considerata - a livello convenzionale - la data di inizio del genocidio: quel giorno, la cosiddetta «domenica rossa», si verificarono infatti gli arresti e le deportazioni di numerosi notabili e intellettuali armeni. «Nei 106 anni dal genocidio armeno, la comunità internazionale ha costruito basi e strutture istituzionali per riunire le nazioni per lavorare contro la discriminazione, l'esclusione, la violazione persistente dei diritti umani e delle libertà con la promessa di un 'mai più'», ha dichiarato l'ambasciatrice della Repubblica d'Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan. «Come nazione sopravvissuta al genocidio», ha proseguito, «l'Armenia ha avviato un processo per aumentare il livello della cooperazione internazionale, sforzi internazionali per rafforzare il concetto di prevenzione contro le atrocità di massa attraverso l'avvio di risoluzioni tematiche sulla prevenzione del genocidio».Per celebrare la commemorazione, l'Armenian General Benevolent Union (Agbu) di Milano organizzerà oggi, alle 12, un flashmob della durata di un'ora in piazza Duomo (angolo via Marconi). «Noi Armeni di Milano, discendenti diretti delle vittime di quel barbaro crimine contro l'umanità, non ci stancheremo mai di urlare al mondo intero l'ingiustizia subita dal nostro popolo. La Turchia moderna continua sfacciatamente ad essere complice dell'Impero Ottomano, sprezzante del diritto internazionale e certa che lo sguardo distratto dell'Occidente continuerà ad essere indulgente: dobbiamo alzare la voce affinché ciò non accada più da nessuna parte del mondo», si legge in un comunicato dell'Agbu di Milano. L'evento sarà seguito da una preghiera organizzata dalla Chiesa Armena Apostolica di Milano in piazza Sant'Ambrogio alle 16. La Turchia si è finora seccamente rifiutata di ammettere il genocidio, sostenendo che non vi siano state uccisioni sistematiche e mettendo in dubbio il numero delle vittime. Inoltre, Ankara afferma che le deportazioni armene fossero dettate da ragioni legate alla sicurezza nazionale. Sono tuttavia numerose le nazioni che, nel corso del tempo, hanno identificato quelle atrocità come un genocidio. Nel 2015, Papa Francesco, riprendendo la posizione che fu già di Giovanni Paolo II, lo definì «il primo genocidio del XX secolo». «Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi», dichiarò. Una posizione che suscitò la forte irritazione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Nel 2019, il Congresso degli Stati Uniti ha, dal canto suo, approvato (a schiacciante maggioranza) delle risoluzioni per riconoscere il genocidio, innescando - anche in quel caso - le dure reazioni di Ankara. Attualmente sono trenta i Paesi ad aver riconosciuto il genocidio, tra cui Italia, Francia, Germania, Russia e gran parte del Sudamerica. Anche il Parlamento europeo, nel 2015, ha effettuato il riconoscimento. Sembrerebbe inoltre che un'importante svolta stia arrivando anche dalla Casa Bianca. Alcuni giorni fa, un gruppo bipartisan di deputati statunitensi ha inviato una lettera a Joe Biden, esortandolo a riconoscere formalmente il genocidio: secondo quanto riferito da New York Times, Wall Street Journal e The Guardian, è probabile che l'attuale presidente americano scelga di prendere apertamente e formalmente posizione in tal senso proprio nella giornata di oggi. Si tratterebbe di un riconoscimento ufficiale da parte di un presidente in carica, anche se alcuni predecessori avevano già assunto delle posizioni piuttosto dure: Ronald Reagan, in un discorso del 1981, aveva fatto esplicito riferimento al «genocidio degli armeni», mentre Donald Trump aveva parlato nel 2019 di «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo». In tutto questo, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha già lanciato un avvertimento all'amministrazione Biden, sottolineando che un eventuale riconoscimento danneggerebbe le relazioni tra Washington e Ankara. Una voce critica, sulla questione, si è levata anche dall'ambasciata dell'Azerbaigian negli Stati Uniti.Frattanto, come riportato dalla Catholic News Agency, la Conferenza episcopale statunitense si è già espressa con chiarezza, in un comunicato emesso lunedì scorso. «Il 24 aprile è il giorno della memoria del genocidio armeno, che segna l'inizio nel 1915 di una campagna che ha provocato la morte di ben 1,2 milioni di cristiani armeni - vittime di sparatorie di massa, marce della morte in campi lontani, torture, aggressioni, fame e malattie».La commemorazione di quest'anno risulterà in un certo senso particolare, perché avviene a pochi mesi dal recente conflitto in Nagorno-Karabakh, dove - lo scorso autunno - l'Azerbaigian è riuscito a portare avanti un deciso avanzamento territoriale ai danni degli armeni, anche grazie al fondamentale appoggio fornito dalla Turchia: una Turchia che, oltre ad arginare Erevan dal punto di vista geopolitico, mira a rafforzare la propria influenza sul Caucaso meridionale e sull'Asia centrale. Una Turchia che sta, tra l'altro, rinsaldando sempre più i propri legami con Baku. È esattamente in questo contesto che gli armeni nel Nagorno-Karabakh stanno da mesi denunciando forme di danneggiamento e rimozione del proprio patrimonio culturale nella regione ad opera delle forze azere.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.