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2021-04-24
Ricordiamo l'anniversario del genocidio armeno e le vittime della guerra con l'Azerbaigian
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Il 24 aprile 1915 è considerata - a livello convenzionale - la data di inizio del genocidio: quel giorno, la cosiddetta «domenica rossa», si verificarono infatti gli arresti e le deportazioni di numerosi notabili e intellettuali armeni.
«Nei 106 anni dal genocidio armeno, la comunità internazionale ha costruito basi e strutture istituzionali per riunire le nazioni per lavorare contro la discriminazione, l'esclusione, la violazione persistente dei diritti umani e delle libertà con la promessa di un 'mai più'», ha dichiarato l'ambasciatrice della Repubblica d'Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan. «Come nazione sopravvissuta al genocidio», ha proseguito, «l'Armenia ha avviato un processo per aumentare il livello della cooperazione internazionale, sforzi internazionali per rafforzare il concetto di prevenzione contro le atrocità di massa attraverso l'avvio di risoluzioni tematiche sulla prevenzione del genocidio».
Per celebrare la commemorazione, l'Armenian General Benevolent Union (Agbu) di Milano organizzerà oggi, alle 12, un flashmob della durata di un'ora in piazza Duomo (angolo via Marconi). «Noi Armeni di Milano, discendenti diretti delle vittime di quel barbaro crimine contro l'umanità, non ci stancheremo mai di urlare al mondo intero l'ingiustizia subita dal nostro popolo. La Turchia moderna continua sfacciatamente ad essere complice dell'Impero Ottomano, sprezzante del diritto internazionale e certa che lo sguardo distratto dell'Occidente continuerà ad essere indulgente: dobbiamo alzare la voce affinché ciò non accada più da nessuna parte del mondo», si legge in un comunicato dell'Agbu di Milano. L'evento sarà seguito da una preghiera organizzata dalla Chiesa Armena Apostolica di Milano in piazza Sant'Ambrogio alle 16.
La Turchia si è finora seccamente rifiutata di ammettere il genocidio, sostenendo che non vi siano state uccisioni sistematiche e mettendo in dubbio il numero delle vittime. Inoltre, Ankara afferma che le deportazioni armene fossero dettate da ragioni legate alla sicurezza nazionale. Sono tuttavia numerose le nazioni che, nel corso del tempo, hanno identificato quelle atrocità come un genocidio. Nel 2015, Papa Francesco, riprendendo la posizione che fu già di Giovanni Paolo II, lo definì «il primo genocidio del XX secolo». «Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi», dichiarò. Una posizione che suscitò la forte irritazione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Nel 2019, il Congresso degli Stati Uniti ha, dal canto suo, approvato (a schiacciante maggioranza) delle risoluzioni per riconoscere il genocidio, innescando - anche in quel caso - le dure reazioni di Ankara. Attualmente sono trenta i Paesi ad aver riconosciuto il genocidio, tra cui Italia, Francia, Germania, Russia e gran parte del Sudamerica. Anche il Parlamento europeo, nel 2015, ha effettuato il riconoscimento.
Sembrerebbe inoltre che un'importante svolta stia arrivando anche dalla Casa Bianca. Alcuni giorni fa, un gruppo bipartisan di deputati statunitensi ha inviato una lettera a Joe Biden, esortandolo a riconoscere formalmente il genocidio: secondo quanto riferito da New York Times, Wall Street Journal e The Guardian, è probabile che l'attuale presidente americano scelga di prendere apertamente e formalmente posizione in tal senso proprio nella giornata di oggi. Si tratterebbe di un riconoscimento ufficiale da parte di un presidente in carica, anche se alcuni predecessori avevano già assunto delle posizioni piuttosto dure: Ronald Reagan, in un discorso del 1981, aveva fatto esplicito riferimento al «genocidio degli armeni», mentre Donald Trump aveva parlato nel 2019 di «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo». In tutto questo, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha già lanciato un avvertimento all'amministrazione Biden, sottolineando che un eventuale riconoscimento danneggerebbe le relazioni tra Washington e Ankara. Una voce critica, sulla questione, si è levata anche dall'ambasciata dell'Azerbaigian negli Stati Uniti.
Frattanto, come riportato dalla Catholic News Agency, la Conferenza episcopale statunitense si è già espressa con chiarezza, in un comunicato emesso lunedì scorso. «Il 24 aprile è il giorno della memoria del genocidio armeno, che segna l'inizio nel 1915 di una campagna che ha provocato la morte di ben 1,2 milioni di cristiani armeni - vittime di sparatorie di massa, marce della morte in campi lontani, torture, aggressioni, fame e malattie».
La commemorazione di quest'anno risulterà in un certo senso particolare, perché avviene a pochi mesi dal recente conflitto in Nagorno-Karabakh, dove - lo scorso autunno - l'Azerbaigian è riuscito a portare avanti un deciso avanzamento territoriale ai danni degli armeni, anche grazie al fondamentale appoggio fornito dalla Turchia: una Turchia che, oltre ad arginare Erevan dal punto di vista geopolitico, mira a rafforzare la propria influenza sul Caucaso meridionale e sull'Asia centrale. Una Turchia che sta, tra l'altro, rinsaldando sempre più i propri legami con Baku. È esattamente in questo contesto che gli armeni nel Nagorno-Karabakh stanno da mesi denunciando forme di danneggiamento e rimozione del proprio patrimonio culturale nella regione ad opera delle forze azere.
Il reportage sulle famiglie colpite dalla guerra in Artsakh
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Al di là delle turbolenze geopolitiche che sta provocando, il recente conflitto del Nagorno-Karabakh ha anche avuto un peso drammatico su numerose famiglie armene. Famiglie che si sono ritrovate attanagliate dalla guerra e che, in molti casi, hanno visto morire alcuni dei propri cari. Di questo specifico problema si è occupata la segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia e Presidente di Agbu Milano, <strong>Gayané </strong><strong>Khodaveerdi</strong>, che si è recentemente recata sul posto per parlare e aiutare le famiglie in lutto. Intervistata da <em>La Verit</em><em>à</em>, ha spiegato nel dettaglio la situazione e la propria attività di ricerca.
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«Mi sono recata in Armenia», ha dichiarato, «sia per motivi personali che umanitari. Mi era stato dato il compito di trovare il modo migliore per aiutare le famiglie colpite dalla guerra in Artsakh (Nagorno Karabakh) con i fondi raccolti con l'associazione Unione degli Armeni d'Italia. Per trovare le famiglie in condizioni più bisognose mi sono rivolta ad una psicologa armena, appartenente alla diaspora londinese, che trent'anni fa ha aperto il primo centro di psicologia in Armenia. Questa professionista, nonostante sia attualmente in pensione, svolge un lavoro di volontariato in assistenza alle famiglie colpite dalla guerra che hanno subito un lutto o che hanno famigliari gravemente feriti». «Questa donna dall'incredibile energia», ha proseguito, «mi ha fornito una lista di famiglie da aiutare, attualmente assistite psicologicamente da lei e dal suo team. Ho individuato le famiglie che si trovavano nelle situazioni più difficili. Ho visitato queste famiglie nell'arco di varie giornate, dato che ogni visita implicava un grande sforzo emotivo vista la gravità della situazione, e oltretutto le famiglie che ho visitato non vivevano tutte nella stessa zona. Ho voluto dare a ogni testimonianza il suo giusto tempo dato che la mia volontà era quella di ascoltare i racconti drammatici nella maniera più rispettosa e profonda possibile».
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Un vissuto che, secondo <strong>Gayané Khodaveerdi</strong>, «si è rivelato particolarmente doloroso e toccante. È stata un'esperienza molto drammatica», ha raccontato a <em>La Verit</em><em>à</em>, «perché entrando nella storia di ciascuna famiglia si riesce a vivere sulla propria pelle la tragicità di ogni storia. La maggior parte dei caduti è costituita da ragazzi giovanissimi, privi di barba, costretti a combattere in questa guerra atroce senza aver neanche iniziato l'università. Ogni testimonianza era profondamente toccante : alcune madri, pur nel dolore, riuscivano a esternare fierezza per il contributo eroico dei loro figli, altre erano invece completamente devastate e prive di lucidità», ha aggiunto.
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In tutto questo, non va poi trascurato lo spinoso problema dei prigionieri armeni attualmente in mano degli azeri. Una situazione particolarmente controversa. «Purtroppo», ha dichiarato la segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni in Italia, «i prigionieri sono ancora circa duecento. L'Azerbaigian non li vuole rilasciare , malgrado i numerosi interventi di istituzioni internazionali. Nonostante gli svariati appelli e le innumerevoli manifestazioni degli armeni della diaspora, la situazione è rimasta invariata. Tanti di questi prigionieri sono stati catturati anche dopo la fine della guerra». La tesi degli azeri è che questi prigionieri siano collegati ad attività terroristiche. In tal senso, l'ambasciatore dell'Azerbaigian in Italia, <strong>Mammad Ahmadzada</strong>, ha recentemente dichiarato: «Il governo dell'Armenia ha tentato di confondere il contesto in cui sono stati effettuati nuovi arresti. Dopo la fine del conflitto, l'Armenia ha inviato nel territorio dell'Azerbaigian un gruppo di sabotaggio con l'obiettivo di commettere atti di terrorismo. Tale gruppo si è reso colpevole dell'uccisione di civili e militari azerbaigiani. I membri di tale gruppo sono stati catturati e sono attualmente detenuti in Azerbaigian». Una posizione, questa, che è tuttavia stata nettamente respinta dalle autorità armene. «L'accusa di terrorismo è assolutamente infondata. La parte armena non è mai stata associata ad alcun atto terroristico. Anzi, sono stati gli azeri ad aver utilizzato terroristi jihadisti all'interno del loro esercito durante la guerra . La parte armena non ha alcun legame con il terrorismo. E' un'accusa priva di fondamenta», ha detto a <em>La Verit</em><em>à</em>.
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La segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia si è poi concentrata sulla questione del patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh. «Purtroppo, per quanto riguarda il patrimonio culturale e religioso, stanno continuando a voler cancellare ogni traccia armena dalle zone che adesso sono in mano azera. Come è stato già testimoniato dalla Bbc con fotografie e filmati che non lasciano spazio a dubbi», ha aggiunto, «si è già verificata la totale sparizione di una chiesa e il grave danneggiamento di monumenti avvenuto dopo la fine della guerra. Da parte azera viene detto che questi edifici sono scomparsi durante il conflitto, ma le immagini raccolte dai giornalisti provano assolutamente il contrario». Recentemente <em>Radio Free Europe</em> ha pubblicato un articolo in cui si esprime preoccupazione per la sorte della chiesa medievale di Vankasar vicino alla quale le immagini satellitari raccolte da Caucasus Heritage Watch hanno identificato attività sospette. «L'ultima fase del genocidio è la negazione dell'esistenza stessa della popolazione armena su quei territori e quindi la distruzione di ogni loro traccia, senza curarsi del valore storico e culturale dei monumenti», ha concluso.
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Infine, <strong>Gayané Khodaveerdi</strong> ha formulato una considerazione geopolitica, sottolineando lo stretto legame che unisce l'Armenia alla Russia. «L'appoggio della Russia è sempre stato storicamente fondamentale per l'Armenia, questo è un dato di fatto», ha affermato. «L'Armenia ha bisogno dell'appoggio della Russia , di quello della vicina Europa e in generale della comunità internazionale, che dovrebbero apertamente intervenire per sancire la violazione delle norme internazionali riguardanti i prigionieri armeni e la distruzione del patrimonio culturale armeno», ha concluso.
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Si commemora oggi l'insieme delle deportazioni e delle uccisioni, compiute tra il 1915 e il 1916, dall'Impero Ottomano ai danni della popolazione armena: si tratta di tragici eventi che sono scaturiti nel contesto della Prima guerra mondiale e che hanno portato, secondo le stime, a oltre un milione di morti.Il reportage sulle famiglie colpite dalla guerra in Artsakh della segretaria del Consiglio dell'Unione degli Armeni d'Italia, Gayané Khodaveerdi: «La maggior parte dei caduti è costituita da ragazzi giovanissimi, privi di barba, costretti a combattere in questa guerra atroce senza aver neanche iniziato l'università».Lo speciale contiene due articoli e una fotogallery.Il 24 aprile 1915 è considerata - a livello convenzionale - la data di inizio del genocidio: quel giorno, la cosiddetta «domenica rossa», si verificarono infatti gli arresti e le deportazioni di numerosi notabili e intellettuali armeni. «Nei 106 anni dal genocidio armeno, la comunità internazionale ha costruito basi e strutture istituzionali per riunire le nazioni per lavorare contro la discriminazione, l'esclusione, la violazione persistente dei diritti umani e delle libertà con la promessa di un 'mai più'», ha dichiarato l'ambasciatrice della Repubblica d'Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan. «Come nazione sopravvissuta al genocidio», ha proseguito, «l'Armenia ha avviato un processo per aumentare il livello della cooperazione internazionale, sforzi internazionali per rafforzare il concetto di prevenzione contro le atrocità di massa attraverso l'avvio di risoluzioni tematiche sulla prevenzione del genocidio».Per celebrare la commemorazione, l'Armenian General Benevolent Union (Agbu) di Milano organizzerà oggi, alle 12, un flashmob della durata di un'ora in piazza Duomo (angolo via Marconi). «Noi Armeni di Milano, discendenti diretti delle vittime di quel barbaro crimine contro l'umanità, non ci stancheremo mai di urlare al mondo intero l'ingiustizia subita dal nostro popolo. La Turchia moderna continua sfacciatamente ad essere complice dell'Impero Ottomano, sprezzante del diritto internazionale e certa che lo sguardo distratto dell'Occidente continuerà ad essere indulgente: dobbiamo alzare la voce affinché ciò non accada più da nessuna parte del mondo», si legge in un comunicato dell'Agbu di Milano. L'evento sarà seguito da una preghiera organizzata dalla Chiesa Armena Apostolica di Milano in piazza Sant'Ambrogio alle 16. La Turchia si è finora seccamente rifiutata di ammettere il genocidio, sostenendo che non vi siano state uccisioni sistematiche e mettendo in dubbio il numero delle vittime. Inoltre, Ankara afferma che le deportazioni armene fossero dettate da ragioni legate alla sicurezza nazionale. Sono tuttavia numerose le nazioni che, nel corso del tempo, hanno identificato quelle atrocità come un genocidio. Nel 2015, Papa Francesco, riprendendo la posizione che fu già di Giovanni Paolo II, lo definì «il primo genocidio del XX secolo». «Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi», dichiarò. Una posizione che suscitò la forte irritazione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Nel 2019, il Congresso degli Stati Uniti ha, dal canto suo, approvato (a schiacciante maggioranza) delle risoluzioni per riconoscere il genocidio, innescando - anche in quel caso - le dure reazioni di Ankara. Attualmente sono trenta i Paesi ad aver riconosciuto il genocidio, tra cui Italia, Francia, Germania, Russia e gran parte del Sudamerica. Anche il Parlamento europeo, nel 2015, ha effettuato il riconoscimento. Sembrerebbe inoltre che un'importante svolta stia arrivando anche dalla Casa Bianca. Alcuni giorni fa, un gruppo bipartisan di deputati statunitensi ha inviato una lettera a Joe Biden, esortandolo a riconoscere formalmente il genocidio: secondo quanto riferito da New York Times, Wall Street Journal e The Guardian, è probabile che l'attuale presidente americano scelga di prendere apertamente e formalmente posizione in tal senso proprio nella giornata di oggi. Si tratterebbe di un riconoscimento ufficiale da parte di un presidente in carica, anche se alcuni predecessori avevano già assunto delle posizioni piuttosto dure: Ronald Reagan, in un discorso del 1981, aveva fatto esplicito riferimento al «genocidio degli armeni», mentre Donald Trump aveva parlato nel 2019 di «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo». In tutto questo, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha già lanciato un avvertimento all'amministrazione Biden, sottolineando che un eventuale riconoscimento danneggerebbe le relazioni tra Washington e Ankara. Una voce critica, sulla questione, si è levata anche dall'ambasciata dell'Azerbaigian negli Stati Uniti.Frattanto, come riportato dalla Catholic News Agency, la Conferenza episcopale statunitense si è già espressa con chiarezza, in un comunicato emesso lunedì scorso. «Il 24 aprile è il giorno della memoria del genocidio armeno, che segna l'inizio nel 1915 di una campagna che ha provocato la morte di ben 1,2 milioni di cristiani armeni - vittime di sparatorie di massa, marce della morte in campi lontani, torture, aggressioni, fame e malattie».La commemorazione di quest'anno risulterà in un certo senso particolare, perché avviene a pochi mesi dal recente conflitto in Nagorno-Karabakh, dove - lo scorso autunno - l'Azerbaigian è riuscito a portare avanti un deciso avanzamento territoriale ai danni degli armeni, anche grazie al fondamentale appoggio fornito dalla Turchia: una Turchia che, oltre ad arginare Erevan dal punto di vista geopolitico, mira a rafforzare la propria influenza sul Caucaso meridionale e sull'Asia centrale. Una Turchia che sta, tra l'altro, rinsaldando sempre più i propri legami con Baku. È esattamente in questo contesto che gli armeni nel Nagorno-Karabakh stanno da mesi denunciando forme di danneggiamento e rimozione del proprio patrimonio culturale nella regione ad opera delle forze azere.
@20thCenturyFox
Attenzione, non tratto dal seguito letterario che la Weisberger aveva poi mandato in libreria nel 2013, Revenge wears Prada, che evidentemente non piacque tanto da farne cinema, ma sviluppato poco prima di girare da regista e sceneggiatrice del primo film. Sequel dunque nato non per far cassa o egotismo, ma con l’intenzione di parlare al mondo come fece il primo. Ha spiegato il regista David Frankel: «Il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito solo un anno dopo il primo film e quello è stato l’inizio della fine. Vedevamo il giornalismo cartaceo sempre più in declino, anno dopo anno. Ci è parso sensato esplorare questo cambiamento sviluppandoci una storia in cui far interagire ancora i personaggi».
Altra condizione per un seguito era la presenza di Meryl Streep, Miranda Priestley nel film, la direttrice della rivista Runway, versione artistica di Anna Wintour di Vogue. Meryl, a sua volta, aveva detto che sarebbe stata della squadra solo con una sceneggiatura grandiosa. Che, in effetti, tale è. Ancora la Streep: «Miranda è un po’ più libera, ma anche in posizione più precaria nel suo mondo, e lo sa. È comunque ancora astuta e mantiene un controllo rigoroso su sé e sul suo team. Ciò che non è cambiato è la sua voglia di lavorare, di fare ciò che ama e in cui è davvero brava. Fisicamente, però, ha 76 anni, non 56, quindi è diverso». Invecchiano gli attori e invecchiano i doppiatori: il volto quasi ottantenne di Meryl Streep occulta l’età anche dietro gli occhiali da sole sovente su, come da consuetudine prima fashionista, ora di chiunque. La sua voce italiana, la grande doppiatrice ottantaseienne Maria Pia Di Meo, ogni tanto tradisce un tremolio. L’evidenza del tempo passato (anche per noi spettatori) intenerisce, emoziona ed è tema del plot. Il lavoro è uno dei pochi contesti sociali in cui il «vecchio» si può salvare dalla furia destruens di tanti, l’anzianità, se di servizio, è esperienza, non consunzione. Com’è per abiti e accessori griffati, che non si buttano mai perché da vintage valgono ancora di più. Lo sa bene Andy (Anne Hathaway) che ha pagato solo 11 dollari una giacca vintage Margiela al mercatino.
Dietro lo specifico della moda e dell’estetica, oggi connotate da fast fashion, fashion icons, patch occhi, beauty routine, inclusività, politically correct, collabs coi cantanti, i nuovi modelli già Vip di loro (qui c’è Lady Gaga), che in questo ventennio sono divenuti dogmi impeccabilmente registrati da questo certosino saggio socio-antropologico-economico travestito da commedia, questo capolavoro, anche, di cinema americano leggero e tecnicamente perfetto (una cifra degli stelleestrisce) racconta in primo luogo l’etica del lavoro, unico settore della vita perfetto di molti mentre il resto, famiglia, Stato, Chiesa, valori ecc. si è liquefatto, per dirla con Bauman. I colleghi sono la nuova famiglia e la famiglia vera non può esser tale se non capisce la vocazione per il lavoro (finalmente Miranda e Andy hanno trovato il compagno giusto, dopo i maschi incapaci di stare accanto a donne con personalità del primo film).
Poi c’è, centrale, trasformata in godibile elemento di trama alla ricerca del lieto fine, la crisi del giornalismo cartaceo causata dal digitale e ben riassunta da Nigel (Stanely Tucci): «Diventare contenuti che le persone scrollano mentre fanno pipì…». Crisi favorita anche dal delirio «futurista» di troppi. Compresi imprenditori ex nerdoni miracolati dal turbocapitalismo e convinti dalla compagna gold digger, che li ha sottoposti a un glow up testosteronico per averli accanto senza vergognarsi, di essere dei geni. Quando il compagno di Emily (Emily Blunt) tenta di filosofeggiare, guardando il Cenacolo Vinciano, che i giornali saranno presto fatti dall’AI ed è sciocco opporsi difendendo il vecchio (povero Leonardo) ogni riferimento a Jeff Bezos - che con Amazon ha distrutto il commercio in carne e ossa e favorito l’invasione della paccottiglia esotica al posto della produzione locale di qualità - e simili non è puramente casuale.
Bella la citazione di Eva contro Eva nel colpo di scena finale che contrappone Emily a Miranda. C’è tanta Milano (e il lago di Como) e tante icone milanesi food, da Giacomo Bulleri ad Adolfo Stefanelli, passando per una Galleria Vittorio Emanuele II piena solo di Miranda talmente suggestiva da commuovere. Come fa il film.
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Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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