«Garanzie a Kiev se cede il Donbass». Lite (con giallo) Casa Bianca-stampa

È guerra ibrida anche questa? L’ultima indiscrezione sulle trattative tra Russia e Ucraina reca la firma del Financial Times e ha fatto imbufalire la Casa Bianca. Secondo il quotidiano britannico, le garanzie di sicurezza che gli Usa sono disposti a offrire a Kiev sono subordinate al ritiro dei militari della resistenza dal Donbass. Condizione seccamente smentita dalla vice portavoce del presidente americano, Anna Kelly: «È totalmente falso», ha detto ieri. «L’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace è quello di riunire entrambe le parti per raggiungere un accordo. È un peccato che il Financial Times consenta ad attori maligni di mentire anonimamente per rovinare il processo di pace».
La funzionaria si riferiva alle «otto persone informate sui colloqui», citate dal giornale londinese. E ha insinuato che il foglio si sia prestato a un tentativo di sabotare i negoziati. Presumibilmente, da parte ucraina. In effetti, benché Volodymyr Zelensky li avesse definiti «costruttivi», proprio come la delegazione russa, l’ennesimo pesante bombardamento nemico su Odessa, con morti, feriti - tra cui bambini - e «danni colossali» alle infrastrutture energetiche, ha di nuovo irrigidito la posizione del leader: l’attacco, si è sfogato, «mina gli sforzi diplomatici». Nella mattinata di ieri, peraltro, Karoline Leavitt, portavoce di Donald Trump, aveva escluso ulteriori contatti tra il tycoon e l’omologo, sostenendo però che il loro incontro della scorsa settimana avesse avuto «natura storica». Trump ha poi spiegato che stanno accadendo cose «molto positive» nel confronto diplomatico; e Zelensky ha fatto sapere di essere disposto a vedere Vladimir Putin per risolvere i nodi dei territori occupati e della centrale di Zaporizhzhia, ma che Mosca ostacola la pace.
I malumori degli ucraini hanno investito pure la politica italiana: il portavoce del ministro degli Esteri del Paese invaso, Heorhii Tykhyi, ha replicato a Matteo Salvini, che domenica, dal palco della Lega a Rivisondoli, aveva sostenuto che Zelensky dovrebbe «scegliere tra una sconfitta e una disfatta». «Al signor vicepremier», ha scritto su X l’ucraino, «consigliamo di rivolgersi a Putin, che ha scatenato questa guerra». Piccata la replica del Carroccio: «Ci auguriamo», ha punzecchiato il deputato Andrea Crippa, «che la stessa attenzione dedicata al vicepremier italiano sia dedicata anche al controllo del denaro dei contribuenti italiani, che è destinato ad aiutare la popolazione ucraina e non ad acquistare water d’oro».
Il baratto ipotizzato dal Financial Times sarà una bufala, ma è un fatto che il comandante in capo di Kiev stia cercando strade alternative, per chiamare in causa l’Occidente nell’eventualità di un futuro attacco di Mosca. Ieri, Zelensky ha ribadito che «l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea è una delle principali garanzie di sicurezza non solo per noi, ma per tutta Europa». E che il suo obiettivo è di completarlo entro «una data concreta: il 2027». Al di là del coinvolgimento della Nato e, quindi, di Washington, l’adesione all’Ue renderebbe applicabile la clausola di mutua difesa, prevista dall’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea.
Intanto, l’ambasciatore ucraino in Ungheria è stato convocato al ministero degli Esteri di Budapest, che accusa il governo di Zelensky di interferire con le imminenti elezioni magiare a favore del partito Tisza, avversario di Viktor Orbán. Il titolare del dicastero, Peter Szijjarto, ha parlato di «campagna di ingerenza aperta, spudorata e aggressiva», praticamente sul modello di quelle russe. A proposito di guerra ibrida. L’Ungheria è impegnata anche in una disputa giuridica con Bruxelles: insieme alla Slovacchia di Robert Fico, ha fatto ricorso contro il regolamento che vieta le importazioni di gas russo. Affari in vista, invece, per la Polonia: gli ucraini promettono che compreranno più metano da Varsavia.
Mentre la Federazione e la Cina consolidano i legami reciproci, con Pechino che si dice «disposta» a «rafforzare il coordinamento strategico», gli Stati membri dell’Ue danno segnali di sfilacciamento. Basta saperli cogliere. Si consideri, ad esempio, l’annuncio del primo ministro della Renania-Palatinato, il socialdemocratico Alexander Schweitzer, secondo il quale «sono attualmente in corso i preparativi per il dispiegamento dei missili a medio raggio statunitensi» nel Länder tedesco. È significativo che a celebrare l’installazione sia stato un esponente della Spd, il cui capofila, il vicecancelliere Lars Klingbeil, ha assegnato al suo Paese e alla Francia un «ruolo guida» nell’Ue. Pur ribadendo che «ci sono critiche alle politiche di Donald Trump», Schweitzer ha sottolineato la necessità di distinguere «tra la politica interna statunitense e i nostri alleati sul campo». E ha celebrato l’«importante contributo per scoraggiare le aggressioni ostili contro i Paesi della Nato». Al netto degli scenari di Klingbeil, la mossa sembra una risposta a Emmanuel Macron: quando nel Vecchio continente si è diffuso il panico per il disimpegno americano, monsieur le président ha offerto l’ombrello nucleare francese a protezione degli alleati. Berlino, che peraltro già ospita testate atomiche a stelle e strisce, nonostante gli attriti con gli Stati Uniti (anzi, forse pure per scongiurare ulteriori ritorsioni economiche da Trump), preferisce lo scudo Usa alla carità pelosa di Parigi. Un altro occhio nero per il gallo dell’Eliseo.






