Mi si nota di più se vengo o se non vengo? Prima che da Sant’Agostino, monsignor Francesco Savino dev’essere stato folgorato da Nanni Moretti. Non solo per le sue posizioni politiche ma anche per gli approcci modaioli. Ieri il vicepresidente della Cei era atteso a Roma al congresso di Magistratura democratica, il braccio armato dell’Anm, front line del No al referendum sulla giustizia. Ma alla kermesse della sinistra giudiziaria non si è fatto vedere. Ha rinunciato all’ultimo momento. Ha scoperto il «non expedit» solo qualche ora prima di salire sul palco del nuovo cinema Aquila al Pigneto. Ufficialmente per non farsi tirare per la tonaca, motivando così: «Non compete a un vescovo suggerire un’opzione elettorale, sarebbe improprio sul piano istituzionale e riduttivo su quello spirituale».
Il vice del cardinal Matteo Zuppi, vescovo della diocesi di Cassano all’Jonio, deve aver annusato l’aria e colto il messaggio per nulla subliminale di papa Leone XIV con il siluro a don Corrado Krajewski, cardinal Bolletta, rimandato in Polonia. Le libere uscite movimentiste, le passeggiate sulle barricate dell’opposizione con fremiti giacobini non sono più tollerate da questo pontefice, meglio tornare nella cesta. Poi, non potendo fare a meno di rendere noto il suo pensiero del tutto personale, il più a sinistra dei prelati non si è trattenuto e ha fatto sapere alle agenzie di stampa esattamente ciò «che non compete». Con la coerenza di chi smentisce un minuto dopo ciò che aveva affermato un minuto prima, ha suggerito la sua opzione elettorale con una motivazione sorprendente.
«La Costituzione è l’infrastruttura istituzionale della coesione sociale: non un marcatore di parte, ma una casa comune che precede le maggioranze e non umilia le minoranze. Una legge superiore perché ricorda a tutti, soprattutto a chi esercita il potere, che esistono limiti invalicabili: la dignità della persona, i diritti inviolabili, le garanzie. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto. Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi, la libertà diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi».
A piedi uniti, anche con qualche interpretazione lunare o creativa stile Nicola Gratteri, monsignor Savino cavalca il No con le stesse argomentazioni teocratiche di Angelo Bonelli e Maurizio Landini: l’inesistente allarme democratico fondato sul presupposto (falso) dell’indebolimento dell’indipendenza della magistratura. È la conferma di una scelta di campo politica, anzi partitica, che non ha nulla a che vedere con l’approccio evangelico di un prelato. Su questi pilastri, il vicepresidente della Cei potrebbe costruire un movimento come la nuova Margherita. Altro che non compete, lui vuole competere eccome. E per farlo si appella all’inviolabilità della Costituzione, parlandone come se fosse un dogma intoccabile, una verità di fede, pura teologia; l’articolo 107 equiparato al Vangelo di Marco, la separazione delle carriere come la messa in dubbio della Santissima Trinità. Più che un ragionamento da sacerdote è un’imposizione da ayatollah del diritto.
Monsignor Savino non è nuovo a questi deragliamenti da comitato centrale. Nel dibattito sul fine vita aveva sposato le ragioni dello scientismo abbandonando la dottrina della Chiesa. In quello sui diritti Lgbtq+ aveva negato la morale sessuale cattolica per sposare le posizioni della lobby arcobaleno. Pure sull’autonomia differenziata era intervenuto per schierare i sacerdoti contro le scelte legittime di uno Stato laico. Quando sottolinea «l’alta responsabilità del magistrato, la cui funzione non si esaurisce nell’applicazione della norma, ma domanda coscienza, rettitudine e senso del limite» verrebbe da chiedergli dove sia «la coscienza» nella gestione della famiglia nel bosco, dove sia «la rettitudine» negli arresti a strascico, dove sia «il senso del limite» nelle invasioni di campo per imporre alla maggioranza eletta una gestione da casta dell’immigrazione clandestina.
L’intervento mancato di Francesco Savino si sovrappone a quello di Enrico Grosso, promotore del Comitato per il No. Che ripete a nastro: «È in atto un attacco senza precedenti nel nostro Paese al principio di autonomia e indipendenza della magistratura su cui si regge l’effettività della separazione dei poteri. La riforma Nordio non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini. Nel dubbio la Costituzione non cambiamola, soprattutto se ci dicono di non preoccuparci. Se ci dicono di non preoccuparci, preoccupiamoci di più».
Allarme democratico, massimalismo in purezza. Con l’avallo del numero due della Cei, il quale chiude il suo non-intervento con un invito: «L’astensionismo somiglia a una resa silenziosa. Quindi andate a votare, non disertate le urne. Il voto non è un automatismo emotivo, ma un atto di coscienza e di discernimento». Morale da attivista da sacrestia: andate a votare ma votate No. Se l’equidistanza è questa, serve un prevosto anche a Katowice.


