L’ex consigliera infranse il basso profilo tenuto fino ad allora con un servizio su «Chi» nel settembre 2024. Dopo pochi mesi parte la domanda di clemenza e il Colle si attiva in soli 10 giorni. Da lì in poi, ministero, Procura e di nuovo Quirinale bruciano le tappe.
Come usare un sommergibile nucleare per trasportare una cassa di fucili del secolo scorso. Se si mettono in fila le date e i modi della concessione della grazia all’ex consigliere regionale di Forza Italia, Nicole Minetti, salta all’occhio la notevole sproporzione tra la caratura del personaggio e le cautele, la riservatezza e la rapidità adottate dal Quirinale per cancellare la sua condanna.
Il tutto in un contesto istituzionale profondamente cambiato dal 2006 e che ha portato, non a caso, a far sì che il dicastero di Via Arenula restasse solo «ministero della Giustizia» anche nella dizione ufficiale, avendo perso ogni competenza sui provvedimenti di grazia.
L’igienista dentale del San Raffaele, paracadutata nel 2010 al Pirellone con Forza Italia nel listino bloccato, è sempre stata di poche parole. Si è dimessa nel 2012, sull’onda dello scandalo Ruby, e di lei gli stessi compagni di partito ricordano solo, a parte l’avvenenza, il fatto che non parlava con i giornalisti ed era sempre marcata da un addetto stampa. Accusata dai pm milanesi di essere una sorta di «regista» del Bunga Bunga milanese di Silvio Berlusconi, in realtà non era certo l’unica figura di questo tipo, ma ha praticamente pagato per tutti. In due processi distinti, Minetti ha preso nel complesso tre anni e 11 mesi. Nel 2022 viene disposta l’esecuzione cumulata con misure alternative al carcere. Secondo il Fatto Quotidiano l’esecuzione non è mai cominciata: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali, e l’udienza per decidere era stata fissata a dicembre dello scorso anno. All’inizio del 2025, però, ha presentato la domanda di grazia che oggi è al centro dello scandalo.
In tutti questi anni, la Minetti ha mantenuto il suo tradizionale riserbo e non concede interviste. Con un’unica, sostanziale, eccezione. A metà settembre del 2024, sul mondadoriano Chi, allora diretto da Alfonso Signorini, esce un bel servizio fotografico che la ritrae per le strade di Milano con un bimbo. Il settimanale parla di una vita da «mamma di lusso», tra «Ibiza, Monte Carlo e New York» con «il suo fidanzato Giuseppe Cipriani». Nessun riferimento all’Uruguay, dove Cipriani ha una villa spettacolare e dove avviene l’adozione contestata.
La nuova Nicole in versione mamma premurosa è dunque sdoganata, fotografie alla mano. Il 27 luglio 2025, l’avvocato Antonella Calcaterra scrive al Quirinale, Ufficio Grazie, e chiede clemenza per la sua assistita. Nel giro di soli dieci giorni, il responsabile dell’ufficio, il magistrato Enrico Gallucci, gira la documentazione al ministero. Qui, per le verifiche di rito, possono servire anche uno o due anni. Invece per l’ex badante di Ruby Rubacuori bastano poche settimane. È come se il nome Minetti non dicesse più nulla, o dicesse troppo, e il 9 gennaio di quest’anno, dopo soli quattro mesi e con l’estate in mezzo, arriva anche il semaforo verde della Procura generale di Milano. Il provvedimento di clemenza viene firmato da Sergio Mattarella il 18 febbraio. E resta segreto. Pare perché essendoci di mezzo un minore non si volevano speculazioni. Sarà, ma intanto il sommergibile ha concluso la missione con successo. Minetti eviterà anche i lavori socialmente utili e continuerà la sua silenziosa esistenza.
Questa grazia fantasma non poteva che materializzarsi in un programma tv che si chiama Chi l’ha visto. Succede quasi due mesi dopo, a metà aprile, quando il conduttore del programma Rai, Federico Ruffo, annuncia sui social la grazia alla Minetti «per motivi umanitari». Nessuno obietta alcunché, perché il Colle ha sempre ragione, mentre il Fatto Quotidiano comincia a indagare sulla contestata adozione in Uruguay nella generale riprovazione dei giornaloni, in veste di Igienisti del Quirinale. Fino alla svolta di tre giorni fa: il Colle fa intendere di essere stato ingannato da qualche misteriosa entità e chiede un’indagine severa a Via Arenula. Così, gli stessi Igienisti del Quirinale cavalcano lo scandalo e lo girano interamente contro il governo di Giorgia Meloni.
E qui, la faccenda si fa un po’ più tecnica, ma non meno interessante. Chi decide veramente i provvedimenti individuali di clemenza? Il capo dello Stato, non c’è dubbio. Lo dice la Costituzione e lo spiega bene una sentenza della Consulta (la numero 200) del 2006, che afferma: «La titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica». In forza di questa sentenza, il vecchio ministero di Grazia e Giustizia è andato in soffitta e al Quirinale, da vent’anni, c’è un apposito ufficio, affidato al magistrato Gallucci. Che ieri, interpellato dal Foglio, non si è minimamente nascosto dietro un dito e ha detto: l’attività istruttoria spetta al ministero, «ma l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello Stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia». E così, da un lato le grazie le decide il capo dello Stato, ma la Costituzione sancisce sempre la sua irresponsabilità politica. Insomma, questa sentenza del 2006 è davvero un piccolo capolavoro.
Adesso, dopo lo scandalo, sono in corso tutte quelle «verifiche» e quelle «indagini accurate» che non sono state fatte di fronte a quel sommergibile inarrestabile. Alla fine, chissà che anche il regista Paolo Sorrentino non debba rimettere mano al suo film La Grazia. Sperando che il nuovo titolo non diventi La Trattativa.
Continua a leggereRiduci
True
2026-04-30
Svolta Garlasco: Sempio in Procura. Per gli inquirenti a uccidere Chiara è stato solo lui
Andrea Sempio (Ansa)
Convocato il 6 maggio con una nuova accusa per l’omicidio Poggi senza il concorso con altri. L’avvocato: «Atti non depositati».
Colpo di scena clamoroso nella nuova indagine sul delitto di Garlasco. L’indagine a carico di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, trovata morta nella villetta di famiglia il 13 agosto del 2007, non è più in concorso con ignoti, o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima, condannato come unico esecutore del delitto nel 2014.
È la novità contenuta nell’invito a comparire redatto dalla Procura di Pavia per l’amico del fratello della ventiseienne uccisa, convocato dai pm per il 6 maggio. La modifica del capo di imputazione verosimilmente è legata anche alla trasmissione alla Procura generale di Milano di un’informativa utile a presentare un’eventuale istanza di revisione per l’allora fidanzato di Chiara Poggi, unico condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per il delitto.
La notizia ha spiazzato i legali dell’indagato: «Stiamo valutando i passi più opportuni per la nostra strategia difensiva, tenendo conto del fatto che per la seconda volta dall’inizio dell’inchiesta Andrea viene convocato ma senza che gli atti delle indagini siano stati depositati», ha spiegato l’avvocato Angela Taccia, che assiste Sempio assieme al collega Liborio Cataliotti, dopo la notifica di una convocazione per l’interrogatorio da parte dei pm di Pavia. Da quanto si può intuire, Sempio potrebbe, come già fatto in un precedente interrogatorio, decidere di avvalersi della facoltà di non rispondere, poiché le indagini non sono state ancora chiuse con il deposito di tutti gli atti.
Va detto che una convocazione dell’indagato a pochi giorni dalla probabile chiusura delle indagini non è un fatto abituale.
Ma a ben vedere la mossa della Procura guidata da Fabio Napoleone si inserisce perfettamente nel solco delle ultime mosse di magistrati di Pavia.
Il 23 aprile scorso, infatti, poche ore dopo che le agenzie avevano battuto la notizia del deposito alla Procura generale di Milano dell’esposto di una giornalista che rappresenterebbe ipotesi di tentativi di manipolazione delle indagini, era filtrata anche l’indiscrezione che il giorno successivo era previsto un incontro tra il procuratore di Pavia Fabio Napoleone e la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni, proprio sull’indagine Garlasco. A quanto era emerso il colloquio, sarebbe stato chiesto da Napoleone per parlare in particolare del possibile giudizio di revisione della sentenza di condanna a 16 anni che Alberto Stasi sta finendo di scontare.
Uno scenario confermato dopo l’incontro tra la Nanni, la sua vice e avvocato generale, Lucilla Tontodonati, e il procuratore Napoleone. Il quale da oltre un anno, assieme all’aggiunto Stefano Civardi e alle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, sta lavorando alla nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Su input dei difensori di Stasi era stata disposta una nuova consulenza tecnica relativa al Dna isolato sulle unghie della vittima per poi ottenere, più di un anno fa, la riapertura dell’inchiesta con una imputazione abbastanza singolare: Andrea Sempio avrebbe ucciso Chiara in concorso con il condannato Stasi e con altri. Un escamotage, a detta di tanti esperti, per procedere con gli accertamenti delegati ai carabinieri e alla fine approdare a qualcosa che è più di una ipotesi. E la novità di oggi sembra confermare che si trattasse proprio di un escamotage.
Sta di fatto che dalle nuove indagini sarebbe emerso uno scenario ben diverso da quello restituito dalla sentenza passata in giudicato nel 2015: la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco non c’era Stasi ma Sempio con altri complici. Complici che poi, con ulteriori verifiche, sono stati «sbianchettati» lasciando come unico responsabile l’amico del fratello di Chiara.
«Nelle prossime settimane riceveremo una informativa su quello che è stato fatto dalla procura di Pavia» aveva spiegato la dottoressa Nanni, in un punto stampa convocato al termine del colloquio con Napoleone, aggiungendo che ovviamente la prima cosa da fare sarà studiare le carte. «Non sarà uno studio né veloce né facile» ma un’analisi attenta, anche per valutare «se chiedere ulteriori atti». Dopo di che, probabilmente tra qualche mese, si deciderà «se eventualmente proporre una richiesta di revisione. Nessuna dichiarazione», ha ripetuto la pg, «prima di studiare e capire come stanno le cose».
Qualora ci fossero gli estremi, la proposta di revisione dovrà passare attraverso i giudici d’appello di Brescia, e poi, in caso di ricorso della parte civile, che è fermamente convinta della colpevolezza di Stasi, anche attraverso quelli della Cassazione.
Continua a leggereRiduci
Sergio Mattarella (Getty Images)
Enrico Gallucci, responsabile dell’ufficio «clemenze» del Colle: la sentenza della Consulta del 2006 «ha spostato il baricentro decisionale» al Quirinale, «imponendo al capo dello Stato l’esame e la valutazione di ogni pratica».
Fino a una settimana fa Sergio Mattarella era il custode massimo della Costituzione e dall’alto del Colle vigilava con massimo scrupolo sugli atti parlamentari e le decisioni del governo. Dopo il caso Minetti, invece, il capo dello Stato è all’improvviso diventato un uomo senza poteri e senza strumenti, costretto a firmare un provvedimento di grazia sulla base delle informazioni farlocche fornitegli dal ministro della Giustizia. Qualche giornalista trasformatosi in portavoce del presidente, forse nel tentativo di soffiare il posto a Giovanni Grasso che il compito di portavoce del Quirinale lo fa benissimo, si è perfino spinto a dire che Mattarella non ha strumenti per approfondire le richieste di clemenza che gli vengono inviate.«Non può certo incaricare i corazzieri», è stata l’obiezione. Carlo Nordio, secondo qualche genio, pur non avendo poteri sui provvedimenti che competono al capo dello Stato, avrebbe invece dovuto inviare alla ricerca di Minetti e compagno gli agenti della penitenziaria, sottraendoli ai normali turni nelle prigioni di Stato.
Purtroppo, la grande stampa ancora una volta non ha perso l’occasione per dimostrarsi asservita al Quirinale. Così come cercò di minimizzare le frasi del consigliere speciale della Difesa che, pur lavorando a fianco del presidente, si augurava uno scossone per mandare a casa Giorgia Meloni, e come ha provato a intestare le medaglie olimpiche non agli atleti ma al Colle, ora cerca di proteggere Mattarella da un affaire che rischia di comprometterne l’immagine. Siccome però il nostro mestiere è non berci le frottole che dall’alto si vorrebbero propinare all’opinione pubblica, ecco dunque il resoconto di quel che è accaduto.
Anzitutto, sarà il caso di chiarire che al momento contro Minetti ci sono solo voci e nessuna accusa. Nonostante le insinuazioni, l’ex igienista dentale ha effettivamente adottato un bambino gravemente malato. C’è un decreto del tribunale di Venezia che recepisce una sentenza del giudice di Maldonado, città sudamericana a breve distanza dalla costa atlantica. Il bambino era stato abbandonato dai familiari ed è cresciuto in un orfanotrofio fino a che l’ex consigliera regionale lombarda e il compagno non ne hanno richiesto l’affidamento e, successivamente, l’adozione. La Verità ha preso visione della decisione dalla magistratura uruguaiana e nel testo si descrive la condizione sociale e fisica del bambino e si dà conto del fatto che la famiglia naturale non se ne occupa. Che questo non corrisponda al vero, come alcuni insinuano, lo vedremo, ma al momento che il minore sia una scusa, usata per ottenere la grazia, o che sia stato sottratto ai legittimi genitori, come qualcuno lascia intendere, è tutto da dimostrare, perché per sostenere le accuse non bastano le voci anonime - come nel caso della «fonte» che avrebbe spifferato di un viaggio di Carlo Nordio nel ranch di Cipriani e Minetti -, servono le prove.
Ma a prescindere da quel che ha fatto o fa l’ex igienista dentale, resta il tema del ruolo di Mattarella che ora, dopo le polemiche, è stato declassato non a custode puntuto della Costituzione, ma a semplice notaio, che sottoscrive atti decisi da altri.
In realtà, come ha scritto ieri Ermes Antonucci sul Foglio, il Quirinale non può chiamarsi fuori dal caso Minetti. E a ribadirlo è lo stesso magistrato che tuttora dirige l’ufficio grazie della presidenza della Repubblica. Otto anni fa, dopo 12 anni trascorsi sul Colle, Enrico Gallucci ha scritto il capitolo di un libro («Costituzione e clemenza») in cui spiega non solo l’iter delle domande di grazia, ma anche il supporto al capo dello Stato che viene offerto dal dipartimento da lui guidato nell’esame e nella valutazione di tutte le pratiche di clemenza. Grazie a questo importante contributo - ricorda Gallucci - sia Giorgio Napolitano che l’attuale presidente hanno negato la firma a provvedimenti che avevano ottenuto il via libera della Procura e anche del ministro della Giustizia. Insomma, il capo dell’ufficio che si occupa delle misure in favore dei condannati, otto anni fa certificava che il presidente della Repubblica non è un passacarte, che controfirma decisioni prese da altri. Il capo dello Stato, dunque, avrebbe rifiutato la firma per motivi sia «di natura procedurale» sia «per un dissenso di merito».
Così viene spontanea una domanda: perché fino a qualche settimana fa Mattarella era un presidente attivo, capace di fermare un provvedimento di grazia o di opporsi a un decreto, e poi all’improvviso viene trasformato in un notaio distratto, che può essere buggerato da un ministro?
Ripeto quello che ho scritto ieri: in questa vicenda il Colle non ce la racconta giusta. Prima procede spedito cancellando le condanne di Minetti. Poi, quando il caso deflagra, ingrana altrettanto velocemente la retromarcia, provvedendo a cancellare le impronte lasciate sui fascicoli della strana storia. Una volta si diceva: c’è un giudice a Berlino. E i giornalisti? Speriamo non siano quelli che vanno in tv a dire che una fonte accusa Nordio, senza però specificare né chi sia la fonte né quando il ministro della Giustizia abbia preso parte alla rimpatriata. Stiamo verificando, ha detto Ranucci dopo aver sganciato la bomba. Ma le verifiche non vanno fatte prima di aver fatto esplodere la notizia?
From Your Site Articles
Continua a leggereRiduci
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Gli stessi che urlavano per l’autonomia dei giudici «a rischio» accusano il ministro di non aver spinto la Procura a fare indagini migliori. Per Re Sergio invece zero critiche.
«C’è un punto fermo, nella vicenda della grazia a Nicole Minetti: il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla Procura generale di Milano di fare indagini all’estero», scriveva ieri Repubblica. Sul «punto fermo» di Repubblica però la vista si sdoppia: la stessa questione cavallo di battaglia per sostenere le ragioni del No, oggi diventa «il punto fermo» o meglio la clava per menare il governo, soprattutto il ministro Nordio. Una botta in più, una in meno… chissà mai che il Carlo molli per una crisi di nervi, così poi viene giù tutto. Invece il Carletto non molla, tiene il punto ed è pure arrabbiato.
Le accuse che la sinistra muove al Guardasigilli sul caso della igienista dentale più famosa d’Italia sembrano il reverse di quelle che la sinistra mosse nella sua campagna referendaria. In quei giorni lì in tv, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari, il fronte del No metteva in guardia gli italiani dal pericolo che, approvata la riforma costituzionale, i magistrati di fatto sarebbero finiti sotto il controllo della politica, cioè dell’esecutivo. Non era per nulla vero, ma il martellamento convinse. E a nulla valsero i tentativi, anche del ministro Nordio, di spiegare che nessun passaggio della riforma avrebbe potuto condurre a quella opzione. Oggi, dello stesso Nordio, l’opposizione chiede la testa perché… non ha controllato i giudici! Eh sì, perché a leggere le critiche contro il ministro sembra che egli sia colpevole di non aver controllato i buchi dell’istruttoria, che - come ben sappiamo - è stata totalmente nelle disponibilità della Procura generale di Milano. La quale non avrebbe controllato e/o verificato i contorni della domanda presentata dalla Minetti, né sarebbe stata sollecitata a farlo dagli uffici di via Arenula.
In poche parole, il Guardasigilli avrebbe dovuto condurre la Procura a fare tutti gli approfondimenti; avrebbe dovuto sollecitare i controlli con le autorità dell’Uruguay, in particolar modo sulle procedure di adozione del minore, di cui la Minetti si sta (o si starebbe) prendendo cura con tanta dedizione da scantonare la pena stabilita dal giudice per le due condanne. Nordio avrebbe dovuto poi suggerire ai magistrati della Procura di Milano di buttare l’occhio anche sul comportamento della signora Nicole e se la sua nuova vita fosse reale e non una messa in scena. E sempre Nordio - stando alle colpe contestate dalla sinistra per cui dovrebbe dimettersi - avrebbe dovuto insistere coi magistrati perché passassero al setaccio Giuseppe Cipriani jr. viste le frequentazioni con Epstein o parlassero con gli ospedali italiani che si sarebbero rifiutati (a dire della ex consigliera regionale lombarda) di prestare le cure al povero ragazzino malato e senza genitori che lo accudissero (particolare anche questo messo in discussione).
Nordio avrebbe insomma dovuto fare quel che le stesse persone, durante la campagna referendaria, sostenevano essere un grave pericolo per la democrazia: il governo che controlla le Procure! Questo tanto basta per affermare che al ministro non si possono addebitare più responsabilità di quel che i passaggi burocratici prevedono e che, in queste procedure, via Arenula è poco più che un passacarte.
Il primo attore protagonista è senza dubbio la Procura, tant’è che è toccato ai magistrati riaccendere i motori per accertare se le ricostruzioni del Fatto Quotidiano siano vere oppure false oppure parziali rispetto alla «bella favola» che Nicole aveva propinato a tutti quanti. Soprattutto al Quirinale, il cui peso è decisamente superiore rispetto a quello del ministero. «Quando in gioco c’è la libertà di una persona, il presidente agisce come un magistrato ed esercita il potere di condonare o commutare per decreto una pena - previsto all’articolo 87 della Carta - in totale indipendenza e autonomia di giudizio», scriveva Monica Guerzoni sul Corriere prima della tempesta. Evviva Sergio il giusto che può raddrizzare le diffidenze di chi non si fida delle conversioni. In silenzio, discretamente. Così, sempre in quei giorni, il capo ufficio stampa di Mattarella, Giovanni Grasso, si tuffava nel mare dei social per far capire quanto fosse densa di umanità la grazia per quella Nicole, firmata da un presidente mosso a compassione dalla Minetti… rifatta: una cosa del tipo «se anche voi sapeste…», commentava Grasso. Insomma parlavano tutti consapevolmente: del resto se il capo dello Stato, sempre così parsimonioso nel concedere la grazia (solo 71 su 4.230 istanze in tutti gli anni di mandato), stavolta ci metteva la firma e la faccia non poteva che essere stra-sicuro di quel che stava facendo. Peccato che così consapevoli non lo fossero affatto e a Mattarella non è restato che rimettere in scena lo stesso film dell’Indignato, già visto sul bonus per gli avvocati: sull’emendamento facendo sapere della riunione con Mantovano, sulla grazia facendo sapere della lettera con cui chiedeva approfondimenti. Ma davvero al Colle pensano che ci possiamo bere ogni cosa?
Continua a leggereRiduci






