2025-03-09
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: buone maniere a colazione a Palazzo Rainaldi a Treia
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Doveva essere una manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. È finita con Torino avvolta dal fumo dei lacrimogeni, cassonetti in fiamme, pietre e bottiglie scagliate contro le forze dell’ordine, un mezzo della polizia incendiato e diversi feriti portati in ospedale. Il corteo nazionale arrivato oggi in città da tutta Italia e dall’estero si è trasformato, nel tardo pomeriggio, in una lunga scena di guerriglia urbana che nulla ha a che vedere con il diritto di manifestare.
La giornata era iniziata con tre concentramenti - a Palazzo Nuovo, Porta Nuova e Porta Susa - poi confluiti in un unico corteo lungo il Po. Gli organizzatori hanno parlato di decine di migliaia di partecipanti. In mezzo a famiglie, studenti e semplici simpatizzanti, però, si sono inserite frange organizzate e a volto coperto che, avvicinandosi alla zona di corso Regina Margherita, dove si trova l’ex sede di Askatasuna, hanno fatto scattare lo scontro. Prima i fuochi d’artificio lanciati contro gli agenti, poi le bombe carta, le pietre, le bottiglie, perfino sedie e cartelli stradali. Le forze dell’ordine hanno risposto con idranti e lacrimogeni. L’aria è diventata irrespirabile, i negozi hanno abbassato le serrande, alcune persone si sono rifugiate nei locali per paura. In strada sono comparse barricate improvvisate con cassonetti e materiali divelti. Un’auto e diversi bidoni sono stati dati alle fiamme. Nel caos, una camionetta della polizia è stata incendiata e solo l’intervento dei vigili del fuoco ha permesso di spegnere il rogo.
Gli scontri sono andati avanti per oltre un’ora, a ondate, tra corso Regina Margherita e l’area del Campus Einaudi. Il bilancio provvisorio parla di sei persone portate in ospedale, nessuna in gravi condizioni, senza distinzione tra manifestanti e forze dell’ordine. Durante i disordini un uomo è rimasto ferito alla testa ed è stato soccorso in ambulanza. Ci sono stati anche i primi fermi. Nel mirino non sono finiti solo gli agenti. Una troupe della Rai è stata aggredita, con attrezzature distrutte e giornalisti costretti ad allontanarsi. Un episodio grave, che aggiunge un ulteriore elemento di allarme a una giornata già segnata da violenze diffuse e organizzate. Quando in serata la tensione è calata, il tratto di corso Regina Margherita appariva devastato: vetri rotti, resti di lacrimogeni, detriti, monopattini distrutti, segnaletica abbattuta, segni evidenti degli incendi. L’immagine di una città messa a soqquadro da chi ha scelto lo scontro invece del confronto.
In mezzo al caos è emersa una delle scene più agghiaccianti della folle giornata di Torino. Una scena testimoniata da un video che mostra un agente isolato, accerchiato da un gruppo di manifestanti e colpito con calci e martellate alla testa. Le immagini, rimbalzate sui social, mostrano una violenza brutale e codarda, esercitata in superiorità numerica contro un uomo a terra. Un episodio che da solo riassume il livello di ferocia raggiunto dagli scontri e che spazza via ogni tentativo di raccontare quanto accaduto come semplice «tensione di piazza».
La reazione delle istituzioni è stata durissima. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato di aggressioni «con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta», aggiungendo che «questi non sono dissenso né protesta». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha indicato negli antagonisti «un pericolo per la convivenza civile e per la nostra democrazia». Il sindaco Stefano Lo Russo ha definito «raccapriccianti» le scene viste in strada e ha annunciato che il Comune si costituirà parte civile contro i responsabili. Anche dalle forze politiche di opposizione è arrivata una condanna netta. «Le immagini che giungono da Torino sono inqualificabili», ha dichiarato Elly Schlein, parlando di «violenza inaccettabile». Giuseppe Conte ha scritto che il Movimento 5 stelle «condanna con la massima fermezza le violenze e le aggressioni» e ha espresso solidarietà agli agenti e ai giornalisti colpiti.
Al di là delle dichiarazioni, resta il dato di una città ostaggio per ore di gruppi che hanno usato la piazza come terreno di scontro. Protestare è un diritto, devastare, incendiare e aggredire no. Quello che è accaduto a Torino non è stata una manifestazione degenerata per caso, ma una scelta precisa di chi ha cercato lo scontro e ha trasformato una giornata di mobilitazione in un attacco alla sicurezza, alle istituzioni e alla stessa idea di convivenza civile.
In una fase di profonda trasformazione del sistema fieristico, segnata da nuove sfide globali, competitività internazionale e dall’avvicinarsi di grandi eventi come le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, Fiera Milano si conferma uno degli snodi strategici dell’economia italiana. Alla guida di Fondazione Fiera Milano c’è Giovanni Bozzetti, nonché presidente di Infrastrutture Lombarde, chiamato a interpretare questo passaggio cruciale e a delineare una visione di medio-lungo periodo per il futuro del sistema fieristico.
Un percorso che prende avvio simbolicamente dalla Casa del Made in Italy, inaugurata insieme al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso in occasione di Mido, la rassegna internazionale dell’occhialeria in programma a Fiera Milano fino al 2 febbraio. La Casa, ospitata negli spazi del centro servizi del quartiere espositivo di Rho, nasce dal protocollo siglato lo scorso settembre tra Mimit, Fondazione Fiera Milano e Fiera Milano per sostenere le imprese, le filiere territoriali e l’export attraverso una presenza istituzionale strutturata nelle principali manifestazioni fieristiche.
«È un progetto messo a disposizione degli imprenditori», spiega Bozzetti. «La mia storia professionale si è sempre sviluppata tra pubblico e privato, con l’obiettivo di sostenere il Made in Italy nel mondo, sia in ambito aziendale sia istituzionale».
Presidente, quali sono state le sue esperienze tra pubblico e privato?
«Ho lavorato in aziende anche quotate, ho svolto e svolgo attività accademica come professore all’Università Cattolica nel campo del turismo culturale e dello sviluppo del territorio, e ricoperto incarichi istituzionali come assessore del Comune di Milano e di Regione Lombardia. Esperienze diverse ma complementari, che mi hanno consentito di maturare una visione utile al ruolo che oggi ricopro».
Come nasce il suo legame con il sistema fieristico milanese?
«Durante il mio incarico di assessore del Comune di Milano, con delega anche alla Fiera, e successivamente come assessore regionale al Commercio, ho vissuto in prima persona la fase di progettazione e l’apertura del nuovo polo fieristico di Rho-Pero tra il 2000 e il 2005. Fondazione Fiera Milano è sempre stata un fulcro dello sviluppo della città».
Qual è oggi il ruolo di Fondazione Fiera Milano?
«Fondazione Fiera Milano svolge una funzione strategica per lo sviluppo del territorio, della città e dell’intero sistema economico, sociale e culturale lombardo, con importanti ricadute anche a livello nazionale. Il suo valore aggiunto sta nel ruolo di azionista attivo e propositivo di Fiera Milano».
Come valuta lo stato di salute del settore fieristico dopo gli anni più complessi?
«Il settore sta progressivamente tornando ai livelli pre-pandemia, dimostrando una forte vitalità nonostante le tensioni geopolitiche. Le fiere non sono semplici eventi, ma vere infrastrutture strategiche e luoghi di diplomazia economica».
Qual è la posizione di Fiera Milano nello scenario internazionale?
«Fiera Milano è il fulcro del sistema fieristico italiano, che è il quarto al mondo, ed è il cuorepulsante del Made in Italy, apprezzato a livello internazionale per la qualità dei prodotti e del saper fare».
Nei suoi programmi c’è un ripensamento del modello fieristico?
«L’obiettivo è rafforzare il sistema attraverso il confronto continuo con operatori, organizzatori e istituzioni. L’attrattività passa da una maggiore integrazione tra fiere e territorio: hospitality, trasporti, cultura, ristorazione, commercio e tempo libero devono diventare parte di un’unica proposta di valore. Questo crea benefici sia per Fiera Milano sia per il territorio».
Il sistema fieristico italiano è spesso frammentato. Come superare questa criticità?
«Al mio insediamento ho riscontrato l’esistenza di due associazioni di rappresentanza del sistema fieristico: un’anomalia. Ho promosso un percorso di unificazione per rafforzare il dialogo con il governo e superare logiche campanilistiche. Il nostro sistema vale 1,4 miliardi contro i 4 di quello tedesco, ma ha tutte le carte per diventare il primo in Europa grazie alla forza attrattiva del Paese: paesaggio, cultura, arte, cibo, clima».
Quanto contano innovazione e sostenibilità?
«Sono centrali. Abbiamo investito nella posa di oltre 50.000 pannelli fotovoltaici sui tetti di Fiera Milano e previsto, nell’ultimo piano industriale, un investimento aggiuntivo di 8 milioni di euro per il nuovo spazio ConfExpo, dedicato ad attività congressuali e format fieristici di dimensioni più contenute».
Olimpiadi Milano-Cortina 2026: quale sarà il ruolo di Fiera Milano?
«Ospiteremo gare di Speed Skating e Hockey e il main media center dell’evento, grazie a un investimento di 25 milioni di euro. Si tratta di infrastrutture che adeguate con un ulteriore investimento di 12 milioni dopo le Olimpiadi, resteranno come legacy, creando nuove opportunità di business per il Gruppo Fiera Milano».
Mido: che valore ha questa manifestazione?
«Siamo orgogliosi di ospitare Mido, che presenta l’eyewear come una delle eccellenze del Made in Italy. Un settore capace di unire artigianalità, alta tecnologia, tradizione, estetica e scienza».
Quanto è significativa la sua nomina a presidente del Comitato Aefi-ItEx a sostegno competitività e internazionalizzazione industria fieristica?
«È una nomina importante perché rafforza il mio impegno per una collaborazione strutturale tra le associazioni del sistema fieristico italiano. Solo lavorando insieme possiamo essere competitivi e portare il nostro sistema al vertice europeo».
Il recente riconoscimento dell’Unesco alla cucina italiana quale Patrimonio immateriale dell’umanità apre molti e interessanti scenari su di una realtà che, troppo spesso, nell’immaginario collettivo del turista di passo, viene riassunta come pizza o spaghetti e mandolino. Un’ulteriore medaglia a un Belpaese che è leader mondiale per riconoscimenti Unesco: patrimoni artistici, ambientali, immateriali, ovvero tradizioni in vari settori, dai liutai cremonesi all’opera dei pupi siciliani o la cerca e cavatura del tartufo.
Il cambio di passo a partire dal 2010 quando, con il riconoscimento alla dieta mediterranea, si sono valorizzati anche usi e tradizioni del distretto alimentare, come ad esempio il rito del pasto gastronomico francese e, via via, altre «specialità» proprie di alcune comunità: il Kimchi coreano o il Borscht ucraino, la nostra arte dei pizzaioli napoletani, ma è la prima volta che la «targa» Unesco viene riconosciuta a una cucina nazionale intesa nella sua varietà e complessità. Una lettura interessante che ricostruisce il percorso fatto in questi anni per arrivare al meritato traguardo ma, soprattutto, fa riflettere su come questo, in realtà, sia un ottimo punto di partenza per la valorizzazione complessiva del nostro Belpaese, è il libro Tutti a tavola. Perché la cucina italiana è un patrimonio dell’umanità. Scritto a quattro mani da Massimo Montanari, storico della gastronomia, direttore scientifico della Fondazione Pellegrino Artusi e presidente del comitato promotore della candidatura Unesco, e Pier Luigi Petrillo, docente alla Sapienza e Luiss Guido Carli, oltre che presidente internazionale per l’Unesco del comitato di valutazione delle candidature a Patrimonio culturale immateriale. La prima volta di un italiano. Un progetto che ha visto in trincea, dal 2023, l’Accademia italiana della cucina, la Fondazione Pellegrino Artusi e la rivista La cucina italiana con la sua brava direttrice Maddalena Fossati, oltre ai ministeri di Cultura e Agricoltura.
Il quadro della nostra cucina, dalle pagine del libro, risulta ricco di ingredienti di riflessione che vanno oltre quella che può essere la singola esperienza anche degli appassionati di settore. Una delle immagini che colpisce sin dalle prime pagine è che la nostra cucina è un «mosaico di saperi locali e territoriali», laddove «il cibo è come l’acqua» così da «assumere il colore dei territori che attraversa». Ulteriore supporto alla grande ricchezza della nostra cucina è quello di Barbara Nappini, presidente di Slowfood: «Siamo una striscia di terra in un mare chiuso dove tutti i popoli sono entrati in contatto». Italia, quindi, ambasciatrice e testimone di un multiculturalismo, anche gastronomico, inteso come sintesi finale di storie, tradizioni, usi e costumi che variano da campanile a campanile e non è, quindi, un caso quanto sottolineato dal presidente Paolo Petroni: «Noi siamo l’Accademia italiana della cucina», non della cucina italiana, proprio per il suo essere un mosaico dalle infinite sfumature, spesso apparentemente inconciliabili tra loro nel riconoscersi in una matrice comune.
Scorrere le pagine del libro porta a riflessioni che alternano storia e tradizioni a ironica leggerezza. «Per gli italiani la cucina è come il calcio. Tutti allenatori quando gioca l’Italia, tutti cuochi quando si è a tavola». In realtà la nostra cucina è una mirabile antologia di scambi non solo a livello geografico, ma anche sociale. Se è vero che i primi ricettari, a partire dal Rinascimento, riflettevano usi e costumi dell’aristocrazia del tempo, è anche vero che questi erano il frutto di prodotti locali, spesso una rivisitazione più elevata di consuetudini quotidiane delle società del tempo. Ne è un esempio il Viaggio in Italia, edito nel 1548, da Ortensio Lando, umanista rinascimentale che, oltre a descrivere di opere d’arte e paesaggi, raccontava di maccheroni siciliani, dolci napoletani, salumi e formaggi tanto che «la varietà de li costumi italiani, li quali più spesso si cambiano che non fa il camaleonte». Gli fa eco Maestro Martino, cuoco di corte giramondo, che racconta di «macaroni romaneschi, ciciliani, zenovesi» e il collega Bartolomeo Scappi che, arrivato a Napoli, rimane colpito da «una torta più alta di un dito, ma con gli ingredienti messi sopra anziché dentro l’impasto. Torta che i napoletani chiamano pizza».
Altro Dna che caratterizza lo stretto rapporto tra cucina e società è la straordinaria ricchezza di metafore gastronomiche. Non serve la traduzione scritta per comprendere cosa voglia dire «guadagnarsi il pane», «mangiare pane a tradimento», «essere buono come il pane», «rendere pan per focaccia», uno spregiativo «mangiafagioli», così come il considerare filosoficamente che «non tutte le ciambelle riescono con il buco». E, al tempo stesso, in un mondo sempre più globalizzato, mantengono la loro identità originaria, non traducibile, identità quali «maccheroni», «pasta», «spaghetti», «panini», «espresso». Ecco, allora, che il riconoscimento Unesco è ulteriore valore aggiunto a una identità nazionale che deve combattere quotidianamente contro contraffazioni di vario genere: parmesan e calsecco (cioè prosecco), due gastrotarocchi per tutti.
Cucina italiana esempio storico di inclusione e scambio di tradizioni. Se siamo la migliore sintesi della quotidiana dieta mediterranea, è anche vero che alla base di molti ingredienti vi sono contaminazioni diverse. Di prodotti arrivati a noi da altri popoli. Ad esempio nel Sud di origine araba ci sono le coltivazioni di melanzane o carciofi, poi ripresi e valorizzati dal mondo ebraico. La stessa essicazione della pasta, di origine persiana, è arrivata a noi per via araba, sviluppatasi grazie alle ventose arie del Sud, in particolare lungo la costiera napoletana. Vi è, poi, quello che Montanari ha definito «lo scambio colombiano», ovvero quanto arrivato a noi dopo la scoperta delle Americhe. Ad esempio il pomodoro, che ha trovato il suo sviluppo nel consolidarsi come salsa dapprima per carni e poi per la pasta nell’Ottocento, quando l’avvio dell’industria conserviera ne assicurava la disponibilità lungo tutto l’arco dell’anno. Pasta con pomodoro divenuta una delle prime ambasciatrici di orgoglio nazionale per i nostri emigrati nelle Americhe, tanto che lì, grazie anche alla maggior possibilità di spesa, c’era chi la arricchiva con polpettine di carne via via più sostanziose per gusto e dimensioni.
Un bell’esempio di contaminazione migratoria è la «milanese alla napoletana», un piatto meticcio che leggenda vuole sia nato a Buenos Aires negli anni Quaranta del secolo scorso. Una fetta di vitello, o di pollo nella variante più sparagnina, impanata e fritta, passata poi in forno dopo una mestolata di sugo di pomodoro e una fetta di formaggio, se possibile mozzarella. Altre contaminazioni «colombiane»: il mais, che progressivamente andò a sostituire i cereali antichi per la sostanziosa polenta quotidiana, o la patata, che andò a «irrobustire» i tradizionali gnocchi di pane e farina. Un altro esempio divertente è quello dei peperoni con una variante, quella messicana, che trovò ben presto pianta stabile e sostanziosa nelle coltivazioni delle campagne calabresi tanto che poi, quando a fine Ottocento per molti vi fu la dolorosa scelta di emigrare Oltreoceano, ne portarono una piantina con sé per impiantarla a nuova vita come «calebresella».
Con l’unità d’Italia, Pellegrino Artusi fu il primo a cercare di codificare le svariate realtà e tradizioni del Belpaese, dando poi alle stampe il suo celebre La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, una bibbia culinaria tra i testi con maggiori edizioni dell’epoca, assieme al Pinocchio di Carlo Collodi. Un’antologia di ricette provate in prima persona da Artusi stesso, girando l’Italia e raccogliendo segnalazioni dai sempre più numerosi lettori e lettrici lungo la Penisola.
È orrendo persino a scriversi, ma dobbiamo prendere atto che questi sono i fatti: i magistrati italiani vogliono continuare a togliere i figli alle famiglie. E lo vogliono fare, con tutta evidenza, nel modo in cui si fa ora, con il bel corredo di scene raccapriccianti in cui fanciulli urlanti vengono strappati ai genitori della forza pubblica. Questo evinciamo dalla lunga intervista che ieri Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione magistrati per i minori e per la famiglia (Aimmf), ha concesso ad Avvenire.
«Il caso di Palmoli segnala un dato culturale preoccupante», dice il magistrato. «C’è una tendenza diffusa, di cui alcuni media si sono fatti portavoce, che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. Ma questo abbassa il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, ed espone bambini e ragazzi a gravi rischi. Per questo noi magistrati minorili diciamo no. Si tratta di una china pericolosa».
Potremmo chiuderla qui, perché la frase è semplicemente allucinante. Per il magistrato è inaccettabile che i bambini si tolgano ai genitori solo in casi estremi. Tale prospettiva è per lui talmente inaccettabile che ha voluto rilasciare robuste dichiarazioni per rispondere a un corposo documento presentato giovedì dal Garante per l’infanzia Marina Terragni. Il report si intitola Prelevamento dei minori. Facciamo il punto e giunge a una conclusione più che condivisibile: «L’allontanamento di un minore dalla famiglia deve tornare a essere una misura eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo».
Passate poche ore appena, l’associazione dei magistrati minorili ha deciso di mostrarsi fermamente contraria. Non vuole nemmeno provare a discutere l’argomento. Certo, Cottatellucci vuole mostrarsi dialogante: «Non si può che essere d’accordo con lei», dice. Ma poi aggiunge: «Abbiamo già detto, e concordiamo sul fatto che l’allontanamento deve rappresentare l’extrema ratio, e va deciso solo dopo aver cercato un’alleanza possibile con i genitori. Ma direi che questo rientra già nelle buone prassi adottate dai tribunali per i minorenni e dai servizi sociali. Il problema, come detto, è stabilire la soglia della cosiddetta extrema ratio». Dietro le belle parole, in sostanza, il rifiuto è granitico: «Se viene limitata la nostra possibilità di intervento, i minori saranno meno tutelati», spiega il magistrato. «Diciamolo più chiaramente. Si sta introducendo un modo di pensare per cui tutto quello che riguarda la famiglia deve rimanere nell’ambito della famiglia senza alcuna possibilità di intervento da parte di chi è chiamato proprio a tutelare i membri più deboli della famiglia stessa». Secondo il magistrato, coloro che difendono la «famiglia nel bosco» rischiano addirittura di favorire il ritorno del padre padrone: «Il potere insindacabile dei genitori sui figli rischia di riportarci alla logica della vecchia patria potestà. Ma oggi noi parliamo di responsabilità genitoriale proprio per sottolineare che i minori sono portatori di diritti che i genitori non possono limitare».
Quanto ai Trevallion non c’è nemmeno da discutere. I figli andavano tolti e basta. «I genitori possono scegliere lo stile di vita che preferiscono», dice Cottatellucci. «Ma se questo stile di vita lede uno o più diritti dei figli siamo di fronte a un abuso. Qui c’è stata da parte del tribunale per i minorenni un’ingerenza finalizzata alla protezione. Ai figli veniva imposta una vita di segregazione tale per cui questi ragazzi sarebbero arrivati all’età dell’adolescenza senza contatti significativi con i coetanei. E questo si configura come grave negazione di un diritto». Che poi le evidenze mostrino una realtà diversa, al nostro non sembra importare.
Per i magistrati, insomma, l’importante è che nessuno tocchi il loro potere e le loro prerogative. Come spiega Avvenire, oggi «in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, nelle diverse sedi di Corte d’appello verrà letto un comunicato in cui sono sintetizzate le ragioni di una preoccupazione diffusa e condivisa. A parere dei giudici minorili, il caso della famiglia nel bosco rischia di diventare il paradigma di un revisionismo culturale che vorrebbe cancellare mezzo secolo di riflessioni giuridiche e di ricerche scientifiche nell’ambito della pedagogia e della psicologia».
È tutto davvero molto curioso. Sconcerta la rigidità dei magistrati e sconcerta ancora di più che Avvenire, quotidiano cattolico, si schieri così violentemente contro le famiglie. Viene quasi il sospetto che vi sia un interesse dei vescovi a lasciare il sistema minorile così com’è.
Stupita è anche Marina Terragni. «Mi ha sorpreso che il giornale della Cei sembri tenere alle famiglie meno di quanto ci tenga io, questa è una novità, una grande novità. Io sono sempre stata una donna tendenzialmente di sinistra, ho vissuto anche le fasi di forte critica della famiglia. E mi sembra strano trovarmi oggi in una posizione molto diversa, persino contraria, rispetto a quel giornale da cui mi aspettavo un’attenzione maggiore ai nuclei famigliari». Terragni si dice stupita anche dalle dichiarazioni di Cottatellucci e dalla rigidità della risposta dei magistrati al documento del Garante. «Non capisco perché non si voglia abbattere il numero di minori allontanati», spiega. «Se calasse ci sarebbero infinitamente meno traumi e questo è il superiore interesse del minore, che magari viene già da una situazione traumatizzante e gliene si infligge un’altra».
L’interesse dei minori, purtroppo, in questo meccanismo atroce di allontanamenti è lungi da essere il principale interesse. Anzi, sembra venire per ultimo. E il fatto che i magistrati alzino barricate non appena qualcuno propone di aprire una discussione sul tema significa che c’è decisamente qualcosa che non va.

