2021-05-09
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: i fiori per la festa della mamma
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Circola una frase apocrifa che dice: il prezzo è ciò che il compratore più sciocco è disposto a pagare. Se è così, ieri sul mercato vi erano moltissimi sciocchi. Sul mercato di Londra il rame ha fatto segnare un nuovo record, superando i 13.300 dollari per tonnellata (+1,7%). Lanciatissimi anche palladio e nichel, rispettivamente +5,7% e +10%. In effetti sono saliti tutti i metalli industriali (unica eccezione lo stagno, -3,75%) e anche i preziosi.
La mossa statunitense del 3 gennaio scorso, con la messa sotto tutela del grande serbatoio di petrolio venezuelano, non muta il quadro di una corsa alle materie prime che prosegue e proseguirà. All’apertura del mercato il prezzo del petrolio non ha avuto particolari scossoni, restando attorno ai 61-62 dollari al barile. Del resto, nel breve e anche medio termine nulla cambia. L’operazione americana è in chiave strategica e riguarda ciò che è stato chiarito nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale resa nota da Washington a novembre 2025: un allineamento completo di tutto l’emisfero occidentale alle necessità strategiche degli Stati Uniti. A molti non piacerà, ma è quanto Donald Trump ha dichiarato di voler fare, in un documento molto citato ma poco compreso. Dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia, l’intenzione di Washington è di avere il controllo delle relazioni diplomatiche, delle risorse e delle frontiere di tutto il continente americano. Non è una impresa di poco conto, ma Trump sta andando molto velocemente e l’azione in Venezuela rappresenta un’accelerazione.
Quanto alle risorse, per restare al Venezuela, il petrolio disponibile è tanto ma la produzione scarsa, meno dell’1% della domanda mondiale. Ebbene, questo rappresenta un vantaggio, perché nessuno oggi ha bisogno di più petrolio dal Venezuela, essendoci già un eccesso di offerta mondiale. Ulteriori quantitativi che arrivassero sul mercato oggi abbatterebbero i prezzi a livelli insostenibili per molte aziende dello shale statunitense, già vicine alla sofferenza ai prezzi attuali. Possiamo a questo punto introdurre una distinzione tra prezzo e valore, grazie alla celebre frase di Warren Buffet: il prezzo è ciò che paghi, il valore è ciò che ottieni. In effetti, il valore delle riserve venezuelane (per quanto probabilmente sovrastimate) è alto perché il loro sfruttamento potrà cominciare a dare i propri frutti dal 2029 in avanti, proprio quando la produzione interna statunitense subirà un prevedibile calo, dovuto all’esaurimento dei terreni disponibili al fracking nel bacino del Permiano.
Quello che Trump sta cercando è un difficile equilibrio tra il prezzo del petrolio, che vorrebbe basso in modo da non alimentare l’inflazione in patria, e le esigenze di profitto delle compagnie petrolifere, che sotto un certo prezzo del greggio non hanno motivo di produrre e creare abbondanza di risorsa. Ecco perché gli Usa hanno bisogno di trovare spazio per nuove perforazioni, in sostituzione di ciò che si va esaurendo nel sottosuolo nazionale, e di assumere il controllo di riserve strategiche per modularne lo sfruttamento.
Se si parla di Groenlandia e di Iran, poi, nel primo caso si parla di materie prime come terre rare leggere e pesanti (neodimio, praseodimio, disprosio, terbio), uranio, zinco, ferro, rame, nichel, cobalto, molibdeno, oro. Nel secondo caso, l’Iran, si parla invece ancora di petrolio. Ebbene, uno sfruttamento intensivo del territorio groenlandese prenderà comunque molto tempo, anche se si arrivasse rapidamente a un accordo amichevole tra le parti. Tuttavia, anche in questo caso sarà il prezzo, con tutto ciò che questo incorpora (aspettative, volumi, valore), a dare un’indicazione dell’efficacia dell’azione trumpiana, volta a consolidare il continente americano.
Nel caso dell’Iran, si tratterebbe soprattutto di avere il controllo della produzione in modo da modulare i prezzi ed evitare che le cospicue riserve iraniane finiscano troppo rapidamente sul mercato, abbattendo i prezzi sotto la soglia vitale di 50 dollari al barile. Questo dovrebbe essere infatti il livello obiettivo di prezzo per il petrolio nei piani della Casa Bianca. A quei livelli il danno sarebbe soprattutto alla Russia, che già vende il suo greggio con un forte sconto rispetto alla media di mercato. Se la manovra di Trump non dovesse riuscire, e i prezzi salissero per un blocco dell’offerta, a farne le spese sarebbe l’Europa, inerte price-taker. Sarà dunque il prezzo a stabilire vincenti e perdenti nella scommessa trumpiana.
L’attonita Europa, nel frattempo, balbetta incredula senza riuscire ad articolare un pensiero, avendo annacquato in una poltiglia inconsistente chiamata Ue le poche posizioni politiche e diplomatiche che poteva proporre quando a parlare erano i governi. Come si legge nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, l’Europa si è condannata al declino e gli Stati Uniti temono che molti Paesi europei non avranno più economia e capacità militare per essere alleati affidabili. È vero e la dimostrazione si ha in molti campi. Il ritardo europeo sul dossier delle materie prime, ad esempio, è enorme e difficilmente potrà essere colmato. A guidare le danze saranno i blocchi contrapposti che si stanno costituendo, da una parte gli Usa, dall’altra la Cina.
Mettere in fila i diversi elementi che compongono l’azione di Trump è operazione non facile, ma possiamo farci aiutare da una bussola che difficilmente sbaglia: il prezzo. Sempre tenendo presente ciò che esso rappresenta in concreto. Altrimenti, avrà avuto ragione Oscar Wilde nel dire che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.
L’amministrazione Trump non arretra sulla Groenlandia, mentre cresce la tensione tra Washington e il Vecchio Continente. «Questa è stata la posizione formale del governo degli Stati Uniti fin dall’inizio di questa amministrazione - francamente potremmo risalire alla precedente amministrazione Trump - ovvero che la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti», ha dichiarato, lunedì sera, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller. «Non si tratterebbe di un’azione militare contro la Groenlandia: la Groenlandia ha una popolazione di 30.000 persone. La vera domanda è: con quale diritto la Danimarca rivendica il controllo sulla Groenlandia?», ha proseguito, per poi aggiungere: «Qual è la base della sua rivendicazione territoriale? Qual è la base per cui si considera la Groenlandia una colonia della Danimarca? Gli Stati Uniti sono la potenza della Nato. Affinché gli Stati Uniti possano proteggere la regione artica e difendere la Nato e i suoi interessi, ovviamente la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti». «Nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia», ha anche detto Miller.
Insomma, mentre ribadisce di voler prendere il controllo della Groenlandia, la Casa Bianca sembra escludere la volontà di un’azione militare nei confronti dell’isola. A questo proposito, secondo l’Economist, Washington avrebbe intenzione di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una formula che gli Stati Uniti hanno già in essere con Micronesia, Isole Marshall e Repubblica di Palau. Questo genere di intesa fa sì che Washington garantisca autonomia interna e assistenza finanziaria alla controparte, assumendone al contempo la responsabilità in materia di difesa. Domenica, Donald Trump ha chiarito di volere la Groenlandia per una questione di sicurezza nazionale: il suo obiettivo è, in particolare, quello di arginare l’influenza di Cina e Russia nell’Artico. L’isola ospita già una base militare statunitense. Tuttavia, è probabile che Washington voglia incrementare la propria presenza sul territorio, bypassando eventuali trattative con Copenaghen.
In questo quadro, è interessante il fatto che Miller abbia esplicitamente messo in discussione la legittimità delle rivendicazioni territoriali danesi sulla Groenlandia: rivendicazioni che affondano le loro radici nel 1721, quando l’unione reale di Danimarca-Norvegia avviò la colonizzazione dell’isola. Una posizione, quella espressa da Miller, che va collegata al discorso d’insediamento, pronunciato da Trump il 20 gennaio dell’anno scorso. In quell’occasione, l’attuale inquilino della Casa Bianca elogiò William McKinley, che fu presidente degli Stati Uniti dal 1897 al 1901, quando venne assassinato. Ebbene, fu durante la sua presidenza che gli Usa annessero le Hawaii e che, dopo aver vinto una breve guerra con la Spagna, inaugurarono un protettorato su Cuba. Sotto questo aspetto è da sottolineare che, in occasione del conflitto armato con Madrid, una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense ne fece una questione di lotta al colonialismo europeo.
Nel frattempo, ieri, i leader di Italia, Germania, Francia, Danimarca, Spagna, Regno Unito e Polonia hanno emesso una dichiarazione congiunta sulla questione groenlandese. «Il Regno di Danimarca, inclusa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti, rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini. Si tratta di principi universali e non smetteremo di difenderli», si legge nel documento, che prosegue: «Gli Stati Uniti sono un partner essenziale in questa impresa, in quanto alleati della Nato e attraverso l’accordo di difesa tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti del 1951». «La Groenlandia», conclude il comunicato dei leader europei, «appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che li riguardano». La dichiarazione è stata seguita, qualche ora dopo, da una nota similare, firmata da Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.
Come che sia, il potere contrattuale dei leader europei resta fragile. Le cancellerie del Vecchio Continente sanno infatti bene di non poter fare a meno della forza militare statunitense sia per quanto riguarda la potenza della Nato sia in riferimento ai negoziati diplomatici in corso sull’Ucraina.
Inoltre, la determinazione mostrata dal presidente americano sul caso Maduro di certo non consente agli europei di fare eccessivamente la voce grossa sulla questione della Groenlandia. È anche in questo senso che, secondo Miller, «nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia».
L’Artico è del resto sempre più strategico per Washington, sia in termini di materie prime che di rotte di navigazione. Tra l’altro, la concorrenza di Cina e Russia nella regione è aumentata nel corso degli ultimi anni. Trump non sta quindi conducendo una crociata ideologica contro il Vecchio Continente. Lo si condivida o meno, sta semmai cercando di agire rapidamente in nome di una riedizione della Dottrina Monroe in chiave principalmente anticinese.
E attenzione: fu l’amministrazione Biden che, a dicembre 2024, lanciò l’allarme sul rafforzamento della cooperazione sino-russa nell’Artico. Questo significa che, negli ultimi anni, l’alleanza euroatlantica non ha fatto abbastanza per garantire la sicurezza in questa regione cruciale. Senza contare che Emmanuel Macron e l’allora cancelliere tedesco, Olaf Scholz, hanno ripetutamente flirtato con Pechino. Quindi, al netto dei suoi modi controversi, non è che Trump abbia proprio tutti i torti a porre urgentemente la questione artica.
Dopo la moschea Miriam di via Padova a Milano, anche quella di Piacenza sulla strada Caorsana aveva legami con l’Abspp, l’associazione benefica di solidarietà al popolo palestinese accusata di essere uno strumento per raccogliere fondi per Hamas. Elemento ancora più inquietante è che stiamo parlando della comunità che fa capo al piacentino di adozione Yassine Baradai, neo eletto presidente dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii).
Un video ne mostra il collegamento, così come la promozione degli aiuti a Gaza lo scorso settembre ha rivelato i legami con l’Abspp dello storico centro islamico di via Padova. «I volontari dell’Associazione orfani di Gaza, con il sostegno della moschea Mariam di Milano, stanno preparando pasti caldi da distribuire agli orfani e alle famiglie più bisognose. Questo è il cuore del Progetto pasti caldi Gaza: trasformare la solidarietà di Milano in speranza concreta per chi ogni giorno lotta per sopravvivere. Ogni donazione è il filo che unisce Milano a Gaza», si leggeva sui social nell’invito ad aderire.
Accanto al logo dell’associazione islamica di Milano c’era quello di Abspp, fondata da Mohammad Hannoun, il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia finito in manette con l’accusa a vario titolo di finanziamento all’organizzazione terroristica legata ad Hamas. Ma anche a Piacenza si erano raccolti fondi pro Gaza attraverso Abspp.
L’ha scoperto Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega. In un video del 12 aprile 2023, la comunità islamica informava: «Le donazioni e le raccolte della moschea di Piacenza sono giunti ai bisognosi della città di Gaza in Palestina. Ringraziamo l’associazione Abspp onlus per la loro preziosa collaborazione e di averci dato la possibilità di poter trasmettere la nostra solidarietà ai cittadini della martoriata Gaza».
Secondo gli inquirenti, il denaro raccolto attraverso diverse organizzazioni benefiche, ufficialmente destinate a scopi umanitari ma in realtà destinato all’organizzazione terroristica responsabile della strage del 7 ottobre per le proprie esigenze strategico-militari, proveniva anche da iniziative come «pasti caldi». Il periodo della raccolta fondi cui fa riferimento il video è lo stesso in cui, secondo le carte dell’inchiesta, risultano gli ultimi bonifici verso presunte organizzazioni benefiche palestinesi.
«Quanto alle uscite, nel periodo dal 2/1/2017 al 6/9/2023 (data dell’ultimo bonifico rilevato su questi conti), sono stati disposti n. 168 bonifici verso organismi stranieri per complessivi 1.558.557,43 euro, di cui 738.644,56 euro sono stati inviati a n. 16 entità aventi iban palestinesi dichiarate come associazioni caritatevoli con finalità di beneficenza (con causali pagamento adozione a distanza orfani, pacchi viveri, progetto Ramadan 2018 pasti caldi, sostegno famiglia, progetto cartella scolastica ecc.), la maggior parte delle quali alla luce delle emergenze delle indagini, risultano essere legate ad Hamas», si legge nell’ordinanza del gip che aveva disposto la custodia cautelare in carcere di Hannoun e di altre otto persone.
Oggi, tra l’altro, scade il termine ultimo per la formalizzazione da parte della difesa della richiesta di annullamento o, in subordine, di attenuazione delle misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari.
«Dopo Milano, il filo conduttore islamista ci porta a Piacenza, proprio nella città del nuovo presidente dell’Ucoii, allargando pericolosamente una rete che intreccia estrema sinistra e organizzazioni filo-Hamas e che trova il suo fulcro nella Fratellanza Musulmana e nel suo braccio operativo nel nostro Paese: l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia», tuona Cisint. Aggiunge: «Punti che si collegano in una vera e propria ragnatela. Ritornano sempre gli stessi nomi, le stesse associazioni e gli stessi imam. Un esercito religioso e silenzioso che lavora sottotraccia per rafforzare la propria influenza e che mira a entrare nelle nostre istituzioni facendo leva sulla propria ideologia islamista e sulle alleanze politiche nella sinistra, per conquistarci, annullarci e poi governarci. Strutture che trovano basi operative in alcune moschee, dove vengono formati, indottrinati ed educati a odiare l’Occidente e ad applicare la sharia».
Ieri Baradai ha lamentato sul quotidiano Libertà che «una parte marginale dell’informazione tende a rappresentare le comunità musulmane come un fenomeno estraneo». Secondo il presidente Ucoii «si tende ad associare in modo sistematico l’islam a estremismo, radicalismo o terrorismo, anche in assenza di nessi verificabili».
Sicuramente le indagini faranno luce sulle reali finalità delle donazioni, anche se le perquisizioni stanno già confermando l’impianto accusatorio. Nel corso degli anni sarebbero stati raccolti e trasferiti fondi per diversi milioni di euro attraverso associazioni formalmente benefiche, in favore di organismi dichiarati illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas, o direttamente a favore di esponenti di Hamas e di sostegno di familiari dei terroristi.
Cisint invita anche a mantenere alta l’attenzione su Islamic Relief (Ir) Italia, network internazionale impegnato nella cooperazione umanitaria, che avrebbe legami con i Fratelli musulmani e forse con Hamas. Iniziative fatte con Islamic Relief sono state promosse dalla moschea Mariam di Milano e da quella di Piacenza in un «Tour per gli orfani di Gaza», lo scorso novembre.
Come fa un semplice testo approvato a diventare legge? Non succede per magia, ci vogliono i decreti attuativi, misure che rendono operative le disposizioni stabilite da una legge. Questo vale anche per le riforme, e le opposizioni e l’Anm lo sanno bene. Trascinare in avanti la decisione sulla data del voto che deciderà se confermare la riforma della giustizia approvata dal Parlamento serve proprio a questo. A prendere tempo. All’indomani di un eventuale sì, la riforma non avrà subito forza di legge, lo sarà una volta emanati i decreti attuativi, e fino a che non saranno emesse queste norme secondarie, la riforma non avrà effetti. Mancano solo 10 mesi al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, e tirare la corda ancora sulla data, torna accidentalmente utile per formare un nuovo, ennesimo, Csm senza sorteggio, con il sistema del voto e delle correnti. Significa tenere le cose come stanno per altri quattro anni, significa che le prossime nomine dei procuratori verranno fatte dai soliti noti, dalle solite toghe politicizzate, significa aver fatto votare ai cittadini due volte (una volta in Parlamento tramite i loro rappresentanti, e una volta al referendum) una riforma che si vedrebbe applicata realmente dopo il 2030.
Trascinare la decisione in qualche modo tiene in stallo anche i lavori parlamentari che, insieme alla campagna referendaria, ricominciano oggi. L’agenda politica di quest’anno parte ricca di impegni. In Senato si parte subito con la discussione del ddl antisemitismo che spacca la sinistra e che non trova pieno sostegno neanche a destra, considerata da alcuni una norma liberticida. La segretaria del Pd Elly Schlein sembra che abbia visto l’azione del collega di partito, Graziano Delrio, come un modo per crearle problemi su un tema che andrebbe a toccare gran parte del suo elettorato che trova le radici nei centri sociali e nell’attivismo pro Pal. Per questo il Pd si presenterà con due proposte diverse insieme ai ddl di Lega, Fi e Italia Viva. La proposta di Delrio che ha avuto la dura reazione soprattutto del capogruppo Francesco Boccia, prevede una delega al governo per gestire il fenomeno dell’antisemitismo sui social e dentro le università. Si propone l’istituzione di una sorta di «grande fratello» su ciò che accade nelle attività e nei contenuti delle stesse. Le linee guida da seguire sarebbero quelle dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra).
L’attesa più grande c’è per venerdì però, quando i giornalisti potranno rivolgersi al presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di fine anno, diventata ormai con questo governo, una conferenza stampa di inizio anno. Il 9 gennaio, esattamente lo stesso giorno di quella precedente un anno fa. In quell’occasione si attende che Giorgia Meloni dica la sua anche sulle date del voto del referendum (le più probabili restano quelle del 22 e del 23 marzo). Anche perché bisogna dare dei segnali: sono passate più di due settimane dal consiglio dei ministri che, deliberando la decisione di votare in due giorni, avrebbe anche dovuto definire gli stessi. Andare oltre sarebbe imbarazzante.
Sbloccare il referendum permetterebbe anche di muoversi sugli altri dossier. Il prossimo obiettivo della maggioranza è la riforma della legge elettorale, che si inizierà a calendarizzare dopo il referendum. Il premierato, che per il momento resta fermo alla Camera dopo il via libera del Senato, non è previsto nel calendario di gennaio di Montecitorio proprio perché si dovrebbe discutere dopo le nuove regole del voto. Il 14 gennaio alla Camera ci sarà il ministro degli Interni Matteo Piantedosi per riferire sul caso Hannoun, il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia arrestato e accusato di aver raccolto fondi per Hamas. Il 15 invece, il ministro della Difesa Guido Crosetto, sempre a Montecitorio, svolgerà le comunicazioni in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina. L’argomento, spinoso per la maggioranza, con la Lega ostile all’idea di proseguire gli aiuti all’Ucraina, non ritenendolo tuttavia tema sufficiente per rompere l’alleanza di governo, è stato risolto il 30 gennaio con un accordo tra i partiti di governo.
Sul tavolo del primo trimestre di lavori parlamentari ci sarà anche la modifica del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso. Anche questo, tema spinoso e controverso. Un accordo sui principi generali chiuso tra Meloni e Schlein vorrebbe essere interpretato dalla sinistra come un via libera su come definire i dettagli del testo, naturalmente non può essere così e la Lega ha giustamente sollevato dei rilievi.
Non solo la Lega ma anche alcuni esponenti di Fratelli d’Italia non si sono convinti del testo della proposta di legge bipartisan. Il ministro per la Famiglia, natalità e pari opportunità, Eugenia Roccella, sostiene che il consenso, per come viene concepito, rischia di legittimare altre perplessità sull’inversione dell’onere della prova. Altri dubbi sono stati sollevati anche da Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione camere penali.
In agenda, appunto, anche il ddl Roccella sull’affidamento dei minori, argomento tristemente balzato alle cronache con il caso della famiglia del bosco.
Infine una legge sul fine vita, non una priorità per questo governo, che si pensava inizialmente non volesse legiferare su questo, ma che invece dovrebbe poter vedere luce entro la fine dell’anno. Gli uffici ci stanno già lavorando.
«Una domanda alla Anm: chi finanzia la vostra campagna per il no? È costosa. E siete una associazione privata. Potete rispondermi?». La domanda posta da Gaia Tortora su X ha una risposta: a finanziare la campagna per il no al referendum confermativo della riforma della giustizia sono i magistrati dell’Anm. Lo spiega bene Il Dubbio: lo scorso settembre il comitato direttivo centrale dell’Anm ha deliberato, per la campagna del no alla riforma, una spesa di 500.000 euro. Come si raggiunge questa cifra? Stando a quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, da alcuni mesi la quota di iscrizione che i magistrati devono versare all’associazione è aumentata del 50%, passando da 120 a 180 euro l’anno. Moltiplicata questa somma per i 9.149 soci dell’Anm, abbiamo un totale di 1.646.820 euro. Praticamente mezzo milione di euro in più all’anno rispetto alla quota precedente. Esattamente i denari che servono a finanziare la campagna, già partita con i cartelloni installati nelle grandi stazioni italiane.
La campagna, realizzata dal comitato «GiustodireNo» dell’Anm, lancia un messaggio molto semplice: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No. Al referendum, vota no». Uno slogan assai grossolano, ma i tempi che corrono, purtroppo, sono caratterizzati da un modo di comunicare basato più sulla emotività che sui contenuti. Le accuse sono arrivate tra gli altri dal comitato «Giustizia Sì», da Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Si Separa», che ha parlato di manifesto «truffaldino e vergognoso», dal professor Nicolò Zanon, presidente del comitato nazionale «Sì Riforma». Critiche rintuzzate dal comitato per il no dell’Anm: «Il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica», ha spiegato il portavoce, Enrico Grosso, «viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto». «Ho visto i cartelloni», ha argomentato Giovanni Bachelet, presidente del comitato della società civile per il No, «e mi sembrano efficaci. E le reazioni dei comitati per il sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Alle critiche arrivate dai sostenitori del sì, ha risposto il segretario dell’Anm Rocco Maruotti: «Politici, giornalisti di partito e alcuni presidenti dei comitati per il sì», ha sottolineato Maruotti, «che si stanno agitando tanto per la campagna referendaria che il comitato per il no, presieduto dal costituzionalista e avvocato Enrico Grosso, ha lanciato in questi giorni nelle grandi stazioni ferroviarie, andrebbero ringraziati perché, rilanciando sui loro profili social le foto con i manifesti contrari alla riforma Nordio, stanno centuplicando a costo zero l’effetto pubblicitario della campagna referendaria per il no».
Detto ciò, segnala ancora Il Dubbio, l’Anm sarebbe pronta a raddoppiare l’investimento, stanziando un altro mezzo milione di euro per irrobustire la campagna referendaria. Da dove arriverebbero questi altri soldi? O da un ulteriore prelievo dalle casse dell’Anm oppure ad aprire i cordoni della borsa potrebbero essere le associazioni che aderiscono al comitato «Società Civile per il No al Referendum costituzionale». Al comitato aderiscono 26 sigle, tra le quali è inevitabile che un sostanzioso contributo potrebbe arrivare dalla Cgil di Maurizio Landini. La battaglia referendaria non è ancora entrata nel vivo, ma non appena sarà fissata la data della consultazione c’è da aspettarsi che i toni diventeranno ancora più accesi.

