2022-07-17
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: l’uso dei bicchieri con lo stelo
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È l’esito di una campagna straordinaria di controlli sulle mense ospedaliere e sui servizi di ristorazione sanitaria, finalizzata alla verifica del rispetto delle normative igienico-sanitarie e della sicurezza alimentare all’interno delle strutture destinate ai pazienti e condotta dai Nas tra il 19 febbraio e il 22 marzo.
Sono state controllate 558 strutture su tutto il territorio nazionale, di cui 525 operanti nel settore della ristorazione collettiva e 31 afferenti direttamente all’ambito sanitario. Gli accertamenti hanno evidenziato 238 strutture non conformi, pari al 42,7% del totale.
Due mense sono state sospese a Napoli e Brescia per gravi condizioni igieniche e infestazioni da insetti. A Salerno è stata riscontrata contaminazione microbiologica su vassoi. A Catania sono stati sequestrati circa 60 kg di alimenti in cattivo stato di conservazione. Sanzioni anche in mense a Parma e Taranto.
Mentre i prezzi dei futures petroliferi Brent e Wti restano fermi o salgono di poco, la sensazione è che l’entità dello shock energetico generato dalla guerra in Iran non sia ancora pienamente visibile nei prezzi e nei consumi.
L’impatto della guerra in Iran sul sistema energetico globale non si è ancora tradotto, in Europa, in una percezione di scarsità. Questo perché il petrolio e i prodotti raffinati che oggi alimentano i consumi mondiali sono in larga parte quelli già spediti prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Si tratta di un ritardo temporale determinato dai tempi di navigazione e anche dalla presenza di riserve lungo la filiera. C’è stato anche un importante rilascio di scorte da parte dei Paesi che fanno parte dell’Iea. Questo polmone sta però per sgonfiarsi e molte analisi convergono sul mese di aprile come momento in cui la riduzione dell’offerta diventerà evidente.
Sappiamo che l’Asia è il maggior importatore di greggio e di prodotti dal Golfo. Circa 12 milioni di barili al giorno (mb/g) sui 20 che uscivano da Hormuz prima della guerra finivano in Cina, India, Giappone e Corea del Sud. In Europa, dal Medio Oriente via mare, normalmente arrivava meno di 1 mb/g, ma questo rileva solo fino a un certo punto, perché nel momento in cui vengono a mancare circa 20 mb/g (tra greggio e raffinati), tutto il mondo si mette in competizione per ricevere petrolio e prodotti. Così, anche carichi che normalmente sarebbero diretti in Europa possono cambiare destinazione.
J.P. Morgan Commodities Research e la società di consulenza Kpler hanno mappato la distribuzione globale delle esportazioni di petrolio via mare dal Golfo Persico verso i principali hub commerciali mondiali. Gli analisti hanno stimato le date approssimative di consegna indicate per regione, in modo da riflettere l’arrivo delle ultime spedizioni dal Golfo, quelle precedenti il 28 febbraio (giorno dell’attacco di Israele e Usa all’Iran). Secondo questa analisi, la maggior parte delle consegne dal Golfo in Africa, Asia orientale e India si interromperà entro domani, in Europa entro il 10 aprile, negli Usa entro il 15 aprile e in Australia entro il 20 aprile. Ipotizzando che dallo Stretto di Hormuz non siano uscite altre petroliere, quello sarà il momento in cui ciascun continente si troverà senza nuove forniture dal Golfo. Esistono però alcuni stratagemmi. Ad esempio, Arabia Saudita ed Emirati riescono, per vie alternative, ad inviare circa 6 mb/g all’estero, il rilascio delle scorte ha dato fiato per 2 mb/g fino a fine aprile e ci sono circa 2 mb/g di petrolio russo sanzionato per un paio di mesi. Inoltre, alcune petroliere iraniane sono passate, dirette in Cina, e alcuni carichi di Gpl sono arrivati in India.
Questi interventi hanno contribuito a contenere l’impatto nella fase iniziale ma il rilascio di scorte ha una capacità limitata nel tempo e le consegne con il contagocce in Cina non risolvono il problema. Mancano all’appello sempre 10 mb/g circa e soprattutto mancano i prodotti raffinati, diesel e benzina.
La struttura delle importazioni europee è più diversificata rispetto a quella asiatica, ma il sistema resta esposto al mercato globale dei prodotti raffinati. Il diesel rappresenta un punto di attenzione particolare per il ruolo che svolge nel trasporto e nella logistica. Secondo alcuni dati di tracciamento delle navi, nei giorni scorsi ci sono state deviazioni delle rotte di alcune petroliere che trasportavano gasolio dagli Usa verso l’Europa e che ora sono dirette in Africa e Asia.
È proprio questo il segnale che le forniture subiscono una riallocazione su base competitiva, in funzione dei prezzi.
Le conseguenze della fine dei flussi mediorientali sono già visibili nei mercati asiatici. La domanda si è ridotta di circa 2 milioni di barili al giorno nel corso delle ultime settimane, mentre i prezzi dei prodotti raffinati, in particolare diesel e carburante per aerei, hanno registrato forti aumenti. Alcuni Paesi hanno introdotto misure di contenimento dei consumi e restrizioni alle esportazioni di prodotti energetici e petrolchimici. In Australia sono state segnalate carenze presso numerosi distributori, in Thailandia si registrano difficoltà di approvvigionamento, mentre altrove si osservano cancellazioni di voli e riduzioni dell’attività industriale.
Da aprile le carenze fisiche inizieranno a manifestarsi concretamente e si va dunque verso una distruzione della domanda non voluta ma imposta. Poiché la coperta è corta, il rischio è di una salita dei prezzi in tutto il mondo per accaparrarsi petrolio e prodotti, innescando una rincorsa che porterebbe i prezzi a livelli difficilmente sostenibili.
In tutto ciò, il silenzio dell’Unione europea appare preoccupante. A parte la usuale litania sulle fonti rinnovabili, che comunque senza una elettrificazione dei consumi servono a ben poco, non pare esserci una strategia di reazione alle possibili carenze che si prospettano a breve. Al di là di un generico monitoraggio, non risultano vi siano allo studio opzioni su eventuali razionamenti. L’attivazione di misure di questo tipo dipenderà dall’evoluzione dei flussi globali nelle prossime settimane, dal livello delle scorte e soprattutto dall’andamento della guerra. Ma il tempo scorre e abbiamo già visto nel 2022 che la distruzione della domanda energetica si trasforma in deindustrializzazione.
Vacanze pasquali a chilometro zero. O poco ci manca. Tra tensioni geopolitiche e rincari alle stelle, le festività che generalmente aprono alla primavera e a viaggi fuori casa difficilmente porteranno gli italiani a muoversi, soprattutto oltre i confini nazionali. Secondo le previsioni dell’Osservatorio nazionale di Federconsumatori, i rincari record del carburante e il caro voli lasciano poco spazio alla fantasia dei 9 milioni di italiani che il prossimo weekend di Pasqua si metteranno in viaggio.
Chi ad esempio sta meditando un last minute Milano-Londra, dovrà svuotare il portafoglio di circa il doppio rispetto al 2025, per un surplus medio del 23% su tutti i voli e dell’11% sui treni. A dare la misura dell’impatto che la guerra in Iran e questa precisa congiuntura storica stanno avendo sui prezzi, però, è soprattutto il confronto con il mese precedente. Rispetto a quello che avrebbe potuto essere il costo di una gita fuori porta in un ordinario weekend di marzo, i viaggi in treno durante i giorni pasquali costeranno il 47% in più, con picchi fino al 65% per le tratte Milano-Bologna. Chi dovrà allungare il viaggio fino a Napoli, rispetto ai 178 euro di marzo ne pagherà quasi 300.
Non va meglio a chi decide di viaggiare in aereo visto che i voli nazionali salgono del 67%, con picchi del 131% in più per la tratta Torino-Palermo. Anche chi per qualche giorno vorrà lasciarsi alle spalle il Belpaese, dovrà vedersela con biglietti maggiorati di circa il 62%. E, da circa 200 euro, un volo Roma-Parigi schizza a 389 euro.
Anche chi vorrebbe affidarsi al buon vecchio pullman non ha scampo. Per quanto resti uno dei mezzi di trasporto più economici, in realtà è quello che registra i rincari più alti, in media del 72%. Particolarmente costosa la tratta Roma-Cosenza che il prossimo weekend balzerà da 32 a quasi 70 euro. Dati a fronte dei quali si prevede che a Pasqua solo una famiglia su sette, pari a circa 3,8 milioni di nuclei familiari, deciderà di trascorrere le festività fuori casa. Soprattutto studenti e lavoratori fuorisede che torneranno a casa per stare con parenti e amici. Tra i pochi che si concederanno un viaggio, il 96% resterà in Italia approfittando dell’ospitalità di qualche conoscente oppure affidandosi a soluzioni low cost come Bed and Breakfast, agriturismi o appartamenti in affitto. Spostamenti che verranno effettuati soprattutto in auto anche se, rispetto all’anno scorso, la benzina è salita del 4% e il diesel del 26%. Questo perché il taglio delle accise deciso dal governo, e che scadrà il prossimo 7 aprile, è di fatto azzerato da aumenti e fenomeni speculativi che continuano a spingere verso l’alto le quotazioni del petrolio nei mercati internazionali.
In questi giorni il Brent è arrivato a 110 dollari al barile raggiungendo i livelli più alti dal 2022. Un’impennata di oltre il 50% nell’ultimo mese proprio a causa della grave interruzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Oscillazioni straordinarie che si sommano a rincari ormai sistematici. «Ogni anno denunciamo queste maggiorazioni spropositate e ingiustificate ma ancora non si è deciso di porre dei limiti», denuncia Federconsumatori. «Conoscendo queste dinamiche, molti si sono organizzati da tempo, prenotando il biglietto con largo anticipo ma non sempre è possibile. Per questo riteniamo che, in una fase di rincari come quella attuale, è arrivato il momento di porre un faro su questi sovrapprezzi, che spesso si accompagnano a ritardi e disservizi».
L’Ucraina apre alla possibilità di un cessate il fuoco per le festività pasquali mentre il conflitto con la Russia continua a svilupparsi su più piani, tra operazioni militari, tensioni diplomatiche e nuove iniziative strategiche. Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato che Kiev è pronta a sospendere temporaneamente le ostilità, sottolineando però che «qualsiasi compromesso non riguarderà la nostra dignità e sovranità». Zelensky ha affermato che Kiev è pronta a qualsiasi cessate il fuoco, anche sull’energia, e sospenderebbe le ritorsioni contro le infrastrutture russe se Mosca smettesse di colpire quelle ucraine. Secondo il leader ucraino, una tregua limitata non consentirebbe a Mosca di rafforzare significativamente le proprie posizioni sul campo. Dal Cremlino è arrivata solo una risposta indiretta alle ipotesi di escalation.
Il portavoce Dmitri Peskov ha negato che sia in preparazione una nuova mobilitazione, definendo la questione «non all’ordine del giorno». La dichiarazione è giunta dopo le parole del presidente finlandese Alexander Stubb, secondo cui l’esercito russo perderebbe fino a 30.000 soldati al mese, un ritmo che Mosca faticherebbe a sostenere nel lungo periodo. Alcuni analisti collegano il rallentamento di Internet in Russia e le ipotesi di limitazioni a Telegram a possibili preparativi per una chiamata dei riservisti, scenario che il Cremlino sembra voler evitare dopo i disordini seguiti alla mobilitazione parziale del 2022. Allo stesso tempo, le tensioni diplomatiche si sono intensificate con l’espulsione di un diplomatico britannico da parte delle autorità russe. L’Fsb ha revocato l’accreditamento al secondo segretario dell’ambasciata accusandolo di attività di intelligence «sovversive», ordinandogli di lasciare il Paese entro due settimane. Il ministero degli Esteri russo ha inoltre convocato l’incaricato d’affari del Regno Unito, alimentando un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Mosca e Londra.
Sul terreno proseguono gli attacchi incrociati. Nella città russa di Togliatti, nella regione di Samara, droni hanno colpito il grande impianto chimico KuibyshevAzot, provocando incendi e dense colonne di fumo. Si tratta del secondo raid contro lo stesso sito nel mese di marzo. L’aeronautica ucraina ha invece riferito di aver intercettato 150 dei 164 droni lanciati dalla Russia nella notte tra il 29 e il 30 marzo. A Taganrog, nel sud della Russia, un attacco attribuito a Kiev ha causato un morto, otto feriti e danni a edifici residenziali e industriali. Il governatore della regione di Rostov ha disposto l’evacuazione dell’area colpita, mentre le squadre di emergenza sono intervenute per spegnere gli incendi. Un episodio ha coinvolto anche la Finlandia, dove due droni ucraini sono precipitati nel sud del Paese. Kiev ha presentato scuse ufficiali, spiegando che i velivoli sarebbero stati deviati da interferenze elettroniche russe e che non erano diretti verso il territorio finlandese.
Sul piano energetico e politico, la Serbia ha ottenuto una proroga di tre mesi del contratto sul gas con la Russia dopo una telefonata tra il presidente Aleksandar Vucic e Vladimir Putin. L’accordo consente a Belgrado di continuare ad acquistare circa sei milioni di metri cubi di gas al giorno a condizioni favorevoli. La Serbia resta fortemente dipendente dalle forniture russe, mentre sono in corso negoziati sulla compagnia petrolifera NIS e sulla vendita della quota russa al gruppo ungherese MOL entro la scadenza fissata dagli Stati Uniti. Il Cremlino ha ribadito di essere pronto a restare «un fornitore affidabile» per i mercati globali. Nel frattempo, Kiev ha avviato una nuova iniziativa strategica nella regione mediorientale. L’Ucraina ha concordato la condivisione dell’expertise maturata nella guerra navale asimmetrica e nella tecnologia dei droni marittimi con i Paesi del Golfo interessati alla sicurezza dello stretto di Hormuz. Durante una missione diplomatica, Zelensky ha visitato Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Giordania, mentre il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale Rustem Umerov è rimasto nella regione per proseguire i colloqui. Il presidente ucraino ha spiegato che Kiev ha condiviso metodi per proteggere infrastrutture civili ed energetiche e ha avviato accordi strategici pluriennali sulla cooperazione militare e tecnologica. Secondo Zelensky, si tratta di intese «storiche», con una dimensione decennale e basate su assistenza reciproca. Kiev è interessata in particolare allo sviluppo di capacità antibalistiche e a soluzioni per affrontare le sfide energetiche. I droni navali Magura V5 e Sea Baby, utilizzati con efficacia contro la Flotta russa del Mar Nero e per aprire il corridoio delle esportazioni, sono stati indicati come esempio delle tattiche condivise con i partner mediorientali per garantire la sicurezza delle rotte energetiche. Sul piano industriale e militare è esplosa intanto la polemica per le dichiarazioni del Ceo di Rheinmetall, Armin Papperger, che ha definito la produzione di droni ucraini paragonabile a «giochi Lego costruiti da casalinghe». Zelensky ha replicato ironicamente, sostenendo che, «se le casalinghe ucraine sono in grado di costruire droni, potrebbero anche guidare l’azienda tedesca». Rheinmetall ha successivamente precisato di nutrire «il massimo rispetto per gli sforzi dell’Ucraina». Sempre sul piano logistico, Zelensky ha annunciato un accordo per forniture di gasolio all’Ucraina per un anno, ritenuto essenziale per il funzionamento delle forze armate e del settore agricolo.
La Settimana rimane Santa anche a Gerusalemme. E le funzioni prepasquali e pasquali saranno garantite nel Santo Sepolcro con un accordo che ricorda il periodo della pandemia: i celebranti ammessi nei luoghi sacri, i fedeli a casa (no assembramenti) ad assistere alle dirette streaming. È il punto d’equilibrio raggiunto dal governo israeliano e dal Patriarcato cristiano per garantire lo svolgimento di liturgie e cerimonie, e al tempo stesso tutelare la sicurezza dei cittadini dentro una città in guerra.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha inteso chiudere il caso diplomatico (lui e il custode di Terrasanta padre Francesco Ielpo fermati dalla polizia mentre si recavano nel Santo Sepolcro per celebrare la domenica delle Palme) con una sintetica spiegazione: «Avevamo chiesto una piccola cerimonia privata, nulla di pubblico. Ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo capiti ed è accaduto questo. Non era mai successo, dispiace che sia avvenuto. Ma tutto è avvenuto in maniera educata, dobbiamo pensare al contesto generale, c’è gente che sta molto peggio di noi». Dopo una giornata di fibrillazioni, l’abbassamento dei toni è evidente. E la secolare presenza dei sacerdoti nei luoghi della Redenzione è garantita.
Nel comunicato ufficiale del Patriarcato Latino arriva l’amen definitivo: «Le questioni relative alle celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua al Santo Sepolcro sono state affronta e risolte in coordinamento con le autorità competenti. Le autorità religiose esprimono sincera gratitudine a Isaac Herzog, presidente dello Stato di Israele, per il suo intervento tempestivo e decisivo, così come è stata espressa gratitudine anche ai capi di Stato e ai funzionari che si sono attivati rapidamente, molti dei quali hanno manifestato personalmente la propria vicinanza e sostegno». In particolare Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Sul tema si sono spesi anche gli Usa: «Abbiamo espresso a Israele le nostre preoccupazioni in merito alla chiusura di questi luoghi sacri», ha detto ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
La mediazione del presidente Herzog, responsabile istituzionale dei rapporti con le confessioni religiose, è stata fondamentale nel riportare il caso dentro un perimetro di rispetto reciproco. E la «non menzione» di Benjamin Netanyahu fra i ringraziati lascia trasparire una punta di polemica dopo l’uscita infelice del premier: «Sfortunatamente Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan». In realtà gli accordi «per il coordinamento delle celebrazioni con le autorità competenti» non potevano che passare dalla polizia gestita dal ministero dell’Interno, quindi dal falco Moshe Arbel. Nelle scorse settimane le ragioni di sicurezza avevano prevalso e il 21 marzo i frati francescani del Santo Sepolcro avevano fatto sapere che «l’accesso alla basilica è impedito ai fedeli anche se la preghiera continua ininterrottamente».
Non era una sorpresa, ma il dialogo ha vinto. Il luogo più sacro della cristianità all’interno delle mura della città santa, poco distante dalla porta di Giaffa, terrà aperto simbolicamente il portale dei crociati per i fedeli di tutto il mondo. Quella che viene considerata dal Vaticano «una decisione affrettata» aveva portato al punto più critico degli ultimi decenni nei rapporti fra Chiesa cattolica e Israele. Tutto sembra risolto e ieri a Tv2000 il cardinal Pizzaballa ha spiegato: «Non volevamo forzare la mano ma usare la situazione per vedere di chiarire meglio cosa fare nei prossimi giorni, nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche del diritto alla preghiera». Lo stupore per la decisione chiusurista deriva anche dal fatto che perfino durante la pandemia - mentre in Italia le chiese furono sprangate per mesi con il beneplacito di papa Francesco - in Israele i luoghi sacri rimasero aperti. Nel comunicato del Patriarcato si sottolinea che «la fede religiosa rappresenta un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto nei momenti di difficoltà e conflitto, come quello attuale, la tutela della libertà di culto viene indicata come un dovere fondamentale e condiviso». Va ricordato che i cristiani in Israele sono 185.000, in aumento rispetto a una decina di anni fa.
La vicenda non poteva non avere conseguenze politiche. Ieri l’ambasciatore di Israele a Roma, Jonathan Peled, è stato convocato alla Farnesina e il ministro degli Esteri Antonio Tajani gli ha ribadito che «l’Italia chiede di rispettare l’esercizio della libertà religiosa, considerando tutti i credenti che in Gerusalemme vedono la culla della propria fede. Il governo ritiene assolutamente comprensibili e totalmente condivisibili le ragioni e le modalità di protesta che il cardinale Pizzaballa ha ritenuto di adottare; non ritiene che ulteriori commenti da parte di funzionari possano aiutare a far progredire il dialogo».
Il riferimento è proprio a una dichiarazione di Peled, che aveva gettato qualche ombra sulla sollecitudine del Patriarca di Gerusalemme nel sollevare il polverone. «Avremmo potuto agire tutti in modo diverso: magari anche le nostre forze di polizia… Forse il Patriarca è stato un po’ avventato. Il governo italiano si è affrettato a condannare l’accaduto. Credo che tutti abbiamo imparato la lezione». Più diplomatico l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Yaron Sideman: «Sono contento che la questione sia stata risolta con rapidità ed efficienza, in un modo che tutela la libertà di preghiera e protegge al tempo stesso la vita umana». Per tutti è importante stemperare la crisi nella settimana della speranza. Nel segno di papa Leone XIV quando afferma: «Dio non può essere arruolato dalle tenebre».

