2021-07-18
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: apparecchiatura per la colazione
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Dopo 4 anni e 20 (dico venti) pacchetti di sanzioni della Ue contro la Russia, da ieri non siamo già al «contrordine compagni!», ma il vento sta cambiando.
A metà giornata, ci ha pensato il premier ungherese Viktor Orbán a gettare il primo sassolino nell’ingranaggio che gira (a vuoto) da anni scrivendo sui social che «Il blocco petrolifero ucraino e la guerra in Medio Oriente stanno facendo impennare i prezzi del petrolio. L’Europa deve agire. Oggi ho scritto al presidente Costa e a Von der Leyen chiedendo la revisione e la sospensione delle sanzioni sull’energia russa».
A distanza di poche ore, con sospetto tempismo, le parole del presidente russo Vladimir Putin, riportate dalla Tass, hanno avuto l’effetto di trasformare una piccola fessura in una evidente crepa: «La Russia è pronta a garantire ai Paesi della Ue le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati nella situazione d’emergenza dovuta alla guerra nel Golfo Persico, ma per questo è necessario «un segnale» dagli europei». Parole impensabili fino a dieci giorni fa.
Di buon mattino, il terreno era stato sapientemente arato da un articolo apparso sul Wall Street Journal («Il conflitto rende il petrolio russo una merce molto ambita»), in cui si evidenziava il potere contrattuale improvvisamente acquisito da Mosca nel mercato mondiale del greggio. Da essere venditori a sconto rispetto ai prezzi correnti di mercato, i russi si sono ritrovati ad avere in viaggio circa 130 milioni di barili - l’equivalente di più di una settimana di acquisti di Cina e India - che sono diventati merce ambitissima. Al punto che alcune raffinerie indiane non hanno esitato ad offrire un premio tra 1 e 5 dollari sulla quotazione del Brent, pur di accaparrarsi il prezioso carico.
Tra mercoledì e venerdì scorso, Putin aveva già fiutato il vento in poppa e aveva cominciato ad alzare il prezzo, provocando la Ue, minacciando la chiusura dei residui flussi ancora esistenti nonostante le sanzioni. «Si stanno aprendo nuovi mercati, per noi sarebbe meglio chiudere già ora i rapporti con la Ue, prima che lo facciano loro tra pochi mesi, e rivolgerci a clienti più affidabili».
Un modo grezzo ma efficace per fare capire a Bruxelles che ora è lui a selezionare i clienti e che Paesi grandi consumatori di gas e petrolio, come India, Giappone e Corea del Sud, non esiteranno a scatenare una corsa al rialzo per assicurarsi le forniture necessarie ai loro complessi industriali. E ci sono già notizie di navi cariche di Gnl dirette in Europa che hanno invertito la rotta e puntata la prua verso Est.
In questo quadro di tensione, si inserisce la delicata situazione delle riserve di gas del Regno Unito, pari ad appena tre giorni di consumi (tra gas naturale stoccato e Gnl), che inevitabilmente sta costringendo i britannici ad offrire un prezzo più alto rispetto ai concorrenti europei. Ad oggi, il petrolio russo che arriva in Europa è circa il 3% del totale, dopo il divieto di importazioni di greggio via mare dal dicembre 2022 e dei prodotti petroliferi raffinati dal febbraio 2023. Restano solo i modesti flussi via oleodotto, interrotti anch’essi da gennaio a causa dei danni conseguenti a un attacco russo su infrastrutture ucraine, la cui riparazione ha aperto un conflitto tra Kiev e Budapest e rende Orbán particolarmente sensibile a questa crisi dei prezzi.
Ma è sul gas che si gioca la partita più importante, perché nonostante l’ampia diversificazione post guerra, dalla Russia arriva ancora il 13% circa del fabbisogno della Ue. Ad oggi è prevista una graduale uscita dal gas russo entro il gennaio 2027 per il Gnl ed entro settembre 2027 per i flussi via gasdotto. Questi ultimi interessano ormai solo alcuni Paesi dell’Europa centrale, mentre il 49% del Gnl esportato da Mosca a gennaio è finito nella Ue con Francia, Belgio e Spagna tra i principali compratori.
Che il tema sia d’attualità è confermato dalla sua presenza nell’agenda dell’Eurogruppo di ieri, a margine del quale il presidente Kyriakos Pierrakakis ha fatto professione di ottimismo e lo spagnolo Carlos Cuerpo ha assunto una posizione attendista. Entrambi convinti che la Ue abbia gli strumenti, testati durante la fase acuta della precedente crisi energetica del 2022, per reggere l’urto di questa nuova crisi. Noi ci auguriamo soltanto non ci sia bisogno di far arrivare il gas a 300 euro/Mwh per intervenire, perché a quel punto Putin potrebbe non fare più sconti e le nostre industrie potrebbero essere già ferme.
Mentre prosegue l’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu tende a farsi sempre più dialettico. Parlando domenica con il Times of Israel, il presidente statunitense ha ribadito l’alleanza con il premier israeliano, sottolineando che decideranno «di comune accordo» quando far cessare le ostilità. «L’Iran avrebbe distrutto Israele e tutto ciò che lo circondava. Abbiamo lavorato insieme. Abbiamo distrutto un Paese che voleva distruggere Israele», ha anche detto. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha però lasciato intendere di voler avere l’ultima parola sulla decisione finale e di non ritenere «necessario» che Israele prosegua gli attacchi, quando Washington li cesserà.
Insomma, pur confermando la sponda con Netanyahu, il presidente americano ha teso a presentarsi come il componente di maggior peso della coalizione. Non dimentichiamo del resto che, dietro le quinte, il rapporto tra i due leader non è tutto rose e fiori. Sabato, Trump ha fatto marcia indietro sull’eventualità di un’offensiva di terra dei curdi contro il regime khomeinista. «Non voglio che i curdi entrino in Iran. Sono disposti a entrare, ma ho detto loro che non voglio che entrino. La guerra è già abbastanza complicata così com’è. Non vogliamo vedere i curdi farsi male o uccidere», ha dichiarato, prendendo implicitamente le distanze da Netanyahu, che, al contrario, dell’opzione curda è un fautore.
Non solo. L’altro ieri, parlando con Channel 12, un alto funzionario americano si è lamentato dei vasti attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane. «Non pensiamo che sia stata una buona idea», ha dichiarato, sostenendo che quegli attacchi potrebbero ritorcersi contro gli Stati Uniti, rafforzando il regime khomeinista. Era inoltre la scorsa settimana quando, secondo Axios, Netanyahu avrebbe chiesto spiegazioni alla Casa Bianca su presunti contatti segreti tra Washington e Teheran dopo l’avvio delle ostilità. È quindi anche per sopire queste tensioni che, oggi, gli inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero dovuto recarsi nello Stato ebraico: l’obiettivo, in particolare, avrebbe dovuto essere quello di tenere dei colloqui di alto livello sul conflitto in corso. Tuttavia, ieri, il Jerusalem Post ha riportato che il viaggio è stato annullato.
D’altronde, a livello strutturale, la dialettica sotterranea tra Trump e Netanyahu si registra soprattutto sul futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vorrebbe una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista per poi scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Non a caso, ieri, Marco Rubio, non ha citato il regime change tra gli obiettivi dell’offensiva in atto. «Gli obiettivi di questa missione sono chiari», ha detto il segretario di Stato americano che, secondo Nbc, avrebbe l’appoggio di vari finanziatori repubblicani in vista delle elezioni del 2028. «Si tratta di distruggere la capacità di questo regime di lanciare missili e i suoi lanciatori, distruggendo le fabbriche che producono questi missili e distruggendo la sua Marina», ha aggiunto.
Di contro, sabato, un funzionario israeliano aveva detto che lo Stato ebraico era «ottimista sulla capacità di far crollare il regime». Eppure, ieri, un altro funzionario israeliano ha detto al Washington Post che Gerusalemme inizierebbe a essere scettica sullo scenario di un regime change. «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime. Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato. Nessuno vuole una storia infinita», ha affermato. Se stesse realmente orientandosi verso questa prospettiva, ciò significherebbe che Israele si starebbe avvicinando all’idea di una soluzione venezuelana, come auspicato da Trump. Lo Stato ebraico ha fatto nuove valutazioni? Oppure sta tendendo la mano alla Casa Bianca, per disinnescare le tensioni?
Come che sia, la soluzione venezuelana dovrà affrontare adesso lo scoglio della nomina a Guida suprema del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba: una figura che, sostenuta dai pasdaran, è invisa sia agli americani che agli israeliani. Non a caso, ieri Trump, oltre ad avere una telefonata «franca e costruttiva» di un’ora con Vladimir Putin su Ucraina e Iran, ha detto che la sua designazione è stata un «grosso errore», rifiutandosi di rendere noto che cosa abbia in mente di fare con lui. Al contempo, il ministero degli Esteri israeliano ha definito il figlio del defunto ayatollah un «tiranno che continuerà la brutalità del regime iraniano».
Insomma, per riuscire nella soluzione venezuelana, Trump, che aveva in programma una conferenza stampa ieri sera dopo che La Verità era già andata in stampa, si trova a dover sciogliere due nodi: da una parte, ha necessità di sradicare il potere delle Guardie della rivoluzione; dall’altra, deve frenare Netanyahu nei suoi intenti di regime change (intenti che, come abbiamo visto, sembrerebbero comunque essersi ridimensionati nelle scorse ore). È da qui che passa l’eventuale successo strategico statunitense dell’offensiva militare. Trump, che non ha ancora deciso se inviare o meno soldati per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito iraniane, ha bisogno di portare Teheran nell’orbita americana, evitando costose operazioni di nation building. È in quest’ottica che, ieri, parlando con Nbc, non ha escluso di prendere il controllo del greggio iraniano: una mossa con cui, in caso, Trump punterebbe a colpire Pechino sia in termini di approvvigionamento energetico che di tutela della supremazia del dollaro.
From the mountain to the sea, per parafrasare i keffioti di complemento. Dalle nevi del Damavand al mare di petrolio, quello iraniano non è solo un affare degli Stati Uniti e di Israele ma sta diventando sempre più una guerra araba. Dopo i razzi su Dubai, i droni in Kuwait, le provocazioni in Arabia Saudita, ieri Teheran ha mirato di nuovo verso la Turchia lanciando un (secondo) missile balistico intercettato e abbattuto dalle difese della Nato. Con queste mosse disperate il regime degli ayatollah prova a destabilizzare l’intera area con tre scopi precisi: creare caos diplomatico, terrorizzare i vicini fino a ieri considerati neutrali e indurli a prendere le distanze da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
I missili Cruise Soumar e Shahab-3 hanno come bersaglio fisico le inermi città del Golfo ma come obiettivo psicologico le menti delle genti musulmane. Se gli sceicchi sunniti non saranno mai al fianco dei sacerdoti sciiti, i loro popoli osservano con perplessità l’incendio pan-islamico e difficilmente approveranno uno scontro così devastante tra parenti serpenti sotto il cielo del Profeta. Lo ripetono da giorni i portavoce sauditi e degli Emirati («L’aggressione iraniana è odiosa ma noi non entreremo mai in questa guerra»), lo ha ribadito ieri Recep Tayyp Erdogan dopo aver visto un altro razzo di Teheran comparire sui radar: «Seguiamo attentamente gli sviluppi del conflitto ma il nostro obiettivo principale rimane quello di tenere la Turchia fuori dal grande incendio. Sono stati comunicati i necessari avvertimenti ma nonostante ciò l’Iran continua a intraprendere passi sbagliati». La guerra sull’uscio di casa lo preoccupa ma rimane fermo come i suoi carri armati sul confine mentre nel 2014 Kobane veniva assediata dall’Isis. Un discorso sulle uova che tiene conto delle molteplici curve diplomatico-religiose; lo scaltro presidente turco ha bisogno del collante interno e ha fatto sapere agli americani che non prenderà iniziative se non sotto il cappello dell’Onu e della Nato. Più fluido il pensiero istituzionale in Siria e in Libano, egualmente nel centro del mirino. Damasco, un tempo storico alleato degli ayatollah, è di fatto sotto protezione americana e sta permettendo il sorvolo dei cacciabombardieri con la stella di David diretti sugli obiettivi iraniani.
Il regime di Bashar al Assad è il passato remoto e l’attuale presidente Ahmed al Sharaa si è insediato contro il volere di Teheran. Il Paese, per anni lacerato dalle milizie iraniane e dai gruppi che volevano farlo diventare una «free zone della droga», ha percepito il cambiamento. A tal punto che alla notizia dell’uccisione di Ali Khamenei, molta gente è scesa in piazza a esultare. Fino a quando duri questa divergenza epocale è difficile prevedere. In Libano, Hezbollah è sotto scacco, messa all’angolo dall’offensiva di Tel Aviv. Proprio ieri il premier Nawaf Salam in un’intervista al quotidiano L’Orient-Le Jour si è dichiarato pronto a «valutare qualsiasi proposta di negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace con la formula “terra in cambio di pace”». Un altro segnale che fa comprendere come si cerchino soluzioni territoriali, al massimo regolamenti di conti locali. Tutto ciò per evitare una guerra mondiale musulmana che avrebbe conseguenze inimmaginabili.
In questo scenario a un passo dall’Apocalisse è arrivato il messaggio dell’ayatollah Ali al Sistani, una delle autorità religiose sciite più seguite del pianeta, che da Najaf in Iraq ha sollecitato i musulmani a non dividersi, anzi a considerare «la difesa dell’Iran un obbligo religioso collettivo». Praticamente una fatwa contro la campagna militare americana e israeliana per dare la spallata dalla Repubblica islamica. Al Sistani sottolinea da un lato di essere preoccupato per «le minacce esterne e interne che colpiscono il Paese, tra cui attentati, corruzione, omicidi, distruzione di proprietà pubbliche e private». Ma al tempo stesso chiede che il regime di Teheran venga difeso e ci sia «resistenza a tentativi di sovversione e destabilizzazione. Non bisogna permettere che i nemici esterni raggiungano i loro obiettivi».
La discesa in campo viene considerata particolarmente importante, da parte di una guida religiosa che ha sempre tenuto a marcare la propria distanza dalla politica attiva e dal regime di Teheran soffocato da Pasdaran e Guardiani della rivoluzione, nel quale le gru delle impiccagioni di dissidenti e studenti fanno da sfondo al panorama quotidiano. L’ultima volta che Al Sistani prese la parola per lanciare una fatwa fu nel giugno 2014 quando l’Isis conquistò Mosul. La posizione ricalca quella del gran mufti sunnita dell’Iraq, Mahdi ibn Ahmad al Sumayda, che ha definito questa guerra «uno scontro ideologico fondamentale per il futuro dell’Islam» e testimonia (cosa rara) una convergenza fra sciiti e sunniti in nome del Corano.
Amici dell’Occidente per il petrolio, alleati contro i fanatici che finanziano il terrorismo. Ma alla fine gli infedeli restano infedeli. Poiché non si è mai visto un cambio di regime ottenuto con droni e aerei invisibili, è difficile ipotizzare gli scenari a breve. Anche perché l’unico esercito pronto a mettere gli scarponi sul terreno è quello composto dalle milizie curde, che sognano un Iran federale e hanno buona memoria. Sono 8.000, sarebbe un bagno di sangue.
A Teheran si respirano ore di tensione e attesa. In una località tenuta segreta, Mojtaba Khamenei, che è rimasto ferito negli ultimi attacchi, dovrebbe pronunciare in diretta televisiva il suo primo discorso pubblico dopo essere stato designato nuova Guida suprema della Repubblica islamica.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.

