2021-07-18
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: apparecchiatura per la colazione
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Da quando è scoppiato il conflitto in Iran, la questione delle basi americane in Italia è tornata d’attualità. La sinistra, con il Pd in testa, vorrebbe che il governo negasse l’uso degli scali ai velivoli degli Stati Uniti, perché la Costituzione italiana ripudia la guerra e dunque anche gli aerei che decollano per bombardare Teheran dovrebbero essere ripudiati. Dal punto di vista politico le ragioni dell’opposizione si capiscono: più che preoccuparsi di ciò che accade in Persia, pensa a come sfruttare in funzione antigovernativa i timori di un’estensione del conflitto.
Tuttavia, come ha ricordato Giorgio Gandola su queste pagine, qualcuno fra i compagni deve aver dimenticato quando, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’Italia non solo concesse ad americani e Nato le basi per attaccare la Serbia, ma partecipò a una guerra senza neppure informare il Parlamento. E il primo ad averlo scordato a quanto pare è proprio l’ex premier, il quale, rispondendo al ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha sostenuto che la missione umanitaria del 1999 fu autorizzata da un voto delle Camere a cui partecipò, dando voto favorevole, persino Silvio Berlusconi. Sì, è vero, ma a cose fatte. Ovvero ad aerei decollati e rientrati alla base dopo aver bombardato Belgrado. Il tutto alle spalle degli italiani.
Non lo dico io: lo testimoniano gli atti parlamentari. Infatti, è sufficiente confrontare la data della seduta in cui D’Alema, divenuto premier da pochi mesi, informò il Parlamento della missione contro la Serbia. Il dibattito iniziò alle 14.05 del 26 marzo del 1999, con il seguente ordine del giorno: «Comunicazioni del governo e discussione delle mozioni Comino, Armando Cossutta, Pisanu e Bertinotti sulla crisi in Kosovo». Sì, proprio così: ufficialmente si parlò della crisi in Kosovo, ma in realtà quella discussione, e il voto che ne seguì, serviva a dare una parvenza di legalità ai bombardamenti in corso da due giorni. Già, perché gli aerei della Nato cominciarono a sganciare ordigni a grappolo il 24 marzo.
Del resto, che tutto fosse stato fatto in gran segreto, nascondendo agli italiani, e dunque alle Camere, ciò che il governo di D’Alema stava facendo, lo ha raccontato tempo fa l’ex comandante di Stato Maggiore della Difesa e comandante delle nostre Forze armate, il generale Mario Arpino. Ricordando quei giorni, l’alto ufficiale ha svelato non soltanto che c’era l’ordine di non parlare di operazioni di attacco, ma solo di difesa, ma ha rammentato una telefonata che ricevette in quelle ore da Sergio Mattarella, ai tempi vicepresidente del Consiglio: «Ho saputo che un suo dipendente, il comandante del gruppo Tornado di Piacenza, al rientro della squadriglia dalla missione ha rilasciato un’intervista dove ha raccontato di aver lanciato missili contro postazioni radar serbe… È inammissibile. La ritengo personalmente responsabile…». «In effetti», ha ricostruito Arpino, «era successo che il comandante dell’analogo gruppo della Luftwaffe ospitato sulla base, che non aveva alcuna restrizione nei confronti dei media, avesse ammesso il lancio di missili antiradar. D’altro canto, l’intervista era congiunta, e il comandante italiano non aveva altra scelta che associarsi.
I contadini, interrogati dai giornalisti ai margini della rete aeroportuale, avevano del resto già raccontato di aver visto i Tornado italiani e tedeschi partire con i missili e ritornare senza…». Cioè Mattarella, che del governo era il vice presidente, intimava il silenzio sulle operazioni militari ad attacco già avviato, mentre D’Alema alla Camera sosteneva che «il contributo specifico delle Forze armate italiane era limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale». E su quello il Parlamento votò.
Ma per capire l’ipocrisia della sinistra riguardo all’uso di basi militari e il richiamo alla Costituzione che ripudia la guerra, credo sia utile rileggere alcuni passaggi della lettera che Carlo Scognamiglio, all’epoca ministro della Difesa, scrisse al Corriere due anni dopo. Il titolo dell’intervento già dice tutto: «Il governo D’Alema nacque per rispettare gli impegni Nato», cioè per bombardare la Serbia. «Serviva un governo che garantisse alle Forze armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell’Alleanza di fronte all’imminenza di un conflitto» ricordava Scognamiglio. E D’Alema «il 24 marzo si assunse la responsabilità di acconsentire l’inizio delle ostilità». Serve altro per strappare il velo di ipocrisia? Beh, una perla è la frase con cui Scognamiglio in un’intervista definì curiosamente l’attività dei nostri Tornado come «difesa integrata». Bombardavamo, ma per difenderci da un nemico che non ci aveva attaccato e per integrarci, o meglio per adeguarci, alle decisioni prese da Bill Clinton. E adesso, 27 anni dopo, perfino la sosta degli aerei in una base aerea americana in Italia diventa, per la sinistra, una violazione della Costituzione.
Il petrolio potrebbe salire a 150 dollari al barile entro poche settimane se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso, avverte il ministro dell’Energia del Qatar. Il traffico di petroliere è crollato da 138 navi al giorno a sole due, mentre il Kuwait ha iniziato a sospendere la produzione di petrolio a causa di problemi di stoccaggio. E poi c’è il gas. Sempre da Hormuz transita il Gnl del Qatar, leader mondiale, che arriva in Italia.
Ma è tutto fermo. Fino a marzo possiamo stare tranquilli per le forniture. Da aprile si vedrà, sostengono i manager del settore. Risultato: il Brent, ovvero il greggio europeo, è rincarato del 25% da venerdì scorso a oltre 92 dollari al barile, il gas ad Amsterdam del 65% in una settimana a 52 euro per megawattora, la benzina e il gasolio hanno visto un balzo di poco inferiore al 20%. E ora attendiamo l’effetto caro-gas sulle bollette del metano e soprattutto dell’energia elettrica, dato che dal gas dipende circa metà della produzione elettrica italiana. Le stime parlano di possibili aumenti della bolletta energetica tra 250 e 300 euro annui per famiglia, nel caso le quotazioni non calassero. Per le imprese il peso potrebbe essere ancora più rilevante: un’azienda con consumi pari a un milione di kilowattora all’anno potrebbe affrontare rincari fino a 30.000 euro.
Consumi energetici più cari vuol dire più inflazione. Secondo il Codacons, se la crisi dovesse tradursi in un aumento complessivo dei prezzi di un punto percentuale, la spesa annua di una famiglia con due figli crescerebbe di circa 457 euro a parità di consumi. Questo aggravio si sommerebbe al carovita già acquisito nel 2026, pari all’1,1% secondo l’Istat, portando il conto complessivo per lo stesso nucleo familiare a circa 959 euro in più all’anno.
Dal caro carburanti infatti scatta tutta una filiera di aumenti. Secondo le stime di Cna Fita, l’incremento dei prezzi alla pompa registrato negli ultimi giorni si traduce già in un aggravio di oltre 2.400 euro l’anno per un mezzo pesante che percorre 100.000 chilometri. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero proseguire, gli autotrasportatori potrebbero trovarsi di fronte a un rincaro ulteriore di circa 0,445 euro al litro, pari a un aumento del 25%, con un costo aggiuntivo di circa 13.000 euro annui per ogni camion. L’impatto si estende anche al settore dei trasporti aerei. L’interruzione delle forniture dal Golfo ha fatto impennare il prezzo del carburante per l’aviazione di oltre l’80%. Prima degli attacchi il carburante per aerei nell’Europa Nord-occidentale costava circa 830 dollari a tonnellata, ora ha superato i 1.500 dollari. Si tratta dei livelli più alti dal 2022, quando i mercati furono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina. Secondo gli analisti, se i costi resteranno elevati le compagnie aeree potrebbero trasferire gli aumenti sui biglietti, con tariffe più alte in vista delle vacanze estive. Più o meno un 10%, considerando che il carburante vale un quarto del biglietto finale.
Gli effetti potrebbero arrivare però rapidamente anche sugli scaffali dei supermercati. L’associazione di consumatori Codici stima che un aumento dei carburanti tra il 2% e il 3% possa generare nel breve periodo rincari dei prezzi alimentari tra lo 0,5% e l’1,5%. In questo scenario la spesa alimentare delle famiglie italiane potrebbe crescere di circa 20-40 euro al mese entro la fine di marzo, con aumenti che riguarderebbero soprattutto ortofrutta fresca, latticini, carne e prodotti legati alla filiera cerealicola.
Nel settore agricolo le tensioni internazionali stanno già incidendo sui costi di produzione. Confagricoltura segnala aumenti rapidi dei prezzi dei fertilizzanti e ovviamente dei carburanti, con punte superiori al 30%, con immaginabili effetti sui prezzi finali. Gianclaudio Torlizzi di T-Commodity ricorda che «dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il petrolio passò da 68 a 94 dollari al barile, un aumento del 37%. Nello stesso periodo i prezzi alimentari globali salirono del 15%». Ci siamo quasi.
Le tensioni geopolitiche stanno influenzando anche alcune materie prime industriali. I future sull’alluminio sono saliti fino a 3.350 dollari a tonnellata, il livello più alto degli ultimi quattro anni, e parliamo di un metallo leggero e resistente alla corrosione comunemente utilizzato in settori come l’edilizia, i trasporti e l’imballaggio. Corre pure il prezzo del tanto vituperato carbone che ha raggiunto i 138 dollari a tonnellata, massimo da 15 mesi, spinto dalla maggiore domanda di combustibili alternativi dopo le chiusure in Qatar.
Gli analisti dunque avvertono che una crisi energetica prolungata potrebbe riportare l’inflazione su livelli più elevati. Secondo Ing Direct, se il conflitto dovesse protrarsi per diverse settimane l’inflazione potrebbe tornare intorno al 2,5% nell’eurozona, col rischio che la Bce rialzi i tassi. «Nel breve periodo, il recente aumento dei prezzi dell’energia seguito alle tensioni in Iran rende più incerto il percorso dell’inflazione», minaccia Isabel Schnabel, membro del consiglio esecutivo Bce. Ci mancherebbe solo l’aumento del costo del denaro. Allora sì che, come dopo il 2022, pagheremmo mutui e prestiti più cari, di fatto non fermando più l’inflazione e ammazzando definitivamente il potere d’acquisto degli italiani.
Il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità interviene sulla vicenda della famiglia Trevallion: «I giudici facciano un passano indietro rispetto alla decisione presa di separare la madre dai tre bambini».
Appositamente pensata per la Sala delle Cariatidi, sino al 27 settembre Palazzo Reale di Milano ospita l‘attesissima mostra di Anselm Kiefer, suggestivo ciclo di quarantadue maestosi teleri interamente dedicato alle donne alchimiste. A cominciare da Caterina Sforza, scienziata e condottiera figlia di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano.
Caterina Sforza, la più famosa e autorevole. E poi Isabella Cortese, Kleopatra, Cristina di Svezia, Margaret Cavendish, Perenelle Flamel e altre, molte altre. Donne. Ma donne «speciali ». Alchimiste, nobildonne, scienziate, erboriste, mediche, filosofe naturali, astrologhe. Esperte di botanica, di cosmologia e di cosmetica, bollate nel Medio Evo come streghe e misconosciute nei secoli successivi per aver osato violare quel sapere scientifico , origine della scienza moderna, per lo più riservato agli uomini. E’ a loro, a questo manipolo di impavide, troppo moderne per i tempi in cui si trovarono a vivere, che Anselm Kiefer, tra i più grandi artisti contemporanei, dedica l’attesissima mostra a Palazzo Reale.
Anselm Kiefer e le Alchimiste
Tedesco di Donaueschingen, classe 1945, artista che spesso ha diviso (e divide) la critica, al di là di ogni polemica, la sua arte attrae, incuriosisce e incanta. Le sue tele potentissime e gigantesche, ricche di simboli religiosi e cabalistici, sono opere mistiche, misteriose e sofisticate, dove il colore si sposa con la materia e si confronta con la parola scritta. Quelle di Kiefer sono lavori unici nel loro genere, opere che hanno il «sapore » della decadenza e della rovina ma che - paradossalmente - esprimono una sorta di positività e di speranza, di rinascita e di riscatto.
Decadenza e rovina. Rinascita e riscatto… Che sono poi le «parole chiave» dell’esposizione milanese. A cominciare dal luogo che le ospita, la Sala delle Cariatidi, lo spazio profondamente segnato dai bombardamenti alleati del 1943 e il luogo in cui Picasso, un decennio dopo, espose la sua Guernica, monumentale memento della tragedia della guerra. Qui, in questa sala irrimediabilmente sfregiata dalla brutalità della violenza ma pure splendida nella sua decadente magnificenza, Anselm Kiefer ha scelto di esporre le sue Alchimiste, che in uno spazio che diventa parte integrante dell’opera dialogano con le Cariatidi mutilate e ferite, quasi cancellate, ma risorte a nuova vita perché custodi di arte e bellezza. Quaranta monumentali corpi che accolgano , quasi proteggono, gli imponenti telieri di Kiefer, un tripudio di oro, materia e colore dedicato a quelle donne - scienziate ante-litteramma streghe per molti - che attraverso lo studio, la sperimentazione e soprattutto l’alchimia hanno dato un contributo fondamentale alla nascita della scienza moderna. Un percorso espositivo (che si snoda tra la Sala delle Cariatidi e quella, attigua, del Piccolo Lucernario) emotivamente coinvolgente, fatto di colori, specchi e riflessi, passato e presente, antico e moderno, un viaggio in un pantheon femminile di donne sapienti, visionarie e resilienti, intelligenti e intuitive, e per questo escluse, giudicate, perseguitate e talvolta condannate dalla cultura dominante. Donne che come ben sottolinea Gabriella Belli, curatrice della mostra, «Pur partendo dalle arti alchemiche e praticandole, ebbero il coraggio di sovvertirne le priorità [ovvero abbandonare le incognite della ricerca della pietra filosofale e dell’opus magnum] per aprire con i loro “secreti” più di una porta alla scienza moderna … ».
Con queste opere, Kiefer ridà voce e corpo a un sapere femminile a lungo sepolto, volutamente gettato nell’oblio, e fa rinascere le sue Alchimiste (tutte realmente esistite) combinando sapientemente piombo, zolfo, ossidi, oro, fiori e cenere: a dar loro volti, corpi e nomi la potenza rigenerante della fiamma ossidrica, che la materia plasma e forma. E finalmente ridà luce alla ragione e alla scienza declinate al femminile…

