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2021-10-13
Più G7 che G20: sfuma il progetto di Draghi
Sono dei risultati in chiaroscuro quelli prodotti dal G20 straordinario sull'Afghanistan, tenutosi ieri pomeriggio in formato virtuale. Presieduto dal presidente del Consiglio Mario Draghi, il consesso si è concentrato sulla situazione dell'attuale regime di Kabul, focalizzandosi soprattutto su questioni spinose come quelle dei flussi migratori, i diritti umani, la tutela delle minoranze e la minaccia terroristica (a partire dall'Isis K).
Il nostro premier, nella conferenza stampa finale, ha parlato di una «convergenza di vedute» per affrontare l'emergenza umanitaria, oltre che di un «mandato» per le Nazioni Unite. «Occorre impedire il collasso economico del Paese», ha dichiarato Draghi, che ha auspicato anche di continuare a lottare contro il Covid-19. Il premier ha ribadito l'importanza del tema dei profughi e dei diritti delle donne, che rischiano - ha detto - di «tornare indietro di vent'anni». «Consenso ha trovato la necessità che l'Afghanistan non torni a essere una specie di rifugio per il terrorismo internazionale», ha aggiunto. Ulteriore focus è stato quello, ha dichiarato Draghi, sull'aeroporto di Kabul, che è essenziale per l'assistenza internazionale, e quello sui Paesi limitrofi per l'accoglienza dei migranti. «Ho invitato tutti a lavorare il più possibile insieme», ha concluso.
In occasione del summit, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un pacchetto di aiuti dal valore di un miliardo di euro per la popolazione locale e i Paesi confinanti. A sottolineare la necessità di assistenza umanitaria sono stati anche il presidente americano, Joe Biden, e il premier indiano, Narendra Modi. Tutto questo, mentre la Germania si è detta non ancora pronta a riconoscere il nuovo governo di Kabul. La Turchia, dal canto suo, ha espresso preoccupazione per i flussi migratori e ha proposto la creazione di un gruppo di lavoro - che si è offerta di guidare - per «garantire sicurezza e stabilità» nel Paese.
Qualche passo avanti, insomma, è stato fatto. Ma fino a un certo punto. La riunione di ieri è stata infatti in un certo senso «fiaccata» dalla mancata partecipazione di due leader di primo piano, come il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo cinese, Xi Jinping: quest'ultimo, in particolare, è stato rappresentato dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Un'assenza, quella di questi capi di Stato, significativa sotto due aspetti complementari.
Da una parte, abbiamo il punto di vista italiano. La mancata partecipazione dei due leader (non a caso minimizzata ieri dal nostro premier) ha infatti parzialmente ridimensionato quello che avrebbe potuto essere un rilevante successo diplomatico per Draghi. Un Draghi che, pur a fronte di questo limite, è comunque riuscito a conseguire alcuni risultati significativi. Non solo ha infatti aperto un format - quello del G20 - storicamente concentrato sulle questioni economiche a un dossier di natura geopolitica. Ma è anche riuscito a portare Roma in una posizione relativamente centrale sulla questione della crisi afghana. Il secondo aspetto da considerare è invece specificamente geopolitico. Ricordiamo infatti che Mosca e Pechino sono le due capitali maggiormente coinvolte a livello diplomatico ed economico nella crisi afghana. Ragion per cui è assai improbabile ritenere possibile arrivare a una soluzione concreta senza il loro pieno benestare. Il fatto che Xi e Putin abbiano quindi, per così dire, snobbato l'appuntamento di ieri lascia intendere che almeno una parte delle decisioni fondamentali per fronteggiare la crisi verrà presa altrove.
Non dimentichiamo del resto che, la settimana scorsa, l'inviato del Cremlino in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha annunciato che il prossimo 20 ottobre si terrà un meeting a Mosca sulla crisi di Kabul, a cui prenderanno parte i talebani e altre fazioni afghane. Sempre Kabulov, secondo l'Associated Press, ha reso noto che in questo mese si terranno incontri sul tema tra i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Pakistan e Cina. Tutto questo evidenzia come l'asse sino-russo abbia intenzione di muoversi in maggiore autonomia. Non è d'altronde un mistero che da tempo i talebani guardino con estremo interesse al sostegno finanziario di Pechino. Un fattore, questo, che lascia l'Occidente con delle leve limitate per riuscire ad influenzare politicamente l'Afghanistan. Al momento, continua a restare fondamentalmente ambiguo il ruolo del Pakistan, che sta invocando un forte sostegno economico per Kabul. Tutto questo, mentre la tensione resta alta. Se i talebani hanno invocato buone relazioni internazionali (pur evitando di prendere impegni sui diritti delle donne), il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha usato parole molto severe nei confronti dell'attuale leadership di Kabul.
Giorgetti e Guerini uniti sulla Nato. «La sfida è la sovranità tecnologica»
Difesa, futuro e relazioni transatlantiche: questi i principali temi che hanno caratterizzato il settantesimo anniversario di Elettronica: un evento, ricco di ospiti nazionali e internazionali, che si è tenuto ieri presso il Laboratorio di scenografia del Teatro dell'Opera di Roma.
Il presidente e ceo di Elettronica, Enzo Benigni, ha introdotto l'azienda, focalizzandosi sul suo successo e i suoi punti di forza, non mancando poi di toccare il tema della Difesa europea. Un'attenzione al futuro (in raccordo con la storia passata) che è stata sottolineata anche dall'ex sottosegretario, Gianni Letta. Molto attento all'incessante sviluppo tecnologico si è mostrato inoltre il presidente dell'Armenia, Armen Sarkissian. Spazio è stato poi dato alla cybersicurezza, di cui hanno discusso, tra gli altri, il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, e il presidente di Acciaierie d'Italia, Franco Bernabè. «Non esistono più confini tra Difesa e Sicurezza, la digitalizzazione ha reso la nostra vita di tutti i giorni più semplice ma anche più fragile», ha dichiarato il co-amministratore delegato di Elettronica, Domitilla Benigni.
Molto interessante si è poi rivelato il dibattito tra Giancarlo Giorgetti e Lorenzo Guerini sull'industria della Difesa europea. Sotto questo aspetto c'è un gap nei confronti degli Stati Uniti e della Cina, ha detto il titolare del Mise. Un gap che «può essere recuperato». Nel campo della Difesa – ha proseguito – la tecnologia è fondamentale e richiede risorse adeguate: tutto questo, con una proiezione temporale pluriennale. Occorrerebbe inoltre un coordinamento degli sforzi nell'industria europea, ha proseguito Giorgetti. Tutto questo, mentre – secondo il ministro della Difesa – è possibile contare già su una «solida base industriale» in Europa. Bisognerebbe quindi sostenere e consolidare la cooperazione internazionale, anche perché gli eventi afghani hanno fatto da acceleratore notevole sotto questo punto di vista. In tal senso, l'industria della Difesa italiana ha ottime carte da giocare, essendo – secondo Guerini – «molto competitiva». Su tale fronte, i due ministri hanno quindi evidenziato di operare in modo coordinato e in piena sintonia.
L'elemento cyber è entrato sempre più nel settore della Difesa, ha sottolineato inoltre Guerini, citando, tra l'altro, la questione della «bussola strategica» e non nascondendo comunque le difficoltà politiche in vista di una Difesa comune: un dossier, rispetto a cui non bisogna accettare –ha detto– accordi al ribasso. La stessa autonomia strategica, secondo Guerini, non deve porsi in contrasto con la Nato e, anzi, il filone atlantico risulta fondamentale. Giorgetti, dal canto suo, ha evidenziato l'importanza della cybersicurezza anche nell'ambito del Pnrr. Il titolare del Mise ha poi sostenuto che l'Italia debba collaborare con francesi, inglesi e tedeschi, sempre tenendo presente l'eccellenza tecnologica italiana. Il trattato del Quirinale –ha detto– pone una collaborazione in direzione della Francia, ma ciò non esclude collaborazioni con altri Paesi.
Tutto questo deve comunque avere una bussola: la salvaguardia dell'interesse nazionale. Anche Giorgetti ha inoltre sostenuto la necessità di un ancoraggio atlantico del nostro Paese: la stessa autonomia strategica, ha aggiunto, esige che l'Unione europea muti molte delle regole che si è finora data.
Di Nato ha parlato anche il generale Claudio Graziano: un'alleanza che ha definito «un valore da tutelare, ma da integrare con una maggiore presenza dell'Ue». Le iniziative della Difesa europea dovrebbero inserirsi in questo spazio: iniziative che richiedono l'autonomia strategica. Il generale David Petraeus ha, dal canto suo, sottolineato il grande impegno economico degli Stati Uniti nell'Alleanza atlantica. In tal senso, pur non escludendo iniziative europee, ha lasciato tuttavia trasparire quale titubanza al riguardo.
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Xi e Putin, presidenti di Cina e Russia, disertano il vertice straordinario voluto dal premier. Terrorismo, migranti e diritti umani i temi al centro del summit. La Germania non riconosce i talebani. L'Ue promette 1 miliardo in aiuti. Rimane ambiguo il ruolo del Pakistan.I ministri Giorgetti e Guerini hanno parlato al convegno di Elettronica per celebrare i suoi 70 anni di attività.Lo speciale contiene due articoli.Sono dei risultati in chiaroscuro quelli prodotti dal G20 straordinario sull'Afghanistan, tenutosi ieri pomeriggio in formato virtuale. Presieduto dal presidente del Consiglio Mario Draghi, il consesso si è concentrato sulla situazione dell'attuale regime di Kabul, focalizzandosi soprattutto su questioni spinose come quelle dei flussi migratori, i diritti umani, la tutela delle minoranze e la minaccia terroristica (a partire dall'Isis K). Il nostro premier, nella conferenza stampa finale, ha parlato di una «convergenza di vedute» per affrontare l'emergenza umanitaria, oltre che di un «mandato» per le Nazioni Unite. «Occorre impedire il collasso economico del Paese», ha dichiarato Draghi, che ha auspicato anche di continuare a lottare contro il Covid-19. Il premier ha ribadito l'importanza del tema dei profughi e dei diritti delle donne, che rischiano - ha detto - di «tornare indietro di vent'anni». «Consenso ha trovato la necessità che l'Afghanistan non torni a essere una specie di rifugio per il terrorismo internazionale», ha aggiunto. Ulteriore focus è stato quello, ha dichiarato Draghi, sull'aeroporto di Kabul, che è essenziale per l'assistenza internazionale, e quello sui Paesi limitrofi per l'accoglienza dei migranti. «Ho invitato tutti a lavorare il più possibile insieme», ha concluso. In occasione del summit, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un pacchetto di aiuti dal valore di un miliardo di euro per la popolazione locale e i Paesi confinanti. A sottolineare la necessità di assistenza umanitaria sono stati anche il presidente americano, Joe Biden, e il premier indiano, Narendra Modi. Tutto questo, mentre la Germania si è detta non ancora pronta a riconoscere il nuovo governo di Kabul. La Turchia, dal canto suo, ha espresso preoccupazione per i flussi migratori e ha proposto la creazione di un gruppo di lavoro - che si è offerta di guidare - per «garantire sicurezza e stabilità» nel Paese. Qualche passo avanti, insomma, è stato fatto. Ma fino a un certo punto. La riunione di ieri è stata infatti in un certo senso «fiaccata» dalla mancata partecipazione di due leader di primo piano, come il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo cinese, Xi Jinping: quest'ultimo, in particolare, è stato rappresentato dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Un'assenza, quella di questi capi di Stato, significativa sotto due aspetti complementari. Da una parte, abbiamo il punto di vista italiano. La mancata partecipazione dei due leader (non a caso minimizzata ieri dal nostro premier) ha infatti parzialmente ridimensionato quello che avrebbe potuto essere un rilevante successo diplomatico per Draghi. Un Draghi che, pur a fronte di questo limite, è comunque riuscito a conseguire alcuni risultati significativi. Non solo ha infatti aperto un format - quello del G20 - storicamente concentrato sulle questioni economiche a un dossier di natura geopolitica. Ma è anche riuscito a portare Roma in una posizione relativamente centrale sulla questione della crisi afghana. Il secondo aspetto da considerare è invece specificamente geopolitico. Ricordiamo infatti che Mosca e Pechino sono le due capitali maggiormente coinvolte a livello diplomatico ed economico nella crisi afghana. Ragion per cui è assai improbabile ritenere possibile arrivare a una soluzione concreta senza il loro pieno benestare. Il fatto che Xi e Putin abbiano quindi, per così dire, snobbato l'appuntamento di ieri lascia intendere che almeno una parte delle decisioni fondamentali per fronteggiare la crisi verrà presa altrove. Non dimentichiamo del resto che, la settimana scorsa, l'inviato del Cremlino in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha annunciato che il prossimo 20 ottobre si terrà un meeting a Mosca sulla crisi di Kabul, a cui prenderanno parte i talebani e altre fazioni afghane. Sempre Kabulov, secondo l'Associated Press, ha reso noto che in questo mese si terranno incontri sul tema tra i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Pakistan e Cina. Tutto questo evidenzia come l'asse sino-russo abbia intenzione di muoversi in maggiore autonomia. Non è d'altronde un mistero che da tempo i talebani guardino con estremo interesse al sostegno finanziario di Pechino. Un fattore, questo, che lascia l'Occidente con delle leve limitate per riuscire ad influenzare politicamente l'Afghanistan. Al momento, continua a restare fondamentalmente ambiguo il ruolo del Pakistan, che sta invocando un forte sostegno economico per Kabul. Tutto questo, mentre la tensione resta alta. Se i talebani hanno invocato buone relazioni internazionali (pur evitando di prendere impegni sui diritti delle donne), il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha usato parole molto severe nei confronti dell'attuale leadership di Kabul.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/g20-draghi-2655288396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giorgetti-e-guerini-uniti-sulla-nato-la-sfida-e-la-sovranita-tecnologica" data-post-id="2655288396" data-published-at="1634120505" data-use-pagination="False"> Giorgetti e Guerini uniti sulla Nato. «La sfida è la sovranità tecnologica» Difesa, futuro e relazioni transatlantiche: questi i principali temi che hanno caratterizzato il settantesimo anniversario di Elettronica: un evento, ricco di ospiti nazionali e internazionali, che si è tenuto ieri presso il Laboratorio di scenografia del Teatro dell'Opera di Roma. Il presidente e ceo di Elettronica, Enzo Benigni, ha introdotto l'azienda, focalizzandosi sul suo successo e i suoi punti di forza, non mancando poi di toccare il tema della Difesa europea. Un'attenzione al futuro (in raccordo con la storia passata) che è stata sottolineata anche dall'ex sottosegretario, Gianni Letta. Molto attento all'incessante sviluppo tecnologico si è mostrato inoltre il presidente dell'Armenia, Armen Sarkissian. Spazio è stato poi dato alla cybersicurezza, di cui hanno discusso, tra gli altri, il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, e il presidente di Acciaierie d'Italia, Franco Bernabè. «Non esistono più confini tra Difesa e Sicurezza, la digitalizzazione ha reso la nostra vita di tutti i giorni più semplice ma anche più fragile», ha dichiarato il co-amministratore delegato di Elettronica, Domitilla Benigni. Molto interessante si è poi rivelato il dibattito tra Giancarlo Giorgetti e Lorenzo Guerini sull'industria della Difesa europea. Sotto questo aspetto c'è un gap nei confronti degli Stati Uniti e della Cina, ha detto il titolare del Mise. Un gap che «può essere recuperato». Nel campo della Difesa – ha proseguito – la tecnologia è fondamentale e richiede risorse adeguate: tutto questo, con una proiezione temporale pluriennale. Occorrerebbe inoltre un coordinamento degli sforzi nell'industria europea, ha proseguito Giorgetti. Tutto questo, mentre – secondo il ministro della Difesa – è possibile contare già su una «solida base industriale» in Europa. Bisognerebbe quindi sostenere e consolidare la cooperazione internazionale, anche perché gli eventi afghani hanno fatto da acceleratore notevole sotto questo punto di vista. In tal senso, l'industria della Difesa italiana ha ottime carte da giocare, essendo – secondo Guerini – «molto competitiva». Su tale fronte, i due ministri hanno quindi evidenziato di operare in modo coordinato e in piena sintonia. L'elemento cyber è entrato sempre più nel settore della Difesa, ha sottolineato inoltre Guerini, citando, tra l'altro, la questione della «bussola strategica» e non nascondendo comunque le difficoltà politiche in vista di una Difesa comune: un dossier, rispetto a cui non bisogna accettare –ha detto– accordi al ribasso. La stessa autonomia strategica, secondo Guerini, non deve porsi in contrasto con la Nato e, anzi, il filone atlantico risulta fondamentale. Giorgetti, dal canto suo, ha evidenziato l'importanza della cybersicurezza anche nell'ambito del Pnrr. Il titolare del Mise ha poi sostenuto che l'Italia debba collaborare con francesi, inglesi e tedeschi, sempre tenendo presente l'eccellenza tecnologica italiana. Il trattato del Quirinale –ha detto– pone una collaborazione in direzione della Francia, ma ciò non esclude collaborazioni con altri Paesi. Tutto questo deve comunque avere una bussola: la salvaguardia dell'interesse nazionale. Anche Giorgetti ha inoltre sostenuto la necessità di un ancoraggio atlantico del nostro Paese: la stessa autonomia strategica, ha aggiunto, esige che l'Unione europea muti molte delle regole che si è finora data. Di Nato ha parlato anche il generale Claudio Graziano: un'alleanza che ha definito «un valore da tutelare, ma da integrare con una maggiore presenza dell'Ue». Le iniziative della Difesa europea dovrebbero inserirsi in questo spazio: iniziative che richiedono l'autonomia strategica. Il generale David Petraeus ha, dal canto suo, sottolineato il grande impegno economico degli Stati Uniti nell'Alleanza atlantica. In tal senso, pur non escludendo iniziative europee, ha lasciato tuttavia trasparire quale titubanza al riguardo.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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