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2021-10-13
Più G7 che G20: sfuma il progetto di Draghi
Sono dei risultati in chiaroscuro quelli prodotti dal G20 straordinario sull'Afghanistan, tenutosi ieri pomeriggio in formato virtuale. Presieduto dal presidente del Consiglio Mario Draghi, il consesso si è concentrato sulla situazione dell'attuale regime di Kabul, focalizzandosi soprattutto su questioni spinose come quelle dei flussi migratori, i diritti umani, la tutela delle minoranze e la minaccia terroristica (a partire dall'Isis K).
Il nostro premier, nella conferenza stampa finale, ha parlato di una «convergenza di vedute» per affrontare l'emergenza umanitaria, oltre che di un «mandato» per le Nazioni Unite. «Occorre impedire il collasso economico del Paese», ha dichiarato Draghi, che ha auspicato anche di continuare a lottare contro il Covid-19. Il premier ha ribadito l'importanza del tema dei profughi e dei diritti delle donne, che rischiano - ha detto - di «tornare indietro di vent'anni». «Consenso ha trovato la necessità che l'Afghanistan non torni a essere una specie di rifugio per il terrorismo internazionale», ha aggiunto. Ulteriore focus è stato quello, ha dichiarato Draghi, sull'aeroporto di Kabul, che è essenziale per l'assistenza internazionale, e quello sui Paesi limitrofi per l'accoglienza dei migranti. «Ho invitato tutti a lavorare il più possibile insieme», ha concluso.
In occasione del summit, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un pacchetto di aiuti dal valore di un miliardo di euro per la popolazione locale e i Paesi confinanti. A sottolineare la necessità di assistenza umanitaria sono stati anche il presidente americano, Joe Biden, e il premier indiano, Narendra Modi. Tutto questo, mentre la Germania si è detta non ancora pronta a riconoscere il nuovo governo di Kabul. La Turchia, dal canto suo, ha espresso preoccupazione per i flussi migratori e ha proposto la creazione di un gruppo di lavoro - che si è offerta di guidare - per «garantire sicurezza e stabilità» nel Paese.
Qualche passo avanti, insomma, è stato fatto. Ma fino a un certo punto. La riunione di ieri è stata infatti in un certo senso «fiaccata» dalla mancata partecipazione di due leader di primo piano, come il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo cinese, Xi Jinping: quest'ultimo, in particolare, è stato rappresentato dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Un'assenza, quella di questi capi di Stato, significativa sotto due aspetti complementari.
Da una parte, abbiamo il punto di vista italiano. La mancata partecipazione dei due leader (non a caso minimizzata ieri dal nostro premier) ha infatti parzialmente ridimensionato quello che avrebbe potuto essere un rilevante successo diplomatico per Draghi. Un Draghi che, pur a fronte di questo limite, è comunque riuscito a conseguire alcuni risultati significativi. Non solo ha infatti aperto un format - quello del G20 - storicamente concentrato sulle questioni economiche a un dossier di natura geopolitica. Ma è anche riuscito a portare Roma in una posizione relativamente centrale sulla questione della crisi afghana. Il secondo aspetto da considerare è invece specificamente geopolitico. Ricordiamo infatti che Mosca e Pechino sono le due capitali maggiormente coinvolte a livello diplomatico ed economico nella crisi afghana. Ragion per cui è assai improbabile ritenere possibile arrivare a una soluzione concreta senza il loro pieno benestare. Il fatto che Xi e Putin abbiano quindi, per così dire, snobbato l'appuntamento di ieri lascia intendere che almeno una parte delle decisioni fondamentali per fronteggiare la crisi verrà presa altrove.
Non dimentichiamo del resto che, la settimana scorsa, l'inviato del Cremlino in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha annunciato che il prossimo 20 ottobre si terrà un meeting a Mosca sulla crisi di Kabul, a cui prenderanno parte i talebani e altre fazioni afghane. Sempre Kabulov, secondo l'Associated Press, ha reso noto che in questo mese si terranno incontri sul tema tra i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Pakistan e Cina. Tutto questo evidenzia come l'asse sino-russo abbia intenzione di muoversi in maggiore autonomia. Non è d'altronde un mistero che da tempo i talebani guardino con estremo interesse al sostegno finanziario di Pechino. Un fattore, questo, che lascia l'Occidente con delle leve limitate per riuscire ad influenzare politicamente l'Afghanistan. Al momento, continua a restare fondamentalmente ambiguo il ruolo del Pakistan, che sta invocando un forte sostegno economico per Kabul. Tutto questo, mentre la tensione resta alta. Se i talebani hanno invocato buone relazioni internazionali (pur evitando di prendere impegni sui diritti delle donne), il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha usato parole molto severe nei confronti dell'attuale leadership di Kabul.
Giorgetti e Guerini uniti sulla Nato. «La sfida è la sovranità tecnologica»
Difesa, futuro e relazioni transatlantiche: questi i principali temi che hanno caratterizzato il settantesimo anniversario di Elettronica: un evento, ricco di ospiti nazionali e internazionali, che si è tenuto ieri presso il Laboratorio di scenografia del Teatro dell'Opera di Roma.
Il presidente e ceo di Elettronica, Enzo Benigni, ha introdotto l'azienda, focalizzandosi sul suo successo e i suoi punti di forza, non mancando poi di toccare il tema della Difesa europea. Un'attenzione al futuro (in raccordo con la storia passata) che è stata sottolineata anche dall'ex sottosegretario, Gianni Letta. Molto attento all'incessante sviluppo tecnologico si è mostrato inoltre il presidente dell'Armenia, Armen Sarkissian. Spazio è stato poi dato alla cybersicurezza, di cui hanno discusso, tra gli altri, il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, e il presidente di Acciaierie d'Italia, Franco Bernabè. «Non esistono più confini tra Difesa e Sicurezza, la digitalizzazione ha reso la nostra vita di tutti i giorni più semplice ma anche più fragile», ha dichiarato il co-amministratore delegato di Elettronica, Domitilla Benigni.
Molto interessante si è poi rivelato il dibattito tra Giancarlo Giorgetti e Lorenzo Guerini sull'industria della Difesa europea. Sotto questo aspetto c'è un gap nei confronti degli Stati Uniti e della Cina, ha detto il titolare del Mise. Un gap che «può essere recuperato». Nel campo della Difesa – ha proseguito – la tecnologia è fondamentale e richiede risorse adeguate: tutto questo, con una proiezione temporale pluriennale. Occorrerebbe inoltre un coordinamento degli sforzi nell'industria europea, ha proseguito Giorgetti. Tutto questo, mentre – secondo il ministro della Difesa – è possibile contare già su una «solida base industriale» in Europa. Bisognerebbe quindi sostenere e consolidare la cooperazione internazionale, anche perché gli eventi afghani hanno fatto da acceleratore notevole sotto questo punto di vista. In tal senso, l'industria della Difesa italiana ha ottime carte da giocare, essendo – secondo Guerini – «molto competitiva». Su tale fronte, i due ministri hanno quindi evidenziato di operare in modo coordinato e in piena sintonia.
L'elemento cyber è entrato sempre più nel settore della Difesa, ha sottolineato inoltre Guerini, citando, tra l'altro, la questione della «bussola strategica» e non nascondendo comunque le difficoltà politiche in vista di una Difesa comune: un dossier, rispetto a cui non bisogna accettare –ha detto– accordi al ribasso. La stessa autonomia strategica, secondo Guerini, non deve porsi in contrasto con la Nato e, anzi, il filone atlantico risulta fondamentale. Giorgetti, dal canto suo, ha evidenziato l'importanza della cybersicurezza anche nell'ambito del Pnrr. Il titolare del Mise ha poi sostenuto che l'Italia debba collaborare con francesi, inglesi e tedeschi, sempre tenendo presente l'eccellenza tecnologica italiana. Il trattato del Quirinale –ha detto– pone una collaborazione in direzione della Francia, ma ciò non esclude collaborazioni con altri Paesi.
Tutto questo deve comunque avere una bussola: la salvaguardia dell'interesse nazionale. Anche Giorgetti ha inoltre sostenuto la necessità di un ancoraggio atlantico del nostro Paese: la stessa autonomia strategica, ha aggiunto, esige che l'Unione europea muti molte delle regole che si è finora data.
Di Nato ha parlato anche il generale Claudio Graziano: un'alleanza che ha definito «un valore da tutelare, ma da integrare con una maggiore presenza dell'Ue». Le iniziative della Difesa europea dovrebbero inserirsi in questo spazio: iniziative che richiedono l'autonomia strategica. Il generale David Petraeus ha, dal canto suo, sottolineato il grande impegno economico degli Stati Uniti nell'Alleanza atlantica. In tal senso, pur non escludendo iniziative europee, ha lasciato tuttavia trasparire quale titubanza al riguardo.
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Xi e Putin, presidenti di Cina e Russia, disertano il vertice straordinario voluto dal premier. Terrorismo, migranti e diritti umani i temi al centro del summit. La Germania non riconosce i talebani. L'Ue promette 1 miliardo in aiuti. Rimane ambiguo il ruolo del Pakistan.I ministri Giorgetti e Guerini hanno parlato al convegno di Elettronica per celebrare i suoi 70 anni di attività.Lo speciale contiene due articoli.Sono dei risultati in chiaroscuro quelli prodotti dal G20 straordinario sull'Afghanistan, tenutosi ieri pomeriggio in formato virtuale. Presieduto dal presidente del Consiglio Mario Draghi, il consesso si è concentrato sulla situazione dell'attuale regime di Kabul, focalizzandosi soprattutto su questioni spinose come quelle dei flussi migratori, i diritti umani, la tutela delle minoranze e la minaccia terroristica (a partire dall'Isis K). Il nostro premier, nella conferenza stampa finale, ha parlato di una «convergenza di vedute» per affrontare l'emergenza umanitaria, oltre che di un «mandato» per le Nazioni Unite. «Occorre impedire il collasso economico del Paese», ha dichiarato Draghi, che ha auspicato anche di continuare a lottare contro il Covid-19. Il premier ha ribadito l'importanza del tema dei profughi e dei diritti delle donne, che rischiano - ha detto - di «tornare indietro di vent'anni». «Consenso ha trovato la necessità che l'Afghanistan non torni a essere una specie di rifugio per il terrorismo internazionale», ha aggiunto. Ulteriore focus è stato quello, ha dichiarato Draghi, sull'aeroporto di Kabul, che è essenziale per l'assistenza internazionale, e quello sui Paesi limitrofi per l'accoglienza dei migranti. «Ho invitato tutti a lavorare il più possibile insieme», ha concluso. In occasione del summit, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un pacchetto di aiuti dal valore di un miliardo di euro per la popolazione locale e i Paesi confinanti. A sottolineare la necessità di assistenza umanitaria sono stati anche il presidente americano, Joe Biden, e il premier indiano, Narendra Modi. Tutto questo, mentre la Germania si è detta non ancora pronta a riconoscere il nuovo governo di Kabul. La Turchia, dal canto suo, ha espresso preoccupazione per i flussi migratori e ha proposto la creazione di un gruppo di lavoro - che si è offerta di guidare - per «garantire sicurezza e stabilità» nel Paese. Qualche passo avanti, insomma, è stato fatto. Ma fino a un certo punto. La riunione di ieri è stata infatti in un certo senso «fiaccata» dalla mancata partecipazione di due leader di primo piano, come il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo cinese, Xi Jinping: quest'ultimo, in particolare, è stato rappresentato dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Un'assenza, quella di questi capi di Stato, significativa sotto due aspetti complementari. Da una parte, abbiamo il punto di vista italiano. La mancata partecipazione dei due leader (non a caso minimizzata ieri dal nostro premier) ha infatti parzialmente ridimensionato quello che avrebbe potuto essere un rilevante successo diplomatico per Draghi. Un Draghi che, pur a fronte di questo limite, è comunque riuscito a conseguire alcuni risultati significativi. Non solo ha infatti aperto un format - quello del G20 - storicamente concentrato sulle questioni economiche a un dossier di natura geopolitica. Ma è anche riuscito a portare Roma in una posizione relativamente centrale sulla questione della crisi afghana. Il secondo aspetto da considerare è invece specificamente geopolitico. Ricordiamo infatti che Mosca e Pechino sono le due capitali maggiormente coinvolte a livello diplomatico ed economico nella crisi afghana. Ragion per cui è assai improbabile ritenere possibile arrivare a una soluzione concreta senza il loro pieno benestare. Il fatto che Xi e Putin abbiano quindi, per così dire, snobbato l'appuntamento di ieri lascia intendere che almeno una parte delle decisioni fondamentali per fronteggiare la crisi verrà presa altrove. Non dimentichiamo del resto che, la settimana scorsa, l'inviato del Cremlino in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha annunciato che il prossimo 20 ottobre si terrà un meeting a Mosca sulla crisi di Kabul, a cui prenderanno parte i talebani e altre fazioni afghane. Sempre Kabulov, secondo l'Associated Press, ha reso noto che in questo mese si terranno incontri sul tema tra i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Pakistan e Cina. Tutto questo evidenzia come l'asse sino-russo abbia intenzione di muoversi in maggiore autonomia. Non è d'altronde un mistero che da tempo i talebani guardino con estremo interesse al sostegno finanziario di Pechino. Un fattore, questo, che lascia l'Occidente con delle leve limitate per riuscire ad influenzare politicamente l'Afghanistan. Al momento, continua a restare fondamentalmente ambiguo il ruolo del Pakistan, che sta invocando un forte sostegno economico per Kabul. Tutto questo, mentre la tensione resta alta. Se i talebani hanno invocato buone relazioni internazionali (pur evitando di prendere impegni sui diritti delle donne), il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha usato parole molto severe nei confronti dell'attuale leadership di Kabul.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/g20-draghi-2655288396.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giorgetti-e-guerini-uniti-sulla-nato-la-sfida-e-la-sovranita-tecnologica" data-post-id="2655288396" data-published-at="1634120505" data-use-pagination="False"> Giorgetti e Guerini uniti sulla Nato. «La sfida è la sovranità tecnologica» Difesa, futuro e relazioni transatlantiche: questi i principali temi che hanno caratterizzato il settantesimo anniversario di Elettronica: un evento, ricco di ospiti nazionali e internazionali, che si è tenuto ieri presso il Laboratorio di scenografia del Teatro dell'Opera di Roma. Il presidente e ceo di Elettronica, Enzo Benigni, ha introdotto l'azienda, focalizzandosi sul suo successo e i suoi punti di forza, non mancando poi di toccare il tema della Difesa europea. Un'attenzione al futuro (in raccordo con la storia passata) che è stata sottolineata anche dall'ex sottosegretario, Gianni Letta. Molto attento all'incessante sviluppo tecnologico si è mostrato inoltre il presidente dell'Armenia, Armen Sarkissian. Spazio è stato poi dato alla cybersicurezza, di cui hanno discusso, tra gli altri, il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, e il presidente di Acciaierie d'Italia, Franco Bernabè. «Non esistono più confini tra Difesa e Sicurezza, la digitalizzazione ha reso la nostra vita di tutti i giorni più semplice ma anche più fragile», ha dichiarato il co-amministratore delegato di Elettronica, Domitilla Benigni. Molto interessante si è poi rivelato il dibattito tra Giancarlo Giorgetti e Lorenzo Guerini sull'industria della Difesa europea. Sotto questo aspetto c'è un gap nei confronti degli Stati Uniti e della Cina, ha detto il titolare del Mise. Un gap che «può essere recuperato». Nel campo della Difesa – ha proseguito – la tecnologia è fondamentale e richiede risorse adeguate: tutto questo, con una proiezione temporale pluriennale. Occorrerebbe inoltre un coordinamento degli sforzi nell'industria europea, ha proseguito Giorgetti. Tutto questo, mentre – secondo il ministro della Difesa – è possibile contare già su una «solida base industriale» in Europa. Bisognerebbe quindi sostenere e consolidare la cooperazione internazionale, anche perché gli eventi afghani hanno fatto da acceleratore notevole sotto questo punto di vista. In tal senso, l'industria della Difesa italiana ha ottime carte da giocare, essendo – secondo Guerini – «molto competitiva». Su tale fronte, i due ministri hanno quindi evidenziato di operare in modo coordinato e in piena sintonia. L'elemento cyber è entrato sempre più nel settore della Difesa, ha sottolineato inoltre Guerini, citando, tra l'altro, la questione della «bussola strategica» e non nascondendo comunque le difficoltà politiche in vista di una Difesa comune: un dossier, rispetto a cui non bisogna accettare –ha detto– accordi al ribasso. La stessa autonomia strategica, secondo Guerini, non deve porsi in contrasto con la Nato e, anzi, il filone atlantico risulta fondamentale. Giorgetti, dal canto suo, ha evidenziato l'importanza della cybersicurezza anche nell'ambito del Pnrr. Il titolare del Mise ha poi sostenuto che l'Italia debba collaborare con francesi, inglesi e tedeschi, sempre tenendo presente l'eccellenza tecnologica italiana. Il trattato del Quirinale –ha detto– pone una collaborazione in direzione della Francia, ma ciò non esclude collaborazioni con altri Paesi. Tutto questo deve comunque avere una bussola: la salvaguardia dell'interesse nazionale. Anche Giorgetti ha inoltre sostenuto la necessità di un ancoraggio atlantico del nostro Paese: la stessa autonomia strategica, ha aggiunto, esige che l'Unione europea muti molte delle regole che si è finora data. Di Nato ha parlato anche il generale Claudio Graziano: un'alleanza che ha definito «un valore da tutelare, ma da integrare con una maggiore presenza dell'Ue». Le iniziative della Difesa europea dovrebbero inserirsi in questo spazio: iniziative che richiedono l'autonomia strategica. Il generale David Petraeus ha, dal canto suo, sottolineato il grande impegno economico degli Stati Uniti nell'Alleanza atlantica. In tal senso, pur non escludendo iniziative europee, ha lasciato tuttavia trasparire quale titubanza al riguardo.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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