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2023-12-01
Francisco Goya: Milano rende omaggio al grande genio spagnolo
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L'allestimento della mostra Francisco Goya. La ribellione della ragione a Palazzo Reale di Milano. Ph. Carlotta Coppo
Una vita lunga quella di Francisco José de Goya y Lucientes (o più semplicemente Goya), nato a Fuendetodos, in Aragona, Spagna, nel 1746 e spentosi in Francia, a Bordeaux, nel 1828. Ottantadue anni che si snodano fra due secoli cruciali per la storia del mondo, che passa dall’età moderna a quella contemporanea: a fare da spartiacque, la Rivoluzione Francese. Dopo il 14 luglio del 1789, nulla sarà mai più come prima. Luigi XVI e consorte lasciano sulla ghigliottina le teste coronate e all’orizzonte si profila un nuovo Sole, che di nome fa Napoleone. Un generale corso piccolo di statura, ma la cui forza crea un Impero. Un Impero vastissimo ma non eterno, e al suo sgretolarsi, la Restaurazione (1815) cercherà (più o meno inutilmente) di riportare tutto «come prima».
A tutti questi cambiamenti assiste anche Francisco Goya, pittore preferito dalla nobiltà spagnola e, dal 1786, pittore di corte - pintor del rey - di re Carlo IV . Pittore di corte si, ma non cicisbeo adulatore… E basta pensare ad alcune delle sue opere più celebri (per esempio al ritratto corale La Famiglia di Carlo IV) per capire che alla nobiltà, sovrani compresi, Goya non risparmiava nulla. Nemmeno i difetti. Non li abbelliva né li imbruttiva. Li ritraeva così com’erano: fisicamente mediocri (quando non proprio brutti), spocchiosi, vanitosi. Una pittura realistica la sua, ma difficile da inquadrare in una sola corrente: «nella pittura non ci sono regole» era solito dire. E nell’operare non si smentiva. Ammiratore di Tiepolo, Velázquez e Rembrandt, la sua arte, come la sua vita, passò per la razionalità illuminista e l’inquietudine romantica. Fu luce e fu ombra. Entusiasmo e delusione. A creare uno iato, una spaccatura irreversibile fra «un prima e un dopo », due fatti estremi: la sordità, che lo colpì ne 1792 e gli cambiò per sempre la modalità di affrontare (e rappresentare) la vita e, nel 1808, la sanguinosa invasione della Spagna da parte delle truppe francesi guidate da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. E’ in questi anni, per denunciare le atrocità abominevoli commesse dagli invasori d’oltralpe, che Goya dipinge Il Colosso, il ciclo dei Disastri della guerra e, nel 1814, durante la Restaurazione borbonica, la famosa e drammatica tela La fucilazione del 3 maggio 1808.
Vita, storia, arte. In Goya, più che in ogni altro pittore del suo tempo, sono elementi strettamente legati, imprescindibili gli uni dagli altri. Goya, «dall’osservatorio privilegiato» della corte di Madrid, vive la storia e dipinge la vita. La sua sordità a fare «da filtro»: è il primo artista le cui opere sono frutto di esperienze, di sentimenti personali, di passioni e sofferenze, nonché della sua visione del mondo che lo circonda. È uno dei primi artisti a identificarsi con la vita ed è per questo che è impossibile comprendere la sua pittura senza conoscere la sua vita, né la sua vita se non attraverso la sua pittura.
E raccontare il mondo di Goya, la sua esperienza nella e della storia, il suo pensiero, la sua evoluzione artistica e i temi da lui trattati, è l’obiettivo di Goya. La ribellione della ragione, la straordinaria antologica in corso a Palazzo Reale di Milano, una mostra che ha la particolarità unica di mostrare al visitatore non solo la visione di alcuni fra i capolavori pittorici del genio spagnolo, ma anche – e questa è la vera novità – di una serie di straordinarie e preziose incisioni ( che lo resero maestro assoluto di quest’arte), affiancate dalle loro originali matrici di rame.
La Mostra e le opere
Così come l’arte di Goya parte dalla «luminosa » formazione accademica per arrivare a rappresentare gli «oscuri» orrori della Guerra d’indipendenza spagnola, anche il percorso espositivo - ideato dallo Studio Novembre - si sviluppa simbolicamente dalla luce al buio. Trasmigra, sempre come l’arte di Goya, dal claro alla pinturas nigras, quella dai toni cupi e neri della vecchiaia, quella che sgorga da un uomo ferito e tradito, segnato dalla malattia e disilluso dalla rivoluzione francese e da una società malevola e becera, da cui si sente estraneo.
Visitare questa mostra, significa essenzialmente due cose: significa «vivere la storia » - la Storia nel senso più stretto del termine (quella fatta di date e di avvenimenti) e quella di un uomo e di un artista che nella Storia si muove e che la Storia la rappresenta - e significa scoprire (o riscoprire) un’arte rivoluzionaria e in continuo divenire, figlia di un artista che, pur profondamente integrato nel suo tempo, apre in modo irreversibile alla modernità: non dimentichiamoci che Goya è anche l’autore della famosissima Maja desnuda (opera conservata a El Prado di Madrid e non in mostra a Palazzo Reale), il primo dipinto in cui viene rappresentata una donna con i peli pubici e la linea nigra ben delineata …« Attraverso le sue opere – ha commenttoa Víctor Nieto Alcaide, curatore dell’esposizione milanese - Goya appare come l’origine, l’inizio e il punto di partenza di tutte le forme di pittura moderne».
Tra le opere in mostra, assolutamente da ammirare la serie di ritratti, il famoso Autoritratto al cavalletto (1785), Il Colosso (1808) e, splendide, le tele «corali » Il manicomio e la Processione di flagellanti , entrambe realizzate fra il 1808 e il 1812 ed entrambe cariche di un pathos e di una pietas profondamente moderna. Quegli stessi sentimenti che si ritrovano anche in molte delle incisioni esposte, tutte incentrate sulla critica alla guerra e sull’irrazionale volo libero dell’immaginario.
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A Palazzo Reale, sino al 3 marzo 2024, l’attesissima mostra dedicata al grande maestro spagnolo che visse a cavallo fra due epoche. Fra dipinti e incisioni - affiancate dalle loro matrici in rame recentemente restaurate - sono esposte oltre settanta opere, alla scoperta di un genio pittorico che seppe fondere nella sua arte ragione illuminista ed emotività romantica. Una vita lunga quella di Francisco José de Goya y Lucientes (o più semplicemente Goya), nato a Fuendetodos, in Aragona, Spagna, nel 1746 e spentosi in Francia, a Bordeaux, nel 1828. Ottantadue anni che si snodano fra due secoli cruciali per la storia del mondo, che passa dall’età moderna a quella contemporanea: a fare da spartiacque, la Rivoluzione Francese. Dopo il 14 luglio del 1789, nulla sarà mai più come prima. Luigi XVI e consorte lasciano sulla ghigliottina le teste coronate e all’orizzonte si profila un nuovo Sole, che di nome fa Napoleone. Un generale corso piccolo di statura, ma la cui forza crea un Impero. Un Impero vastissimo ma non eterno, e al suo sgretolarsi, la Restaurazione (1815) cercherà (più o meno inutilmente) di riportare tutto «come prima». A tutti questi cambiamenti assiste anche Francisco Goya, pittore preferito dalla nobiltà spagnola e, dal 1786, pittore di corte - pintor del rey - di re Carlo IV . Pittore di corte si, ma non cicisbeo adulatore… E basta pensare ad alcune delle sue opere più celebri (per esempio al ritratto corale La Famiglia di Carlo IV) per capire che alla nobiltà, sovrani compresi, Goya non risparmiava nulla. Nemmeno i difetti. Non li abbelliva né li imbruttiva. Li ritraeva così com’erano: fisicamente mediocri (quando non proprio brutti), spocchiosi, vanitosi. Una pittura realistica la sua, ma difficile da inquadrare in una sola corrente: «nella pittura non ci sono regole» era solito dire. E nell’operare non si smentiva. Ammiratore di Tiepolo, Velázquez e Rembrandt, la sua arte, come la sua vita, passò per la razionalità illuminista e l’inquietudine romantica. Fu luce e fu ombra. Entusiasmo e delusione. A creare uno iato, una spaccatura irreversibile fra «un prima e un dopo », due fatti estremi: la sordità, che lo colpì ne 1792 e gli cambiò per sempre la modalità di affrontare (e rappresentare) la vita e, nel 1808, la sanguinosa invasione della Spagna da parte delle truppe francesi guidate da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. E’ in questi anni, per denunciare le atrocità abominevoli commesse dagli invasori d’oltralpe, che Goya dipinge Il Colosso, il ciclo dei Disastri della guerra e, nel 1814, durante la Restaurazione borbonica, la famosa e drammatica tela La fucilazione del 3 maggio 1808. Vita, storia, arte. In Goya, più che in ogni altro pittore del suo tempo, sono elementi strettamente legati, imprescindibili gli uni dagli altri. Goya, «dall’osservatorio privilegiato» della corte di Madrid, vive la storia e dipinge la vita. La sua sordità a fare «da filtro»: è il primo artista le cui opere sono frutto di esperienze, di sentimenti personali, di passioni e sofferenze, nonché della sua visione del mondo che lo circonda. È uno dei primi artisti a identificarsi con la vita ed è per questo che è impossibile comprendere la sua pittura senza conoscere la sua vita, né la sua vita se non attraverso la sua pittura. E raccontare il mondo di Goya, la sua esperienza nella e della storia, il suo pensiero, la sua evoluzione artistica e i temi da lui trattati, è l’obiettivo di Goya. La ribellione della ragione, la straordinaria antologica in corso a Palazzo Reale di Milano, una mostra che ha la particolarità unica di mostrare al visitatore non solo la visione di alcuni fra i capolavori pittorici del genio spagnolo, ma anche – e questa è la vera novità – di una serie di straordinarie e preziose incisioni ( che lo resero maestro assoluto di quest’arte), affiancate dalle loro originali matrici di rame.La Mostra e le opereCosì come l’arte di Goya parte dalla «luminosa » formazione accademica per arrivare a rappresentare gli «oscuri» orrori della Guerra d’indipendenza spagnola, anche il percorso espositivo - ideato dallo Studio Novembre - si sviluppa simbolicamente dalla luce al buio. Trasmigra, sempre come l’arte di Goya, dal claro alla pinturas nigras, quella dai toni cupi e neri della vecchiaia, quella che sgorga da un uomo ferito e tradito, segnato dalla malattia e disilluso dalla rivoluzione francese e da una società malevola e becera, da cui si sente estraneo. Visitare questa mostra, significa essenzialmente due cose: significa «vivere la storia » - la Storia nel senso più stretto del termine (quella fatta di date e di avvenimenti) e quella di un uomo e di un artista che nella Storia si muove e che la Storia la rappresenta - e significa scoprire (o riscoprire) un’arte rivoluzionaria e in continuo divenire, figlia di un artista che, pur profondamente integrato nel suo tempo, apre in modo irreversibile alla modernità: non dimentichiamoci che Goya è anche l’autore della famosissima Maja desnuda (opera conservata a El Prado di Madrid e non in mostra a Palazzo Reale), il primo dipinto in cui viene rappresentata una donna con i peli pubici e la linea nigra ben delineata …« Attraverso le sue opere – ha commenttoa Víctor Nieto Alcaide, curatore dell’esposizione milanese - Goya appare come l’origine, l’inizio e il punto di partenza di tutte le forme di pittura moderne».Tra le opere in mostra, assolutamente da ammirare la serie di ritratti, il famoso Autoritratto al cavalletto (1785), Il Colosso (1808) e, splendide, le tele «corali » Il manicomio e la Processione di flagellanti , entrambe realizzate fra il 1808 e il 1812 ed entrambe cariche di un pathos e di una pietas profondamente moderna. Quegli stessi sentimenti che si ritrovano anche in molte delle incisioni esposte, tutte incentrate sulla critica alla guerra e sull’irrazionale volo libero dell’immaginario.
La finestra di osservazione lunare si è aperta lunedì, alle 20:45 (ora italiana) ed è rimasta attiva fino alle 03:40 di ieri. Il momento culminante è stato l’avvicinamento massimo alla Luna, alla 01:02: Orion è passata a soli 6.542 km dalla superficie lunare, una distanza ravvicinata che ha consentito all’equipaggio di osservare l’intero disco lunare in un’unica inquadratura, includendo contemporaneamente polo nord e polo sud. Per circa 40 minuti, a partire dalle 23:47 del 6 aprile, la capsula è passata dietro la Luna, entrando in una zona d’ombra radio che ha interrotto completamente le comunicazioni con il centro di controllo missione. Quando Orion è riemersa dal lato nascosto del satellite, era già sulla traiettoria di ritorno verso la Terra.
L’obiettivo principale della missione era un flyby lunare, ovvero una circumnavigazione completa della luna senza atterraggio. La Nasa ha assegnato all’equipaggio una lista di 35 obiettivi da documentare. Tra questi figurano i siti degli allunaggi di Apollo 12 e Apollo 14, oltre al Mare Orientale, un vasto bacino d’impatto di oltre 900 km di diametro situato al confine tra lato visibile e lato nascosto della Luna. Gli astronauti hanno inoltre osservato il cratere Hertzsprung, che si estende per circa 600 km, e numerose altre formazioni geologiche fondamentali per comprendere la storia del satellite.
Uno dei momenti più toccanti della missione è legato a una richiesta avanzata dal canadese Jeremy Hansen. A nome di tutto l’equipaggio, ha proposto di attribuire il nome «Carroll» a uno dei crateri più luminosi, in memoria della moglie del comandante Wiseman, scomparsa nel 2020. Infermiera pediatrica, era morta a soli 46 anni, lasciando il marito a crescere le figlie. Quando nel 2023 Wiseman fu nominato comandante, la sua prima reazione non fu l’entusiasmo, ma la preoccupazione per le piccole. La maggiore, in tutta risposta, gli preparò dei cupcake a forma di luna. Dopo la richiesta un video mostra gli astronauti stretti in un abbraccio, mentre sulla Terra, accanto alla famiglia Wiseman, si osservava un silenzio carico di commozione. L’episodio ci racconta di una tradizione radicata nel mondo astronautico: le famiglie diventano parte integrante di una comunità unita, costruendo legami solidi già durante l’addestramento.
Intanto, durante una diretta della Nasa, la Nutella ha rubato la scena alla Luna: è stato infatti ripreso dalle telecamere un barattolo che fluttuava beatamente per la navicella. In poco tempo il video ha fatto il giro del mondo, trasformando la scena nella più grande pubblicità gratuita di sempre, capace di portare un marchio italiano a distanza di anni luce. La Nasa è poi intervenuta per chiarire che non si trattava di un’operazione pubblicitaria. Il rientro dell’equipaggio è previsto per il 10 aprile, con ammaraggio al largo delle coste di San Diego intorno alle 20 ora locale. Si chiuderà così un viaggio storico che, oltre a fornire dati fondamentali per il futuro dell’esplorazione lunare, ha saputo raccontare anche il lato più umano dello spazio: fatto di record, scienza, emozioni e piccoli gesti capaci di avvicinare l’infinito alla vita quotidiana.
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«L’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico, ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Non lo dico in modo polemico. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati».
Così il ministro della Difesa Guido Crosetto in Aula alla Camera, nell’informativa sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi.
«Rispettare questi accordi — ha aggiunto — non significa essere coinvolti in una guerra, ma rispettare degli impegni entro i confini dettati dalla legge e dalla Costituzione».
Viktor Orbán e JD Vance (Ansa)
Pur ribadendo che Washington è pronta a collaborare con qualsiasi primo ministro, Vance ha di fatto operato un endorsement esplicito, che trasforma la sua visita in un atto politico e rende ancora più evidente la frattura profonda che attraversa ormai da mesi l’Occidente.
Il bersaglio principale delle parole di Vance è l’Unione europea, accusata di esercitare pressioni indebite sul processo elettorale ungherese. «Se il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che l’ingerenza della burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto, con tono polemico: «L’Ungheria ha il diritto di scegliere la propria strada», quindi «non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare lo stesso».
Accanto all’attacco all’Unione, il vice di Donald Trump ha confermato la piena legittimazione del premier ungherese. «Voglio aiutare il più possibile il primo ministro in vista di questa stagione elettorale», ha dichiarato, rendendo esplicito il sostegno a Orbán, presentato da Vance come un alleato politico e culturale di Washington. Nel corso del suo intervento, d’altronde, è intervenuto telefonicamente Trump in persona, che si è rivolto agli ungheresi dicendo che il loro primo ministro «non ha permesso a nessuno di prendere d’assalto il vostro Paese e invaderlo come hanno fatto altri, rovinando le loro nazioni. Ha mantenuto il vostro Paese solido e ha fatto un lavoro fantastico». Da parte sua, Orbán ha lodato Trump, affermando che il tycoon «ha messo fine al potere dell’élite progressista globale, affermando che il patriottismo non è un crimine ma una virtù».
Insomma, tra Washington e Budapest c’è totale sintonia. Il terreno su cui questa convergenza si manifesta con maggiore evidenza, in particolare, è quello della guerra in Ucraina. Vance ha ribadito la necessità di puntare su una soluzione negoziale, criticando implicitamente la linea europea fondata sul sostegno militare a Kiev. «Serve una soluzione negoziata, non un’escalation senza fine», ha detto, indicando la necessità di aprire un canale diplomatico con Mosca. L’Ungheria, in questa prospettiva, può diventare un interlocutore utile per favorire un dialogo e ridurre la tensione tra le controparti.
Non meno significativo è il passaggio sull’energia. In proposito, anzi, Vance ha definito Orbán come «il leader più autorevole d’Europa» in materia di «sicurezza e indipendenza energetica». Peraltro, ha aggiunto, «è divertente vedere i primi ministri e i leader di alcune capitali dell’Europa occidentale parlare della crisi energetica, mentre avrebbero dovuto seguire le politiche di Orbán in Ungheria». In questo modo, ha evidenziato, la crisi «sarebbe stata molto meno grave».
Durante il suo intervento, il vicepresidente americano ha anche evocato il tema delle interferenze straniere in senso più ampio, sostenendo che vi sarebbero state ingerenze da parte dell’intelligence ucraina sia nelle elezioni americane sia in quelle ungheresi, senza però fornire elementi a sostegno di questa accusa. Un passaggio tutto da verificare, certo, ma che contribuisce ad alimentare un clima già fortemente polarizzato e a rendere ancora più profonda la distanza tra le due sponde dell’Atlantico.
Non a caso, la Commissione europea ha reagito con durezza alle parole di Vance, ritorcendo contro il vicepresidente la stessa accusa di ingerenza: «Le elezioni sono una scelta esclusiva dei cittadini, da noi le elezioni non sono decise dalle Big Tech e dai loro algoritmi», ha commentato un portavoce di Ursula von der Leyen.
Il 12 aprile, insomma, non si voterà soltanto in Ungheria: si vedrà fino a che punto arriva la frattura tra Europa e Stati Uniti.
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