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2020-03-24
Fontana sfida Conte: «Le mie ordinanze prevalenti sui Dpcm». E scrive al Viminale
Attilio Fontana (Ansa)
Da un lato c'è l'ultima ordinanza del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, quella più restrittiva, che risale a sabato sera, dall'altra c'è il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri, emesso lunedì. Si tratta di fonti giuridiche di ordinamenti diversi e non è detto che siano in rapporti di gerarchia. «Esistono dei dubbi su quale debba prevalere, nei punti sui quali c'è un conflitto, tra l'ordinanza regionale e il decreto», ha spiegato Fontana, aggiungendo che, secondo il parere degli uffici legali lombardi «deve prevalere l'ordinanza regionale».
In ogni caso, aggiunge il governatore, «ho mandato una nota formale al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, nella quale chiedo un parere che ci dica se si deve applicare la nostra ordinanza o il Dpcm». Niente Tar né carte bollate. E mentre attende la direttiva del Viminale, il presidente della Regione Lombardia sottolinea: «Col Dpcm gli uffici pubblici sono tutti aperti, come gli studi professionali e i cantieri. Noi abbiamo dato una stretta maggiore». La questione è al centro del dibattito del mondo giuridico, soprattutto sul massiccio ricorso del premier Giuseppe Conte ai Dpcm. E La Verità ha raccolto voci autorevoli. Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico comparato della Facoltà di scienze politiche dell'Università di Genova, per esempio, colpisce il premier in modo duro: «Il governo è responsabile di questo momento di incertezza del diritto. Questo emettere Dpcm a distanza ravvicinata è un'azione che dimostra appunto incertezza. Ecco, se c'è un indeciso in questo momento, quello è Conte». Armaroli boccia lo strumento scelto dal premier anche nei contenuti: «I Dpcm emessi lasciano a desiderare anche da un punto di vista lessicale». Poi spiega: «Conte vuole gestire l'emergenza non con divieti ma con dei pater noster. Quante volte in questi Dpcm è ripetuto “si raccomanda". Ecco, con le raccomandazioni non si guida un Paese». E arriva al dunque: «Anche se il Dpcm dovrebbe prevalere rispetto a un'ordinanza di un presidente di Regione, se mi chiedete chi butto dalla torre tra Conte e Fontana so rispondere in modo preciso: salvo Fontana». Ma non è l'unico costituzionalista a fotografare questo momento vacuo per il diritto. Alfonso Celotto, professore di diritto costituzionale dell'Università Roma Tre, spiega: «La provocazione del governatore Fontana si inserisce in modo perfetto nella grande incertezza del diritto a cui si assiste in questo periodo di emergenza. Regole che vengono annunciate prima di essere scritte, blocco delle attività produttive, ma quali? C'è il rischio che ogni amministratore pubblico alzi l'asticella delle restrizioni, anche solo per evitare che ricadano su di lui responsabilità future. In questo caso, la linea guida è il Dpcm». E anche se sembra prevalere il Dpcm, c'è chi lo ritiene uno strumento limitato. Come Mario Esposito, ordinario di Diritto costituzionale all'Università del Salento: «Anche se da un punto di vista giuridico il governo può sostituirsi alle Regioni quando ne ricorrono i presupposti, sarebbe auspicabile che ascolti le esigenze che da queste provengono. E, se proprio deve sostituirsi, che lo faccia con lo strumento preciso, che non è il Dpcm, ma il decreto legge». Poi avverte: «Soprattutto durante le emergenze, la forma è anche sostanza». Anche Giovanni Guzzetta, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all'Università Tor Vergata boccia i Dpcm: «Sono atti improvvisati, perché hanno fondamento tenue. Bisogna tornare agli strumenti certi. E l'unica certezza la offre il decreto legge, che assicura il controllo del presidente della Repubblica e del Parlamento. È l'unico modo per evitare conflitti e per ripristinare una catena di comando che funzioni».
È sulla stessa linea Michele Ainis, giurista costituzionalista, secondo cui «il ricorso massiccio ai Dpcm come strumento normativo crea qualche problema». E il motivo è semplice: «È un atto di normazione secondaria e ha una forza normativa troppo debole per incidere su libertà costituzionali come quella di movimento, di riunione, di libertà di culto».
Di parere opposto è Tommaso Frosini, vicepresidente del Cnr e ordinario di Diritto pubblico comparato e di Diritto costituzionale dell'Università Suor Orsola Benincasa che afferma: «A differenza delle legislazioni di altri Paesi, nella nostra non ci sono indicazioni sulle emergenze. Quindi, quali provvedimenti seguire? Non mi pare che le ordinanze delle Regioni e i Dpcm siano in contraddizione tra loro. Ciò che deve prevalere è nella Costituzione, dove c'è un diritto fondamentale, quello alla salute. È un diritto superiore e quindi qualunque provvedimento che lo tuteli venga emesso deve essere accettato». E ancora: Massimo Luciani, professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico dell'Università la Sapienza, ha apprezzato «lo spirito del presidente Fontana, nel chiedere chiarimenti al Viminale senza creare un conflitto, segno di sensibilità istituzionale». Il professor Luciani premette: «Si tratta di una questione delicata e risolverla in poche battute sarebbe riduttivo». Poi aggiunge: «Ritengo che i presupposti normativi ai quali fa riferimento l'ordinanza della Regione Lombardia non siano sufficienti a legittimare tutte le misure che ha adottato. Il decreto legge del 23 febbraio consente alle Regioni di intervenire con loro ordinanze, sì, ma solo in attesa dei decreti del Presidente del consiglio, che ora sono stati emanati e vanno applicati». Ma un Dpcm sarà sufficiente? La questione, prima o poi, finirà davanti alla Corte costituzionale.
Droni, applicazioni e termoscanner. Ecco la stretta tecnologica anti furbi
I «furbetti dell'autocertificazione» restano il nemico pubblico numero uno del governo. Nel Consiglio dei ministri in programma per oggi alle 15, infatti, si prevedono nuove misure contro i trasgressori delle misure di contenimento anti coronavirus. L'obbiettivo, in realtà, è anche e soprattutto quello di mettere ordine nel dedalo di decreti, ordinanze e circolari che, a vari livelli, stanno facendo impazzire gli italiani, anche quelli animati da sane intenzioni di clausura.
Oltre a uniformare le sanzioni su tutto il territorio nazionale, cancellando le differenze attualmente esistenti tra alcune regioni, secondo le indiscrezioni circolate ieri si ragionerebbe anche sulla possibilità di introdurre multe salatissime per punire chi sgarra, nonché la confisca dei mezzi qualora venissero violate le misure varate dal governo nelle ultime settimane. Intanto una circolare inviata ai prefetti dal capo della polizia, Franco Gabrielli, rende noto che cambierà ancora il modulo per l'autocertificazione per chi intende fare spostamenti.
Allo studio dell'esecutivo ci sono poi varie misure in grado di individuare i trasgressori in tempo reale. Una delle proposte che sta prendendo piede è quella del monitoraggio degli spostamenti tramite appositi droni. Ieri, con una nota inviata ai ministeri dell'Interno, dei Trasporti e della Giustizia, allo stato maggiore dell'Aeronautica, all'Enav, all'Associazione nazionale dei comuni italiani e ai Comandi delle polizie locali, l'Enac, l'Ente nazionale per l'aviazione civile, ha dato il suo assenso alla misura. «Considerate le esigenze manifestate da numerosi comandi di polizie locali», si legge nel documento, fino al 3 aprile 2020 si dispone che «le operazioni condotte con sistemi aeromobili a pilotaggio remoto con mezzi aerei di massa operativa al decollo inferiore a 25 kg, nella disponibilità dei comandi di polizia locale ed impiegati per le attività di monitoraggio» in questione, «potranno essere condotte in deroga ai requisiti di registrazione e di identificazione» fissate dall'articolo 8 del regolamento Enac. E di fatto, dopo gli «esperimenti» di Roma e Bari, anche Siena e San Severino, nelle Marche, hanno cominciato il monitoraggio aereo del territorio.
Ma non è tutto. Un altro dei temi sul tavolo è infatti la cosiddetta soluzione sudcoreana, ovvero il monitoraggio degli spostamenti tramite un'apposita app. Ieri il ministero dell'Innovazione, insieme a quello della Salute, all'Iss e all'Oms, con il supporto di un comitato scientifico multidisciplinare, ha lanciato un appello al mondo dell'impresa e della ricerca per trovare un'applicazione che consenta di seguire in «teleassistenza» pazienti affetti da patologie legate a Covid-19 e per individuare «tecnologie e soluzioni per il tracciamento continuo, l'alerting e il controllo tempestivo del livello di esposizione al rischio delle persone». L'obiettivo è selezionare, nei prossimi tre giorni, le migliori offerte.
Bisogna inoltre ricordare che in Lombardia, la Regione ha già avviato un tracciamento degli spostamenti tramite monitoraggio delle celle telefoniche. Misura, è stato precisato, effettuata mediante anonimizzazione dei dati. Oltre alle soluzioni allo studio dello Stato, anche i privati si organizzano per bloccare i possibili e involontari portatori di contagio. In alcuni supermercati di Piemonte e Lombardia, ieri sono comparsi dei termoscanner all'ingresso. Le prime verifiche con termoscanner sono scattate già da qualche giorno agli ingressi degli store de Il Gigante, mentre nelle prossime ore anche Esselunga avvierà le verifiche agli ingressi dei suoi supermercati.
Il confine tra misure d'emergenza e abusi di potere resta tuttavia labile. E se l'epidemia è un fenomeno tale da richiedere tutti gli sforzi necessari per il contenimento dei contagi, da più parti si chiedono rassicurazioni affinché, una volta superata l'emergenza, certi meccanismi di controllo vadano in pensione. Insomma, bene il controllo, ma che non diventi un'abitudine.
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Il governatore lombardo chiede a Luciana Lamorgese di dirimere il dubbio legale. I giuristi: «Palazzo Chigi improvvisa troppo».Ok dell'Enav al monitoraggio dai cieli con i droni mentre il governo sonda il terreno per le app.Lo speciale contiene due articoli.Da un lato c'è l'ultima ordinanza del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, quella più restrittiva, che risale a sabato sera, dall'altra c'è il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri, emesso lunedì. Si tratta di fonti giuridiche di ordinamenti diversi e non è detto che siano in rapporti di gerarchia. «Esistono dei dubbi su quale debba prevalere, nei punti sui quali c'è un conflitto, tra l'ordinanza regionale e il decreto», ha spiegato Fontana, aggiungendo che, secondo il parere degli uffici legali lombardi «deve prevalere l'ordinanza regionale». In ogni caso, aggiunge il governatore, «ho mandato una nota formale al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, nella quale chiedo un parere che ci dica se si deve applicare la nostra ordinanza o il Dpcm». Niente Tar né carte bollate. E mentre attende la direttiva del Viminale, il presidente della Regione Lombardia sottolinea: «Col Dpcm gli uffici pubblici sono tutti aperti, come gli studi professionali e i cantieri. Noi abbiamo dato una stretta maggiore». La questione è al centro del dibattito del mondo giuridico, soprattutto sul massiccio ricorso del premier Giuseppe Conte ai Dpcm. E La Verità ha raccolto voci autorevoli. Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico comparato della Facoltà di scienze politiche dell'Università di Genova, per esempio, colpisce il premier in modo duro: «Il governo è responsabile di questo momento di incertezza del diritto. Questo emettere Dpcm a distanza ravvicinata è un'azione che dimostra appunto incertezza. Ecco, se c'è un indeciso in questo momento, quello è Conte». Armaroli boccia lo strumento scelto dal premier anche nei contenuti: «I Dpcm emessi lasciano a desiderare anche da un punto di vista lessicale». Poi spiega: «Conte vuole gestire l'emergenza non con divieti ma con dei pater noster. Quante volte in questi Dpcm è ripetuto “si raccomanda". Ecco, con le raccomandazioni non si guida un Paese». E arriva al dunque: «Anche se il Dpcm dovrebbe prevalere rispetto a un'ordinanza di un presidente di Regione, se mi chiedete chi butto dalla torre tra Conte e Fontana so rispondere in modo preciso: salvo Fontana». Ma non è l'unico costituzionalista a fotografare questo momento vacuo per il diritto. Alfonso Celotto, professore di diritto costituzionale dell'Università Roma Tre, spiega: «La provocazione del governatore Fontana si inserisce in modo perfetto nella grande incertezza del diritto a cui si assiste in questo periodo di emergenza. Regole che vengono annunciate prima di essere scritte, blocco delle attività produttive, ma quali? C'è il rischio che ogni amministratore pubblico alzi l'asticella delle restrizioni, anche solo per evitare che ricadano su di lui responsabilità future. In questo caso, la linea guida è il Dpcm». E anche se sembra prevalere il Dpcm, c'è chi lo ritiene uno strumento limitato. Come Mario Esposito, ordinario di Diritto costituzionale all'Università del Salento: «Anche se da un punto di vista giuridico il governo può sostituirsi alle Regioni quando ne ricorrono i presupposti, sarebbe auspicabile che ascolti le esigenze che da queste provengono. E, se proprio deve sostituirsi, che lo faccia con lo strumento preciso, che non è il Dpcm, ma il decreto legge». Poi avverte: «Soprattutto durante le emergenze, la forma è anche sostanza». Anche Giovanni Guzzetta, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all'Università Tor Vergata boccia i Dpcm: «Sono atti improvvisati, perché hanno fondamento tenue. Bisogna tornare agli strumenti certi. E l'unica certezza la offre il decreto legge, che assicura il controllo del presidente della Repubblica e del Parlamento. È l'unico modo per evitare conflitti e per ripristinare una catena di comando che funzioni». È sulla stessa linea Michele Ainis, giurista costituzionalista, secondo cui «il ricorso massiccio ai Dpcm come strumento normativo crea qualche problema». E il motivo è semplice: «È un atto di normazione secondaria e ha una forza normativa troppo debole per incidere su libertà costituzionali come quella di movimento, di riunione, di libertà di culto». Di parere opposto è Tommaso Frosini, vicepresidente del Cnr e ordinario di Diritto pubblico comparato e di Diritto costituzionale dell'Università Suor Orsola Benincasa che afferma: «A differenza delle legislazioni di altri Paesi, nella nostra non ci sono indicazioni sulle emergenze. Quindi, quali provvedimenti seguire? Non mi pare che le ordinanze delle Regioni e i Dpcm siano in contraddizione tra loro. Ciò che deve prevalere è nella Costituzione, dove c'è un diritto fondamentale, quello alla salute. È un diritto superiore e quindi qualunque provvedimento che lo tuteli venga emesso deve essere accettato». E ancora: Massimo Luciani, professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico dell'Università la Sapienza, ha apprezzato «lo spirito del presidente Fontana, nel chiedere chiarimenti al Viminale senza creare un conflitto, segno di sensibilità istituzionale». Il professor Luciani premette: «Si tratta di una questione delicata e risolverla in poche battute sarebbe riduttivo». Poi aggiunge: «Ritengo che i presupposti normativi ai quali fa riferimento l'ordinanza della Regione Lombardia non siano sufficienti a legittimare tutte le misure che ha adottato. Il decreto legge del 23 febbraio consente alle Regioni di intervenire con loro ordinanze, sì, ma solo in attesa dei decreti del Presidente del consiglio, che ora sono stati emanati e vanno applicati». Ma un Dpcm sarà sufficiente? La questione, prima o poi, finirà davanti alla Corte costituzionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fontana-sfida-conte-le-mie-ordinanze-prevalenti-sui-dpcm-e-scrive-al-viminale-2645572890.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-applicazioni-e-termoscanner-ecco-la-stretta-tecnologica-anti-furbi" data-post-id="2645572890" data-published-at="1773270960" data-use-pagination="False"> Droni, applicazioni e termoscanner. Ecco la stretta tecnologica anti furbi I «furbetti dell'autocertificazione» restano il nemico pubblico numero uno del governo. Nel Consiglio dei ministri in programma per oggi alle 15, infatti, si prevedono nuove misure contro i trasgressori delle misure di contenimento anti coronavirus. L'obbiettivo, in realtà, è anche e soprattutto quello di mettere ordine nel dedalo di decreti, ordinanze e circolari che, a vari livelli, stanno facendo impazzire gli italiani, anche quelli animati da sane intenzioni di clausura. Oltre a uniformare le sanzioni su tutto il territorio nazionale, cancellando le differenze attualmente esistenti tra alcune regioni, secondo le indiscrezioni circolate ieri si ragionerebbe anche sulla possibilità di introdurre multe salatissime per punire chi sgarra, nonché la confisca dei mezzi qualora venissero violate le misure varate dal governo nelle ultime settimane. Intanto una circolare inviata ai prefetti dal capo della polizia, Franco Gabrielli, rende noto che cambierà ancora il modulo per l'autocertificazione per chi intende fare spostamenti. Allo studio dell'esecutivo ci sono poi varie misure in grado di individuare i trasgressori in tempo reale. Una delle proposte che sta prendendo piede è quella del monitoraggio degli spostamenti tramite appositi droni. Ieri, con una nota inviata ai ministeri dell'Interno, dei Trasporti e della Giustizia, allo stato maggiore dell'Aeronautica, all'Enav, all'Associazione nazionale dei comuni italiani e ai Comandi delle polizie locali, l'Enac, l'Ente nazionale per l'aviazione civile, ha dato il suo assenso alla misura. «Considerate le esigenze manifestate da numerosi comandi di polizie locali», si legge nel documento, fino al 3 aprile 2020 si dispone che «le operazioni condotte con sistemi aeromobili a pilotaggio remoto con mezzi aerei di massa operativa al decollo inferiore a 25 kg, nella disponibilità dei comandi di polizia locale ed impiegati per le attività di monitoraggio» in questione, «potranno essere condotte in deroga ai requisiti di registrazione e di identificazione» fissate dall'articolo 8 del regolamento Enac. E di fatto, dopo gli «esperimenti» di Roma e Bari, anche Siena e San Severino, nelle Marche, hanno cominciato il monitoraggio aereo del territorio. Ma non è tutto. Un altro dei temi sul tavolo è infatti la cosiddetta soluzione sudcoreana, ovvero il monitoraggio degli spostamenti tramite un'apposita app. Ieri il ministero dell'Innovazione, insieme a quello della Salute, all'Iss e all'Oms, con il supporto di un comitato scientifico multidisciplinare, ha lanciato un appello al mondo dell'impresa e della ricerca per trovare un'applicazione che consenta di seguire in «teleassistenza» pazienti affetti da patologie legate a Covid-19 e per individuare «tecnologie e soluzioni per il tracciamento continuo, l'alerting e il controllo tempestivo del livello di esposizione al rischio delle persone». L'obiettivo è selezionare, nei prossimi tre giorni, le migliori offerte. Bisogna inoltre ricordare che in Lombardia, la Regione ha già avviato un tracciamento degli spostamenti tramite monitoraggio delle celle telefoniche. Misura, è stato precisato, effettuata mediante anonimizzazione dei dati. Oltre alle soluzioni allo studio dello Stato, anche i privati si organizzano per bloccare i possibili e involontari portatori di contagio. In alcuni supermercati di Piemonte e Lombardia, ieri sono comparsi dei termoscanner all'ingresso. Le prime verifiche con termoscanner sono scattate già da qualche giorno agli ingressi degli store de Il Gigante, mentre nelle prossime ore anche Esselunga avvierà le verifiche agli ingressi dei suoi supermercati. Il confine tra misure d'emergenza e abusi di potere resta tuttavia labile. E se l'epidemia è un fenomeno tale da richiedere tutti gli sforzi necessari per il contenimento dei contagi, da più parti si chiedono rassicurazioni affinché, una volta superata l'emergenza, certi meccanismi di controllo vadano in pensione. Insomma, bene il controllo, ma che non diventi un'abitudine.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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