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2022-07-24
Dal fisco all’Ue, agenda per il centrodestra
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi (Ansa)
L’agenda Draghi è un trucco politico, ma di programmi c’è bisogno eccome. O almeno, chi ambisce a governare una situazione come quella italiana di fine 2022 ha l’onere di proporre approcci e risposte realistiche su una serie di urgenze. Abbiamo provato, in un inizio di campagna elettorale fin qui costruita su accuse e personalismi, a identificare quattro macro-temi, provando non a fornire sterili ricette ma suggerendo un perimetro di questioni non eludibili. Il primo è il rapporto con l’Ue: ruolo della Bce, problema dei titoli di Stato, eventuale collocazione internazionale dell’ex premier, posizione sul Patto di stabilità e alleanze sono la precondizione per qualunque politica. Secondo: il fisco. Terzo: l’energia. Quarto: la pandemia, perché Speranza sia il passato.
Il piano per affrontare l’emergenza senza inseguire il green a ogni costo

Ansa
Le campagne elettorali raramente si focalizzano sul tema energetico, considerato forse troppo specialistico o marginale, almeno fino a quando le bollette prosciugano il portafoglio dei cittadini. In quel caso, all’improvviso, ci si accorge che qualcosa non va e certamente, oggi, c’è molto che non va. Il governo uscente lascia una situazione a metà tra l’incompiuto e l’inconsistente, anche se non si può accusarlo di non avere fatto nulla: sono state avviate relazioni per avere gas da fornitori alternativi alla Russia, sono stati acquistati due rigassificatori e stanziati 33 miliardi di euro per abbassare le bollette, altri 4 per lo sconto sulle accise praticate sui carburanti. È stata imposta una tassa sui cosiddetti extraprofitti delle società energetiche e sono state riavviate le procedure per lo sfruttamento di un paio di giacimenti di gas. Il problema di tutte queste misure è che si tratta di toppe messe per pratica a situazioni mal gestite sin dall’inizio, con costi altissimi e senza un disegno.
Il governo di Mario Draghi ha sottovalutato la crisi sin dall’inizio, si è trovato sempre in ritardo sul tema, reagendo a posteriori con provvedimenti-tampone, ha aderito ciecamente alle indicazioni dell’Ue, tra cui quella di abbandonare le forniture di gas dalla Russia, senza mai riuscire a incidere sulle cause della crisi energetica che sono precedenti alla guerra in Ucraina. Dopo il tragicomico do ut des draghiano «aria condizionata o pace», abbiamo sentito parlare per mesi di una proposta italiana per mettere un tetto al prezzo del gas russo, che si è persa nei corridoi dei palazzi di Bruxelles e a cui in realtà ben pochi credevano.
Visto che il nuovo governo si formerà all’inizio di un autunno che rischia di essere assai critico dal punto di vista energetico (oltre che economico), cosa hanno intenzione di fare i partiti per riportare sotto controllo la situazione dell’energia? Vediamo quali sono i nodi principali.
1) La nuova maggioranza proseguirà nella rincorsa ideologica del green a tutti i costi o deciderà innanzitutto di porre in sicurezza energetica il Paese? In altri termini, si intende (o no) lavorare alla sicurezza degli approvvigionamenti senza preclusioni sulle fonti, per avere energia sicura e a costi contenuti per famiglie e imprese? Meglio ancora: si intende ricercare un equilibrio realmente ottimale tra le fonti di energia, lavorando sui vincoli geopolitici e senza barriere ideologiche?
2) Legata alla prima domanda è la seconda: quale politica estera si intende adottare, considerando che la corsa all’energia verde ci rende dipendenti in larga parte dalla Cina e che lo strappo con la Russia ci ha lasciato senza sufficiente gas, mentre l’Algeria è diventata il nostro maggiore fornitore aprendo un nuovo fronte di rischio e la Libia è di nuovo nel caos?
3) Come intendono gestire i partiti della futura maggioranza il rapporto con l’Unione europea sulla questione energetica? A un embargo su carbone, petrolio e gas russi, come quello imposto dalla Ue, chiaramente non può che conseguire una carenza di energia: si intende mettere in discussione questa strategia, che sinora ha fatto più male al sanzionante che al sanzionato?
4) Il nuovo governo sfrutterebbe compiutamente le riserve di gas naturale presenti sotto i fondali marini che circondano l’Italia, facendo ripartire la produzione di gas nazionale?
5) Il passaggio dal motore a scoppio all’auto elettrica è un fattore destabilizzante per l’indotto italiano dell’automobile, fatto soprattutto di piccole e medie imprese. I partiti sono in grado di disegnare un piano per il settore dell’automobile italiano, che lo preservi e lo rilanci?
6) Un nuovo governo avrebbe un approccio laico alle tecnologie per la generazione elettrica, considerando quindi anche il nucleare tra le fonti su cui è possibile investire? I partiti sono in grado di indicare un budget pluriennale per la ricerca scientifica pubblica sulle fonti energetiche?
Questi sono solo alcune tra le tante domande possibili. Sarebbe interessante conoscere le risposte dei partiti.
Serve una linea tributaria unica per l’Italia dei prossimi 10 anni

Ansa
Con la fine anticipata della legislatura è venuta meno la possibilità di portare a termine la riforma fiscale, o meglio la legge delega inclusiva del pericoloso intervento sul catasto. La cosa non ci dispiace affatto. Il percorso della delega è stato funestato da una serie di ricatti politici (la balla della correlazione con i fondi del Pnrr) e da una mediazione che per definizione non poteva che essere al ribasso. Nonostante il centrodestra - bisogna ammetterlo - si sia mosso unito, sono comunque emersi due aspetti negativi e forse inevitabili. Il primo era insito nella necessità di mediazione alla base della ampia maggioranza di governo: avere a che fare con la sinistra del Pd o, peggio, con Leu, porta automaticamente al tavolo strenui sostenitori di patrimoniali e minacce alla proprietà privata. L’altro aspetto sbagliato ab origine sta invece nella forma stessa del percorso di delega. Mai delegare a un governo futuro. Soprattutto se non si ha la minima idea di quale colore lo tingerà. Si sa soltanto che avrà le mani libere di fare ciò che vuole.
Adesso è quindi il caso di tirare una linea e chiedere al centro destra che sui temi del fisco, del lavoro e della tutela della proprietà privata faccia una sintesi al rialzo e non al ribasso. Agli elettori che hanno partite Iva oppure sono proprietari di piccole o piccolissime imprese interessa conoscere al più presto (e in ogni caso ben prima del 25 settembre) quale sarà la linea sulla riforma tributaria. Vale anche per i lavoratori dipendenti, e pure per i pensionati. Su questo, però, i tre partiti che andranno a comporre la coalizione fino ad oggi si sono mossi su filoni contigui ma in molti casi filosoficamente distanti. Fdi si è speso per sostenere il taglio del costo del lavoro e gli incentivi alle aziende che assumono. Ne consegue un approccio critico e fortemente riformista del reddito di cittadinanza. La Lega ha lavorato per spalleggiare le partite Iva, creando una sorta di flat tax ma al tempo stesso ha accettato che la spesa per il Rdc salisse in modo spropositato. Forza Italia si è impegnata per il taglio di Irap e Irpef, e per il sostegno alle famiglie. Nessuno dei tre partiti si è impuntato per spiegare agli elettori come abbia intenzione di riformare il sistema di riscossione e l’intera macchina dell’Agenzia delle entrate, in modo da impedire che si utilizzi quasi sempre (anche una volta è fin troppo) l’inversione dell’onere della prova nei confronti del cittadino/contribuente.
La pandemia ha insegnato che in Italia, come in tutti i Paesi dove ci sono comunisti nel governo o a rischio di infettarsi di quel virus, la proprietà privata è in pericolo. I bar e i ristoranti sono stati chiusi a forza di leggi vistate da una sola persona, il presidente del Consiglio. La scelta della gestione Covid ha ucciso una buona fetta della piccola imprenditoria italiana. Abbiamo accettato di sostituire la libertà della partita Iva con semplici elemosine chiamate bonus. La riforma del fisco va fatta tenendo presente questi elementi conservatori. C’è ancora un pezzo di Italia che non desidera l’aiuto dello Stato ma preferisce che quest’ultimo gli stia il più possibile lontano, per la precisione esattamente alla distanza concordata attraverso un patto che, più che mai ora, deve essere un patto elettorale.
È logico aspettarsi dal centrodestra unito una linea comune. Quanto verrà messo a budget per il taglio delle imposte? Quali imposte saranno tagliate? Via i bonus? Oppure quali bonus resteranno? Ci saranno politiche attive del lavoro? Come si farà a sostenere la produttività e quindi il rialzo dei salari? Infine, come ci porremo di fronte alle richieste dell’Ue che chiaramente ha detto di voler spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose? Sappiamo bene che la richiesta serve semplicemente per aggredire il patrimonio immobiliare italiano che in Europa resta anomalia da debellare. Tutte le leggi sulla transizione ecologica porteranno in questa direzione. Non a caso attorno alla riforma del catasto si è scatenata una chiusura incomprensibile se non come elemento portante per un cambio sostanziale dell’Italia. Ecco, quel modello non è conservatore, non è del centrodestra. In campagna elettorale interessa leggere parola per parola quale sarà il modello fiscale che sosterrà la società italiana nei prossimi 10 anni.
Quale futuro per Draghi nella Ue? Aiutarci contro il cappio monetario

Mario Draghi (Ansa)
Molto probabilmente il prossimo autunno sarà il più difficile degli ultimi 40 anni. Inflazione reale intorno al 10%, debito pubblico altissimo, produttività delle aziende ai minimi e mercato del lavoro fermo agli anni Novanta. Se non bastasse a peggiorare la situazione c’è la fine della globalizzazione come l’abbiamo intesa a partire dal Duemila, e quindi fortissime tensioni (anche di prezzo) sulle materie prime. In tutto ciò l’euro si sta dimostrando strutturalmente debole. Non solo verso il dollaro o il franco svizzero, ma anche nei confronti di molte valute minori. Le nostre aziende, però, non potranno cavalcare l’onda della svalutazione.
Non saranno in grado di produrre (per mancanza di materie prime) e spesso, anche quando saranno in grado di farlo, avranno marginalità molto basse. Volenti o nolenti, nei prossimi mesi l’inflazione andrà combattuta con la geopolitica e con le mosse della Bce. Una gamba del problema si affronta con la politica monetaria, l’altra con la diplomazia o la forza militare. Sarà sempre più importante cercare di esercitare influenza verso i Paesi africani che esportano materie prime, così come sarà cruciae il riallineamento delle mosse della nostra banca centrale europea con quelle della Fed.
L’Italia purtroppo ha già un cappio (monetario) attorno al collo. Le scelte annunciate tre giorni fa da Christine Lagarde attorno allo schema anti spread sono così vaghe da rivestire una enorme valenza politica. Al tempo stesso l’esercizio del programma Pepp di acquisto in corso sui titoli sovrani rende Francoforte sia termometro che cura del nostro debito pubblico e, quindi, ci riporta al punto di partenza. Servirà l’ok della Commissione per avere salvagente o per non averlo. La nostra autonomia dal punto di vista della politica fiscale è dunque limitata dal vincolo accettato implicitamente con l’avvio del Pnrr e del Recovery fund. Pena l’arrivo di un modello di intervento non troppo difforme dalla Troika. È bene che il centrodestra non nasconda questi problemi. Anzi, li affronti in modo trasparente e trovi, pure in questo campo, unità d’intenti. Ad esempio, per essere più terra terra, quale sarà la posizione dei tre partiti, Lega, Fdi e Forza Italia, rispetto a un futuro ruolo di Mario Draghi? Se le indiscrezioni non sono fasulle, c’è aperta una strada che porta in direzione Nato. Potrebbe essere una scelta da sostenere? Oppure, potrebbe esserci un altro percorso che porta a un ruolo primario dentro la compagine europea. Non è nemmeno questo un segreto.
Draghi potrebbe prendere il posto di Charles Michel, al vertice del Consiglio Ue, in scadenza il prossimo anno. Potrebbe essere uno step intermedio verso il gradino più alto, adesso occupato da Ursula von der Leyen. Probabilmente troppo presto per studiare le strategie, ma soprattutto è chiaro che tali mosse non verrebbero certo esternate. Ciò che è importante capire è però se il centrodestra vorrà portare avanti una politica di rottura verso l’Ue, come spesso ha fatto la Lega sui temi dell’euro, oppure cambiare passo e avviare una politica di dialogo. Con l’obiettivo di cercare di sfilare il collo dal cappio o non farselo stringere troppo forte. In ogni caso, Draghi è non solo un tema ma anche una figura politica che sarebbe un vero peccato non prendere in considerazione. Per due motivi. Primo, ha una storia molto più vicina al centrodestra che al Pd. Secondo, è chiaramente in contrasto con Sergio Mattarella, il quale non sosterrà mai e poi mai un governo di centrodestra sia in patria che a Bruxelles. Su questo tema c’è posizione comune? Sarebbe interessante scoprirlo, a cominciare dalle alleanze dentro l’Europarlamento. La partita andrebbe avviata in contemporanea con la campagna elettorale.
Quattro impegni sulla stagione Covid che segnino una cesura con Speranza
Inutile far finta di guardare da un’altra parte o negare ipocritamente l’esistenza del problema. Per tanti elettori resta letteralmente indimenticabile (e non è un complimento, ma un sinonimo di «incancellabile») il comportamento di molti esponenti di centrodestra in tempo di pandemia. E più ancora dei voti parlamentari a sostegno delle misure di Roberto Speranza, più ancora delle mancate battaglie in senso contrario, più ancora dello schiacciamento sulla linea di Speranza anche delle regioni governate dal centrodestra, pesa il ricordo delle (evitabilissime) esibizioni mediatiche di non pochi parlamentari di centrodestra, campioni di zelo nel difendere l’indifendibile: elogi lirici del green pass e dell’obbligo vaccinale surrettizio (con relativa impossibilità di lavorare e portare il pane a casa per i «reprobi»), sostegno alle restrizioni più feroci e inutili, criminalizzazione dei dissenzienti, silenzio perfino rispetto all’approccio chiusurista che ha massacrato commercio-ristorazione-turismo-consumi.
Lo scriviamo non per riaprire polemiche o per esacerbare divisioni. Al contrario, la chiarezza è nel più totale interesse del centrodestra, che - alle prossime elezioni del 25 settembre - deve in primo luogo temere l’astensione, la non partecipazione di quote di elettori che potenzialmente non voterebbero a sinistra, ma che sono rimasti colpiti - nell’ultimo biennio - dalle ambiguità di molti parlamentari, e dalla indistinguibilità dei loro orientamenti e scelte rispetto a quanto veniva proposto e imposto dal titolare del dicastero della Salute. Meglio dunque chiarire prima le intenzioni dello schieramento in pole position per vincere: proprio per evitare che un segmento significativo (e magari decisivo) di elettori scelga di stare a casa.
Dunque, non si tratta - qui - di recriminare sul passato o di chiedere abiure politiche a chicchessia (ci mancherebbe), ma il punto è ragionare laicamente e pragmaticamente sul futuro, sulla stagione che si prepara, chiedendo a tutto il centrodestra quattro impegni pubblici, trasparenti, da onorare con serietà.
Primo. Siamo entrati (da tempo, anche se troppi fanno finta di non capirlo) nella fase che le persone più ragionevoli indicavano da tempo: quella in cui bisogna «convivere con il Covid». Dunque, in primo luogo, il centrodestra deve impegnarsi a un approccio razionale, non emotivo, non ansiogeno, non tremendista, non chiusurista, che non terrorizzi l’opinione pubblica, che non alimenti la logica emergenziale.
Secondo. Il centrodestra deve impegnarsi a non far ripartire lo strumento liberticida del green pass, e meno che mai a farne - com’è successo in passato - il cavallo di Troia per colpire la libertà delle persone, il loro diritto di muoversi e lavorare, di non essere punite e discriminate per una loro eventuale diversa scelta personale e sanitaria.
Terzo. Il centrodestra, in vista dell’autunno, deve impegnarsi a una consecutio (logica e cronologica) inversa rispetto a quella caldeggiata da Speranza. Razionalità suggerisce (prima) di sapere quali nuovi vaccini saranno disponibili, (quindi) di capire che tipo di copertura avranno tali vaccini rispetto alle varianti esistenti, e (infine) di offrire tali vaccini a chi vorrà liberamente farne uso. Ribadiamo: offrire, non obbligare. Naturalmente informando i cittadini in modo corretto e completo, segnalando in particolare agli anziani e ai fragili cosa sia più opportuno per loro. Ma senza obblighi, né diretti né surrettizi.
Quarto. Per questi motivi, è essenziale sapere preventivamente chi sia la persona che Fdi-Lega-Fi candideranno, in caso di vittoria, al ministero della Salute.
Domandare è lecito, rispondere è cortesia.
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Altro che metodo Draghi, chi vuol governare faccia proposte sui temi chiave. Il Pd sposterà la campagna elettorale su atlantismo e guerra. Ci vuole invece un programma d’urto sulla crisi. Fdi, Lega e Forza Italia affrontino ciò che interessa alla gente: salari, gestione Covid, bollette e rapporto con l’Ue.Pd e centrosinistra hanno già avviato una campagna elettorale basata su due schemi. Il primo è il tentativo di rafforzare i mini partiti di centro con l’intento di indebolire il centrodestra, nella speranza che i Calenda di turno portino via un po’ di voti (o attraggano pezzi) di Lega o di Forza Italia. D’altro canto, il centrosinistra punterà tutto sul tema dell’atlantismo. O meglio, del rischio che in caso di vittoria di Lega, Fdi e Fi si spezzi l’equilibrio Nato e si favorisca l’avanzata dei russi. Arriveranno alcune accuse generiche e altre più puntuali. Non va escluso il peso e l’impatto di eventuali inchieste giudiziarie. Chi ha l’ambizione di governare il Paese non potrà restare succube di questa narrativa. Accompagnando il dibattito della campagna elettorale, giornalisticamente ci interessa il presidio di temi cruciali che rischiano di essere oscurati da personalismi e accuse rivolte alla genesi del «draghicidio». E cioè: come affrontare la crisi d’autunno? Quale politica energetica attuerà il Paese? Come ci muoveremo di fronte alle pressioni Ue sulla transizione energetica? Poi c’è la necessità di una riforma fiscale degna di tale nome, che impari dagli errori di metodo e merito degli ultimi mesi. Ci sarà da affrontare il dramma della inflazione e maneggiare con cura i rapporti con la Bce. Infine, l’enorme capitolo del Covid. Non basterà cacciare Speranza e il suo entourage. Immaginare una alternativa implica una presa di posizione sulla pandemia e sui futuri vaccini. L’adozione del green pass e l’obbligo prima surrettizio e poi per legge (vedi gli over 50) di vaccinarsi ha spezzato la società in due. Lega e Forza Italia sono stati in quella maggioranza di governo e ora non possono più nascondersi dietro Draghi: dovranno trovare una linea comune e farsene carico davanti agli elettori.Lo speciale contiene quattro articoli.L’agenda Draghi è un trucco politico, ma di programmi c’è bisogno eccome. O almeno, chi ambisce a governare una situazione come quella italiana di fine 2022 ha l’onere di proporre approcci e risposte realistiche su una serie di urgenze. Abbiamo provato, in un inizio di campagna elettorale fin qui costruita su accuse e personalismi, a identificare quattro macro-temi, provando non a fornire sterili ricette ma suggerendo un perimetro di questioni non eludibili. Il primo è il rapporto con l’Ue: ruolo della Bce, problema dei titoli di Stato, eventuale collocazione internazionale dell’ex premier, posizione sul Patto di stabilità e alleanze sono la precondizione per qualunque politica. Secondo: il fisco. Terzo: l’energia. Quarto: la pandemia, perché Speranza sia il passato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-per-affrontare-lemergenza-senza-inseguire-il-green-a-ogni-costo" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Il piano per affrontare l’emergenza senza inseguire il green a ogni costo Ansa Le campagne elettorali raramente si focalizzano sul tema energetico, considerato forse troppo specialistico o marginale, almeno fino a quando le bollette prosciugano il portafoglio dei cittadini. In quel caso, all’improvviso, ci si accorge che qualcosa non va e certamente, oggi, c’è molto che non va. Il governo uscente lascia una situazione a metà tra l’incompiuto e l’inconsistente, anche se non si può accusarlo di non avere fatto nulla: sono state avviate relazioni per avere gas da fornitori alternativi alla Russia, sono stati acquistati due rigassificatori e stanziati 33 miliardi di euro per abbassare le bollette, altri 4 per lo sconto sulle accise praticate sui carburanti. È stata imposta una tassa sui cosiddetti extraprofitti delle società energetiche e sono state riavviate le procedure per lo sfruttamento di un paio di giacimenti di gas. Il problema di tutte queste misure è che si tratta di toppe messe per pratica a situazioni mal gestite sin dall’inizio, con costi altissimi e senza un disegno. Il governo di Mario Draghi ha sottovalutato la crisi sin dall’inizio, si è trovato sempre in ritardo sul tema, reagendo a posteriori con provvedimenti-tampone, ha aderito ciecamente alle indicazioni dell’Ue, tra cui quella di abbandonare le forniture di gas dalla Russia, senza mai riuscire a incidere sulle cause della crisi energetica che sono precedenti alla guerra in Ucraina. Dopo il tragicomico do ut des draghiano «aria condizionata o pace», abbiamo sentito parlare per mesi di una proposta italiana per mettere un tetto al prezzo del gas russo, che si è persa nei corridoi dei palazzi di Bruxelles e a cui in realtà ben pochi credevano. Visto che il nuovo governo si formerà all’inizio di un autunno che rischia di essere assai critico dal punto di vista energetico (oltre che economico), cosa hanno intenzione di fare i partiti per riportare sotto controllo la situazione dell’energia? Vediamo quali sono i nodi principali. 1) La nuova maggioranza proseguirà nella rincorsa ideologica del green a tutti i costi o deciderà innanzitutto di porre in sicurezza energetica il Paese? In altri termini, si intende (o no) lavorare alla sicurezza degli approvvigionamenti senza preclusioni sulle fonti, per avere energia sicura e a costi contenuti per famiglie e imprese? Meglio ancora: si intende ricercare un equilibrio realmente ottimale tra le fonti di energia, lavorando sui vincoli geopolitici e senza barriere ideologiche? 2) Legata alla prima domanda è la seconda: quale politica estera si intende adottare, considerando che la corsa all’energia verde ci rende dipendenti in larga parte dalla Cina e che lo strappo con la Russia ci ha lasciato senza sufficiente gas, mentre l’Algeria è diventata il nostro maggiore fornitore aprendo un nuovo fronte di rischio e la Libia è di nuovo nel caos? 3) Come intendono gestire i partiti della futura maggioranza il rapporto con l’Unione europea sulla questione energetica? A un embargo su carbone, petrolio e gas russi, come quello imposto dalla Ue, chiaramente non può che conseguire una carenza di energia: si intende mettere in discussione questa strategia, che sinora ha fatto più male al sanzionante che al sanzionato? 4) Il nuovo governo sfrutterebbe compiutamente le riserve di gas naturale presenti sotto i fondali marini che circondano l’Italia, facendo ripartire la produzione di gas nazionale? 5) Il passaggio dal motore a scoppio all’auto elettrica è un fattore destabilizzante per l’indotto italiano dell’automobile, fatto soprattutto di piccole e medie imprese. I partiti sono in grado di disegnare un piano per il settore dell’automobile italiano, che lo preservi e lo rilanci? 6) Un nuovo governo avrebbe un approccio laico alle tecnologie per la generazione elettrica, considerando quindi anche il nucleare tra le fonti su cui è possibile investire? I partiti sono in grado di indicare un budget pluriennale per la ricerca scientifica pubblica sulle fonti energetiche? Questi sono solo alcune tra le tante domande possibili. Sarebbe interessante conoscere le risposte dei partiti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="serve-una-linea-tributaria-unica-per-litalia-dei-prossimi-10-anni" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Serve una linea tributaria unica per l’Italia dei prossimi 10 anni Ansa Con la fine anticipata della legislatura è venuta meno la possibilità di portare a termine la riforma fiscale, o meglio la legge delega inclusiva del pericoloso intervento sul catasto. La cosa non ci dispiace affatto. Il percorso della delega è stato funestato da una serie di ricatti politici (la balla della correlazione con i fondi del Pnrr) e da una mediazione che per definizione non poteva che essere al ribasso. Nonostante il centrodestra - bisogna ammetterlo - si sia mosso unito, sono comunque emersi due aspetti negativi e forse inevitabili. Il primo era insito nella necessità di mediazione alla base della ampia maggioranza di governo: avere a che fare con la sinistra del Pd o, peggio, con Leu, porta automaticamente al tavolo strenui sostenitori di patrimoniali e minacce alla proprietà privata. L’altro aspetto sbagliato ab origine sta invece nella forma stessa del percorso di delega. Mai delegare a un governo futuro. Soprattutto se non si ha la minima idea di quale colore lo tingerà. Si sa soltanto che avrà le mani libere di fare ciò che vuole. Adesso è quindi il caso di tirare una linea e chiedere al centro destra che sui temi del fisco, del lavoro e della tutela della proprietà privata faccia una sintesi al rialzo e non al ribasso. Agli elettori che hanno partite Iva oppure sono proprietari di piccole o piccolissime imprese interessa conoscere al più presto (e in ogni caso ben prima del 25 settembre) quale sarà la linea sulla riforma tributaria. Vale anche per i lavoratori dipendenti, e pure per i pensionati. Su questo, però, i tre partiti che andranno a comporre la coalizione fino ad oggi si sono mossi su filoni contigui ma in molti casi filosoficamente distanti. Fdi si è speso per sostenere il taglio del costo del lavoro e gli incentivi alle aziende che assumono. Ne consegue un approccio critico e fortemente riformista del reddito di cittadinanza. La Lega ha lavorato per spalleggiare le partite Iva, creando una sorta di flat tax ma al tempo stesso ha accettato che la spesa per il Rdc salisse in modo spropositato. Forza Italia si è impegnata per il taglio di Irap e Irpef, e per il sostegno alle famiglie. Nessuno dei tre partiti si è impuntato per spiegare agli elettori come abbia intenzione di riformare il sistema di riscossione e l’intera macchina dell’Agenzia delle entrate, in modo da impedire che si utilizzi quasi sempre (anche una volta è fin troppo) l’inversione dell’onere della prova nei confronti del cittadino/contribuente. La pandemia ha insegnato che in Italia, come in tutti i Paesi dove ci sono comunisti nel governo o a rischio di infettarsi di quel virus, la proprietà privata è in pericolo. I bar e i ristoranti sono stati chiusi a forza di leggi vistate da una sola persona, il presidente del Consiglio. La scelta della gestione Covid ha ucciso una buona fetta della piccola imprenditoria italiana. Abbiamo accettato di sostituire la libertà della partita Iva con semplici elemosine chiamate bonus. La riforma del fisco va fatta tenendo presente questi elementi conservatori. C’è ancora un pezzo di Italia che non desidera l’aiuto dello Stato ma preferisce che quest’ultimo gli stia il più possibile lontano, per la precisione esattamente alla distanza concordata attraverso un patto che, più che mai ora, deve essere un patto elettorale. È logico aspettarsi dal centrodestra unito una linea comune. Quanto verrà messo a budget per il taglio delle imposte? Quali imposte saranno tagliate? Via i bonus? Oppure quali bonus resteranno? Ci saranno politiche attive del lavoro? Come si farà a sostenere la produttività e quindi il rialzo dei salari? Infine, come ci porremo di fronte alle richieste dell’Ue che chiaramente ha detto di voler spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose? Sappiamo bene che la richiesta serve semplicemente per aggredire il patrimonio immobiliare italiano che in Europa resta anomalia da debellare. Tutte le leggi sulla transizione ecologica porteranno in questa direzione. Non a caso attorno alla riforma del catasto si è scatenata una chiusura incomprensibile se non come elemento portante per un cambio sostanziale dell’Italia. Ecco, quel modello non è conservatore, non è del centrodestra. In campagna elettorale interessa leggere parola per parola quale sarà il modello fiscale che sosterrà la società italiana nei prossimi 10 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="quale-futuro-per-draghi-nella-ue-aiutarci-contro-il-cappio-monetario" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Quale futuro per Draghi nella Ue? Aiutarci contro il cappio monetario Mario Draghi (Ansa) Molto probabilmente il prossimo autunno sarà il più difficile degli ultimi 40 anni. Inflazione reale intorno al 10%, debito pubblico altissimo, produttività delle aziende ai minimi e mercato del lavoro fermo agli anni Novanta. Se non bastasse a peggiorare la situazione c’è la fine della globalizzazione come l’abbiamo intesa a partire dal Duemila, e quindi fortissime tensioni (anche di prezzo) sulle materie prime. In tutto ciò l’euro si sta dimostrando strutturalmente debole. Non solo verso il dollaro o il franco svizzero, ma anche nei confronti di molte valute minori. Le nostre aziende, però, non potranno cavalcare l’onda della svalutazione. Non saranno in grado di produrre (per mancanza di materie prime) e spesso, anche quando saranno in grado di farlo, avranno marginalità molto basse. Volenti o nolenti, nei prossimi mesi l’inflazione andrà combattuta con la geopolitica e con le mosse della Bce. Una gamba del problema si affronta con la politica monetaria, l’altra con la diplomazia o la forza militare. Sarà sempre più importante cercare di esercitare influenza verso i Paesi africani che esportano materie prime, così come sarà cruciae il riallineamento delle mosse della nostra banca centrale europea con quelle della Fed. L’Italia purtroppo ha già un cappio (monetario) attorno al collo. Le scelte annunciate tre giorni fa da Christine Lagarde attorno allo schema anti spread sono così vaghe da rivestire una enorme valenza politica. Al tempo stesso l’esercizio del programma Pepp di acquisto in corso sui titoli sovrani rende Francoforte sia termometro che cura del nostro debito pubblico e, quindi, ci riporta al punto di partenza. Servirà l’ok della Commissione per avere salvagente o per non averlo. La nostra autonomia dal punto di vista della politica fiscale è dunque limitata dal vincolo accettato implicitamente con l’avvio del Pnrr e del Recovery fund. Pena l’arrivo di un modello di intervento non troppo difforme dalla Troika. È bene che il centrodestra non nasconda questi problemi. Anzi, li affronti in modo trasparente e trovi, pure in questo campo, unità d’intenti. Ad esempio, per essere più terra terra, quale sarà la posizione dei tre partiti, Lega, Fdi e Forza Italia, rispetto a un futuro ruolo di Mario Draghi? Se le indiscrezioni non sono fasulle, c’è aperta una strada che porta in direzione Nato. Potrebbe essere una scelta da sostenere? Oppure, potrebbe esserci un altro percorso che porta a un ruolo primario dentro la compagine europea. Non è nemmeno questo un segreto. Draghi potrebbe prendere il posto di Charles Michel, al vertice del Consiglio Ue, in scadenza il prossimo anno. Potrebbe essere uno step intermedio verso il gradino più alto, adesso occupato da Ursula von der Leyen. Probabilmente troppo presto per studiare le strategie, ma soprattutto è chiaro che tali mosse non verrebbero certo esternate. Ciò che è importante capire è però se il centrodestra vorrà portare avanti una politica di rottura verso l’Ue, come spesso ha fatto la Lega sui temi dell’euro, oppure cambiare passo e avviare una politica di dialogo. Con l’obiettivo di cercare di sfilare il collo dal cappio o non farselo stringere troppo forte. In ogni caso, Draghi è non solo un tema ma anche una figura politica che sarebbe un vero peccato non prendere in considerazione. Per due motivi. Primo, ha una storia molto più vicina al centrodestra che al Pd. Secondo, è chiaramente in contrasto con Sergio Mattarella, il quale non sosterrà mai e poi mai un governo di centrodestra sia in patria che a Bruxelles. Su questo tema c’è posizione comune? Sarebbe interessante scoprirlo, a cominciare dalle alleanze dentro l’Europarlamento. La partita andrebbe avviata in contemporanea con la campagna elettorale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="quattro-impegni-sulla-stagione-covid-che-segnino-una-cesura-con-speranza" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Quattro impegni sulla stagione Covid che segnino una cesura con Speranza Inutile far finta di guardare da un’altra parte o negare ipocritamente l’esistenza del problema. Per tanti elettori resta letteralmente indimenticabile (e non è un complimento, ma un sinonimo di «incancellabile») il comportamento di molti esponenti di centrodestra in tempo di pandemia. E più ancora dei voti parlamentari a sostegno delle misure di Roberto Speranza, più ancora delle mancate battaglie in senso contrario, più ancora dello schiacciamento sulla linea di Speranza anche delle regioni governate dal centrodestra, pesa il ricordo delle (evitabilissime) esibizioni mediatiche di non pochi parlamentari di centrodestra, campioni di zelo nel difendere l’indifendibile: elogi lirici del green pass e dell’obbligo vaccinale surrettizio (con relativa impossibilità di lavorare e portare il pane a casa per i «reprobi»), sostegno alle restrizioni più feroci e inutili, criminalizzazione dei dissenzienti, silenzio perfino rispetto all’approccio chiusurista che ha massacrato commercio-ristorazione-turismo-consumi. Lo scriviamo non per riaprire polemiche o per esacerbare divisioni. Al contrario, la chiarezza è nel più totale interesse del centrodestra, che - alle prossime elezioni del 25 settembre - deve in primo luogo temere l’astensione, la non partecipazione di quote di elettori che potenzialmente non voterebbero a sinistra, ma che sono rimasti colpiti - nell’ultimo biennio - dalle ambiguità di molti parlamentari, e dalla indistinguibilità dei loro orientamenti e scelte rispetto a quanto veniva proposto e imposto dal titolare del dicastero della Salute. Meglio dunque chiarire prima le intenzioni dello schieramento in pole position per vincere: proprio per evitare che un segmento significativo (e magari decisivo) di elettori scelga di stare a casa. Dunque, non si tratta - qui - di recriminare sul passato o di chiedere abiure politiche a chicchessia (ci mancherebbe), ma il punto è ragionare laicamente e pragmaticamente sul futuro, sulla stagione che si prepara, chiedendo a tutto il centrodestra quattro impegni pubblici, trasparenti, da onorare con serietà. Primo. Siamo entrati (da tempo, anche se troppi fanno finta di non capirlo) nella fase che le persone più ragionevoli indicavano da tempo: quella in cui bisogna «convivere con il Covid». Dunque, in primo luogo, il centrodestra deve impegnarsi a un approccio razionale, non emotivo, non ansiogeno, non tremendista, non chiusurista, che non terrorizzi l’opinione pubblica, che non alimenti la logica emergenziale. Secondo. Il centrodestra deve impegnarsi a non far ripartire lo strumento liberticida del green pass, e meno che mai a farne - com’è successo in passato - il cavallo di Troia per colpire la libertà delle persone, il loro diritto di muoversi e lavorare, di non essere punite e discriminate per una loro eventuale diversa scelta personale e sanitaria. Terzo. Il centrodestra, in vista dell’autunno, deve impegnarsi a una consecutio (logica e cronologica) inversa rispetto a quella caldeggiata da Speranza. Razionalità suggerisce (prima) di sapere quali nuovi vaccini saranno disponibili, (quindi) di capire che tipo di copertura avranno tali vaccini rispetto alle varianti esistenti, e (infine) di offrire tali vaccini a chi vorrà liberamente farne uso. Ribadiamo: offrire, non obbligare. Naturalmente informando i cittadini in modo corretto e completo, segnalando in particolare agli anziani e ai fragili cosa sia più opportuno per loro. Ma senza obblighi, né diretti né surrettizi. Quarto. Per questi motivi, è essenziale sapere preventivamente chi sia la persona che Fdi-Lega-Fi candideranno, in caso di vittoria, al ministero della Salute. Domandare è lecito, rispondere è cortesia.
Donald Trump (Getty Images)
La crisi iraniana si avvia verso una svolta diplomatica? Ieri, Donald Trump ha rivelato che sarebbero in corso dei colloqui tra Washington e Teheran: una circostanza che tuttavia è stata seccamente smentita dal regime khomeinista. Ma andiamo con ordine.
«Sono lieto di annunciare che gli Usa e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente», ha dichiarato, ieri, Trump su Truth, per poi aggiungere: «In base al tenore e al tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso».
«Siamo fermamente intenzionati a raggiungere un accordo con l’Iran», ha inoltre detto Trump, parlando con la stampa. Nell’occasione, quando gli è stato chiesto quale fosse il suo interlocutore a Teheran, il presidente americano ha risposto: «Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato e il leader. Abbiamo a che fare con persone che rappresentano al meglio il Paese».
Non solo. Oltre a rivendicare di aver raggiunto «importanti punti di accordo», Trump ha rivelato che i colloqui si sarebbero svolti nella serata dell’altro ieri e che il team statunitense sarebbe stato guidato da Steve Witkoff, oltre che da Jared Kushner: secondo il Times of Israel, i due avrebbero trattato con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. In questo quadro, Trump ha detto che lo Stretto di Hormuz verrà «aperto molto presto» e che sarà posto sotto «controllo congiunto» tra Washington e l’ayatollah, «chiunque egli sia». «Direi che ci sono ottime possibilità di raggiungere un accordo», ha aggiunto il presidente statunitense in Tennessee, ribadendo di voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. «L’America e il mondo intero saranno presto molto più sicuri», ha anche detto.
Nel frattempo, secondo Axios, nei prossimi giorni potrebbe essere organizzato un incontro a Islamabad tra alti funzionari americani e iraniani. Sembrerebbe, in particolare, che il team negoziale di Washington possa essere guidato dal vicepresidente, JD Vance. Al contempo, fonti ascoltate dal Times of Israel hanno riferito che Washington avrebbe tenuto aggiornato Israele dei colloqui con Teheran e che «probabilmente» lo Stato ebraico si asterrà da nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Se confermato, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, visto che, dopo i primi giorni di guerra, Gerusalemme, non senza irritazione, aveva chiesto conto agli americani di presunti contatti segreti con il regime khomeinista.
Allo stesso tempo, se veramente dovesse essere Vance a guidare il team negoziale statunitense a Islamabad, ciò significherebbe un rafforzamento politico del vicepresidente, che è sempre stato notoriamente scettico nei confronti di un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Tra l’altro, stando a Channel 12, il numero due della Casa Bianca, ieri, avrebbe avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu su un possibile accordo tra Usa e Iran.
Sotto questo aspetto, è interessante ricordare che, a ottobre, emerse come, all’interno dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente fosse forse la figura meno morbida nei confronti del premier israeliano. Frattanto, fonti dello Stato ebraico hanno riferito a Ynet che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per concludere la guerra.
Tutto questo, mentre dietro l’iniziativa diplomatica americana si celerebbe anche un ruolo di Pakistan, Turchia ed Egitto. Inoltre sarà un caso, ma, dopo la rivelazione dei colloqui da parte del presidente americano, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una telefonata con l’omologo russo, Sergej Lavrov. Nell’occasione, quest’ultimo, secondo Mosca, ha «sottolineato l’urgente necessità di porre fine immediatamente alle ostilità e di avviare un percorso verso una soluzione politica e diplomatica». Che si stia registrando una sotterranea sponda tra Casa Bianca e Cremlino per risolvere la crisi iraniana?
Eppure, dall’altra parte, il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia avuto dei colloqui con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni: una posizione, questa, espressa anche da Ghalibaf. «Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha affermato, mentre le Guardie della rivoluzione hanno definito il presidente americano come «disonesto». Ha davvero ragione l’Iran a dire che Trump si sarebbe inventato tutto per abbassare il costo dell’energia? Oppure Teheran sta tergiversando in un’ottica di tattica negoziale?
Una terza possibilità è che il regime khomeinista sia sempre più spaccato al suo interno e che si stia consumando una lotta intestina per decidere quale linea tenere nei confronti di Washington. Come che sia, un funzionario iraniano ha ammesso ad Al Jazeera che, negli ultimi giorni, la Repubblica islamica ha trasmesso dei messaggi agli Usa tramite Turchia ed Egitto. Trump, dal canto suo, sta cercando un interlocutore stabile a Teheran per riuscire a concretizzare una soluzione di tipo venezuelano. Capiremo nei prossimi giorni se riuscirà nel suo intento.
Per Hormuz adesso spunta l’ipotesi di controllo congiunto Usa-ayatollah
La diplomazia torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran mentre sul terreno proseguono attacchi e tensioni regionali. Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran conducono trattative articolate in più fasi per ridurre l’escalation e garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ipotesi allo studio prevede inizialmente la riapertura del corridoio marittimo con la sospensione degli attacchi contro alcune infrastrutture energetiche iraniane, seguita da un cessate il fuoco più ampio. In questo contesto, Israele potrebbe allinearsi alla linea americana e sospendere i raid contro i siti energetici iraniani e le centrali elettriche. Secondo fonti della sicurezza, Washington avrebbe tenuto informato il governo israeliano sui contatti in corso con Teheran. Israele non ha formalmente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, ma il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran e contro «le infrastrutture da cui dipende» potrebbero aumentare significativamente, lasciando aperta la possibilità di un’escalation.
Le indiscrezioni indicano anche un possibile coinvolgimento del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf. I Paesi mediatori starebbero lavorando a un incontro in settimana a Islamabad tra delegazioni iraniane e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance. Tuttavia lo stesso Ghalibaf ha smentito pubblicamente.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha negato contatti diretti con Washington, ribadendo che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte israeliana ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero indicato il 9 aprile come data obiettivo per la conclusione del conflitto, lasciando circa 21 giorni per combattimenti e negoziati. «Gli americani non hanno aggiornato Israele sui colloqui con Ghalibaf. Porre fine alla guerra il 9 aprile permetterà a Trump di arrivare in Israele per il Giorno dell’Indipendenza e ricevere il Premio Israele», ha dichiarato la fonte.
Allo stesso tempo, Teheran valuta l’introduzione di un nuovo «regime legale» per lo Stretto di Hormuz, mentre continua a negare l’esistenza di negoziati diretti e insiste sulla richiesta di riparazioni e garanzie contro future aggressioni. «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità che lo Stretto sia controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Il contesto resta estremamente fluido e caratterizzato da messaggi contrastanti.
Intanto, però, secondo il New York Times, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82 Divisione Aviotrasportata statunitense come forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni in Iran, con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano. Sul piano energetico, il numero uno di Chevron Mike Wirth ha avvertito che i prezzi del petrolio non hanno ancora pienamente incorporato gli effetti del blocco di Hormuz. Secondo il dirigente, il mercato fisico e i livelli delle scorte indicano una situazione più tesa rispetto a quanto suggeriscano i contratti futures. Gli effetti della chiusura dello Stretto si starebbero già propagando a livello globale, con timori particolarmente forti in Asia per l’approvvigionamento di greggio e prodotti raffinati. La tensione si è subito vista anche nel Golfo. Diverse forti esplosioni e sirene d’allarme sono state avvertite in Bahrein, le prime registrate nella regione da quando Donald Trump ha annunciato l’avvio dei colloqui per porre fine alla guerra con l’Iran. Sul piano militare, l’aeronautica israeliana ha dichiarato che durante una serie di attacchi a Teheran è stato colpito il «quartier generale principale della sicurezza» dei pasdaran. Secondo le Forze di difesa israeliane, la struttura era integrata in infrastrutture civili e veniva utilizzata dalle Guardie Rivoluzionarie per coordinare le unità regionali incaricate del mantenimento dell’ordine del regime e della sicurezza interna, comprese le milizie paramilitari Basij.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione particolarmente dura. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato: «Noi, negli Stati del Golfo Persico, abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione araba e islamica congiunta, prima fra tutte la Lega Araba e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre i nostri Paesi e i nostri popoli sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana? E dove sono i principali Stati arabi e regionali? In questa assenza e impotenza, non sarà lecito parlare in seguito del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale. Gli Stati arabi del Golfo sono stati un sostegno e un partner per tutti nei periodi di prosperità, quindi, dove siete oggi, in tempi di difficoltà?».
Evidente che anche in caso di accordo, le tensioni emerse nelle ultime settimane rischiano di lasciare effetti duraturi sugli equilibri del Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali. Un eventuale accordo non cancellerà le tensioni: gli effetti sugli equilibri regionali e sulle rotte energetiche saranno duraturi.
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Imagoeconomica
«L’Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sul potere della magistratura. La sovranità appartiene ai giudici, che la esercitano nelle forme e nei limiti decisi dal Csm». Pensate che stia scherzando? No: l’articolo uno della Costituzione è stato riscritto ieri con la vittoria del No. Il voto del 22 e del 23 marzo, infatti, rappresenta la definitiva sconfitta della politica e della seconda Repubblica e l’inizio della terza, con il trionfo delle toghe.
Sebbene il centrosinistra si intesti il successo della campagna referendaria contro la riforma del ministro Carlo Nordio, è evidente che a uscire galvanizzata dal confronto è stata l’Anm, che in questi mesi si è sostanzialmente evoluta in un soggetto politico e come tale ha agito. Messo da parte il codice penale, i sindacalisti di giudici e pm si sono trasformati in militanti, abbandonando il paludato linguaggio giuridico per adottarne uno da attivisti. Lo si è capito fin da subito, ovvero quando sono apparsi i primi manifesti nelle stazioni e sugli autobus. Giocando d’anticipo, quando ancora i comitati del Sì arrancavano, quelli del No hanno scelto di ignorare il merito della riforma, coniando uno slogan efficace, capace di mobilitare l’elettorato della sinistra: votate No se non volete una magistratura sotto il controllo della politica. Nessuno tra i sostenitori della riforma ci aveva lontanamente pensato. Nessuno tra i fautori del No poteva coscientemente sostenerlo. Gli articoli costituzionali sull’indipendenza e sull’autonomia di giudici e pm, infatti, non erano scalfiti dalle modifiche della legge Nordio. Ma il merito, l’aderenza delle critiche alla realtà, a un certo punto non è più stata in discussione.
Risultato, siamo entrati nella terza Repubblica, quella dove la magistratura avrà ancora più potere, dove le correnti del Csm saranno ancora più prepotenti nello spartirsi gli incarichi ai vertici degli uffici giudiziari e ancora più indulgenti nei confronti dei colleghi che sbagliano. Se qualcuno pensava che la riforma e il referendum avrebbero chiuso una stagione iniziata nel 1992 con l’inchiesta di Mani pulite, restituendo dunque alla magistratura il ruolo di potere dello Stato ma senza invasione di campo nei confronti degli altri poteri, il risultato di ieri dimostra il contrario.
La vittoria del No è la vittoria dell’Anm e, come ha lasciato intendere Augusto Barbera, ex parlamentare del Pci e già presidente della Corte costituzionale, la prima a dover fare i conti con questo risultato sarà la sinistra. Da Mani pulite in poi, per vincere le elezioni i compagni hanno approfittato della magistratura sperando che facesse il lavoro per conto loro e in qualche caso così è stato. Oggi da Conte a Schlein, da Bonelli a Landini, tutti gioiscono, ma l’ipoteca che il partito delle toghe ha messo sulla politica e soprattutto sulla sinistra prima o poi verrà esercitata. E un fronte del No che pensa alle elezioni del 2027, ed è già diviso tra le ambizioni del leader pentastellato e quelle della segretaria del Pd, non potrà non tenerne conto. Di certo, dopo questa sconfitta, nessuno per decenni parlerà più di riforma della giustizia e nessuno si azzarderà a toccare la Casta della magistratura: uno dei temi che da sempre rende l’Italia un Paese guardato con sospetto (tanto che per un imprenditore straniero è difficile investire) sarà semplicemente ignorato.
Tuttavia, il risultato del referendum non inciderà solo sulle opposizioni, che pure si sono valse della campagna dell’Anm, ma avrà effetti pesanti anche sul governo. Insieme alla riforma della magistratura muoiono pure le altre leggi che avrebbero dovuto cambiare il Paese, a cominciare dal premierato, per finire con l’autonomia e la legge elettorale. La sconfitta complicherà il resto della legislatura, anche perché gli apparati dello Stato che già si erano messi in pausa in attesa del voto di marzo ora avranno un motivo in più non soltanto per prendersela comoda, ma forse anche per remare contro. Quello scossone che un consigliere di Sergio Mattarella mesi fa auspicava nella speranza di far ruotare, verso sinistra, il quadro politico, in pratica è arrivato dalle urne e adesso magari qualcuno proverà a tentare la spallata finale. Insomma, ci aspetta un anno difficile, un anno in cui resta fondamentale non perdere la bussola, perché si rischia di imboccare la strada sbagliata.
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Maurizio Landini (Ansa)
Responso che la maggioranza di governo dovrà tenere in debito conto.
Semmai, il perculamento è rivolto a coloro che, a caldo, sono corsi a commentare l’indubbia vittoria con dubbi argomenti trionfalistici.
Prendete Maurizio Landini, il segretario della Cgil, l’uomo che ha perso i «suoi» referendum (quelli sul mercato del lavoro), non riuscendo a mobilitare nemmeno tutti i suoi iscritti.
Nel celebrare il lieto giorno e «l’inizio di una nuova primavera democratica» è riuscito a far dire, agli italiani che hanno votato No, di essersi espressi anche contro le politiche economico-sociali del governo, nonché a favore della pace nel mondo.
A ruota sono arrivate le parole di Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No: «Penso sia una vittoria come quella della lotta partigiana», e Dio solo sa cosa c’entrasse la Resistenza, ma tutto fa brodo.
Intendiamoci: tutti premettevano di essere soddisfatti perché era stato sconfitto il tentativo di minare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, assoggettandola al potere politico, un disegno che nella riforma ormai passata in cavalleria non c’era, ma perché stupirsi?
Molti sinistrati non hanno votato sul merito, ma contro il governo, e la prova più evidente l’ho ritrovata nello scambio tra Mirella Serri (giornalista che è riuscita a paragonare Michela Murgia a Pier Paolo Pasolini, e ho detto tutto) e Francesco Merlo sulle colonne di Repubblica.
«Caro Francesco, le coscienze del popolo progressista sono divise, dilaniate dall’incertezza».
Ohibò. E per quale motivo?
Perché «molti vorrebbero barrare il Sì per manifestare il disagio nei confronti della malagiustizia e contro l’eccesso di potere dei togati». Bene.
«Ma invece apporranno la croce sul No, e io tra questi, per rimarcare un No al governo e alla sua politica sovranista e populista che porta l’Italia in un mondo retrivo e antimoderno». Però.
Insomma, in fin della fiera: chi a sinistra si fosse fatto incantare dalle sirene del Sì si sarebbe reso complice del tentativo di far ripiombare il Belpaese neppure nel ventennio, ma direttamente nel Medioevo.
Merlo, invece di risponderle che questo non era un plebiscito sull’esecutivo ma il tentativo di porre fine alle storture che si sono incrostate da decenni nella macchina dell’ordinamento giudiziario (con al centro il Csm e le mefitiche «correnti», come certificato dai libri di Luca Palamara), metteva invece il carico da 11, pur partendo da una constatazione assolutamente condivisibile: «Sento che saranno tanti i No pieni di disagio. Penso che dovremmo raccontarli meglio, fuori dalla propaganda, per capire l’Italia, per misurare cosa li spinge verso Augusto Barbera e Giuliano Pisapia (uomini schiettamente di sinistra, schierati per il Sì, nda.) quando sentono parlare Nicola Gratteri o Henry John Woodcock».
Solo che poi anche lui non si trattiene, e snocciola i motivi per cui bisognava mettere una croce sul No: perché il Sì «non è più un Sì alla separazione delle carriere, ma alle deportazioni in Albania, ai morti di Cutro, ai decreti sicurezza, all’aumento delle accise, all’inasprimento della legge Fornero che doveva essere cancellata, alla crociata contro il cinema, alla liberazione di Almasri, a TeleMeloni», all’elenco delle nequizie da sanare mancavano solo la fame, la siccità,e tutte le dieci piaghe d’Egitto.
Di nuovo: perchè sorprendersi?
Quando in un post sui social - poi rimosso - si è arrivati a sostenere, davanti a uno degli efferati omicidi compiuti a Minneapolis dalle squadracce dell’Ice, i pretoriani agli ordini di Kristi Noem, fedelissima di Donald Trump (che poi l’ha sollevata dall’incarico), «Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella democrazia al cui sistema giudiziario si ispira la riforma di Giorgia Meloni e Carlo Nordio», intervento ancora più grave perché l’account era quello del segretario dell’Anm Rocco Maruotti.
Quando il capo della Procura di Napoli Gratteri si è spinto a disegnare l’identikit di chi in Calabria avrebbe votato No o Sì («Voteranno per il No le persone perbene che credono nella legalità come valore per il cambiamento. Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente»), non contemplando evidentemente l’ipotesi di calabresi onesti per il Sì.
Quando si è insinuato, davanti alla telepiazzata di Giusi Bartolozzi sui giudici «plotone d’esecuzione», che potesse essere un ammiccamento a Cosa Nostra (no, Gad Lerner non l’ha detta così, è la mia traduzione grossolana, ma a onor del vero non si vede quale altro significato dare alla perifrasi «un messaggio ben calibrato per sollecitare alla mobilitazione certi ambienti siciliani che sappiamo»).
Quando insomma si è alzato un polverone nebbiogeno in cui le ragioni della riforma sono andate perdute (anche per responsabilità della stessa maggioranza, che ha deciso di seguire l’opposizione sul terreno della propaganda, mettendo in mezzo il caso Garlasco e quello della famiglia nel bosco), per far vibrare il richiamo della legge della giungla, si è capito dove ci si sarebbe ritrovati.
E no: non nel migliore dei mondi possibili.
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Forse l’unico vincitore a metà è stata la destra moderata dei Républicains (Lr). Invece, i partiti meno brillanti sono stati quelli dell’«estremo Centro», ovvero macronisti e alleati. È vero che l’alleanza di centro ha vinto in alcune città medio-grandi, ma i successi auspicati prima del voto non si sono realizzati. A Le Havre, è stato confermato il sindaco uscente ed ex premier, Edouard Philippe. A Bordeaux, il centrista ed ex ministro dei Conti pubblici, Thomas Cazenave, ha battuto per un pelo (50,95%) Pierre Hurmic, il sindaco uscente, sostenuto dalle sinistre (49,05%). Ad Angers il primo cittadino uscente Christophe Bechu ha distanziato quasi del 20% il suo principale avversario. Idem ad Annecy dove l’ex ministro dell’Economia, Antoine Armand, ha ottenuto un vantaggio di circa 15 punti sul suo primo concorrente. Detto questo, va detto che i patti siglati dai centristi, talvolta in extremis tra il primo e secondo turno, non hanno convinto gli elettori, soprattutto nelle metropoli. È il caso di Parigi, dove Pierre-Yves Bournazel, candidato del partito centrista Horizon fondato dall’ex premier Philippe, aveva accettato di ritirarsi prima dei ballottaggi. Così facendo, ha portato virtualmente in dote alla candidata di destra Rachida Dati, quel 16% di voti da lui ottenuti al primo turno. Ma la strategia non ha funzionato. Stando al risultato finale, una parte consistente dei bournazelisti si è diretta verso il candidato socialista, Emmanuel Grégoire, che ha ottenuto il 50,52% delle preferenze, contro il 41,52% di Dati. Quest’ultima è una ex esponente Lr e, fino a poche settimane fa, ministro della cultura. Dati aveva anche ricevuto un endorsement dal presidente francese, tra i due turni. Tanto da farle dire: «Sono la candidata sostenuta da Emmanuel Macron ».
Anche a Lione, non è andata bene a Jean-Michel Aulas, ex presidente della squadra di calcio Olympique Lyon e candidato del centro e della destra moderata che ha perso, seppur per poco più di un migliaio di voti (49,33%). Il vincitore a Lione è stato Grégory Doucet (50,67%), sindaco uscente, ecologista duro e puro, che ha stretto un’alleanza «tecnica» con l’estrema sinistra de La France Insoumise (Lfi), prima del ballottaggio. Aulas ha annunciato ricorsi.
Tra gli altri partiti c’è chi ride e c’è chi piange. Il Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella, ha registrato un successo storico a Nizza dove ha vinto l’alleato Eric Ciotti, contro il sindaco uscente centro-macronista ex Lr, Christian Estrosi. Le Pen ha dichiarato ieri di «aver vinto più città di quelle che speravamo», come Perpignan, Orange o Montauban. Tuttavia l’Rn non è riuscito a conquistare Marsiglia. Qui ha vinto il sindaco uscente di sinistra Benoit Payan (54,34%).
A sinistra, le alleanze «della vergogna», come erano state chiamate dagli avversari, tra i socialisti o i verdi e la sinistra estrema La France Insoumise (Lfi) non sono state vincenti a parte alcune eccezioni. Come detto, i socialisti si sono imposti nelle metropoli ma anche in alcune loro roccaforti, come Digione o Le Mans. A Roubaix, il deputato Lfi, David Guiraud, ha strappato il comune al centro destra.
Ai Républicains le cose sono andate forse un po’ meglio visto che i suoi candidati sono diventati sindaci in 1.219 Comuni. Gli Lr sono riusciti a strappare delle roccaforti socialiste come Limoges o Clérmont-Ferrant, dove la sinistra governava dal dopoguerra. Il presidente Lr, Bruno Retailleau, ha dichiarato ieri che il suo partito rappresenta: «Più che mai la prima forza politica locale di Francia».
E mentre le nuove amministrazioni comunali francesi si insediano, tra i neo sindaci c’è chi pensa già al prossimo autunno e, soprattutto, alla primavera 2027. A settembre, si terranno le elezioni senatoriali parziali. Si tratta di elezioni indirette, dove i senatori sono scelti da grandi elettori: consiglieri comunali o dipartimentali, sindaci e altri amministratori locali tra cui i neo eletti. L’anno prossimo ci saranno invece le presidenziali.
Ma se in Francia il partito presidenziale non è uscito particolarmente bene dalle municipali, in Germania, le cose non sono andate meglio per l’Spd. Nelle elezioni del land della Renania-Palatinato, svoltesi domenica, i cristiano-democratici della Cdu del cancelliere tedesco, Friedrich Merz hanno ottenuto il 30,9%, i socialdemocratici dell’Spd il 25,9%, AfD il 19,6% e i Verdi il 7,8%. I populisti hanno più che raddoppiato le preferenze rispetto al 2021. «La Cdu in Renania-Palatinato è tornata», ha dichiarato il candidato del partito di centrodestra, Gordon Schnieder. Per ottenere la maggioranza assoluta nel Parlamento regionale saranno però necessari 51 seggi. Schnieder ha nuovamente escluso un’alleanza con l’estrema destra dell’Afd che ha ottenuto il suo miglior risultato in un land dell’Ovest: 19,6% dei voti.
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