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2022-07-24
Dal fisco all’Ue, agenda per il centrodestra
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi (Ansa)
L’agenda Draghi è un trucco politico, ma di programmi c’è bisogno eccome. O almeno, chi ambisce a governare una situazione come quella italiana di fine 2022 ha l’onere di proporre approcci e risposte realistiche su una serie di urgenze. Abbiamo provato, in un inizio di campagna elettorale fin qui costruita su accuse e personalismi, a identificare quattro macro-temi, provando non a fornire sterili ricette ma suggerendo un perimetro di questioni non eludibili. Il primo è il rapporto con l’Ue: ruolo della Bce, problema dei titoli di Stato, eventuale collocazione internazionale dell’ex premier, posizione sul Patto di stabilità e alleanze sono la precondizione per qualunque politica. Secondo: il fisco. Terzo: l’energia. Quarto: la pandemia, perché Speranza sia il passato.
Il piano per affrontare l’emergenza senza inseguire il green a ogni costo

Ansa
Le campagne elettorali raramente si focalizzano sul tema energetico, considerato forse troppo specialistico o marginale, almeno fino a quando le bollette prosciugano il portafoglio dei cittadini. In quel caso, all’improvviso, ci si accorge che qualcosa non va e certamente, oggi, c’è molto che non va. Il governo uscente lascia una situazione a metà tra l’incompiuto e l’inconsistente, anche se non si può accusarlo di non avere fatto nulla: sono state avviate relazioni per avere gas da fornitori alternativi alla Russia, sono stati acquistati due rigassificatori e stanziati 33 miliardi di euro per abbassare le bollette, altri 4 per lo sconto sulle accise praticate sui carburanti. È stata imposta una tassa sui cosiddetti extraprofitti delle società energetiche e sono state riavviate le procedure per lo sfruttamento di un paio di giacimenti di gas. Il problema di tutte queste misure è che si tratta di toppe messe per pratica a situazioni mal gestite sin dall’inizio, con costi altissimi e senza un disegno.
Il governo di Mario Draghi ha sottovalutato la crisi sin dall’inizio, si è trovato sempre in ritardo sul tema, reagendo a posteriori con provvedimenti-tampone, ha aderito ciecamente alle indicazioni dell’Ue, tra cui quella di abbandonare le forniture di gas dalla Russia, senza mai riuscire a incidere sulle cause della crisi energetica che sono precedenti alla guerra in Ucraina. Dopo il tragicomico do ut des draghiano «aria condizionata o pace», abbiamo sentito parlare per mesi di una proposta italiana per mettere un tetto al prezzo del gas russo, che si è persa nei corridoi dei palazzi di Bruxelles e a cui in realtà ben pochi credevano.
Visto che il nuovo governo si formerà all’inizio di un autunno che rischia di essere assai critico dal punto di vista energetico (oltre che economico), cosa hanno intenzione di fare i partiti per riportare sotto controllo la situazione dell’energia? Vediamo quali sono i nodi principali.
1) La nuova maggioranza proseguirà nella rincorsa ideologica del green a tutti i costi o deciderà innanzitutto di porre in sicurezza energetica il Paese? In altri termini, si intende (o no) lavorare alla sicurezza degli approvvigionamenti senza preclusioni sulle fonti, per avere energia sicura e a costi contenuti per famiglie e imprese? Meglio ancora: si intende ricercare un equilibrio realmente ottimale tra le fonti di energia, lavorando sui vincoli geopolitici e senza barriere ideologiche?
2) Legata alla prima domanda è la seconda: quale politica estera si intende adottare, considerando che la corsa all’energia verde ci rende dipendenti in larga parte dalla Cina e che lo strappo con la Russia ci ha lasciato senza sufficiente gas, mentre l’Algeria è diventata il nostro maggiore fornitore aprendo un nuovo fronte di rischio e la Libia è di nuovo nel caos?
3) Come intendono gestire i partiti della futura maggioranza il rapporto con l’Unione europea sulla questione energetica? A un embargo su carbone, petrolio e gas russi, come quello imposto dalla Ue, chiaramente non può che conseguire una carenza di energia: si intende mettere in discussione questa strategia, che sinora ha fatto più male al sanzionante che al sanzionato?
4) Il nuovo governo sfrutterebbe compiutamente le riserve di gas naturale presenti sotto i fondali marini che circondano l’Italia, facendo ripartire la produzione di gas nazionale?
5) Il passaggio dal motore a scoppio all’auto elettrica è un fattore destabilizzante per l’indotto italiano dell’automobile, fatto soprattutto di piccole e medie imprese. I partiti sono in grado di disegnare un piano per il settore dell’automobile italiano, che lo preservi e lo rilanci?
6) Un nuovo governo avrebbe un approccio laico alle tecnologie per la generazione elettrica, considerando quindi anche il nucleare tra le fonti su cui è possibile investire? I partiti sono in grado di indicare un budget pluriennale per la ricerca scientifica pubblica sulle fonti energetiche?
Questi sono solo alcune tra le tante domande possibili. Sarebbe interessante conoscere le risposte dei partiti.
Serve una linea tributaria unica per l’Italia dei prossimi 10 anni

Ansa
Con la fine anticipata della legislatura è venuta meno la possibilità di portare a termine la riforma fiscale, o meglio la legge delega inclusiva del pericoloso intervento sul catasto. La cosa non ci dispiace affatto. Il percorso della delega è stato funestato da una serie di ricatti politici (la balla della correlazione con i fondi del Pnrr) e da una mediazione che per definizione non poteva che essere al ribasso. Nonostante il centrodestra - bisogna ammetterlo - si sia mosso unito, sono comunque emersi due aspetti negativi e forse inevitabili. Il primo era insito nella necessità di mediazione alla base della ampia maggioranza di governo: avere a che fare con la sinistra del Pd o, peggio, con Leu, porta automaticamente al tavolo strenui sostenitori di patrimoniali e minacce alla proprietà privata. L’altro aspetto sbagliato ab origine sta invece nella forma stessa del percorso di delega. Mai delegare a un governo futuro. Soprattutto se non si ha la minima idea di quale colore lo tingerà. Si sa soltanto che avrà le mani libere di fare ciò che vuole.
Adesso è quindi il caso di tirare una linea e chiedere al centro destra che sui temi del fisco, del lavoro e della tutela della proprietà privata faccia una sintesi al rialzo e non al ribasso. Agli elettori che hanno partite Iva oppure sono proprietari di piccole o piccolissime imprese interessa conoscere al più presto (e in ogni caso ben prima del 25 settembre) quale sarà la linea sulla riforma tributaria. Vale anche per i lavoratori dipendenti, e pure per i pensionati. Su questo, però, i tre partiti che andranno a comporre la coalizione fino ad oggi si sono mossi su filoni contigui ma in molti casi filosoficamente distanti. Fdi si è speso per sostenere il taglio del costo del lavoro e gli incentivi alle aziende che assumono. Ne consegue un approccio critico e fortemente riformista del reddito di cittadinanza. La Lega ha lavorato per spalleggiare le partite Iva, creando una sorta di flat tax ma al tempo stesso ha accettato che la spesa per il Rdc salisse in modo spropositato. Forza Italia si è impegnata per il taglio di Irap e Irpef, e per il sostegno alle famiglie. Nessuno dei tre partiti si è impuntato per spiegare agli elettori come abbia intenzione di riformare il sistema di riscossione e l’intera macchina dell’Agenzia delle entrate, in modo da impedire che si utilizzi quasi sempre (anche una volta è fin troppo) l’inversione dell’onere della prova nei confronti del cittadino/contribuente.
La pandemia ha insegnato che in Italia, come in tutti i Paesi dove ci sono comunisti nel governo o a rischio di infettarsi di quel virus, la proprietà privata è in pericolo. I bar e i ristoranti sono stati chiusi a forza di leggi vistate da una sola persona, il presidente del Consiglio. La scelta della gestione Covid ha ucciso una buona fetta della piccola imprenditoria italiana. Abbiamo accettato di sostituire la libertà della partita Iva con semplici elemosine chiamate bonus. La riforma del fisco va fatta tenendo presente questi elementi conservatori. C’è ancora un pezzo di Italia che non desidera l’aiuto dello Stato ma preferisce che quest’ultimo gli stia il più possibile lontano, per la precisione esattamente alla distanza concordata attraverso un patto che, più che mai ora, deve essere un patto elettorale.
È logico aspettarsi dal centrodestra unito una linea comune. Quanto verrà messo a budget per il taglio delle imposte? Quali imposte saranno tagliate? Via i bonus? Oppure quali bonus resteranno? Ci saranno politiche attive del lavoro? Come si farà a sostenere la produttività e quindi il rialzo dei salari? Infine, come ci porremo di fronte alle richieste dell’Ue che chiaramente ha detto di voler spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose? Sappiamo bene che la richiesta serve semplicemente per aggredire il patrimonio immobiliare italiano che in Europa resta anomalia da debellare. Tutte le leggi sulla transizione ecologica porteranno in questa direzione. Non a caso attorno alla riforma del catasto si è scatenata una chiusura incomprensibile se non come elemento portante per un cambio sostanziale dell’Italia. Ecco, quel modello non è conservatore, non è del centrodestra. In campagna elettorale interessa leggere parola per parola quale sarà il modello fiscale che sosterrà la società italiana nei prossimi 10 anni.
Quale futuro per Draghi nella Ue? Aiutarci contro il cappio monetario

Mario Draghi (Ansa)
Molto probabilmente il prossimo autunno sarà il più difficile degli ultimi 40 anni. Inflazione reale intorno al 10%, debito pubblico altissimo, produttività delle aziende ai minimi e mercato del lavoro fermo agli anni Novanta. Se non bastasse a peggiorare la situazione c’è la fine della globalizzazione come l’abbiamo intesa a partire dal Duemila, e quindi fortissime tensioni (anche di prezzo) sulle materie prime. In tutto ciò l’euro si sta dimostrando strutturalmente debole. Non solo verso il dollaro o il franco svizzero, ma anche nei confronti di molte valute minori. Le nostre aziende, però, non potranno cavalcare l’onda della svalutazione.
Non saranno in grado di produrre (per mancanza di materie prime) e spesso, anche quando saranno in grado di farlo, avranno marginalità molto basse. Volenti o nolenti, nei prossimi mesi l’inflazione andrà combattuta con la geopolitica e con le mosse della Bce. Una gamba del problema si affronta con la politica monetaria, l’altra con la diplomazia o la forza militare. Sarà sempre più importante cercare di esercitare influenza verso i Paesi africani che esportano materie prime, così come sarà cruciae il riallineamento delle mosse della nostra banca centrale europea con quelle della Fed.
L’Italia purtroppo ha già un cappio (monetario) attorno al collo. Le scelte annunciate tre giorni fa da Christine Lagarde attorno allo schema anti spread sono così vaghe da rivestire una enorme valenza politica. Al tempo stesso l’esercizio del programma Pepp di acquisto in corso sui titoli sovrani rende Francoforte sia termometro che cura del nostro debito pubblico e, quindi, ci riporta al punto di partenza. Servirà l’ok della Commissione per avere salvagente o per non averlo. La nostra autonomia dal punto di vista della politica fiscale è dunque limitata dal vincolo accettato implicitamente con l’avvio del Pnrr e del Recovery fund. Pena l’arrivo di un modello di intervento non troppo difforme dalla Troika. È bene che il centrodestra non nasconda questi problemi. Anzi, li affronti in modo trasparente e trovi, pure in questo campo, unità d’intenti. Ad esempio, per essere più terra terra, quale sarà la posizione dei tre partiti, Lega, Fdi e Forza Italia, rispetto a un futuro ruolo di Mario Draghi? Se le indiscrezioni non sono fasulle, c’è aperta una strada che porta in direzione Nato. Potrebbe essere una scelta da sostenere? Oppure, potrebbe esserci un altro percorso che porta a un ruolo primario dentro la compagine europea. Non è nemmeno questo un segreto.
Draghi potrebbe prendere il posto di Charles Michel, al vertice del Consiglio Ue, in scadenza il prossimo anno. Potrebbe essere uno step intermedio verso il gradino più alto, adesso occupato da Ursula von der Leyen. Probabilmente troppo presto per studiare le strategie, ma soprattutto è chiaro che tali mosse non verrebbero certo esternate. Ciò che è importante capire è però se il centrodestra vorrà portare avanti una politica di rottura verso l’Ue, come spesso ha fatto la Lega sui temi dell’euro, oppure cambiare passo e avviare una politica di dialogo. Con l’obiettivo di cercare di sfilare il collo dal cappio o non farselo stringere troppo forte. In ogni caso, Draghi è non solo un tema ma anche una figura politica che sarebbe un vero peccato non prendere in considerazione. Per due motivi. Primo, ha una storia molto più vicina al centrodestra che al Pd. Secondo, è chiaramente in contrasto con Sergio Mattarella, il quale non sosterrà mai e poi mai un governo di centrodestra sia in patria che a Bruxelles. Su questo tema c’è posizione comune? Sarebbe interessante scoprirlo, a cominciare dalle alleanze dentro l’Europarlamento. La partita andrebbe avviata in contemporanea con la campagna elettorale.
Quattro impegni sulla stagione Covid che segnino una cesura con Speranza
Inutile far finta di guardare da un’altra parte o negare ipocritamente l’esistenza del problema. Per tanti elettori resta letteralmente indimenticabile (e non è un complimento, ma un sinonimo di «incancellabile») il comportamento di molti esponenti di centrodestra in tempo di pandemia. E più ancora dei voti parlamentari a sostegno delle misure di Roberto Speranza, più ancora delle mancate battaglie in senso contrario, più ancora dello schiacciamento sulla linea di Speranza anche delle regioni governate dal centrodestra, pesa il ricordo delle (evitabilissime) esibizioni mediatiche di non pochi parlamentari di centrodestra, campioni di zelo nel difendere l’indifendibile: elogi lirici del green pass e dell’obbligo vaccinale surrettizio (con relativa impossibilità di lavorare e portare il pane a casa per i «reprobi»), sostegno alle restrizioni più feroci e inutili, criminalizzazione dei dissenzienti, silenzio perfino rispetto all’approccio chiusurista che ha massacrato commercio-ristorazione-turismo-consumi.
Lo scriviamo non per riaprire polemiche o per esacerbare divisioni. Al contrario, la chiarezza è nel più totale interesse del centrodestra, che - alle prossime elezioni del 25 settembre - deve in primo luogo temere l’astensione, la non partecipazione di quote di elettori che potenzialmente non voterebbero a sinistra, ma che sono rimasti colpiti - nell’ultimo biennio - dalle ambiguità di molti parlamentari, e dalla indistinguibilità dei loro orientamenti e scelte rispetto a quanto veniva proposto e imposto dal titolare del dicastero della Salute. Meglio dunque chiarire prima le intenzioni dello schieramento in pole position per vincere: proprio per evitare che un segmento significativo (e magari decisivo) di elettori scelga di stare a casa.
Dunque, non si tratta - qui - di recriminare sul passato o di chiedere abiure politiche a chicchessia (ci mancherebbe), ma il punto è ragionare laicamente e pragmaticamente sul futuro, sulla stagione che si prepara, chiedendo a tutto il centrodestra quattro impegni pubblici, trasparenti, da onorare con serietà.
Primo. Siamo entrati (da tempo, anche se troppi fanno finta di non capirlo) nella fase che le persone più ragionevoli indicavano da tempo: quella in cui bisogna «convivere con il Covid». Dunque, in primo luogo, il centrodestra deve impegnarsi a un approccio razionale, non emotivo, non ansiogeno, non tremendista, non chiusurista, che non terrorizzi l’opinione pubblica, che non alimenti la logica emergenziale.
Secondo. Il centrodestra deve impegnarsi a non far ripartire lo strumento liberticida del green pass, e meno che mai a farne - com’è successo in passato - il cavallo di Troia per colpire la libertà delle persone, il loro diritto di muoversi e lavorare, di non essere punite e discriminate per una loro eventuale diversa scelta personale e sanitaria.
Terzo. Il centrodestra, in vista dell’autunno, deve impegnarsi a una consecutio (logica e cronologica) inversa rispetto a quella caldeggiata da Speranza. Razionalità suggerisce (prima) di sapere quali nuovi vaccini saranno disponibili, (quindi) di capire che tipo di copertura avranno tali vaccini rispetto alle varianti esistenti, e (infine) di offrire tali vaccini a chi vorrà liberamente farne uso. Ribadiamo: offrire, non obbligare. Naturalmente informando i cittadini in modo corretto e completo, segnalando in particolare agli anziani e ai fragili cosa sia più opportuno per loro. Ma senza obblighi, né diretti né surrettizi.
Quarto. Per questi motivi, è essenziale sapere preventivamente chi sia la persona che Fdi-Lega-Fi candideranno, in caso di vittoria, al ministero della Salute.
Domandare è lecito, rispondere è cortesia.
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Altro che metodo Draghi, chi vuol governare faccia proposte sui temi chiave. Il Pd sposterà la campagna elettorale su atlantismo e guerra. Ci vuole invece un programma d’urto sulla crisi. Fdi, Lega e Forza Italia affrontino ciò che interessa alla gente: salari, gestione Covid, bollette e rapporto con l’Ue.Pd e centrosinistra hanno già avviato una campagna elettorale basata su due schemi. Il primo è il tentativo di rafforzare i mini partiti di centro con l’intento di indebolire il centrodestra, nella speranza che i Calenda di turno portino via un po’ di voti (o attraggano pezzi) di Lega o di Forza Italia. D’altro canto, il centrosinistra punterà tutto sul tema dell’atlantismo. O meglio, del rischio che in caso di vittoria di Lega, Fdi e Fi si spezzi l’equilibrio Nato e si favorisca l’avanzata dei russi. Arriveranno alcune accuse generiche e altre più puntuali. Non va escluso il peso e l’impatto di eventuali inchieste giudiziarie. Chi ha l’ambizione di governare il Paese non potrà restare succube di questa narrativa. Accompagnando il dibattito della campagna elettorale, giornalisticamente ci interessa il presidio di temi cruciali che rischiano di essere oscurati da personalismi e accuse rivolte alla genesi del «draghicidio». E cioè: come affrontare la crisi d’autunno? Quale politica energetica attuerà il Paese? Come ci muoveremo di fronte alle pressioni Ue sulla transizione energetica? Poi c’è la necessità di una riforma fiscale degna di tale nome, che impari dagli errori di metodo e merito degli ultimi mesi. Ci sarà da affrontare il dramma della inflazione e maneggiare con cura i rapporti con la Bce. Infine, l’enorme capitolo del Covid. Non basterà cacciare Speranza e il suo entourage. Immaginare una alternativa implica una presa di posizione sulla pandemia e sui futuri vaccini. L’adozione del green pass e l’obbligo prima surrettizio e poi per legge (vedi gli over 50) di vaccinarsi ha spezzato la società in due. Lega e Forza Italia sono stati in quella maggioranza di governo e ora non possono più nascondersi dietro Draghi: dovranno trovare una linea comune e farsene carico davanti agli elettori.Lo speciale contiene quattro articoli.L’agenda Draghi è un trucco politico, ma di programmi c’è bisogno eccome. O almeno, chi ambisce a governare una situazione come quella italiana di fine 2022 ha l’onere di proporre approcci e risposte realistiche su una serie di urgenze. Abbiamo provato, in un inizio di campagna elettorale fin qui costruita su accuse e personalismi, a identificare quattro macro-temi, provando non a fornire sterili ricette ma suggerendo un perimetro di questioni non eludibili. Il primo è il rapporto con l’Ue: ruolo della Bce, problema dei titoli di Stato, eventuale collocazione internazionale dell’ex premier, posizione sul Patto di stabilità e alleanze sono la precondizione per qualunque politica. Secondo: il fisco. Terzo: l’energia. Quarto: la pandemia, perché Speranza sia il passato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-per-affrontare-lemergenza-senza-inseguire-il-green-a-ogni-costo" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Il piano per affrontare l’emergenza senza inseguire il green a ogni costo Ansa Le campagne elettorali raramente si focalizzano sul tema energetico, considerato forse troppo specialistico o marginale, almeno fino a quando le bollette prosciugano il portafoglio dei cittadini. In quel caso, all’improvviso, ci si accorge che qualcosa non va e certamente, oggi, c’è molto che non va. Il governo uscente lascia una situazione a metà tra l’incompiuto e l’inconsistente, anche se non si può accusarlo di non avere fatto nulla: sono state avviate relazioni per avere gas da fornitori alternativi alla Russia, sono stati acquistati due rigassificatori e stanziati 33 miliardi di euro per abbassare le bollette, altri 4 per lo sconto sulle accise praticate sui carburanti. È stata imposta una tassa sui cosiddetti extraprofitti delle società energetiche e sono state riavviate le procedure per lo sfruttamento di un paio di giacimenti di gas. Il problema di tutte queste misure è che si tratta di toppe messe per pratica a situazioni mal gestite sin dall’inizio, con costi altissimi e senza un disegno. Il governo di Mario Draghi ha sottovalutato la crisi sin dall’inizio, si è trovato sempre in ritardo sul tema, reagendo a posteriori con provvedimenti-tampone, ha aderito ciecamente alle indicazioni dell’Ue, tra cui quella di abbandonare le forniture di gas dalla Russia, senza mai riuscire a incidere sulle cause della crisi energetica che sono precedenti alla guerra in Ucraina. Dopo il tragicomico do ut des draghiano «aria condizionata o pace», abbiamo sentito parlare per mesi di una proposta italiana per mettere un tetto al prezzo del gas russo, che si è persa nei corridoi dei palazzi di Bruxelles e a cui in realtà ben pochi credevano. Visto che il nuovo governo si formerà all’inizio di un autunno che rischia di essere assai critico dal punto di vista energetico (oltre che economico), cosa hanno intenzione di fare i partiti per riportare sotto controllo la situazione dell’energia? Vediamo quali sono i nodi principali. 1) La nuova maggioranza proseguirà nella rincorsa ideologica del green a tutti i costi o deciderà innanzitutto di porre in sicurezza energetica il Paese? In altri termini, si intende (o no) lavorare alla sicurezza degli approvvigionamenti senza preclusioni sulle fonti, per avere energia sicura e a costi contenuti per famiglie e imprese? Meglio ancora: si intende ricercare un equilibrio realmente ottimale tra le fonti di energia, lavorando sui vincoli geopolitici e senza barriere ideologiche? 2) Legata alla prima domanda è la seconda: quale politica estera si intende adottare, considerando che la corsa all’energia verde ci rende dipendenti in larga parte dalla Cina e che lo strappo con la Russia ci ha lasciato senza sufficiente gas, mentre l’Algeria è diventata il nostro maggiore fornitore aprendo un nuovo fronte di rischio e la Libia è di nuovo nel caos? 3) Come intendono gestire i partiti della futura maggioranza il rapporto con l’Unione europea sulla questione energetica? A un embargo su carbone, petrolio e gas russi, come quello imposto dalla Ue, chiaramente non può che conseguire una carenza di energia: si intende mettere in discussione questa strategia, che sinora ha fatto più male al sanzionante che al sanzionato? 4) Il nuovo governo sfrutterebbe compiutamente le riserve di gas naturale presenti sotto i fondali marini che circondano l’Italia, facendo ripartire la produzione di gas nazionale? 5) Il passaggio dal motore a scoppio all’auto elettrica è un fattore destabilizzante per l’indotto italiano dell’automobile, fatto soprattutto di piccole e medie imprese. I partiti sono in grado di disegnare un piano per il settore dell’automobile italiano, che lo preservi e lo rilanci? 6) Un nuovo governo avrebbe un approccio laico alle tecnologie per la generazione elettrica, considerando quindi anche il nucleare tra le fonti su cui è possibile investire? I partiti sono in grado di indicare un budget pluriennale per la ricerca scientifica pubblica sulle fonti energetiche? Questi sono solo alcune tra le tante domande possibili. Sarebbe interessante conoscere le risposte dei partiti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="serve-una-linea-tributaria-unica-per-litalia-dei-prossimi-10-anni" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Serve una linea tributaria unica per l’Italia dei prossimi 10 anni Ansa Con la fine anticipata della legislatura è venuta meno la possibilità di portare a termine la riforma fiscale, o meglio la legge delega inclusiva del pericoloso intervento sul catasto. La cosa non ci dispiace affatto. Il percorso della delega è stato funestato da una serie di ricatti politici (la balla della correlazione con i fondi del Pnrr) e da una mediazione che per definizione non poteva che essere al ribasso. Nonostante il centrodestra - bisogna ammetterlo - si sia mosso unito, sono comunque emersi due aspetti negativi e forse inevitabili. Il primo era insito nella necessità di mediazione alla base della ampia maggioranza di governo: avere a che fare con la sinistra del Pd o, peggio, con Leu, porta automaticamente al tavolo strenui sostenitori di patrimoniali e minacce alla proprietà privata. L’altro aspetto sbagliato ab origine sta invece nella forma stessa del percorso di delega. Mai delegare a un governo futuro. Soprattutto se non si ha la minima idea di quale colore lo tingerà. Si sa soltanto che avrà le mani libere di fare ciò che vuole. Adesso è quindi il caso di tirare una linea e chiedere al centro destra che sui temi del fisco, del lavoro e della tutela della proprietà privata faccia una sintesi al rialzo e non al ribasso. Agli elettori che hanno partite Iva oppure sono proprietari di piccole o piccolissime imprese interessa conoscere al più presto (e in ogni caso ben prima del 25 settembre) quale sarà la linea sulla riforma tributaria. Vale anche per i lavoratori dipendenti, e pure per i pensionati. Su questo, però, i tre partiti che andranno a comporre la coalizione fino ad oggi si sono mossi su filoni contigui ma in molti casi filosoficamente distanti. Fdi si è speso per sostenere il taglio del costo del lavoro e gli incentivi alle aziende che assumono. Ne consegue un approccio critico e fortemente riformista del reddito di cittadinanza. La Lega ha lavorato per spalleggiare le partite Iva, creando una sorta di flat tax ma al tempo stesso ha accettato che la spesa per il Rdc salisse in modo spropositato. Forza Italia si è impegnata per il taglio di Irap e Irpef, e per il sostegno alle famiglie. Nessuno dei tre partiti si è impuntato per spiegare agli elettori come abbia intenzione di riformare il sistema di riscossione e l’intera macchina dell’Agenzia delle entrate, in modo da impedire che si utilizzi quasi sempre (anche una volta è fin troppo) l’inversione dell’onere della prova nei confronti del cittadino/contribuente. La pandemia ha insegnato che in Italia, come in tutti i Paesi dove ci sono comunisti nel governo o a rischio di infettarsi di quel virus, la proprietà privata è in pericolo. I bar e i ristoranti sono stati chiusi a forza di leggi vistate da una sola persona, il presidente del Consiglio. La scelta della gestione Covid ha ucciso una buona fetta della piccola imprenditoria italiana. Abbiamo accettato di sostituire la libertà della partita Iva con semplici elemosine chiamate bonus. La riforma del fisco va fatta tenendo presente questi elementi conservatori. C’è ancora un pezzo di Italia che non desidera l’aiuto dello Stato ma preferisce che quest’ultimo gli stia il più possibile lontano, per la precisione esattamente alla distanza concordata attraverso un patto che, più che mai ora, deve essere un patto elettorale. È logico aspettarsi dal centrodestra unito una linea comune. Quanto verrà messo a budget per il taglio delle imposte? Quali imposte saranno tagliate? Via i bonus? Oppure quali bonus resteranno? Ci saranno politiche attive del lavoro? Come si farà a sostenere la produttività e quindi il rialzo dei salari? Infine, come ci porremo di fronte alle richieste dell’Ue che chiaramente ha detto di voler spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose? Sappiamo bene che la richiesta serve semplicemente per aggredire il patrimonio immobiliare italiano che in Europa resta anomalia da debellare. Tutte le leggi sulla transizione ecologica porteranno in questa direzione. Non a caso attorno alla riforma del catasto si è scatenata una chiusura incomprensibile se non come elemento portante per un cambio sostanziale dell’Italia. Ecco, quel modello non è conservatore, non è del centrodestra. In campagna elettorale interessa leggere parola per parola quale sarà il modello fiscale che sosterrà la società italiana nei prossimi 10 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="quale-futuro-per-draghi-nella-ue-aiutarci-contro-il-cappio-monetario" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Quale futuro per Draghi nella Ue? Aiutarci contro il cappio monetario Mario Draghi (Ansa) Molto probabilmente il prossimo autunno sarà il più difficile degli ultimi 40 anni. Inflazione reale intorno al 10%, debito pubblico altissimo, produttività delle aziende ai minimi e mercato del lavoro fermo agli anni Novanta. Se non bastasse a peggiorare la situazione c’è la fine della globalizzazione come l’abbiamo intesa a partire dal Duemila, e quindi fortissime tensioni (anche di prezzo) sulle materie prime. In tutto ciò l’euro si sta dimostrando strutturalmente debole. Non solo verso il dollaro o il franco svizzero, ma anche nei confronti di molte valute minori. Le nostre aziende, però, non potranno cavalcare l’onda della svalutazione. Non saranno in grado di produrre (per mancanza di materie prime) e spesso, anche quando saranno in grado di farlo, avranno marginalità molto basse. Volenti o nolenti, nei prossimi mesi l’inflazione andrà combattuta con la geopolitica e con le mosse della Bce. Una gamba del problema si affronta con la politica monetaria, l’altra con la diplomazia o la forza militare. Sarà sempre più importante cercare di esercitare influenza verso i Paesi africani che esportano materie prime, così come sarà cruciae il riallineamento delle mosse della nostra banca centrale europea con quelle della Fed. L’Italia purtroppo ha già un cappio (monetario) attorno al collo. Le scelte annunciate tre giorni fa da Christine Lagarde attorno allo schema anti spread sono così vaghe da rivestire una enorme valenza politica. Al tempo stesso l’esercizio del programma Pepp di acquisto in corso sui titoli sovrani rende Francoforte sia termometro che cura del nostro debito pubblico e, quindi, ci riporta al punto di partenza. Servirà l’ok della Commissione per avere salvagente o per non averlo. La nostra autonomia dal punto di vista della politica fiscale è dunque limitata dal vincolo accettato implicitamente con l’avvio del Pnrr e del Recovery fund. Pena l’arrivo di un modello di intervento non troppo difforme dalla Troika. È bene che il centrodestra non nasconda questi problemi. Anzi, li affronti in modo trasparente e trovi, pure in questo campo, unità d’intenti. Ad esempio, per essere più terra terra, quale sarà la posizione dei tre partiti, Lega, Fdi e Forza Italia, rispetto a un futuro ruolo di Mario Draghi? Se le indiscrezioni non sono fasulle, c’è aperta una strada che porta in direzione Nato. Potrebbe essere una scelta da sostenere? Oppure, potrebbe esserci un altro percorso che porta a un ruolo primario dentro la compagine europea. Non è nemmeno questo un segreto. Draghi potrebbe prendere il posto di Charles Michel, al vertice del Consiglio Ue, in scadenza il prossimo anno. Potrebbe essere uno step intermedio verso il gradino più alto, adesso occupato da Ursula von der Leyen. Probabilmente troppo presto per studiare le strategie, ma soprattutto è chiaro che tali mosse non verrebbero certo esternate. Ciò che è importante capire è però se il centrodestra vorrà portare avanti una politica di rottura verso l’Ue, come spesso ha fatto la Lega sui temi dell’euro, oppure cambiare passo e avviare una politica di dialogo. Con l’obiettivo di cercare di sfilare il collo dal cappio o non farselo stringere troppo forte. In ogni caso, Draghi è non solo un tema ma anche una figura politica che sarebbe un vero peccato non prendere in considerazione. Per due motivi. Primo, ha una storia molto più vicina al centrodestra che al Pd. Secondo, è chiaramente in contrasto con Sergio Mattarella, il quale non sosterrà mai e poi mai un governo di centrodestra sia in patria che a Bruxelles. Su questo tema c’è posizione comune? Sarebbe interessante scoprirlo, a cominciare dalle alleanze dentro l’Europarlamento. La partita andrebbe avviata in contemporanea con la campagna elettorale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fisco-ue-agenda-centrodestra-2657717918.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="quattro-impegni-sulla-stagione-covid-che-segnino-una-cesura-con-speranza" data-post-id="2657717918" data-published-at="1658620865" data-use-pagination="False"> Quattro impegni sulla stagione Covid che segnino una cesura con Speranza Inutile far finta di guardare da un’altra parte o negare ipocritamente l’esistenza del problema. Per tanti elettori resta letteralmente indimenticabile (e non è un complimento, ma un sinonimo di «incancellabile») il comportamento di molti esponenti di centrodestra in tempo di pandemia. E più ancora dei voti parlamentari a sostegno delle misure di Roberto Speranza, più ancora delle mancate battaglie in senso contrario, più ancora dello schiacciamento sulla linea di Speranza anche delle regioni governate dal centrodestra, pesa il ricordo delle (evitabilissime) esibizioni mediatiche di non pochi parlamentari di centrodestra, campioni di zelo nel difendere l’indifendibile: elogi lirici del green pass e dell’obbligo vaccinale surrettizio (con relativa impossibilità di lavorare e portare il pane a casa per i «reprobi»), sostegno alle restrizioni più feroci e inutili, criminalizzazione dei dissenzienti, silenzio perfino rispetto all’approccio chiusurista che ha massacrato commercio-ristorazione-turismo-consumi. Lo scriviamo non per riaprire polemiche o per esacerbare divisioni. Al contrario, la chiarezza è nel più totale interesse del centrodestra, che - alle prossime elezioni del 25 settembre - deve in primo luogo temere l’astensione, la non partecipazione di quote di elettori che potenzialmente non voterebbero a sinistra, ma che sono rimasti colpiti - nell’ultimo biennio - dalle ambiguità di molti parlamentari, e dalla indistinguibilità dei loro orientamenti e scelte rispetto a quanto veniva proposto e imposto dal titolare del dicastero della Salute. Meglio dunque chiarire prima le intenzioni dello schieramento in pole position per vincere: proprio per evitare che un segmento significativo (e magari decisivo) di elettori scelga di stare a casa. Dunque, non si tratta - qui - di recriminare sul passato o di chiedere abiure politiche a chicchessia (ci mancherebbe), ma il punto è ragionare laicamente e pragmaticamente sul futuro, sulla stagione che si prepara, chiedendo a tutto il centrodestra quattro impegni pubblici, trasparenti, da onorare con serietà. Primo. Siamo entrati (da tempo, anche se troppi fanno finta di non capirlo) nella fase che le persone più ragionevoli indicavano da tempo: quella in cui bisogna «convivere con il Covid». Dunque, in primo luogo, il centrodestra deve impegnarsi a un approccio razionale, non emotivo, non ansiogeno, non tremendista, non chiusurista, che non terrorizzi l’opinione pubblica, che non alimenti la logica emergenziale. Secondo. Il centrodestra deve impegnarsi a non far ripartire lo strumento liberticida del green pass, e meno che mai a farne - com’è successo in passato - il cavallo di Troia per colpire la libertà delle persone, il loro diritto di muoversi e lavorare, di non essere punite e discriminate per una loro eventuale diversa scelta personale e sanitaria. Terzo. Il centrodestra, in vista dell’autunno, deve impegnarsi a una consecutio (logica e cronologica) inversa rispetto a quella caldeggiata da Speranza. Razionalità suggerisce (prima) di sapere quali nuovi vaccini saranno disponibili, (quindi) di capire che tipo di copertura avranno tali vaccini rispetto alle varianti esistenti, e (infine) di offrire tali vaccini a chi vorrà liberamente farne uso. Ribadiamo: offrire, non obbligare. Naturalmente informando i cittadini in modo corretto e completo, segnalando in particolare agli anziani e ai fragili cosa sia più opportuno per loro. Ma senza obblighi, né diretti né surrettizi. Quarto. Per questi motivi, è essenziale sapere preventivamente chi sia la persona che Fdi-Lega-Fi candideranno, in caso di vittoria, al ministero della Salute. Domandare è lecito, rispondere è cortesia.
Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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Jacques Moretti (Ansa)
Intanto, la Procura di Roma va avanti nella sua inchiesta: i pm ipotizzano anche il «disastro colposo» e sono al lavoro per inviare una rogatoria alle autorità svizzere per chiedere la lista degli indagati, gli atti relativi agli interrogatori e la relativa attività istruttoria. Attualmente il fascicolo in cui si ipotizza anche l’omicidio colposo, lesioni colpose e incendio, avviato a piazzale Clodio, è contro ignoti.
Una volta che gli atti verranno trasmessi dalla Svizzera, ci sarà l’iscrizione nel registro di Jacques e Jessica Moretti e di altre posizioni eventuali. Piazzale Clodio ha anche conferito l’incarico al medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sul corpo di Riccardo Minghetti, 16 anni, una delle sei vittime italiane. L’esame autoptico è iniziato con alcuni accertamenti radiologici preliminari al Policlinico Gemelli di Roma. Gli accertamenti proseguiranno con una équipe di specialisti medici chiamati a chiarire le cause del decesso e le dinamiche cliniche che hanno portato alla morte di Riccardo. Il lavoro dei pm romani, capofila nelle indagini, si intreccia con quello di altre Procure italiane. A Genova l’autopsia su Emanuele Galeppini, 16 anni anche lui, è fissata per il 20 gennaio. A Bologna è stata disposta la riesumazione del corpo di Giovanni Tamburi, mentre restano sospese le tumulazioni di Chiara Costanzo e Achille Barosi, in attesa di ulteriori accertamenti.
Sébastien Fanti, avvocato di alcune delle famiglie delle vittime del rogo, commentando la decisione del tribunale di convalidare l’arresto di Jacques Moretti, ha chiarito di poter essere solo «parzialmente soddisfatto» perché per il momento la custodia cautelare riguarda solo il gestore del locale: «Ognuno vivrà con la propria coscienza», ha riferito, «il padre di un bambino arso vivo mi ha detto: “è morto come in guerra, quindi d’ora in poi è guerra”».
Anche i genitori delle vittime italiane si dicono sconcertati. «Per quanto ci riguarda, come familiari dei feriti, tutti uniti qui al Niguarda, c’è sconcerto perché è vero che sono stati confermati gli arresti, ma sono passati 12 giorni e non c’è ancora un indagato nel Comune di Crans-Montana», ha sottolineato Umberto Marcucci, padre di Manfredi, ragazzo romano di 16 anni ricoverato assieme ad altri 10 feriti nell’ospedale milanese.
Il primo vero segnale nei confronti del Comune di Crans-Montana lo dà la Procura del Vallese che ha respinto la richiesta della municipalità di presentarsi come parte lesa. Lo riporta Rts. Appena due giorni dopo la tragedia, il Consiglio comunale di Crans -Montana annunciò di aver preso «la decisione unanime» di costituirsi «parte civile» nel procedimento penale, una dichiarazione che suscitò scalpore. Se da un lato il Comune dichiara di essere vittima dell’accaduto, dall’altro riconosce di essere venuto meno ai propri doveri mancando di compiere per cinque anni le ispezioni al Constellation. Carenze che potrebbero comportare azioni legali nei confronti di alcuni dipendenti comunali. Da qui la Procura, nelle motivazioni del respingimento, motiva: «Il Comune non può essere considerato parte attrice in quanto la parte lesa è costituita da qualsiasi persona i cui diritti siano stati direttamente lesi da un reato e non in quanto autorità incaricata della tutela degli interessi pubblici».
Proseguono intanto anche le sofferenze dei sopravvissuti.
I feriti italiani sono undici, alcuni molto gravi. Nove di loro sono particolarmente critici. «Con l’arrivo di Leonardo Bove, ieri sera da Zurigo, siamo arrivati ad avere tutti i ragazzi che dovevano rientrare. È stato fatto il primo check questa mattina su Leonardo e le condizioni sono estremamente critiche», ha spiegato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, che fin dall’inizio sta seguendo l’emergenza. «Leonardo è uno dei due ragazzi che erano dati per dispersi e che per qualche giorno, appunto, non se ne conosceva l’identità: uno è Leonardo, l’altro è Kean. Adesso vicini di letto in questo momento in terapia intensiva». Ancora: «Sette sono in rianimazione intubati, cinque al centro ustioni», fa sapere Bertolaso. «Speriamo che un paio di loro nelle prossime giornate possano essere estubati. Per tre o quattro di loro il percorso sarà molto più lungo e complicato. I genitori sono tutti qui, hanno un loro spazio dove si possono incontrare, dove possono stare vicino ai figli, e incontrano soprattutto i medici curanti. Li ho trovati tutti tranquilli, ma in grande ansia. Ci sono un paio di genitori che non sono di Milano e gli abbiamo messo a disposizione strutture alberghiere. Sono tutti soddisfatti di quello che stiamo facendo».
Per quanto riguarda Eleonora Palmieri, la veterinaria ventinovenne originaria di Cattolica, «immagino che la prossima settimana verrà trasferita in una struttura ospedaliera vicino a casa sua. L’ho trovata in ottime condizioni», ha concluso Bertolaso.
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Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Entra nel vivo quindi la campagna elettorale, che non vede però tutta la sinistra schierata per il No. Convintamente a favore della riforma, tra gli altri, è il celebre costituzionalista Stefano Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale, ex parlamentare del Pd, tra gli animatori del Comitato La Sinistra che vota Sì. Ieri a Firenze Libertà Eguale ha organizzato un evento al quale hanno partecipato esponenti progressisti che voteranno a favore del referendum costituzionale. «Come Libertà Eguale», spiega Ceccanti, «per 25 anni abbiamo sostenuto la separazione delle carriere. Non è che c’è la disciplina di partito sui referendum. Questa riforma», aggiunge Ceccanti, «è a vantaggio dell’autonomia dei giudici rispetto ai pubblici ministeri. Soprattutto nelle indagini preliminari, era il grande schema che aveva Giuliano Vassalli. Non cambia il rapporto con la politica».
Il Cdm di ieri ha anche approvato il commissariamento delle Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, che non hanno ancora approvato i rispettivi piani di dimensionamento per il prossimo anno scolastico. «Il dimensionamento scolastico», fa sapere il ministero dell’Istruzione, «rientra tra le riforme previste dal Pnrr, definite dal precedente governo con l’obiettivo di adeguare la rete delle istituzioni scolastiche alla dinamica della popolazione studentesca su base regionale. Il mancato rispetto di questo adempimento mette a rischio le risorse europee già erogate all’Italia. Si precisa che la misura riguarda esclusivamente la riorganizzazione amministrativa e non comporta la chiusura di plessi scolastici». Insorge il Pd: «Assistiamo ad un ulteriore tentativo», scrivono in una nota i parlamentari dem Manzi, Ascani, Bakkali, Boldrini, De Maria, Fossi, Gnassi, Guerra, Lai, Malavasi, Marco Meloni, Merola, Rossi, Simiani e Vaccari, «da parte del governo Meloni di centralizzare e comprimere le autonomie locali in un settore delicatissimo come quello dell’istruzione. La convocazione degli assessori all’Istruzione di quattro regioni amministrate dal centrosinistra, con l’intento di imporre dall’alto scelte che riguardano direttamente il futuro delle scuole, è una manovra inaccettabile che dimostra ancora una volta la scarsa attenzione di questo governo alle specificità territoriali e alle reali necessità del sistema scolastico». «Ci siamo opposti a tagli ulteriori delle autonomie scolastiche nelle cosiddette aree interne, dove tagliare la scuola significa togliere un pezzo di comunità», commenta la presidente dell’Umbria Stefania Proietti, lasciando Palazzo Chigi, dove è intervenuta assieme al presidente dell’Emilia Romagna Michele De Pascale, alla presidente della Sardegna Alessandra Todde e all’assessora della Toscana Alessandra Nardini alla riunione del Consiglio dei ministri prima della delibera con cui il governo ha deciso il commissariamento di queste Regioni di centrosinistra che si sono opposte al dimensionamento scolastico. Approvato anche il ddl per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, su proposta del ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli.
In discussione, ma non presentato ieri, c’è ancora un decreto che incide sulla vita dei cittadini: la sicurezza. Gli ultimi giorni hanno fatto registrare una vera e propria escalation di violenza, dall’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso alla stazione di Bologna, alle gravissime aggressioni che si sono verificate nei pressi della stazione Termini di Roma. Tutti crimini messi a segno da immigrati. A quanto apprende La Verità, il decreto dovrebbe contenere una stretta sulla possibilità per i minorenni di portare in giro coltelli, un provvedimento di contrasto alle baby gang, misure per rafforzare il controllo delle stazioni e per rendere più efficaci i provvedimenti di espulsione per gli immigrati non in regola.
Intanto il Viminale fa sapere che 3.500 nuovi poliziotti assumeranno servizio nei prossimi giorni di gennaio. Salgono così complessivamente a 42.500 gli operatori delle Forze di polizia assunti dall’inizio del mandato di questo governo. Dei nuovi, 470 poliziotti saranno assegnati a Roma, 141 a Napoli e altrettanti a Palermo, 123 a Milano e 118 a Bologna, 94 a Genova e a Torino.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 gennaio con Carlo Cambi