2023-12-21
Finta beneficenza e micro aziende: lo star system social si sgonfia
Fedez e Chiara Ferragni (Ansa)
Lo scandalo che ha investito Chiara Ferragni può far scoppiare la bolla. Il giocattolo si è rotto: i divetti online creano poca ricchezza nel mondo reale e cercano di ripulirsi l’immagine promuovendo raccolte fondi.Forse è la volta buona. Forse, l’ultimo inciampo della premiata ditta Ferragnez farà scoppiare la bolla degli influencer. Imprenditori di sé stessi, che vendono sé stessi e guadagnano per sé stessi. Non ci sarebbe nulla di male, se poi, imprigionati negli ingranaggi del capitalismo woke, di cui hanno bisogno per restare in tendenza, non cercassero di sembrare buoni, equi, solidali, engagé. La verità è che, per loro, la carità fa parte del business model. Per capirlo non servivano pandori, uova di Pasqua e terapie intensive. Nel 2018, quando Fedez festeggiò il compleanno in un supermercato con lanci di ortaggi, i coniugi trovarono una facile scappatoia dalle polemiche sullo spreco di cibo: «Diciamo che lo diamo in beneficenza». Dunque, cos’è un influencer? Uno «pienamente ozioso e pienamente occupato», spiegò una volta a Maurizio Caverzan, sulla Verità, l’esperto di comunicazione Paolo Landi. Con meno poesia: uno capace di monetizzare la sua frivolezza. E cos’è Instagram, la piattaforma sulla quale spopola Chiara Ferragni? «Un ipermercato che vende merci ed emozioni insieme». Dopodiché, a un certo livello, la moda, il costume, gli aerei privati e i party in terrazza non bastano più. L’élite del Web, per tramutarsi nell’élite da Ambrogino d’oro, per passare dal potere di orientare gli acquisti al potere di orientare le decisioni, deve costruirsi un profilo politico. E alla fine, la domanda vera è un’altra: chi ci guadagna? L’influencer è il mestiere del futuro? O è una gigantesca illusione? Chiunque può seguire le orme della fondatrice di The blonde salad? O la maggioranza delle epigone è destinata a incassare 50 euro per sponsorizzare seminuda una crema?Siamo sinceri: nel momento in cui il virtuale si traduce nel reale, l’arma nucleare dei like somiglia di più a una pistola a piombini. L’analisi tecnica delle pagine della Ferragni, che discutiamo nella pagina accanto, svela già diverse magagne, inclusi i sospetti sui seguaci finti. Il punto è che i numeri dell’imprenditoria digitale non per forza coincidono con i fondamentali dell’imprenditoria solida. Fenice srl, una delle società di Chiara, conta undici dipendenti. Tbs crew srl, l’altra, ne ha 15. È a questo che si riducono i quasi 30 milioni di fan su Instagram, tra quelli autentici e i presunti bot. Anni fa era venuto fuori che, agli impiegati, la modella versava 3.400 euro al mese. D’accordo. Ma l’impero dell’immagine non ha partorito un colosso aziendale. I fatturati sono consistenti; la struttura è snella. Vale anche per le ditte del marito della Ferragni, Federico Lucia. La Doom entertainment ha 21 dipendenti per 10 milioni di fatturato; la Zdf, che l’anno scorso fatturava oltre 5 milioni, ne ha quattro; la Zedef, che fattura 40.000 euro, nessuno. La stessa ombra di «autismo» economico si allunga sulla fondazione battezzata dal rapper, alla quale il grosso delle donazioni arriva da Fedez in quanto persona fisica. Casualmente, è così che si matura il diritto a cospicue detrazioni fiscali.I Ferragnez, comunque, si trovano in ottima compagnia. Tommaso Zorzi, seguitissimo (2 milioni di follower su Instagram), nonché molto attivo se c’è da incoraggiare l’agenda Lgbt o sparlare di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, annovera la bellezza di zero dipendenti nella sua House of Tommy srl, che pure ha registrato, nel 2022, più di 364.000 euro di fatturato. Khaby Lame, il giovane di origini senegalesi che su TikTok supera i 160 milioni di fan, la scorsa estate avrebbe incassato 16,5 milioni di dollari per partnership con case di moda, compagnie assicurative e piattaforme di giochi online. Con lui collabora un agente. Basta. È una colpa? Macché. Dov’è scritto che una partita Iva sia tenuta a mettere su una mega azienda? Ma almeno, i miracolati della Rete non si spaccino per Madre Teresa. Evitino di predicare. Resistano al desiderio di riconvertirsi in figurine perbeniste e socialmente impegnate. Sbandierando la loro misericordia: «Associare il proprio brand a iniziative caritatevoli», ha notato infatti l’Antitrust, «può essere un ottimo affare». È che un imprenditore autentico, la sua funzione sociale, la svolge lavorando. E dando lavoro. Producendo, generando reddito e consumi, stimolando l’innovazione, attirando un indotto. Al netto della patina luccicante del jet set, o delle guide rosse nei gala, un influencer è molto meno. È un testimonial. Un mezzo che alle aziende conviene, perché a costi paragonabili a quelli delle solite agenzie raggiunge un target commerciale meglio definito. Ma è proprio quella evanescenza a vincolarlo ai rituali del capitalismo woke, al lavacro della carità pelosa, all’arruolamento in ogni crociata politicamente corretta. Un meccanismo infernale in cui più tempo si rimane sulla giostra, più aumenta il rischio di pestare cacchine. Non che l’imprenditore classico schifi la beneficenza. Però può gestirla alla maniera evangelica: senza che la destra sappia cosa fa la sinistra. Invece, se il prodotto è un simbolo, nemmeno il bene riesce a uscire dal circuito dell’automarketing. Il vecchio capitalismo era fondato sull’industria - ed era un motore di Pil. Il nuovo capitalismo dei «buoni» galleggia sull’aria fritta - ed è un moltiplicatore di profitti personali. Sorvolando sulle allucinazioni che alimenta: per una Ferragni, titolata a pretendere fino a 80.000 euro per ciascun post, c’è un esercito digitale di riserva che riesce a scucirne massimo una ventina. Persino nell’appetitosa galassia 4.0, quella dei locali fighetti meneghini e della casella dei direct message stracolma, esiste un proletariato. Come nell’antico mondo di Marx.
Nel riquadro il giudice Cecilia Angrisano, presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Sullo sfondo Nathan Trevallion e Catherine Birmingham con i loro figli
Nel riquadro Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Accordi Usa-Arabia Saudita su nucleare e terre rare. Data center e domanda elettrica, Germania già in difficoltà. Nucleare e shale oil, Usa pragmatici.