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2019-08-22
Finanza e imprese anti Cassandre. Stavolta le elezioni non fanno paura
Ansa
Goldman Sachs scommette sulle elezioni in autunno e, rispetto al passato, non intravede scenari di apocalisse economica per l'Italia. Anzi, aggiunge che nel nostro Paese non esistono sul breve pericoli di uscita dall'euro e che la stessa Lega di Matteo Salvini potrebbe in caso di vittoria nominare un ministro dell'Economia capace di trattare in Europa.
È il contenuto dell'ultimo report della banca d'affari statunitense, l'istituto di credito spesso al centro delle trame diplomatiche internazionali, accusato a più riprese - soprattutto nel 2011 quando cadde l'ex premier Silvio Berlusconi - di aver spinto per la nomina di Mario Monti a presidente del Consiglio. Un giudizio che questa volta è in linea con il mondo delle imprese (e con il tessuto produttivo del Nord che del Carroccio non ha certo paura), che da giorni chiede di evitare tentennamenti e di andare alle elezioni. Dopo i ripetuti appelli di Tonino Lamborghini (erede dello storico marchio di super car di lusso), Luigi Bravi (re della piadina romagnola), Gimmi Baldinini (eccellenza nelle calzature) e molti leader del mondo associativo, infatti, anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ieri non ha bocciato l'ipotesi di un ricorso alle urne.
Citare Goldman Sachs, comunque, significa parlare di una banca d'investimento tra le più importanti nel mondo, ma anche ricordare i nomi, oltre che di Monti, del presidente della Bce, Mario Draghi, o dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, da sempre vicini all'istituto amministrato da David Salomon. Il fatto che la nascita di un possibile governo di centrodestra, con un premier come Salvini, non spaventi gli investitori è una novità degli ultimi anni. Fa il paio con quanto già detto la scorsa settimana dal politologo americano Ian Bremmer, secondo cui un governo Salvini andrebbe più che bene agli Stati Uniti di Donald Trump e - come anche ribadito dal Financial Times - rassicurerebbe persino i mercati internazionali.
In sostanza le elezioni a ottobre non rappresentano un pericolo per il mondo produttivo, come invece sostenuto dal premier dimissionario Giuseppe Conte durante il suo intervento al Senato. Del resto le borse hanno reagito bene, senza particolari drammi. Insomma, non è più il tempo delle «cavallette» pronte a divorare l'Italia per Goldman Sachs. Si tratta di una posizione più che particolare, nuova, strana secondo alcuni, per di più in una delle fasi più complesse e incerte della politica italiana, con alle porte una manovra importante, stretta tra lo spettro dell'aumento dell'Iva e le clausole di salvaguardia.
Nelle sette pagine che sono circolate ieri, l'analista Silvia Ardagna spiega, numeri alla mano, perché tutte le ipotesi di governi sostenuti da questo parlamento siano impossibili. Secondo Goldman Sachs, infatti, se il tentativo di creare un nuovo governo non dovesse andare in porto, «il presidente scioglierebbe il Parlamento e le elezioni politiche si terranno entro 45-70 giorni». Poi aggiunge: «Il panorama politico è piuttosto fluido ed è difficile fare una previsione sul risultato più probabile in questa fase. Ciò detto, al momento della stesura di questo documento, riteniamo che le elezioni politiche nel quarto trimestre siano più probabili rispetto a un nuovo governo capace di ottenere un voto di fiducia nell'attuale Parlamento. L'aritmetica parlamentare ci porta a escludere altre tre opzioni sul tavolo. Cioè un nuovo governo Lega-M5s, uno Pd-M5s, oppure un governo in grado di approvare la legge di bilancio del 2020».
Non bastasse, nel report di Goldman Sachs si fa anche presente che nel caso in cui non si formi un nuovo esecutivo la manovra economica sarà ritardata, mentre l'Unione europea e le agenzie di rating aspetteranno il voto. Ma in ogni caso ci si aspetta che nonostante la campagna elettorale «Moody's e Standard & Poor confermeranno le valutazioni e le prospettive attuali, rispettivamente il 6 e 25 settembre». Certo, «si prevede che i prossimi tre mesi saranno volatili e difficili per l'economia italiana», ma è «in linea con le nostre precedenti aspettative». Aggiunge il rapporto di Goldman Sachs, che «la Lega farà una campagna su una piattaforma antieuropea incentrata sull'immigrazione e la politica fiscale e, quindi, i mercati finanziari rivaluterebbero il merito creditizio degli asset italiani in una direzione più ribassista rispetto ai prezzi attuali». E questo, «se la rivalutazione dei prezzi dovesse essere troppo alta potrebbe anche avere un impatto potenziale sui sondaggi di opinione e, infine, sul risultato elettorale. Anche se l'elettore medio sarebbe a favore delle riduzioni fiscali e di un certo controllo sui flussi migratori, la maggioranza degli elettori italiani rimane a favore dell'euro e ripone fiducia nelle istituzioni europee più che in molte istituzioni italiane». Per questo motivo, «questa considerazione potrebbe anche spingere Lega ad adottare una posizione meno controversa nei confronti dei partner europei, cercando di limitare una potenziale reazione negativa del mercato nominando un ministro delle finanze pro Ue che dia fiducia agli investitori a favore dell'Europa». Per dovere di cronaca va detto che Goldman Sachs è stata tra le poche a riconoscere che il governo Conte non avrebbe superato le elezioni europee. In un rapporto di fine ottobre si leggeva appunto di come «fosse improbabile che il governo» sarebbe sopravvissuto «fino alla metà del prossimo anno». Forse ha sbagliato di qualche mese, ma secondo la banca d'affari l'ipotesi è che venisse sostituito da un esecutivo di centrodestra o di centrosinistra, con una politica di bilancio meno aggressiva. Questo lo si saprà nei prossimi giorni.
La Borsa vola, lo spread si affloscia
La crisi di governo continua a non preoccupare gli investitori. Lo spread Btp/Bund ieri ha archiviato la seduta in contrazione a 200,5 punti base, con il rendimento del decennale all'1,33%: 3 punti in meno rispetto ai 203,5 punti di due giorni fa.
Dopo il discorso dell'ormai ex premier Giuseppe Conte in Senato del 20 agosto, sono fioccati molti commenti da parte degli analisti secondo cui questa impasse, da un punto di vista finanziario, sta passando inosservata. Come scrive Bloomberg, sui grafici che ritraggono l'andamento del Btp a 10 anni questa crisi a malapena si riesce a vedere.
Gli esperti di Commerzbank ritengono che nelle prossime sedute la situazione rimarrà «fluida, con le aspettative di un nuovo programma di riacquisto titoli (la Bce si incontrerà il 12 settembre per decidere come muoversi, ndr) che dovrebbero riportare su un trend di contrazione lo spread Btp/Bund».
Secondo un report di Citigroup, «i mercati potrebbero presto celebrare il minor rischio Italia, almeno nel breve termine». Gli analisti della banca d'affari ritengono che lo scenario peggiore per i mercati sarebbe quello di un esecutivo M5s-Pd basato su un nuovo contratto di governo.
Se sul fronte obbligazionario, dunque, regna serenità, lo stesso si può dire anche a Piazza Affari. La prospettiva della possibile nascita in tempi brevi di un nuovo governo, capace di varare la legge di bilancio e di evitare così il ritorno al voto in autunno ieri ha sostenuto gli scambi sul Ftse Mib: il principale listino italiano ha terminato la giornata in rialzo dell'1,77%, dopo essere arrivato a guadagnare oltre due punti.
Tra i titoli milanesi a maggiore capitalizzazione, Prysmian ha consolidato il rimbalzo dai minimi di periodo toccati venerdì guadagnando il 4,64%. Bene le banche: Finecobank ha messo a segno un +4,2%, Ubi Banca un +2,03% e Bper +1,73%.
In un Ftse Mib tutto in rialzo si è messo in evidenza il settore auto, mentre si torna a parlare della possibile fusione tra Fca (+3,33%) e Renault (+3,7% a Parigi).
Ben intonata anche tutta la filiera della famiglia Agnelli con la holding Exor balzata del 4,07%, CnhI +3,90% e Ferrari a +1,61%. In evidenza anche energetici (Eni +1,57%, Enel +1,32%), Telecom Italia (+2,04%) e ancora il titolo Juventus Fc con un +1,33%.
Sul resto del listino Mediaset ha archiviato la seduta in lieve perdita (-0,37%). Secondo indiscrezioni di stampa, Vivendi, che controlla il 29% di Mediaset, voterà contro l'operazione di fusione fra Mediaset e Mediaset Espana in occasione dell'assemblea del Biscione convocata per il prossimo 4 settembre.
Sull'Aim Italia, infine, Confinvest ha chiuso a 23,7% a 5,22 euro, che si confronta con quota 1,5 euro del debutto dello scorso primo agosto (+248% la performance).
Chiusura positiva anche per le principali borse europee. Parigi ieri ha guadagnato l'1,7% a 5.435 punti, Francoforte l'1,2% a 11.791 punti e Londra l'1,1% a 7.203 punti.
Sul mercato dei cambi, l'euro è rimasto a un passo da quota 1,11 dollari: la moneta unica è indicata a 1,1099 dollari (1,1096 ieri in chiusura) e 118,17 yen (117,97), mentre il rapporto dollaro-yen ha concluso gli scambi a 106,47 (106,25).
Anche il petrolio si è mostrato in rialzo dopo il calo superiore alle attese delle scorte Usa: il future di ottobre sul Wti è salito dello 0,93% a 56,65 dollari al barile, mentre l'analoga consegna sul Brent ha guadagnato l'1,57% a 60,96 dollari.
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Nel suo ultimo report Goldman Sachs scommette sul voto e non intravede scenari apocalittici per l'Italia. Un esecutivo leghista viene visto senza cataclismi, specie al Nord. E le sigle aziendali non tifano ribaltone.La fine dell'esperienza gialloblù non spaventa Piazza Affari, in rialzo dell'1,77%. Continua a scendere il differenziale Btp/Bund: 3 punti in meno in soli due giorni.Lo speciale contiene due articoli.Goldman Sachs scommette sulle elezioni in autunno e, rispetto al passato, non intravede scenari di apocalisse economica per l'Italia. Anzi, aggiunge che nel nostro Paese non esistono sul breve pericoli di uscita dall'euro e che la stessa Lega di Matteo Salvini potrebbe in caso di vittoria nominare un ministro dell'Economia capace di trattare in Europa. È il contenuto dell'ultimo report della banca d'affari statunitense, l'istituto di credito spesso al centro delle trame diplomatiche internazionali, accusato a più riprese - soprattutto nel 2011 quando cadde l'ex premier Silvio Berlusconi - di aver spinto per la nomina di Mario Monti a presidente del Consiglio. Un giudizio che questa volta è in linea con il mondo delle imprese (e con il tessuto produttivo del Nord che del Carroccio non ha certo paura), che da giorni chiede di evitare tentennamenti e di andare alle elezioni. Dopo i ripetuti appelli di Tonino Lamborghini (erede dello storico marchio di super car di lusso), Luigi Bravi (re della piadina romagnola), Gimmi Baldinini (eccellenza nelle calzature) e molti leader del mondo associativo, infatti, anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ieri non ha bocciato l'ipotesi di un ricorso alle urne. Citare Goldman Sachs, comunque, significa parlare di una banca d'investimento tra le più importanti nel mondo, ma anche ricordare i nomi, oltre che di Monti, del presidente della Bce, Mario Draghi, o dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, da sempre vicini all'istituto amministrato da David Salomon. Il fatto che la nascita di un possibile governo di centrodestra, con un premier come Salvini, non spaventi gli investitori è una novità degli ultimi anni. Fa il paio con quanto già detto la scorsa settimana dal politologo americano Ian Bremmer, secondo cui un governo Salvini andrebbe più che bene agli Stati Uniti di Donald Trump e - come anche ribadito dal Financial Times - rassicurerebbe persino i mercati internazionali. In sostanza le elezioni a ottobre non rappresentano un pericolo per il mondo produttivo, come invece sostenuto dal premier dimissionario Giuseppe Conte durante il suo intervento al Senato. Del resto le borse hanno reagito bene, senza particolari drammi. Insomma, non è più il tempo delle «cavallette» pronte a divorare l'Italia per Goldman Sachs. Si tratta di una posizione più che particolare, nuova, strana secondo alcuni, per di più in una delle fasi più complesse e incerte della politica italiana, con alle porte una manovra importante, stretta tra lo spettro dell'aumento dell'Iva e le clausole di salvaguardia. Nelle sette pagine che sono circolate ieri, l'analista Silvia Ardagna spiega, numeri alla mano, perché tutte le ipotesi di governi sostenuti da questo parlamento siano impossibili. Secondo Goldman Sachs, infatti, se il tentativo di creare un nuovo governo non dovesse andare in porto, «il presidente scioglierebbe il Parlamento e le elezioni politiche si terranno entro 45-70 giorni». Poi aggiunge: «Il panorama politico è piuttosto fluido ed è difficile fare una previsione sul risultato più probabile in questa fase. Ciò detto, al momento della stesura di questo documento, riteniamo che le elezioni politiche nel quarto trimestre siano più probabili rispetto a un nuovo governo capace di ottenere un voto di fiducia nell'attuale Parlamento. L'aritmetica parlamentare ci porta a escludere altre tre opzioni sul tavolo. Cioè un nuovo governo Lega-M5s, uno Pd-M5s, oppure un governo in grado di approvare la legge di bilancio del 2020». Non bastasse, nel report di Goldman Sachs si fa anche presente che nel caso in cui non si formi un nuovo esecutivo la manovra economica sarà ritardata, mentre l'Unione europea e le agenzie di rating aspetteranno il voto. Ma in ogni caso ci si aspetta che nonostante la campagna elettorale «Moody's e Standard & Poor confermeranno le valutazioni e le prospettive attuali, rispettivamente il 6 e 25 settembre». Certo, «si prevede che i prossimi tre mesi saranno volatili e difficili per l'economia italiana», ma è «in linea con le nostre precedenti aspettative». Aggiunge il rapporto di Goldman Sachs, che «la Lega farà una campagna su una piattaforma antieuropea incentrata sull'immigrazione e la politica fiscale e, quindi, i mercati finanziari rivaluterebbero il merito creditizio degli asset italiani in una direzione più ribassista rispetto ai prezzi attuali». E questo, «se la rivalutazione dei prezzi dovesse essere troppo alta potrebbe anche avere un impatto potenziale sui sondaggi di opinione e, infine, sul risultato elettorale. Anche se l'elettore medio sarebbe a favore delle riduzioni fiscali e di un certo controllo sui flussi migratori, la maggioranza degli elettori italiani rimane a favore dell'euro e ripone fiducia nelle istituzioni europee più che in molte istituzioni italiane». Per questo motivo, «questa considerazione potrebbe anche spingere Lega ad adottare una posizione meno controversa nei confronti dei partner europei, cercando di limitare una potenziale reazione negativa del mercato nominando un ministro delle finanze pro Ue che dia fiducia agli investitori a favore dell'Europa». Per dovere di cronaca va detto che Goldman Sachs è stata tra le poche a riconoscere che il governo Conte non avrebbe superato le elezioni europee. In un rapporto di fine ottobre si leggeva appunto di come «fosse improbabile che il governo» sarebbe sopravvissuto «fino alla metà del prossimo anno». Forse ha sbagliato di qualche mese, ma secondo la banca d'affari l'ipotesi è che venisse sostituito da un esecutivo di centrodestra o di centrosinistra, con una politica di bilancio meno aggressiva. Questo lo si saprà nei prossimi giorni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finanza-e-imprese-anti-cassandre-stavolta-le-elezioni-non-fanno-paura-2639944092.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-borsa-vola-lo-spread-si-affloscia" data-post-id="2639944092" data-published-at="1781299266" data-use-pagination="False"> La Borsa vola, lo spread si affloscia La crisi di governo continua a non preoccupare gli investitori. Lo spread Btp/Bund ieri ha archiviato la seduta in contrazione a 200,5 punti base, con il rendimento del decennale all'1,33%: 3 punti in meno rispetto ai 203,5 punti di due giorni fa. Dopo il discorso dell'ormai ex premier Giuseppe Conte in Senato del 20 agosto, sono fioccati molti commenti da parte degli analisti secondo cui questa impasse, da un punto di vista finanziario, sta passando inosservata. Come scrive Bloomberg, sui grafici che ritraggono l'andamento del Btp a 10 anni questa crisi a malapena si riesce a vedere. Gli esperti di Commerzbank ritengono che nelle prossime sedute la situazione rimarrà «fluida, con le aspettative di un nuovo programma di riacquisto titoli (la Bce si incontrerà il 12 settembre per decidere come muoversi, ndr) che dovrebbero riportare su un trend di contrazione lo spread Btp/Bund». Secondo un report di Citigroup, «i mercati potrebbero presto celebrare il minor rischio Italia, almeno nel breve termine». Gli analisti della banca d'affari ritengono che lo scenario peggiore per i mercati sarebbe quello di un esecutivo M5s-Pd basato su un nuovo contratto di governo. Se sul fronte obbligazionario, dunque, regna serenità, lo stesso si può dire anche a Piazza Affari. La prospettiva della possibile nascita in tempi brevi di un nuovo governo, capace di varare la legge di bilancio e di evitare così il ritorno al voto in autunno ieri ha sostenuto gli scambi sul Ftse Mib: il principale listino italiano ha terminato la giornata in rialzo dell'1,77%, dopo essere arrivato a guadagnare oltre due punti. Tra i titoli milanesi a maggiore capitalizzazione, Prysmian ha consolidato il rimbalzo dai minimi di periodo toccati venerdì guadagnando il 4,64%. Bene le banche: Finecobank ha messo a segno un +4,2%, Ubi Banca un +2,03% e Bper +1,73%. In un Ftse Mib tutto in rialzo si è messo in evidenza il settore auto, mentre si torna a parlare della possibile fusione tra Fca (+3,33%) e Renault (+3,7% a Parigi). Ben intonata anche tutta la filiera della famiglia Agnelli con la holding Exor balzata del 4,07%, CnhI +3,90% e Ferrari a +1,61%. In evidenza anche energetici (Eni +1,57%, Enel +1,32%), Telecom Italia (+2,04%) e ancora il titolo Juventus Fc con un +1,33%. Sul resto del listino Mediaset ha archiviato la seduta in lieve perdita (-0,37%). Secondo indiscrezioni di stampa, Vivendi, che controlla il 29% di Mediaset, voterà contro l'operazione di fusione fra Mediaset e Mediaset Espana in occasione dell'assemblea del Biscione convocata per il prossimo 4 settembre. Sull'Aim Italia, infine, Confinvest ha chiuso a 23,7% a 5,22 euro, che si confronta con quota 1,5 euro del debutto dello scorso primo agosto (+248% la performance). Chiusura positiva anche per le principali borse europee. Parigi ieri ha guadagnato l'1,7% a 5.435 punti, Francoforte l'1,2% a 11.791 punti e Londra l'1,1% a 7.203 punti. Sul mercato dei cambi, l'euro è rimasto a un passo da quota 1,11 dollari: la moneta unica è indicata a 1,1099 dollari (1,1096 ieri in chiusura) e 118,17 yen (117,97), mentre il rapporto dollaro-yen ha concluso gli scambi a 106,47 (106,25). Anche il petrolio si è mostrato in rialzo dopo il calo superiore alle attese delle scorte Usa: il future di ottobre sul Wti è salito dello 0,93% a 56,65 dollari al barile, mentre l'analoga consegna sul Brent ha guadagnato l'1,57% a 60,96 dollari.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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