Pure Mr. Ferrari scende dalla Ferrari di Jaki

Ci sono notizie che ruggiscono più di un motore a dodici cilindri lanciato a pieno regime e altre che, purtroppo, somigliano ad un pit stop infinito. Tra queste ultime, una brilla più di altre: Piero Ferrari, figlio del mitico Enzo, ha deciso di scendere dalla Ferrari guidata da Jaki Elkann. Niente paura, non ha venduto la gran turismo di famiglia, ma ora può cedere metà del suo 10% senza dover bussare alla porta del primo azionista Exor. Un po’ come avere il permesso di sorseggiare il vino in cantina senza dover chiedere il permesso al vignaiolo.
Il nuovo patto di sindacato, depositato alla Sec (l’autorità Usa che vigilia sulla Borsa) e anticipato dal Sole 24 Ore, mette sul tavolo regole nuove che preludono al divorzio: Piero può uscire «a sua discrezione» con un preavviso di 30 giorni lavorativi, mentre la Exor potrà farlo solo se Piero e il suo Trust scendono sotto la soglia del 5%. Insomma, Elkann guida, ma Piero ha ancora il freno a mano tirato quando vuole. Il patto dura tre anni e blinda il 32% del capitale, per evitare altri guai sulla pista di Maranello. Ma se sul piano azionario ci sono curve e corsie contromano, in Borsa il motore sembra essersi spento del tutto. La Ferrari, che fino a poco tempo fa era una vera e propria star di Piazza Affari, ha visto il suo titolo precipitare del 30% circa nell’ultimo anno (-2,06% ieri). La discesa libera è cominciata il 26 febbraio 2025, quando la Exor ha venduto il 4% della Ferrari a 450 euro per azione, incassando la bellezza di tre miliardi. Dovevano servire per nuovi investimenti ma si è visto poco. Solo bei dividendi per la dinastia. Da lì in poi, il titolo ha cominciato la caduta che si è accentuata in autunno dopo la presentazione di un deludente piano industriale. Oggi il prezzo è di 347 euro, e secondo molti analisti potrebbe anche scendere verso i 300. Difficile investire in un’azienda in cui uno dei grandi azionisti è pronto a uscire. Senza contare che Piero vendendo le sue azioni farà piovere sul mercato milioni di titoli deprimendo ulteriormente le quotazioni. Insomma, chi sperava in una accelerazione da cardiopalma, farà meglio a non trattenere il fiato.
Le cose vanno anche peggio sotto il profilo sportivo. La Formula 1 con la gestione Elkann si è aggiudicato diverse gare, ma nessun campionato. Dal punto di vista finanziario le competizioni ormai hanno un peso marginale sul bilancio aziendale. La mancanza di vittorie però sta appannando il mito. L’anno scorso non c’è stata nessuna bandiera a scacchi rilevante nonostante l’ingaggio di un campione stellare come Lewis Hamilton. Insomma Elkann con la Ferrari ha ripetuto l’errore fatto alla Juve ingaggiando Ronaldo. Ingaggi colossali senza ottenere i risultati previsti. La Rossa più che correre, pare si sia fermata al box a controllare le gomme. Come se non bastasse, dalla pista alla strada americana la musica non cambia. Stellantis, ha annunciato il ritiro dei marchi Fiat e Alfa Romeo dagli Stati Uniti. Al Salone di Detroit l’amministratore delegato Antonio Filosa ha parlato chiaro: il 2026 sarà il momento di passare dai piani strategici ai fatti concreti. Traduzione: basta chiacchiere, ora si vendono macchine che i clienti vogliono davvero, cioè Jeep e Ram. Fiat e Alfa? Troppo italiane per il mercato americano, e i numeri non mentono. Fiat ha venduto solo 425 auto in tutto il 2025 attraverso 357 concessionari. La 500 elettrica? Non ha cambiato il trend, forse perché gli americani preferiscono il pick-up al cinquecentino.
Alfa Romeo non se la passa meglio: fino a ottobre 2025 ha immatricolato 4.971 vetture, in calo del 33% rispetto all’anno precedente, con una media inferiore a 7 auto al mese per concessionaria. La Giulia e lo Stelvio risentono dell’età, mentre la nuova Tonale non ha scaldato la clientela. Filosa commenta: «Non hanno mai conquistato il cuore degli americani». L’ambizione italiana si è scontrata con la dura realtà dei pick-up.
Insomma, mentre Piero Ferrari può mettere la marcia indietro senza chiedere permessi, Exor cerca di tenere il piede sull’acceleratore. Il titolo Ferrari vacilla tra Borsa e circuito, la Formula 1 fa lo slalom tra un pit stop e l’altro, e Stellantis sta smontando i vecchi marchi italiani sul mercato americano come fossero carrozzerie da rottamare. In pratica, Maranello resiste, ma il rombo della Rossa non suona più come l’inno dei motori. Tra Piero che scende dal podio azionario, Elkann che cerca di tenere tutti in pista e la Borsa che sembra avere il freno a mano tirato, la Ferrari del 2026 è una monoposto che gira tra emozioni, numeri e speranze.
E allora, cari tifosi e investitori, allacciate le cinture: la Rossa continua a correre, ma tra curve in Borsa, gomme sgonfie in F1 e flop americani di Fiat e Alfa, lo spettacolo si veste di ironia amara.






