
Ci sono grafite naturale, litio, cobalto, manganese, e silicio ultrapuro, insomma tutte le materie prime che servono per produrre le auto elettriche. Ma trovano spazio anche le terre rare come scandio, ittrio, cerio e i loro composti. Poi i farmaci. E qui l’elenco è lunghissimo. Vaccini, medicine cardiovascolari, cure per tosse e raffreddore e decine di principi attivi. Pure libri per bambini, giornali e enciclopedie sono ricompresi.
L’elenco delle eccezioni ai dazi di Trump è lunghissimo, le circa 37 pagine dell’allegato due dell’ordine esecutivo della Casa Bianca. E stravagante, come da copione. Ma dietro alla stravaganza, si intravedono due linee direttrici. La prima è quella della convenienza per gli Stati Uniti d’America. Trump ha deciso di depennare dalla liste delle tariffe alcuni prodotti perché è consapevole, per esempio, che gli americani difficilmente gli avrebbero perdonato una mancanza, fosse stata anche solo temporanea, di medicinali per curarsi. Insomma per evitare che il dazio gli si ritorcesse contro.
Ma anche perché sa bene che le trattative non si sono concluse qui. Anzi. La prima mossa è stata forse più dura di quanto anche gli altri Paesi si potessero aspettare. Ma la presenza di una lista così corposa di esenzioni lascia intendere che da qui a breve ci saranno altri round. Si apre insomma una strada, uno spiraglio. Che i Paesi più saggi non esiteranno a sfruttare.
Insomma, il bello viene adesso. Esemplificativo da questo punto di vista un post su X di Eric Trump, il terzo dei figli avuti dal presidente americano con Ivana. «Non vorrei essere l’ultimo Paese che prova a negoziare un accordo commerciale con il presidente. Il primo a negoziare vincerà, l’ultimo perderà sicuramente. Ho visto questo film per tutta la vita...». Ora al di là della volontà di spettacolarizzare tutto, che è un tratto distintivo della famiglia, e dell’alert insito nel messaggio, sarebbe sbagliato non vedere la vera essenza di quello che un tempo avremmo definito cinguettio. La volontà di trattare. Esplicitata ancor più chiaramente dalla telefonata che The Donald ha avuto con Tô Lâm, il segretario generale del Partito Comunista del Vietnam e Presidente del Paese. «Ho avuto una telefonata costruttiva con il segretario generale del partito comunista vietnamita», ha sottolineato l’inquilino della Casa Bianca sul suo social Truth», mi ha detto che il Vietnam vuole ridurre i suoi dazi a zero se ci sarà un accordo con gli Stati Uniti. L’ho ringraziato da parte del nostro Paese e gli ho detto che ci vedremo in un futuro non lontano». Perché riportare il contenuto di una telefonata riservata se non si vuol dare un messaggio agli altri Paesi?
Anche per questo Giorgia Meloni, che tra i leader europei è quella che conosce meglio e probabilmente interpreta più in profondità le mosse di Trump, non fa che parlare della necessità di non drammatizzare, di tenere la barra ben salda e di negoziare. Del resto la pensano come lei decine di imprenditori italiani bene consapevoli che la linea del muro contro muro se dall’altra parte hai un muro più solido di quanto non sia il tuo è perdente.
Non la pensano così Parigi e anche Berlino. Ma è sopratutto da Macron che arriva l’invito all’escalation. Mentre una parte importante della stampa mainstream è convinta che la strada migliore sia quella di aprirsi alla Cina. Di strizzare l’occhio al primo fondo cinese di Stato pronto a sbarcare in Europa per fare affari. Visto che Trump ha dichiarato guerra a Pechino e a Bruxelles è giusto che Cina ed Europa si alleino per fargliela vedere. Brutalizziamo, ma il senso è esattamente questo. Anzi. C’è chi, come il Corriere della Sera arriva a considerare la visita del vicepresidente americano JD Vance a Roma come una trappola che ha un fine ben preciso: indebolire il fronte europeo.
Ecco, considerare gli Stati Uniti come il nemico numero uno da contrastare è proprio l’errore da non fare.
E da questo punto di vista non si possono non evidenziare le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte. Rutte prima ha voluto rassicurare sul fatto che Donald Trump non ha intaccato l’impegno alla sicurezza collettiva dei Paesi membri della Nato. «Non ha indebolito l’articolo 5», ha assicurato. Parliamo dell’articolo in base al quale un attacco armato contro uno degli alleati è considerato un attacco contro tutti e impegna le parti a intervenire. E poi ha parlato di dazi. Prima precisando che il focus in questo momento è «sulla difesa del territorio Nato, ed è per questo che non commento altre cose che non siano direttamente correlate alla difesa della Nato». Ma poi rivelando: «Abbiamo visto in passato molti esempi di differenze di opinioni, di lotte sui dazi. Ciò è già accaduto prima, senza che ciò violasse l’articolo 2». È l’articolo in base al quale gli alleati devono «contribuire allo sviluppo di relazioni internazionali pacifiche e amichevoli, rafforzando le loro libere istituzioni».





