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2024-02-07
Nuovo studio choc sull’eutanasia. Serve a eliminare gli anziani soli
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Il prossimo passo sul fine vita? Allargare ancora un po’ le maglie. Stiracchiando la decisione della Consulta sulla vicenda di dj Fabo. La questione l’ha sollevata, meno di un mese fa, il tribunale di Firenze. Essa verte sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio, nel caso in cui quelli che lo richiedono siano «tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale». Una condizione che, secondo la Procura toscana, «discrimina irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche» e «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza rifletta un bisogno di protezione più accentuato». A pronunciarsi sarà, di nuovo, la Corte costituzionale. E il suo presidente emerito, Giuliano Amato, ha già suggerito come potrebbe andare a finire: «La formula “tenuto in vita da sostegni vitali”», ha spiegato a Repubblica il 31 gennaio, «non include solo pazienti dipendenti da macchinari - questo era il caso del dj Fabo - ma anche i malati che dipendono da terapie e farmaci». Un attimo: tra chi vive grazie all’uso dei farmaci non rientrano anche persone cardiopatiche, ipertese o diabetiche? Pure loro sono sopprimibili?
La tendenza è chiara: sempre meno paletti, nel nome dell’«autodeterminazione». È una strada scivolosa. E c’è il rischio che la battaglia per la libertà si trasformi in una tattica per evitare di investire nell’assistenza dei fragili. Lo affermano persino due studiosi difficilmente tacciabili di bigottismo, in un saggio uscito da poco su Population and development review. Si tratta di Asher Colombo, sociologo dell’Università di Bologna, e Gianpiero Dalla Zuanna, statistico dell’ateneo di Padova e già senatore, prima per il partito di Mario Monti, poi per il Pd.
Gli autori smontano le mistificazioni di chi va ripetendo che i cittadini sono favorevoli a un’ampia legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito. In realtà, «l’opinione pubblica sembra sostanzialmente d’accordo con una legislazione che […] caratterizza il suicidio medicalmente assistito come un modo di porre fine a una sofferenza intollerabile, piuttosto che per esercitare un diritto incondizionato a suicidarsi con l’assistenza di un dottore». Falso è anche che la depenalizzazione non favorisca la diffusione di quelle pratiche. All’opposto, «la crescita nel tempo è continua, ma dopo essere stata lineare negli anni successivi alla legalizzazione, aumenta progressivamente in quelli successivi».
L’aspetto più importante, però, riguarda l’effetto della liberalizzazione. Essa, da un lato, «rischia di diventare una scorciatoia», una scappatoia dalla necessità di organizzare «cure palliative appropriate»; dall’altro, unita all’«aumento di età degli anziani», la quale ovviamente «si accompagna anche a una rapida crescita nel numero di persone con deficit cognitivi», è in grado di «avere un impatto significativo sulla durata della sopravvivenza media».
Mettiamo che passi la filosofia secondo la quale eutanasia o suicidio assistito sono un modo per abbandonare vite «indegne di essere vissute» (così le chiamavano i nazisti di Aktion T4, il programma per eliminare i disabili mentali e chi era affetto da malattie genetiche inguaribili). Il combinato disposto tra la convinzione che, a un certo punto, ci si possa - o ci si debba - togliere di mezzo e la senilità galoppante, che tende a peggiorare la qualità dell’esistenza, minaccia di trasformare la vecchiaia in un evento raro. Lungi dall’accettare vite più lunghe, quelli che maturano disturbi neurodegenerativi, o magari, come dice Amato, «dipendono da terapie e farmaci», giungerebbero a considerare normale congedarsi da questo mondo prima di essere diventati un «peso». Sarebbe il trionfo della «cultura dello scarto», spesso denunciata da papa Francesco.
Il fenomeno è ancora circoscritto, ma in Olanda, «la proporzione dei deceduti con demenza senile come principale causa di morte che hanno fatto ricorso al suicidio assistito è salita dallo 0,9% nel periodo 2012-2015 all’1,4% nel periodo 2016-2019». Nei Paesi Bassi, nell’ultima decade, «più del 3% di tutte le morti non violente può essere attribuito a qualche forma di suicidio assistito». Dove prevale il principio che quelle pratiche servano ad affermare «il diritto dell’individuo di morire», piuttosto che afferire alla «fase terminale della malattia» o alla «sofferenza continua e insopportabile», la loro frequenza aumenta. E fa impressione che, nel 2021, «il 36%» dei 10.000 canadesi che hanno scelto l’eutanasia abbia citato «“il peso per la famiglia, gli amici o i caregiver” come parte della loro decisione e il 17% “l’isolamento o la solitudine”».
Certo, l’offerta di cure palliative, registrano Colombo e Della Zuanna, non per forza scoraggia la scelta della «dolce morte». Ma «l’interazione precoce tra medico e paziente, la rinuncia all’accanimento terapeutico e specialmente l’uso della terapia del dolore e, se necessario, della sedazione profonda, possono rallentare la diffusione del suicidio assistito». Di sicuro, snobbare le alternative, mascherando quel disinteresse da trionfo della libertà, è disonesto e pericoloso. Tocca restare vigili. In attesa della Consulta.
Neuropsichiatra in prestito e farmaci a volontà al Centro per i «bimbi trans»
Dopo una settimana di attesa, ieri è arrivata la risposta dell’assessore alla Salute della Regione Toscana, il dem Simone Bezzini, all’interrogazione del consigliere regionale di Fdi, Diego Petrucci, in merito al Centro per la disforia di genere dell’ospedale Careggi di Firenze. A fine gennaio, infatti, in seguito all’ispezione del ministero della Salute, erano emerse criticità circa l’uso dei bloccanti della pubertà, somministrati in certi casi in assenza di un adeguato percorso di psicoterapia. Le risposte fornite dall’assessore, però, non dipanano i dubbi sul Centro ma, anzi, fanno nascere nuovi interrogativi sul trattamento di bambini e adolescenti rivoltisi alla struttura. Parliamo, nello specifico, di 159 casi nel 2023, 137 nel 2022 e 103 nel 2021, di età compresa tra gli 8 e i 17 anni. Tra questi, nel triennio, in totale sono stati presi in carico dal Careggi 140 minorenni (con un’età media di 14,8 anni) 44 dei quali hanno iniziato la terapia con la triptorelina, ovvero il farmaco che inibisce temporaneamente l’ormone che regola le funzioni testicolare e ovarica, bloccando dunque la pubertà in una sorta di «vigile attesa» che dovrebbe permettere al paziente di «guadagnare tempo» nei casi in cui l’adolescente non si riconosca nel sesso di nascita ed evitare, in caso di futura transizione in età adulta, interventi chirurgici. I pazienti a cui è stato somministrato il bloccante della pubertà al Careggi hanno in media 14,5 anni. Un’età che supera quella indicata nel riassunto delle caratteristiche (Rcp) del farmaco in questione, tradizionalmente impiegato nella popolazione pediatrica contro la pubertà precoce e, in questa fattispecie, da sospendere a 12 anni per le femmine e a 13 anni per i maschi. Tra gli effetti collaterali della triptorelina ci sono la riduzione della densità minerale ossea, l’osteoporosi e a un aumentato rischio di fratture. Si possono verificare inoltre vampate di calore, impotenza, diminuzione della libido, nausea, disordini del sonno, riduzione della massa muscolare, dolore delle articolazioni, aumento di peso e alterazione dell’umore. Tuttavia, per il trattamento della disforia di genere nel 2019 l’Aifa ha inserito la triptorelina nell’elenco dei medicinali gratuiti, sebbene manchino studi scientifici sulla sicurezza a lungo termine, suggerendone l’utilizzo «fino a circa 16 anni d’età, in corrispondenza dell’inizio della terapia ormonale cross-gender». Un impiego off label (che divide la comunità scientifica, specialmente nel Nord Europa, dove sono già iniziate le retromarce) previsto dall’Agenzia italiana del farmaco solo dopo «attenta valutazione multiprofessionale, con il contributo di una équipe multidisciplinare e specialistica, composta da neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza, psicologi dell’età evolutiva, bioeticisti ed endocrinologici». E proprio sull’assenza di un’adeguata psicoterapia prima delle iniezioni si sono concentrati gli ispettori ministeriali ed è stata riportata l’attenzione della giunta comunale. Per l’assessore Bezzini, il centro di Careggi «lavora in rete con tutti i neuropsichiatri infantili che hanno in carico le persone», ma «per questo percorso (la terapia con la triptorelina, ndr) il neuropsichiatra infantile di riferimento è il dottor Marco Armellini». Il dirigente medico, tuttavia, dal primo febbraio 2022 risulta essere il direttore del dipartimento salute mentale dell’Ausl Toscana Centro (che ingloba le Firenze, Empoli, Prato e Pistoia). L’ospedale Careggi è invece un’azienda ospedaliera universitaria, del tutto estranea dunque all’Ausl Toscana centro.Al centro per la disforia di genere sembrerebbe dunque non esserci un neuropsichiatra infantile, tanto da rendere necessario l’intervento di uno specialista esterno. Eppure, nella risposta all’interrogazione, l’assessore Bezzini dichiara che «i genitori e i minori sono seguiti dal punto di vista psicologico durante tutto il percorso». «Sappiamo che al Meyer queste figure sono presenti. Perché, allora, non è stato aperto il Centro nella Aou del Meyer? Lo chiederemo alla Regione Toscana in una nuova interrogazione», annuncia intanto il consigliere Petrucci. Il quadro che emerge sembrerebbe quindi confermare quanto rilevato dalle ispezioni ministeriali, che suggeriscono un uso quanto meno disinvolto dei bloccanti della pubertà. Terapia difesa a spada tratta anche da diverse società scientifiche in quanto «reversibile» e presentata come un «salva vita» in grado di sventare suicidi tra giovanissimi. I quali, però, rischiano di diventare cavie: la pubertà è un processo fondamentale per acquisire la propria identità sessuale. Bloccandolo, come si può raggiungere un’identità compiuta? È lecito, inoltre, incoraggiare bambini e adolescenti a un percorso ormai infiltrato dall’ideologia e, dietro al quale, si cela anche un forte profitto per le case farmaceutiche? Quesiti che, oggi, sono ancora tacciati di «complottismo». La solita scorciatoia utile ai pasdaran, di ogni colore.
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Gli autori del saggio (tra cui un ex senatore pd): «Liberalizzare il suicidio assistito spinge i vecchi con deficit cognitivi a ricorrervi. Ci sarà un impatto a livello della popolazione». In Olanda, muore già così il 3% dei fragili. Al Careggi di Firenze dati i bloccanti della pubertà a 44 minori su 140. Inoltre, l’esperto di salute mentale richiesto per le terapie risulta lavorare in un’altra azienda sanitaria.Lo speciale contiene due articoli.Il prossimo passo sul fine vita? Allargare ancora un po’ le maglie. Stiracchiando la decisione della Consulta sulla vicenda di dj Fabo. La questione l’ha sollevata, meno di un mese fa, il tribunale di Firenze. Essa verte sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio, nel caso in cui quelli che lo richiedono siano «tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale». Una condizione che, secondo la Procura toscana, «discrimina irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche» e «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza rifletta un bisogno di protezione più accentuato». A pronunciarsi sarà, di nuovo, la Corte costituzionale. E il suo presidente emerito, Giuliano Amato, ha già suggerito come potrebbe andare a finire: «La formula “tenuto in vita da sostegni vitali”», ha spiegato a Repubblica il 31 gennaio, «non include solo pazienti dipendenti da macchinari - questo era il caso del dj Fabo - ma anche i malati che dipendono da terapie e farmaci». Un attimo: tra chi vive grazie all’uso dei farmaci non rientrano anche persone cardiopatiche, ipertese o diabetiche? Pure loro sono sopprimibili? La tendenza è chiara: sempre meno paletti, nel nome dell’«autodeterminazione». È una strada scivolosa. E c’è il rischio che la battaglia per la libertà si trasformi in una tattica per evitare di investire nell’assistenza dei fragili. Lo affermano persino due studiosi difficilmente tacciabili di bigottismo, in un saggio uscito da poco su Population and development review. Si tratta di Asher Colombo, sociologo dell’Università di Bologna, e Gianpiero Dalla Zuanna, statistico dell’ateneo di Padova e già senatore, prima per il partito di Mario Monti, poi per il Pd.Gli autori smontano le mistificazioni di chi va ripetendo che i cittadini sono favorevoli a un’ampia legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito. In realtà, «l’opinione pubblica sembra sostanzialmente d’accordo con una legislazione che […] caratterizza il suicidio medicalmente assistito come un modo di porre fine a una sofferenza intollerabile, piuttosto che per esercitare un diritto incondizionato a suicidarsi con l’assistenza di un dottore». Falso è anche che la depenalizzazione non favorisca la diffusione di quelle pratiche. All’opposto, «la crescita nel tempo è continua, ma dopo essere stata lineare negli anni successivi alla legalizzazione, aumenta progressivamente in quelli successivi». L’aspetto più importante, però, riguarda l’effetto della liberalizzazione. Essa, da un lato, «rischia di diventare una scorciatoia», una scappatoia dalla necessità di organizzare «cure palliative appropriate»; dall’altro, unita all’«aumento di età degli anziani», la quale ovviamente «si accompagna anche a una rapida crescita nel numero di persone con deficit cognitivi», è in grado di «avere un impatto significativo sulla durata della sopravvivenza media».Mettiamo che passi la filosofia secondo la quale eutanasia o suicidio assistito sono un modo per abbandonare vite «indegne di essere vissute» (così le chiamavano i nazisti di Aktion T4, il programma per eliminare i disabili mentali e chi era affetto da malattie genetiche inguaribili). Il combinato disposto tra la convinzione che, a un certo punto, ci si possa - o ci si debba - togliere di mezzo e la senilità galoppante, che tende a peggiorare la qualità dell’esistenza, minaccia di trasformare la vecchiaia in un evento raro. Lungi dall’accettare vite più lunghe, quelli che maturano disturbi neurodegenerativi, o magari, come dice Amato, «dipendono da terapie e farmaci», giungerebbero a considerare normale congedarsi da questo mondo prima di essere diventati un «peso». Sarebbe il trionfo della «cultura dello scarto», spesso denunciata da papa Francesco.Il fenomeno è ancora circoscritto, ma in Olanda, «la proporzione dei deceduti con demenza senile come principale causa di morte che hanno fatto ricorso al suicidio assistito è salita dallo 0,9% nel periodo 2012-2015 all’1,4% nel periodo 2016-2019». Nei Paesi Bassi, nell’ultima decade, «più del 3% di tutte le morti non violente può essere attribuito a qualche forma di suicidio assistito». Dove prevale il principio che quelle pratiche servano ad affermare «il diritto dell’individuo di morire», piuttosto che afferire alla «fase terminale della malattia» o alla «sofferenza continua e insopportabile», la loro frequenza aumenta. E fa impressione che, nel 2021, «il 36%» dei 10.000 canadesi che hanno scelto l’eutanasia abbia citato «“il peso per la famiglia, gli amici o i caregiver” come parte della loro decisione e il 17% “l’isolamento o la solitudine”». Certo, l’offerta di cure palliative, registrano Colombo e Della Zuanna, non per forza scoraggia la scelta della «dolce morte». Ma «l’interazione precoce tra medico e paziente, la rinuncia all’accanimento terapeutico e specialmente l’uso della terapia del dolore e, se necessario, della sedazione profonda, possono rallentare la diffusione del suicidio assistito». Di sicuro, snobbare le alternative, mascherando quel disinteresse da trionfo della libertà, è disonesto e pericoloso. Tocca restare vigili. 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A fine gennaio, infatti, in seguito all’ispezione del ministero della Salute, erano emerse criticità circa l’uso dei bloccanti della pubertà, somministrati in certi casi in assenza di un adeguato percorso di psicoterapia. Le risposte fornite dall’assessore, però, non dipanano i dubbi sul Centro ma, anzi, fanno nascere nuovi interrogativi sul trattamento di bambini e adolescenti rivoltisi alla struttura. Parliamo, nello specifico, di 159 casi nel 2023, 137 nel 2022 e 103 nel 2021, di età compresa tra gli 8 e i 17 anni. Tra questi, nel triennio, in totale sono stati presi in carico dal Careggi 140 minorenni (con un’età media di 14,8 anni) 44 dei quali hanno iniziato la terapia con la triptorelina, ovvero il farmaco che inibisce temporaneamente l’ormone che regola le funzioni testicolare e ovarica, bloccando dunque la pubertà in una sorta di «vigile attesa» che dovrebbe permettere al paziente di «guadagnare tempo» nei casi in cui l’adolescente non si riconosca nel sesso di nascita ed evitare, in caso di futura transizione in età adulta, interventi chirurgici. I pazienti a cui è stato somministrato il bloccante della pubertà al Careggi hanno in media 14,5 anni. Un’età che supera quella indicata nel riassunto delle caratteristiche (Rcp) del farmaco in questione, tradizionalmente impiegato nella popolazione pediatrica contro la pubertà precoce e, in questa fattispecie, da sospendere a 12 anni per le femmine e a 13 anni per i maschi. Tra gli effetti collaterali della triptorelina ci sono la riduzione della densità minerale ossea, l’osteoporosi e a un aumentato rischio di fratture. Si possono verificare inoltre vampate di calore, impotenza, diminuzione della libido, nausea, disordini del sonno, riduzione della massa muscolare, dolore delle articolazioni, aumento di peso e alterazione dell’umore. Tuttavia, per il trattamento della disforia di genere nel 2019 l’Aifa ha inserito la triptorelina nell’elenco dei medicinali gratuiti, sebbene manchino studi scientifici sulla sicurezza a lungo termine, suggerendone l’utilizzo «fino a circa 16 anni d’età, in corrispondenza dell’inizio della terapia ormonale cross-gender». Un impiego off label (che divide la comunità scientifica, specialmente nel Nord Europa, dove sono già iniziate le retromarce) previsto dall’Agenzia italiana del farmaco solo dopo «attenta valutazione multiprofessionale, con il contributo di una équipe multidisciplinare e specialistica, composta da neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza, psicologi dell’età evolutiva, bioeticisti ed endocrinologici». E proprio sull’assenza di un’adeguata psicoterapia prima delle iniezioni si sono concentrati gli ispettori ministeriali ed è stata riportata l’attenzione della giunta comunale. Per l’assessore Bezzini, il centro di Careggi «lavora in rete con tutti i neuropsichiatri infantili che hanno in carico le persone», ma «per questo percorso (la terapia con la triptorelina, ndr) il neuropsichiatra infantile di riferimento è il dottor Marco Armellini». Il dirigente medico, tuttavia, dal primo febbraio 2022 risulta essere il direttore del dipartimento salute mentale dell’Ausl Toscana Centro (che ingloba le Firenze, Empoli, Prato e Pistoia). L’ospedale Careggi è invece un’azienda ospedaliera universitaria, del tutto estranea dunque all’Ausl Toscana centro.Al centro per la disforia di genere sembrerebbe dunque non esserci un neuropsichiatra infantile, tanto da rendere necessario l’intervento di uno specialista esterno. Eppure, nella risposta all’interrogazione, l’assessore Bezzini dichiara che «i genitori e i minori sono seguiti dal punto di vista psicologico durante tutto il percorso». «Sappiamo che al Meyer queste figure sono presenti. Perché, allora, non è stato aperto il Centro nella Aou del Meyer? Lo chiederemo alla Regione Toscana in una nuova interrogazione», annuncia intanto il consigliere Petrucci. Il quadro che emerge sembrerebbe quindi confermare quanto rilevato dalle ispezioni ministeriali, che suggeriscono un uso quanto meno disinvolto dei bloccanti della pubertà. Terapia difesa a spada tratta anche da diverse società scientifiche in quanto «reversibile» e presentata come un «salva vita» in grado di sventare suicidi tra giovanissimi. I quali, però, rischiano di diventare cavie: la pubertà è un processo fondamentale per acquisire la propria identità sessuale. Bloccandolo, come si può raggiungere un’identità compiuta? È lecito, inoltre, incoraggiare bambini e adolescenti a un percorso ormai infiltrato dall’ideologia e, dietro al quale, si cela anche un forte profitto per le case farmaceutiche? Quesiti che, oggi, sono ancora tacciati di «complottismo». La solita scorciatoia utile ai pasdaran, di ogni colore.
Gabriele D'Annunzio (Ansa)
Il patrimonio mondiale dell’umanità rappresentato dalla cucina italiana sarà pure «immateriale», come da definizione Unesco, ma è fatto di carne, ossa, talento e creatività. È il risultato delle centinaia di migliaia di persone che, nel corso dei secoli e dei millenni, hanno affinato tecniche, scoperto ingredienti, assemblato gusti, allevato animali con amore e coltivato la terra con altrettanta dedizione. Insomma, dietro la cucina italiana ci sono... gli italiani.
Ed è a tutti questi peones e protagonisti della nostra storia che il riconoscimento va intestato. Ma anche a chi assapora le pietanze in un ristorante, in un bistrot o in un agriturismo. Alla fine, se ci si pensa, la cucina italiana siamo tutti noi: sono i grandi chef come le mamme o le nonne che si danno da fare tra le padelle della cucina. Sono i clienti dei ristoranti, gli amanti dei formaggi come dei salumi. Sono i giornalisti che fanno divulgazione, sono i fotografi che immortalano i piatti, sono gli scrittori che dedicano pagine e pagine delle loro opere ai manicaretti preferiti dal protagonista di questo o quel romanzo. Insomma, la cucina è cultura, identità, passato e anche futuro.
Giancarlo Saran, gastropenna di questo giornale, ha dato alle stampe Peccatori di gola 2 (Bolis edizioni, 18 euro, seguito del fortunato libro uscito nel 2024 vincitore del Premio selezione Bancarella cucina), volume contenente 13 ritratti di personaggi di spicco del mondo dell’italica buona tavola («Un viaggio curioso e goloso tra tavola e dintorni, con illustri personaggi del Novecento compresi alcuni insospettabili», sentenzia l’autore sulla quarta di copertina). Ci sono il «fotografo» Bob Noto e l’attore Ugo Tognazzi, l’imprenditore Giancarlo Ligabue e gli scrittori Gabriele D’Annunzio, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. E poi ancora Lella Fabrizi (la sora Lella), Luciano Pavarotti, Pietro Marzotto, Gianni Frasi, Alfredo Beltrame, Giuseppe Maffioli, Pellegrino Artusi.
Un giro d’Italia culinario, quello di Saran, che testimonia come il riconoscimento Unesco potrebbe dare ulteriore valore al nostro made in Italy, con risvolti di vario tipo: rispetto dell’ambiente e delle nostre tradizioni, volano per l’economia e per il turismo, salvaguardia delle radici dal pericolo di una appiattente omologazione sociale e culturale. Sfogliando Peccatori 2, si può possono scovare, praticamente a ogni pagina, delle chicche. Tipo, la passione di D’Annunzio per le uova e la frittata. Scrive Saran: «D’Annunzio aveva un’esperienza indelebile legata alle frittate, che ebbe occasione di esercitare in diretta nelle giornate di vacanza a Francavilla con i suoi giovani compagni di ventura in cui, a rotazione, erano chiamati “l’uno a sfamare tutti gli altri”. Lasciamogli la cronaca in diretta. Chi meglio di lui. “In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno quando mi fu rammentato, con le voci della fame, toccare a me le cura della cucina”. La affronta come si deve. “Non mancai di avvolgermi in una veste di lino rapita a Ebe”, la dea della giovinezza, “e di correre verso la vasta dimora costruita di tufo e adornata di maioliche paesane”. Non c’è storia: “Ruppi trentatré uova e, dopo averle sbattute, le agguagliai (mischiai) nella padella dal manico di ferro lungo come quello di una chitarra”. La notte è illuminata dal chiaro di luna che si riflette sulle onde, silenziose in attesa, e fu così che “adunai la sapienza e il misurato vigore... e diedi il colpo attentissimo a ricevere la frittata riversa”. Ma nulla da fare, questa, volando nel cielo non ricadde a terra, ovvero sulla padella. E qui avviene il miracolo laico. “Nel volgere gli occhi al cielo scorsi nel bagliore del novilunio la tunica e l’ala di un angelo”. Il finale conseguente. “L’angelo, nel passaggio, aveva colta la frittata in aria, l’aveva rapita, la sosteneva con le dita” con la missione imperativa di recarla ai Beati, “offerta di perfezione terrestre...”, di cui lui era stato (seppur involontario) protagonista. “Io mi vanto maestro insuperabile nell’arte della frittata per riconoscimento celestiale”.
La buona e sana cucina, dunque, ha come traino produttori e ristoratori «ma ancor più valore aggiunto deriva da degni ambasciatori e, con questo, i Peccatori di gola credo meritino piena assoluzione», conclude l’autore.
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Dal primo luglio 2026, in tutta l’Unione europea entrerà in vigore un contributo fisso di tre euro per ciascun prodotto acquistato su internet e spedito da Paesi extra-Ue, quando il valore della spedizione è inferiore a 150 euro. L’orientamento politico era stato definito già il mese scorso; la riunione di ieri del Consiglio Ecofin (12 dicembre) ne ha reso operativa l’applicazione, stabilendone i criteri.
Il prelievo di 3 euro si applicherà alle merci in ingresso nell’Unione europea per le quali i venditori extra-Ue risultano registrati allo sportello unico per le importazioni (Ioss) ai fini Iva. Secondo fonti di Bruxelles, questo perimetro copre «il 93% di tutti i flussi di e-commerce verso l’Ue».
In realtà, la misura non viene presentata direttamente come un’iniziativa mirata contro la Cina, anche se è dalla Repubblica Popolare che proviene la quota maggiore di pacchi. Una delle preoccupazioni tra i ministri è che parte della merce venga immessa nel mercato unico a prezzi artificialmente bassi, anche attraverso pratiche di sottovalutazione, per aggirare le tariffe che si applicano invece alle spedizioni oltre i 150 euro. La Commissione europea stima che nel 2024 il 91% delle spedizioni e-commerce sotto i 150 euro sia arrivato dalla Cina; inoltre, valutazioni Ue indicano che fino al 65% dei piccoli pacchi in ingresso potrebbe essere dichiarato a un valore inferiore al reale per evitare i dazi doganali.
«La decisione sui dazi doganali per i piccoli pacchi in arrivo nell’Ue è importante per garantire una concorrenza leale ai nostri confini nell’era odierna dell’e-commerce», ha detto il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič. Secondo il politico slovacco, «con la rapida espansione dell’e-commerce, il mondo sta cambiando rapidamente e abbiamo bisogno degli strumenti giusti per stare al passo».
La decisione finale da parte di Bruxelles arriva dopo un iter normativo lungo cinque anni. La Commissione europea aveva messo sul tavolo, nel maggio 2023, la cancellazione dell’esenzione dai dazi doganali per i pacchi con valore inferiore a 150 euro, inserendola nel pacchetto di riforma doganale. Nella versione originaria, l’entrata in vigore era prevista non prima della metà del 2028. Successivamente, il Consiglio ha formalizzato l’abolizione dell’esenzione il 13 novembre 2025, chiedendo però di anticipare l’applicazione già al 2026.
C’è poi un secondo balzello messo a punto dall’esecutivo Meloni. Si tratta di un emendamento che prevede l’introduzione di un contributo fisso di due euro per ogni pacco spedito con valore dichiarato fino a 150 euro.
La misura, però, non sarebbe limitata ai soli invii provenienti da Paesi extra-Ue. Rispetto alle ipotesi circolate in precedenza, l’impostazione è stata ampliata: se approvata, la tassa finirebbe per applicarsi a tutte le spedizioni di piccoli pacchi, indipendentemente dall’origine, quindi anche a quelle spedite dall’Italia. In origine, l’idea sembrava mirata soprattutto a intercettare le micro-spedizioni generate da piattaforme come Shein o Temu. Il punto, però, è che colpire esclusivamente i pacchi extra-europei avrebbe reso la misura assimilabile a un dazio, materia che rientra nella competenza dell’Unione europea e non dei singoli Stati membri. Per evitare questo profilo di incompatibilità, l’emendamento alla manovra 2026 ha quindi «generalizzato» il prelievo, estendendolo all’intero perimetro delle spedizioni. L’effetto pratico è evidente: la tassa non impatterebbe solo sulle piattaforme asiatiche, ma anche sugli acquisti effettuati su Amazon, eBay e, in generale, su qualsiasi negozio online che spedisca pacchi entro quella soglia di valore dichiarato.
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Ansa
Insomma: il vento è cambiato. E non spinge più la solita, ingombrante, vela francese che negli ultimi anni si era abituata a intendere l’Italia come un’estensione naturale della Rive Gauche.
E invece no. Il pendolo torna indietro. E con esso tornano anche ricordi e fantasie: Piersilvio Berlusconi sogna la Francia. Non quella dei consessi istituzionali, ma quella di quando suo padre, l’unico che sia riuscito a esportare il varietà italiano oltre le Alpi, provò l’avventura di La Cinq.
Una televisione talmente avanti che il presidente socialista François Mitterrand, per non farla andare troppo lontano, decise di spegnerla. Letteralmente.
Erano gli anni in cui gli italiani facevano shopping nella grandeur: Gianni Agnelli prese una quota di Danone e Raul Gardini mise le mani sul più grande zuccherificio francese, giusto per far capire che il gusto per il raffinato non ci era mai mancato. Oggi al massimo compriamo qualche croissant a prezzo pieno.
Dunque, Berlusconi – quello junior, stavolta – può dirlo senza arrossire: «La Francia sarebbe un sogno». Si guarda intorno, valuta, misura il terreno: Tf1 e M6.
La prima, dice, «ha una storia imprenditoriale solida»: niente da dire, anche le fortezze hanno i loro punti deboli. Con la seconda, «una finta opportunità». Tradotto: l’affare che non c’è, ma che ti fa perdere lo stesso due settimane di telefonate.
Il vero punto, però, è che mentre noi guardiamo a Parigi, Parigi si deve rassegnare. Lo dimostra il clamoroso stop di Crédit Agricole su Bpm, piantato lì come un cartello stradale: «Fine delle ambizioni». Con Bank of America che conferma la raccomandazione «Buy» su Mps e alza il target price a 11 euro. E non c’è solo questo. Natixis ha dovuto rinunciare alla cassaforte di Generali dov’è conservata buona parte del risparmio degli italiani. Vivendi si è ritirata. Tim è tornata italiana.
Il pendolo, dicevamo, ha cambiato asse. E spinge ben più a Ovest. Certo Parigi rimane il più importante investitore estero in Italia. Ma il vento della geopolitica e cambiato. Il nuovo asse si snoda tra Washington e Roma Gli americani non stanno bussando alla porta: sono già entrati.
E non con due spicci.
Ieri le due sigle più «Miami style» che potessero atterrare nel dossier Ilva – Bedrock Industries e Flacks Group – hanno presentato le loro offerte. Americani entrambi. Dall’odore ancora fresco di oceano, baseball e investimenti senza fronzoli.
E non è un caso isolato.
In Italia operano oltre 2.700 imprese a partecipazione statunitense, che generano 400.000 posti di lavoro. Non esattamente compratori di souvenir. Sono radicati nei capannoni, nella logistica, nelle tecnologie, nei servizi, nella manifattura. Un pezzo intero di economia reale. Poi c’è il capitolo dei giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, i soliti nomi che quando entrano in una stanza fanno più rumore del tuono. Hanno fiutato l’aria e annusato l’Italia come fosse un tartufo bianco d’Alba: raro, caro e conveniente.
Gli incontri istituzionali degli ultimi anni parlano chiaro: data center, infrastrutture, digitalizzazione, energia.
Gli americani non si accontentano. Puntano al core del futuro: tecnologia, energia, scienza della vita, space economy, agritech.
Dopo l’investimento di Kkr nella rete fissa Telecom - uno dei deal più massicci degli ultimi quindici anni - la direzione è segnata: Washington ha scoperto che l’Italia rende.
A ottobre 2025 la grande conferma: missione economica a Washington, con una pioggia di annunci per oltre 4 miliardi di euro di nuovi investimenti. Non bonus, non promesse, ma progetti veri: space economy, sostenibilità, energia, life sciences, agri-tech, turism. Tutti settori dove l’Italia è più forte di quanto creda, e più sottovalutata di quanto dovrebbe.
A questo punto il pendolo ha parlato: gli americani investono, i francesi frenano.
E chissà che, alla fine, non si chiuda il cerchio: gli Usa tornano in Italia come investitori netti, e Berlusconi torna in Francia come ai tempi dell’avventura di La Cinq.
Magari senza che un nuovo Mitterrand tolga la spina.
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