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2024-02-07
Nuovo studio choc sull’eutanasia. Serve a eliminare gli anziani soli
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Il prossimo passo sul fine vita? Allargare ancora un po’ le maglie. Stiracchiando la decisione della Consulta sulla vicenda di dj Fabo. La questione l’ha sollevata, meno di un mese fa, il tribunale di Firenze. Essa verte sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio, nel caso in cui quelli che lo richiedono siano «tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale». Una condizione che, secondo la Procura toscana, «discrimina irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche» e «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza rifletta un bisogno di protezione più accentuato». A pronunciarsi sarà, di nuovo, la Corte costituzionale. E il suo presidente emerito, Giuliano Amato, ha già suggerito come potrebbe andare a finire: «La formula “tenuto in vita da sostegni vitali”», ha spiegato a Repubblica il 31 gennaio, «non include solo pazienti dipendenti da macchinari - questo era il caso del dj Fabo - ma anche i malati che dipendono da terapie e farmaci». Un attimo: tra chi vive grazie all’uso dei farmaci non rientrano anche persone cardiopatiche, ipertese o diabetiche? Pure loro sono sopprimibili?
La tendenza è chiara: sempre meno paletti, nel nome dell’«autodeterminazione». È una strada scivolosa. E c’è il rischio che la battaglia per la libertà si trasformi in una tattica per evitare di investire nell’assistenza dei fragili. Lo affermano persino due studiosi difficilmente tacciabili di bigottismo, in un saggio uscito da poco su Population and development review. Si tratta di Asher Colombo, sociologo dell’Università di Bologna, e Gianpiero Dalla Zuanna, statistico dell’ateneo di Padova e già senatore, prima per il partito di Mario Monti, poi per il Pd.
Gli autori smontano le mistificazioni di chi va ripetendo che i cittadini sono favorevoli a un’ampia legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito. In realtà, «l’opinione pubblica sembra sostanzialmente d’accordo con una legislazione che […] caratterizza il suicidio medicalmente assistito come un modo di porre fine a una sofferenza intollerabile, piuttosto che per esercitare un diritto incondizionato a suicidarsi con l’assistenza di un dottore». Falso è anche che la depenalizzazione non favorisca la diffusione di quelle pratiche. All’opposto, «la crescita nel tempo è continua, ma dopo essere stata lineare negli anni successivi alla legalizzazione, aumenta progressivamente in quelli successivi».
L’aspetto più importante, però, riguarda l’effetto della liberalizzazione. Essa, da un lato, «rischia di diventare una scorciatoia», una scappatoia dalla necessità di organizzare «cure palliative appropriate»; dall’altro, unita all’«aumento di età degli anziani», la quale ovviamente «si accompagna anche a una rapida crescita nel numero di persone con deficit cognitivi», è in grado di «avere un impatto significativo sulla durata della sopravvivenza media».
Mettiamo che passi la filosofia secondo la quale eutanasia o suicidio assistito sono un modo per abbandonare vite «indegne di essere vissute» (così le chiamavano i nazisti di Aktion T4, il programma per eliminare i disabili mentali e chi era affetto da malattie genetiche inguaribili). Il combinato disposto tra la convinzione che, a un certo punto, ci si possa - o ci si debba - togliere di mezzo e la senilità galoppante, che tende a peggiorare la qualità dell’esistenza, minaccia di trasformare la vecchiaia in un evento raro. Lungi dall’accettare vite più lunghe, quelli che maturano disturbi neurodegenerativi, o magari, come dice Amato, «dipendono da terapie e farmaci», giungerebbero a considerare normale congedarsi da questo mondo prima di essere diventati un «peso». Sarebbe il trionfo della «cultura dello scarto», spesso denunciata da papa Francesco.
Il fenomeno è ancora circoscritto, ma in Olanda, «la proporzione dei deceduti con demenza senile come principale causa di morte che hanno fatto ricorso al suicidio assistito è salita dallo 0,9% nel periodo 2012-2015 all’1,4% nel periodo 2016-2019». Nei Paesi Bassi, nell’ultima decade, «più del 3% di tutte le morti non violente può essere attribuito a qualche forma di suicidio assistito». Dove prevale il principio che quelle pratiche servano ad affermare «il diritto dell’individuo di morire», piuttosto che afferire alla «fase terminale della malattia» o alla «sofferenza continua e insopportabile», la loro frequenza aumenta. E fa impressione che, nel 2021, «il 36%» dei 10.000 canadesi che hanno scelto l’eutanasia abbia citato «“il peso per la famiglia, gli amici o i caregiver” come parte della loro decisione e il 17% “l’isolamento o la solitudine”».
Certo, l’offerta di cure palliative, registrano Colombo e Della Zuanna, non per forza scoraggia la scelta della «dolce morte». Ma «l’interazione precoce tra medico e paziente, la rinuncia all’accanimento terapeutico e specialmente l’uso della terapia del dolore e, se necessario, della sedazione profonda, possono rallentare la diffusione del suicidio assistito». Di sicuro, snobbare le alternative, mascherando quel disinteresse da trionfo della libertà, è disonesto e pericoloso. Tocca restare vigili. In attesa della Consulta.
Neuropsichiatra in prestito e farmaci a volontà al Centro per i «bimbi trans»
Dopo una settimana di attesa, ieri è arrivata la risposta dell’assessore alla Salute della Regione Toscana, il dem Simone Bezzini, all’interrogazione del consigliere regionale di Fdi, Diego Petrucci, in merito al Centro per la disforia di genere dell’ospedale Careggi di Firenze. A fine gennaio, infatti, in seguito all’ispezione del ministero della Salute, erano emerse criticità circa l’uso dei bloccanti della pubertà, somministrati in certi casi in assenza di un adeguato percorso di psicoterapia. Le risposte fornite dall’assessore, però, non dipanano i dubbi sul Centro ma, anzi, fanno nascere nuovi interrogativi sul trattamento di bambini e adolescenti rivoltisi alla struttura. Parliamo, nello specifico, di 159 casi nel 2023, 137 nel 2022 e 103 nel 2021, di età compresa tra gli 8 e i 17 anni. Tra questi, nel triennio, in totale sono stati presi in carico dal Careggi 140 minorenni (con un’età media di 14,8 anni) 44 dei quali hanno iniziato la terapia con la triptorelina, ovvero il farmaco che inibisce temporaneamente l’ormone che regola le funzioni testicolare e ovarica, bloccando dunque la pubertà in una sorta di «vigile attesa» che dovrebbe permettere al paziente di «guadagnare tempo» nei casi in cui l’adolescente non si riconosca nel sesso di nascita ed evitare, in caso di futura transizione in età adulta, interventi chirurgici. I pazienti a cui è stato somministrato il bloccante della pubertà al Careggi hanno in media 14,5 anni. Un’età che supera quella indicata nel riassunto delle caratteristiche (Rcp) del farmaco in questione, tradizionalmente impiegato nella popolazione pediatrica contro la pubertà precoce e, in questa fattispecie, da sospendere a 12 anni per le femmine e a 13 anni per i maschi. Tra gli effetti collaterali della triptorelina ci sono la riduzione della densità minerale ossea, l’osteoporosi e a un aumentato rischio di fratture. Si possono verificare inoltre vampate di calore, impotenza, diminuzione della libido, nausea, disordini del sonno, riduzione della massa muscolare, dolore delle articolazioni, aumento di peso e alterazione dell’umore. Tuttavia, per il trattamento della disforia di genere nel 2019 l’Aifa ha inserito la triptorelina nell’elenco dei medicinali gratuiti, sebbene manchino studi scientifici sulla sicurezza a lungo termine, suggerendone l’utilizzo «fino a circa 16 anni d’età, in corrispondenza dell’inizio della terapia ormonale cross-gender». Un impiego off label (che divide la comunità scientifica, specialmente nel Nord Europa, dove sono già iniziate le retromarce) previsto dall’Agenzia italiana del farmaco solo dopo «attenta valutazione multiprofessionale, con il contributo di una équipe multidisciplinare e specialistica, composta da neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza, psicologi dell’età evolutiva, bioeticisti ed endocrinologici». E proprio sull’assenza di un’adeguata psicoterapia prima delle iniezioni si sono concentrati gli ispettori ministeriali ed è stata riportata l’attenzione della giunta comunale. Per l’assessore Bezzini, il centro di Careggi «lavora in rete con tutti i neuropsichiatri infantili che hanno in carico le persone», ma «per questo percorso (la terapia con la triptorelina, ndr) il neuropsichiatra infantile di riferimento è il dottor Marco Armellini». Il dirigente medico, tuttavia, dal primo febbraio 2022 risulta essere il direttore del dipartimento salute mentale dell’Ausl Toscana Centro (che ingloba le Firenze, Empoli, Prato e Pistoia). L’ospedale Careggi è invece un’azienda ospedaliera universitaria, del tutto estranea dunque all’Ausl Toscana centro.Al centro per la disforia di genere sembrerebbe dunque non esserci un neuropsichiatra infantile, tanto da rendere necessario l’intervento di uno specialista esterno. Eppure, nella risposta all’interrogazione, l’assessore Bezzini dichiara che «i genitori e i minori sono seguiti dal punto di vista psicologico durante tutto il percorso». «Sappiamo che al Meyer queste figure sono presenti. Perché, allora, non è stato aperto il Centro nella Aou del Meyer? Lo chiederemo alla Regione Toscana in una nuova interrogazione», annuncia intanto il consigliere Petrucci. Il quadro che emerge sembrerebbe quindi confermare quanto rilevato dalle ispezioni ministeriali, che suggeriscono un uso quanto meno disinvolto dei bloccanti della pubertà. Terapia difesa a spada tratta anche da diverse società scientifiche in quanto «reversibile» e presentata come un «salva vita» in grado di sventare suicidi tra giovanissimi. I quali, però, rischiano di diventare cavie: la pubertà è un processo fondamentale per acquisire la propria identità sessuale. Bloccandolo, come si può raggiungere un’identità compiuta? È lecito, inoltre, incoraggiare bambini e adolescenti a un percorso ormai infiltrato dall’ideologia e, dietro al quale, si cela anche un forte profitto per le case farmaceutiche? Quesiti che, oggi, sono ancora tacciati di «complottismo». La solita scorciatoia utile ai pasdaran, di ogni colore.
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Gli autori del saggio (tra cui un ex senatore pd): «Liberalizzare il suicidio assistito spinge i vecchi con deficit cognitivi a ricorrervi. Ci sarà un impatto a livello della popolazione». In Olanda, muore già così il 3% dei fragili. Al Careggi di Firenze dati i bloccanti della pubertà a 44 minori su 140. Inoltre, l’esperto di salute mentale richiesto per le terapie risulta lavorare in un’altra azienda sanitaria.Lo speciale contiene due articoli.Il prossimo passo sul fine vita? Allargare ancora un po’ le maglie. Stiracchiando la decisione della Consulta sulla vicenda di dj Fabo. La questione l’ha sollevata, meno di un mese fa, il tribunale di Firenze. Essa verte sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio, nel caso in cui quelli che lo richiedono siano «tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale». Una condizione che, secondo la Procura toscana, «discrimina irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche» e «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza rifletta un bisogno di protezione più accentuato». A pronunciarsi sarà, di nuovo, la Corte costituzionale. E il suo presidente emerito, Giuliano Amato, ha già suggerito come potrebbe andare a finire: «La formula “tenuto in vita da sostegni vitali”», ha spiegato a Repubblica il 31 gennaio, «non include solo pazienti dipendenti da macchinari - questo era il caso del dj Fabo - ma anche i malati che dipendono da terapie e farmaci». Un attimo: tra chi vive grazie all’uso dei farmaci non rientrano anche persone cardiopatiche, ipertese o diabetiche? Pure loro sono sopprimibili? La tendenza è chiara: sempre meno paletti, nel nome dell’«autodeterminazione». È una strada scivolosa. E c’è il rischio che la battaglia per la libertà si trasformi in una tattica per evitare di investire nell’assistenza dei fragili. Lo affermano persino due studiosi difficilmente tacciabili di bigottismo, in un saggio uscito da poco su Population and development review. Si tratta di Asher Colombo, sociologo dell’Università di Bologna, e Gianpiero Dalla Zuanna, statistico dell’ateneo di Padova e già senatore, prima per il partito di Mario Monti, poi per il Pd.Gli autori smontano le mistificazioni di chi va ripetendo che i cittadini sono favorevoli a un’ampia legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito. In realtà, «l’opinione pubblica sembra sostanzialmente d’accordo con una legislazione che […] caratterizza il suicidio medicalmente assistito come un modo di porre fine a una sofferenza intollerabile, piuttosto che per esercitare un diritto incondizionato a suicidarsi con l’assistenza di un dottore». Falso è anche che la depenalizzazione non favorisca la diffusione di quelle pratiche. All’opposto, «la crescita nel tempo è continua, ma dopo essere stata lineare negli anni successivi alla legalizzazione, aumenta progressivamente in quelli successivi». L’aspetto più importante, però, riguarda l’effetto della liberalizzazione. Essa, da un lato, «rischia di diventare una scorciatoia», una scappatoia dalla necessità di organizzare «cure palliative appropriate»; dall’altro, unita all’«aumento di età degli anziani», la quale ovviamente «si accompagna anche a una rapida crescita nel numero di persone con deficit cognitivi», è in grado di «avere un impatto significativo sulla durata della sopravvivenza media».Mettiamo che passi la filosofia secondo la quale eutanasia o suicidio assistito sono un modo per abbandonare vite «indegne di essere vissute» (così le chiamavano i nazisti di Aktion T4, il programma per eliminare i disabili mentali e chi era affetto da malattie genetiche inguaribili). Il combinato disposto tra la convinzione che, a un certo punto, ci si possa - o ci si debba - togliere di mezzo e la senilità galoppante, che tende a peggiorare la qualità dell’esistenza, minaccia di trasformare la vecchiaia in un evento raro. Lungi dall’accettare vite più lunghe, quelli che maturano disturbi neurodegenerativi, o magari, come dice Amato, «dipendono da terapie e farmaci», giungerebbero a considerare normale congedarsi da questo mondo prima di essere diventati un «peso». Sarebbe il trionfo della «cultura dello scarto», spesso denunciata da papa Francesco.Il fenomeno è ancora circoscritto, ma in Olanda, «la proporzione dei deceduti con demenza senile come principale causa di morte che hanno fatto ricorso al suicidio assistito è salita dallo 0,9% nel periodo 2012-2015 all’1,4% nel periodo 2016-2019». Nei Paesi Bassi, nell’ultima decade, «più del 3% di tutte le morti non violente può essere attribuito a qualche forma di suicidio assistito». Dove prevale il principio che quelle pratiche servano ad affermare «il diritto dell’individuo di morire», piuttosto che afferire alla «fase terminale della malattia» o alla «sofferenza continua e insopportabile», la loro frequenza aumenta. E fa impressione che, nel 2021, «il 36%» dei 10.000 canadesi che hanno scelto l’eutanasia abbia citato «“il peso per la famiglia, gli amici o i caregiver” come parte della loro decisione e il 17% “l’isolamento o la solitudine”». Certo, l’offerta di cure palliative, registrano Colombo e Della Zuanna, non per forza scoraggia la scelta della «dolce morte». Ma «l’interazione precoce tra medico e paziente, la rinuncia all’accanimento terapeutico e specialmente l’uso della terapia del dolore e, se necessario, della sedazione profonda, possono rallentare la diffusione del suicidio assistito». Di sicuro, snobbare le alternative, mascherando quel disinteresse da trionfo della libertà, è disonesto e pericoloso. Tocca restare vigili. 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A fine gennaio, infatti, in seguito all’ispezione del ministero della Salute, erano emerse criticità circa l’uso dei bloccanti della pubertà, somministrati in certi casi in assenza di un adeguato percorso di psicoterapia. Le risposte fornite dall’assessore, però, non dipanano i dubbi sul Centro ma, anzi, fanno nascere nuovi interrogativi sul trattamento di bambini e adolescenti rivoltisi alla struttura. Parliamo, nello specifico, di 159 casi nel 2023, 137 nel 2022 e 103 nel 2021, di età compresa tra gli 8 e i 17 anni. Tra questi, nel triennio, in totale sono stati presi in carico dal Careggi 140 minorenni (con un’età media di 14,8 anni) 44 dei quali hanno iniziato la terapia con la triptorelina, ovvero il farmaco che inibisce temporaneamente l’ormone che regola le funzioni testicolare e ovarica, bloccando dunque la pubertà in una sorta di «vigile attesa» che dovrebbe permettere al paziente di «guadagnare tempo» nei casi in cui l’adolescente non si riconosca nel sesso di nascita ed evitare, in caso di futura transizione in età adulta, interventi chirurgici. I pazienti a cui è stato somministrato il bloccante della pubertà al Careggi hanno in media 14,5 anni. Un’età che supera quella indicata nel riassunto delle caratteristiche (Rcp) del farmaco in questione, tradizionalmente impiegato nella popolazione pediatrica contro la pubertà precoce e, in questa fattispecie, da sospendere a 12 anni per le femmine e a 13 anni per i maschi. Tra gli effetti collaterali della triptorelina ci sono la riduzione della densità minerale ossea, l’osteoporosi e a un aumentato rischio di fratture. Si possono verificare inoltre vampate di calore, impotenza, diminuzione della libido, nausea, disordini del sonno, riduzione della massa muscolare, dolore delle articolazioni, aumento di peso e alterazione dell’umore. Tuttavia, per il trattamento della disforia di genere nel 2019 l’Aifa ha inserito la triptorelina nell’elenco dei medicinali gratuiti, sebbene manchino studi scientifici sulla sicurezza a lungo termine, suggerendone l’utilizzo «fino a circa 16 anni d’età, in corrispondenza dell’inizio della terapia ormonale cross-gender». Un impiego off label (che divide la comunità scientifica, specialmente nel Nord Europa, dove sono già iniziate le retromarce) previsto dall’Agenzia italiana del farmaco solo dopo «attenta valutazione multiprofessionale, con il contributo di una équipe multidisciplinare e specialistica, composta da neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza, psicologi dell’età evolutiva, bioeticisti ed endocrinologici». E proprio sull’assenza di un’adeguata psicoterapia prima delle iniezioni si sono concentrati gli ispettori ministeriali ed è stata riportata l’attenzione della giunta comunale. Per l’assessore Bezzini, il centro di Careggi «lavora in rete con tutti i neuropsichiatri infantili che hanno in carico le persone», ma «per questo percorso (la terapia con la triptorelina, ndr) il neuropsichiatra infantile di riferimento è il dottor Marco Armellini». Il dirigente medico, tuttavia, dal primo febbraio 2022 risulta essere il direttore del dipartimento salute mentale dell’Ausl Toscana Centro (che ingloba le Firenze, Empoli, Prato e Pistoia). L’ospedale Careggi è invece un’azienda ospedaliera universitaria, del tutto estranea dunque all’Ausl Toscana centro.Al centro per la disforia di genere sembrerebbe dunque non esserci un neuropsichiatra infantile, tanto da rendere necessario l’intervento di uno specialista esterno. Eppure, nella risposta all’interrogazione, l’assessore Bezzini dichiara che «i genitori e i minori sono seguiti dal punto di vista psicologico durante tutto il percorso». «Sappiamo che al Meyer queste figure sono presenti. Perché, allora, non è stato aperto il Centro nella Aou del Meyer? Lo chiederemo alla Regione Toscana in una nuova interrogazione», annuncia intanto il consigliere Petrucci. Il quadro che emerge sembrerebbe quindi confermare quanto rilevato dalle ispezioni ministeriali, che suggeriscono un uso quanto meno disinvolto dei bloccanti della pubertà. Terapia difesa a spada tratta anche da diverse società scientifiche in quanto «reversibile» e presentata come un «salva vita» in grado di sventare suicidi tra giovanissimi. I quali, però, rischiano di diventare cavie: la pubertà è un processo fondamentale per acquisire la propria identità sessuale. Bloccandolo, come si può raggiungere un’identità compiuta? È lecito, inoltre, incoraggiare bambini e adolescenti a un percorso ormai infiltrato dall’ideologia e, dietro al quale, si cela anche un forte profitto per le case farmaceutiche? Quesiti che, oggi, sono ancora tacciati di «complottismo». La solita scorciatoia utile ai pasdaran, di ogni colore.
La colonna di fumo dopo l'esplosione nei pressi della base italiana di Erbil in Iraq (Getty Images)
La guerra tra Israele e Iran si allarga e torna a lambire direttamente anche l’Italia. Nella serata di mercoledì un missile ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente un contingente di circa 120 militari impegnati nella missione internazionale contro l’Isis.
A rendere nota la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha informato della situazione con un messaggio inviato al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, poi letto in diretta durante la trasmissione televisiva Realpolitik su Rete4. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano», ha scritto il ministro.
Poco dopo Crosetto ha confermato personalmente la circostanza anche all'agenzia di stampa Adnkronos, spiegando di aver parlato direttamente con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti. «Stanno tutti bene», ha assicurato il ministro, precisando che al momento non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. Anche il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con il contingente per monitorare la situazione. La conferma è arrivata anche attraverso un messaggio pubblicato sui canali social del Ministero della Difesa, dove Crosetto ha ribadito di essere «costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi». L’attacco si inserisce in un quadro di crescente escalation militare nella regione. I Pasdaran iraniani hanno rivendicato un’ondata di operazioni coordinate contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Secondo quanto dichiarato dalle Guardie rivoluzionarie, sarebbe stato lanciato «l’attacco più violento dall’inizio della guerra» con bersagli che includerebbero proprio Erbil, una base navale americana in Bahrein e obiettivi in Israele. Quasi in contemporanea, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nuovi bombardamenti sulla capitale iraniana. L’esercito dello Stato ebraico ha riferito che sono in corso attacchi «su larga scala» contro obiettivi a Teheran, segno di una spirale militare che continua ad ampliarsi e che rischia di trascinare sempre più attori regionali nel conflitto.
La base di Erbil rappresenta uno dei principali avamposti della presenza internazionale nel nord dell’Iraq. Situata in una posizione strategica vicino ai confini con Siria, Turchia e Iran, la struttura è stata istituita nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis e negli anni ha svolto un ruolo chiave nell’addestramento delle forze curde locali. Migliaia di militari sono stati formati proprio qui su richiesta delle autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Dall’Italia è arrivata subito anche la reazione della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso «ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil», spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Baghdad per verificare la situazione. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier.
L’episodio segna comunque un passaggio delicato per la sicurezza del contingente italiano nella regione. Se da un lato l’attacco non ha provocato vittime, dall’altro conferma quanto il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione, trasformando il Medio Oriente in un teatro sempre più instabile e imprevedibile. In questo contesto anche le missioni internazionali, finora concentrate sulla lotta allo Stato islamico, rischiano di trovarsi coinvolte indirettamente in una guerra più ampia.
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Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.