
Tutto accade proprio nel giorno in cui Sergio Mattarella, all’Università di Messina, ricorda che l’obiettivo dei Trattati con cui fu istituita la Comunità europea era «una pace solida e duratura». La musica, settant’anni dopo, è cambiata. Il capo della diplomazia dell’Ue, Kaja Kallas, ci invita semmai a «prepararci alla guerra». Alla conferenza annuale dell’Agenzia europea per la difesa, abbraccia l’epiteto di «falco» antirusso che le viene attribuito. E rincara la dose: «La Russia deve pagare». Tuttavia, l’estone si concede anche un bagno di realtà: ribadisce, sì, che «abbiamo bisogno di integrazione nella Difesa e nell’interoperabilità sul campo». Ma poi precisa che «non abbiamo bisogno di un esercito europeo. Abbiamo bisogno di 27 eserciti europei capaci e in grado di lavorare efficacemente per scoraggiare i nostri rivali e difendere l’Europa. Preferibilmente con i nostri alleati e partner, ma da soli quando necessario». Non esattamente il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Donald Trump ha suonato la sveglia: mentre la Kallas chiede agli Usa di rimanere «il nostro alleato più forte», per «lavorare insieme contro l’asse del disordine», fonti di Bruxelles annunciano che il tycoon ritirerà dal Vecchio continente 20.000 soldati. Non solo: per le truppe che resteranno, «vorrebbe un contributo finanziario da parte dei Paesi europei, perché questi soldati sono un deterrente e i costi non possono pesare solo sulle spalle dei contribuenti americani».
Il nodo sta qui: forse, la Russia un giorno pagherà per la sua aggressione all’Ucraina. Intanto, tocca a noi pagare. «Il presidente Trump», concede l’Alto rappresentante, «ha ragione a dire che non spendiamo abbastanza» per la Difesa. «Abbiamo bisogno di investimenti dai Paesi membri e dal settore privato. Ma anche dal bilancio comune Ue. L’anno scorso, i Paesi Ue hanno speso collettivamente una media dell’1,9% del Pil per la Difesa. La Russia spende il 9%».
I desiderata del nuovo inquilino della Casa Bianca - che esige uno sforzo pari al 5% del Prodotto interno lordo degli Stati Nato - sembrano fuori portata. Il commissario per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, porta però l’esempio di Vilnius, che si predispone a stanziare fino al 6%. Sullo sfondo, c’è lo spauracchio di Mosca, l’incubo del blocco orientale: «L’economia di guerra russa funziona a pieno ritmo», ammonisce l’esponente dell’esecutivo di Ursula von der Leyen, mentre le nostre «carenze di materiale militare, se confrontate con l’economia bellica russa, sono colossali». E la Russia, che per ora si limita a pungolarci con operazioni ibride, «se non facciamo nulla» si convincerà a sferrare «attacchi militari». È d’accordo il premier polacco, Donald Tusk: «Non trascurate», esorta gli eurodeputati riuniti a Strasburgo per la plenaria, «questa sfida del 5%. L’Europa non deve sentirsi complessata. L’Europa era, è e sarà sempre grande. In nessun modo quanto accade negli Usa può giustificare un declino di questo spirito europeo».
Sull’eurograndeur, sull’Unione che diventa adulta e cammina senza la scorta a stelle e strisce, aleggia nondimeno la solita incognita: i soldi. Kallas allude al ruolo delle aziende (che non bastano a sé stesse), ai fondi statali e a quelli di Bruxelles. E aggiunge un dettaglio allarmante: «Spendiamo miliardi per le nostre scuole, l’assistenza sanitaria e il welfare. Ma se non investiamo di più nella difesa, saremo tutti a rischio». Non dice che dovremmo tagliare le risorse destinate ai servizi. L’aria che tira, comunque, è quella: austerità con l’elmetto. Il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, era stato esplicito: «I Paesi europei», aveva dichiarato a metà dicembre, «spendono il 25% in media in welfare, ma abbiamo bisogno di una piccola parte per la Difesa».
Anche solo per passare da una media di stanziamenti dell’1,9% del Pil al 3% occorrerebbero ingenti risorse. E i canali per procurarsele sono limitati. Se non si tratta più di mettere in comune uomini e mezzi, bensì di rafforzare gli eserciti nazionali, la spesa pubblica degli Stati membri sarà il primo e il più ovvio strumento. Peccato che nessuno abbia parlato di scorporare quegli investimenti dal Patto di stabilità. È vero che, con le nuove procedure, il dialogo con la Commissione sarà centrale per decidere se attivare la sorveglianza rafforzata sui conti. Ma senza un meccanismo di scomputo delle uscite per la Difesa, il «lodo Rutte», evocato dalla Kallas, rischia di diventare il prossimo standard aureo.
La sorgente complementare scaturisce dai finanziamenti Ue. Dagli eurobond. La questione, così, diventerebbe anche politica: 27 eserciti nazionali e la Von der Leyen che, come nel caso del Pnrr, ha l’ultima parola sul modo di sovvenzionarli? In ogni caso - e fermi restando i tempi dell’eurocrazia - sul debito comune dovrebbe essere stato raggiunto un accordo a novembre, al vertice di Varsavia tra i ministri degli Esteri di Italia, Germania, Francia, Polonia, Spagna e Regno Unito.
I fondati timori di un disimpegno americano dal continente, peraltro, hanno riportato a più miti consigli Bruxelles pure sui rapporti con Londra. Archiviata la Brexit, la Kallas ora corteggia l’Inghilterra: è «un partner chiave per l’Ue», proclama. «Abbiamo bisogno di una relazione reciprocamente vantaggiosa in materia di sicurezza e Difesa. Un nuovo accordo su questo è un passo logico». Meno fuffa, più pragmatismo: tutto sommato, la cura Trump potrebbe farci bene.




Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)

