sempre meno lavoratori sul mercato. E meno lavoratori significa meno consumi, meno Pil. Più deficit-Pil e più debito-Pil. Insomma: più rischio recessione. Poi l’umanità, come è accaduto da millenni, magari ci stupirà. E il catastrofismo di questi anni sarà ricordato con una risata nel 2050. Fatto sta che le stime attuali sono funeree per l’Italia. E a farle non è qualche bru-bru complottista bensì Bankitalia e Abi, ovvero l’associazione delle banche italiane. Lo scenario, da precisare, è puramente economico. E viene corroborato dai dati diffusi ieri mattina dall’Istat. I nati residenti in Italia sono 355.000 nel 2025, 6 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15.000 unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48.000, in calo del 5,6% sul 2024. In virtù di questi dati emerge che il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. Per fermare il calo demografico servirebbe un tasso di sostituzione di 2,1 figli per ogni donna. I bambini che rimpiazzano i genitori e una percentuale aggiuntiva per tenere conto delle fluttuazioni delle nascite. Prosegue «la posticipazione delle nascite», sottolinea ancora l’istituto di statistica. L’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni.
La discesa della fecondità è comune a molti Paesi europei, pur con differenze che rimangono importanti. Per l’insieme dei Paesi dell’Unione europea (Ue27) il numero medio di figli per donna è diminuito da 1,57 nel 2010 a 1,34 nel 2024. In Germania, dopo una intermedia fase di crescita, la fecondità è tornata a diminuire fino al valore di 1,36 figli per donna nel 2024. In Spagna è passata da 1,37 a 1,10 e anche in Francia e Svezia, Paesi tradizionalmente caratterizzati da livelli elevati di fecondità, il numero medio di figli per donna è sceso, rispettivamente, da 2,03 a 1,61 e da 1,98 a 1,43. E il calo delle nascite, a ruota, oltre a essere determinato dalla diminuzione corrente della fecondità, è causato dalla progressiva riduzione del numero di potenziali genitori. Per dar conto di questo fenomeno, è sufficiente considerare che qualora l’Italia avesse registrato una propensione ad avere figli per donna pari a quella francese del 2024 (1,61), il numero di nati avrebbe raggiunto le 494.000 unità; un livello nettamente superiore a quello ufficialmente rilevato in Italia nello stesso anno (370.000 nati, frutto di una fecondità pari a 1,18), ma molto inferiore - calcola Istat - rispetto ai 664.000 registrati in Francia, in ragione di una struttura per età della popolazione francese assai più favorevole, caratterizzata da generazioni in età riproduttiva più numerose. Quali sono gli effetti economici dunque di questo andazzo? «Gli andamenti demografici determinano il numero delle persone potenzialmente disponibili a lavorare e così influenzano uno degli input fondamentali del processo produttivo», evidenzia Bankitalia. E con questi pochi nati «nei prossimi venticinque anni, se i tassi di occupazione, gli orari di lavoro e la produttività oraria rimanessero immutati sui livelli attuali, il calo della popolazione in età da lavoro implicherebbe una diminuzione dell’input di lavoro e quindi del Pil dello 0,9 per cento all’anno». In pratica quando leggiamo che l’Italia cresce dello 0,4% o 0,5% l’anno, lamentandoci, dovremmo far festa paradossalmente, perché in realtà è come se il giro d’affari della penisola fosse cresciuto di quasi un punto e mezzo considerando che partiamo con un handicap di -0,9%. D’altronde se crescere un figlio, fino alla maggiore età, costa circa 175.000 euro, perdere un tesoro. Affettivo ovviamente. Ed economico.
Infatti l’Abi ha recentemente calcolato che «la dinamica demografica attesa comporterebbe livelli di Pil inferiori di oltre il 30% nel 2080 rispetto all’ipotesi di invarianza dell’occupazione; ma già nel 2030 il PIL risulterebbe inferiore di circa il 3,5%». Il quadro non è insomma dei migliori: Pil calante, lavoratori introvabili ed età media (quella dei vivi) crescente. Ecco, è quasi inevitabile prevedere «pensioni non adeguate: per la Ragioneria Generale dello Stato, il tasso di sostituzione netto (differenza tra ultimo stipendio e primo assegno previdenziale, ndr) scenderebbe dall’82% attuale al 64% nel 2070, con una riduzione di oltre il 20% dell’assegno. Per carriere discontinue o frammentate crescerebbe il rischio di pensioni non adeguate». La crisi è appunto enorme, solo che è lenta, non si vede come la chiusura improvvisa dello stretto di Hormuz. Ma farà più male.



