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2024-02-20
Ursula si rimangia il green deal pur di restare alla guida dell’Europa
Ursula von der Leyen (Ansa)
Meno farina di grillo e più spese per le armi: Ursula von der Leyen si ricandida ufficialmente alla guida della Commissione europea, si rimangia (è il caso di dirlo) le follie green che hanno messo in crisi agricoltura e industria nel continente e punta tutto sul progetto di una Difesa comune europea, con relativo aumento delle spese militari.
La ricandidatura della von der Leyen per il secondo mandato alla guida della Commissione è stata avanzata ieri dal comitato esecutivo federale della Cdu, il partito tedesco di centro al quale appartiene, e sarà poi confermata durante il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) il 6 e 7 marzo a Bucarest. Dopo averci frantumato i frantoi per quattro anni e mezzo con le assurde politiche green che, tra divieti, imposizioni, direttive incomprensibili e amenità varie, hanno portato i popoli europei a scegliere immancabilmente alle elezioni nazionali i partiti che si sono ribellati a questa linea autolesionista, fino alle manifestazioni degli agricoltori che in queste ultime settimane hanno dominato le cronache, ora Ursula svolta a destra e promette di stemperare il fanatismo ambientalista: «Dobbiamo aumentare la nostra competitività, raggiungere gli obiettivi climatici», dice la von del Leyen commentando la sua ricandidatura da Berlino, «coniugandoli con l’economia. A questo proposito sto avendo intense discussioni con gli agricoltori, ciò che è cruciale ora è coniugare gli obiettivi climatici e l’economia. C’è grande accordo sugli obiettivi climatici che sono stati concordati all’unanimità da tutti i 27 Paesi membri», aggiunge il presidente uscente, «verso la neutralità nel 2050 e stiamo lavorando insieme all’industria, affrontando la questione ambientale settore per settore, esaminando come possiamo raggiungere i nostri obiettivi comuni».
La Coldiretti, a quanto pare ancora scettica sulla «conversione» della von der Leyen, annuncia una manifestazione a Bruxelles contro «le follie europee che rischiano di tagliare un terzo della produzione di cibo made in Italy, tra normative ideologiche e senza freni che rischiano di stravolgere per sempre lo stile alimentare degli italiani favorendo le importazioni dall’estero». Nel mirino provvedimenti come il divieto delle insalate in busta e dei cestini di pomodoro, l’obiettivo di equiparare alcune tipologie di allevamenti, anche di piccole e medie dimensioni, alle attività industriali, il via libera alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino, l’eliminazione della pesca a strascico.
Sul fronte della Difesa, la von der Leyen conferma che la Commissione europea presenterà tra circa tre settimane una strategia industriale per il settore delle armi: «Dobbiamo spendere di più», dice la von der Leyen, «se guardiamo le cifre, quest’anno c’è stato un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, ma non è ancora sufficiente». La von der Leyen ha in mente di nominare un commissario alla Difesa: «Un commissario alla Difesa», spiega il presidente uscente, «avrebbe il compito primario di occuparsi dell’industria della Difesa e di garantire che si investa di più e meglio, così l’Ue potrebbe ottenere una maggiore interoperabilità per le sue forze armate e nella produzione di armamenti necessari, fermo restando che l’organizzazione delle forze armate è responsabilità degli Stati membri».
La von der Leyen fa anche l’elenco dei «cattivi», che poi sono i partiti europei che fanno parte di Identità e democrazia, il gruppo al quale aderisce anche la Lega: «La cosa più importante», sottolinea, «per l’Europa è la democrazia, lo Stato di diritto che difendiamo e la pace che abbiamo insieme, il compito di questa campagna elettorale è chiarirlo ai nostri avversari, cioè Vladimir Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Geert Wilders, o di altre forze estreme che ostacolano la democrazia in Europa. Loro vogliono distruggere l’Europa».
A strettissimo giro arriva il sostegno alla ricandidatura di Ursula von der Leyen da parte di Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri è anche il leader di Forza Italia, che fa parte del Ppe: «Posso dire che Forza Italia», commenta Tajani, «al congresso di Bucarest sosterrà Ursula von der Leyen come candidata alla presidenza della Commissione europea. Abbiamo apprezzato le sue ultime scelte: quella a favore della Difesa comune, che va nella direzione della nostra linea politica; ma anche un atteggiamento positivo per quanto riguarda quella che noi consideriamo la terza via dell’ambientalismo. La Commissione europea dovrebbe abbandonare la posizione ideologica ed estremista che aveva durante la presenza del commissario Frans Timmermans», aggiunge Tajani, «noi siamo per una politica ambientale che garantisca comunque l’economia reale e in modo particolare l’industria e l’agricoltura, che non possono essere penalizzate da obiettivi ambientali irraggiungibili, perché rischiano di essere obiettivi che favoriscono il cambiamento climatico invece di combatterlo».
Milano è piena di smog, Sala sbrocca
«Milano terza città più inquinata del mondo? Sono le solite indagini estemporanee gestite da un ente privato. Sono seccato di dover rispondere su questioni che non esistono. Arpa dice il contrario. Non si può andar dietro a una notizia fatta da un ente privato, con nessuna titolarità. Parliamo di cose serie, che questa non è una cosa seria». Per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non c’è niente di vero nello studio del sito svizzero IQAir (che oltre a valutare la qualità dell’area, vende anche purificatori, ndr), che rileva la qualità dell’aria mondiale rilevando la concentrazione di Pm 2,5 e che domenica, con un punteggio di 193, ha definito Milano tra le città più inquinate, preceduta solo da Dacca in Bangladesh e Lahore in Pakistan. La qualità dell’aria di Milano è indicata con il colore rosso, e rientra nella categoria non salutare perché la concentrazione di polveri sottili è 27.4 volte il valore della qualità dell’aria indicato dall’Oms.
Malgrado quello che dice Sala, artefice delle misure draconiane sul traffico meneghino (basti pensare alle Aree B e C sempre più stringenti), in realtà anche Arpa Lombardia aveva registrato uno sforamento del Pm 10, le polveri sottili, tra venerdì e sabato. Invece per il governatore Attilio Fontana, Regione Lombardia starebbe facendo «miracoli» per ridurre l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti, attraverso «politiche che stiamo portando avanti per migliorare i riscaldamenti, le automobili e per agevolare le attività produttive a intraprendere un percorso di sostenibilità».
Ma tant’è. Anche se ieri Milano non era più sul podio dello smog (ma comunque prima tra le metropoli occidentali), da oggi scattano le limitazioni per ridurre le emissioni inquinanti con misure temporanee di primo livello nelle province che hanno raggiunto per il quarto giorno consecutivo l’allarme smog, ovvero Milano, Monza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. La nota della Regione specifica che le misure prevedono la limitazione alla circolazione nei Comuni con più di 30.000 abitanti (tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.30) per tutti i veicoli euro 0 ed euro 1 di qualsiasi alimentazione e per i veicoli euro 2, 3 e 4 a gasolio. Le limitazioni si applicano anche sabato e domenica e coinvolgono anche i veicoli euro 4 diesel commerciali anche se con fap e gli euro 0 e 1 a gpl e metano (le telecamere della grande Ztl potranno intercettare i veicoli fuorilegge in automatico). Anche gli autoveicoli che hanno aderito a MoVe-In sono soggetti alle limitazioni.
In tutti i Comuni è vietato tenere temperature superiore a 19 gradi nelle abitazioni e negli esercizi commerciali e inoltre non si possono utilizzare generatori a legna per riscaldamento domestico (in presenza di impianto alternativo) di classe emissiva fino a 3 stelle compresa. Per quanto riguarda il settore agricolo, «in tutti i Comuni delle Province coinvolte è vietato spandere gli effluenti di allevamento, delle acque reflue, dei digestati, dei fertilizzanti e dei fanghi di depurazione, salvo iniezione e interramento immediato». Divieto anche di combustioni e fuochi all’aperto. Il tutto sperando che arrivi presto la pioggia e «pulisca» l’aria della Pianura Padana, perché il problema non è limitato a quella che molti chiamano la «città-Stato», ma interessa l’intera regione padana.
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Il presidente uscente ha accettato di ricandidarsi per la Commissione promettendo politiche ambientali più concilianti con il mondo produttivo e di incrementare le spese per la Difesa. Antonio Tajani: «Fi la sosterrà».Inquinamento: secondo uno studio Milano è peggio di Lahore e Dacca, però per Beppe Sala i dati «non sono seri». Ma anche la Regione registra numeri choc e scattano le limitazioni.Lo speciale contiene due articoli.Meno farina di grillo e più spese per le armi: Ursula von der Leyen si ricandida ufficialmente alla guida della Commissione europea, si rimangia (è il caso di dirlo) le follie green che hanno messo in crisi agricoltura e industria nel continente e punta tutto sul progetto di una Difesa comune europea, con relativo aumento delle spese militari. La ricandidatura della von der Leyen per il secondo mandato alla guida della Commissione è stata avanzata ieri dal comitato esecutivo federale della Cdu, il partito tedesco di centro al quale appartiene, e sarà poi confermata durante il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) il 6 e 7 marzo a Bucarest. Dopo averci frantumato i frantoi per quattro anni e mezzo con le assurde politiche green che, tra divieti, imposizioni, direttive incomprensibili e amenità varie, hanno portato i popoli europei a scegliere immancabilmente alle elezioni nazionali i partiti che si sono ribellati a questa linea autolesionista, fino alle manifestazioni degli agricoltori che in queste ultime settimane hanno dominato le cronache, ora Ursula svolta a destra e promette di stemperare il fanatismo ambientalista: «Dobbiamo aumentare la nostra competitività, raggiungere gli obiettivi climatici», dice la von del Leyen commentando la sua ricandidatura da Berlino, «coniugandoli con l’economia. A questo proposito sto avendo intense discussioni con gli agricoltori, ciò che è cruciale ora è coniugare gli obiettivi climatici e l’economia. C’è grande accordo sugli obiettivi climatici che sono stati concordati all’unanimità da tutti i 27 Paesi membri», aggiunge il presidente uscente, «verso la neutralità nel 2050 e stiamo lavorando insieme all’industria, affrontando la questione ambientale settore per settore, esaminando come possiamo raggiungere i nostri obiettivi comuni». La Coldiretti, a quanto pare ancora scettica sulla «conversione» della von der Leyen, annuncia una manifestazione a Bruxelles contro «le follie europee che rischiano di tagliare un terzo della produzione di cibo made in Italy, tra normative ideologiche e senza freni che rischiano di stravolgere per sempre lo stile alimentare degli italiani favorendo le importazioni dall’estero». Nel mirino provvedimenti come il divieto delle insalate in busta e dei cestini di pomodoro, l’obiettivo di equiparare alcune tipologie di allevamenti, anche di piccole e medie dimensioni, alle attività industriali, il via libera alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino, l’eliminazione della pesca a strascico.Sul fronte della Difesa, la von der Leyen conferma che la Commissione europea presenterà tra circa tre settimane una strategia industriale per il settore delle armi: «Dobbiamo spendere di più», dice la von der Leyen, «se guardiamo le cifre, quest’anno c’è stato un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, ma non è ancora sufficiente». La von der Leyen ha in mente di nominare un commissario alla Difesa: «Un commissario alla Difesa», spiega il presidente uscente, «avrebbe il compito primario di occuparsi dell’industria della Difesa e di garantire che si investa di più e meglio, così l’Ue potrebbe ottenere una maggiore interoperabilità per le sue forze armate e nella produzione di armamenti necessari, fermo restando che l’organizzazione delle forze armate è responsabilità degli Stati membri». La von der Leyen fa anche l’elenco dei «cattivi», che poi sono i partiti europei che fanno parte di Identità e democrazia, il gruppo al quale aderisce anche la Lega: «La cosa più importante», sottolinea, «per l’Europa è la democrazia, lo Stato di diritto che difendiamo e la pace che abbiamo insieme, il compito di questa campagna elettorale è chiarirlo ai nostri avversari, cioè Vladimir Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Geert Wilders, o di altre forze estreme che ostacolano la democrazia in Europa. Loro vogliono distruggere l’Europa».A strettissimo giro arriva il sostegno alla ricandidatura di Ursula von der Leyen da parte di Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri è anche il leader di Forza Italia, che fa parte del Ppe: «Posso dire che Forza Italia», commenta Tajani, «al congresso di Bucarest sosterrà Ursula von der Leyen come candidata alla presidenza della Commissione europea. Abbiamo apprezzato le sue ultime scelte: quella a favore della Difesa comune, che va nella direzione della nostra linea politica; ma anche un atteggiamento positivo per quanto riguarda quella che noi consideriamo la terza via dell’ambientalismo. La Commissione europea dovrebbe abbandonare la posizione ideologica ed estremista che aveva durante la presenza del commissario Frans Timmermans», aggiunge Tajani, «noi siamo per una politica ambientale che garantisca comunque l’economia reale e in modo particolare l’industria e l’agricoltura, che non possono essere penalizzate da obiettivi ambientali irraggiungibili, perché rischiano di essere obiettivi che favoriscono il cambiamento climatico invece di combatterlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-green-von-der-leyen-2667321057.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-e-piena-di-smog-sala-sbrocca" data-post-id="2667321057" data-published-at="1708430472" data-use-pagination="False"> Milano è piena di smog, Sala sbrocca «Milano terza città più inquinata del mondo? Sono le solite indagini estemporanee gestite da un ente privato. Sono seccato di dover rispondere su questioni che non esistono. Arpa dice il contrario. Non si può andar dietro a una notizia fatta da un ente privato, con nessuna titolarità. Parliamo di cose serie, che questa non è una cosa seria». Per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non c’è niente di vero nello studio del sito svizzero IQAir (che oltre a valutare la qualità dell’area, vende anche purificatori, ndr), che rileva la qualità dell’aria mondiale rilevando la concentrazione di Pm 2,5 e che domenica, con un punteggio di 193, ha definito Milano tra le città più inquinate, preceduta solo da Dacca in Bangladesh e Lahore in Pakistan. La qualità dell’aria di Milano è indicata con il colore rosso, e rientra nella categoria non salutare perché la concentrazione di polveri sottili è 27.4 volte il valore della qualità dell’aria indicato dall’Oms. Malgrado quello che dice Sala, artefice delle misure draconiane sul traffico meneghino (basti pensare alle Aree B e C sempre più stringenti), in realtà anche Arpa Lombardia aveva registrato uno sforamento del Pm 10, le polveri sottili, tra venerdì e sabato. Invece per il governatore Attilio Fontana, Regione Lombardia starebbe facendo «miracoli» per ridurre l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti, attraverso «politiche che stiamo portando avanti per migliorare i riscaldamenti, le automobili e per agevolare le attività produttive a intraprendere un percorso di sostenibilità». Ma tant’è. Anche se ieri Milano non era più sul podio dello smog (ma comunque prima tra le metropoli occidentali), da oggi scattano le limitazioni per ridurre le emissioni inquinanti con misure temporanee di primo livello nelle province che hanno raggiunto per il quarto giorno consecutivo l’allarme smog, ovvero Milano, Monza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. La nota della Regione specifica che le misure prevedono la limitazione alla circolazione nei Comuni con più di 30.000 abitanti (tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.30) per tutti i veicoli euro 0 ed euro 1 di qualsiasi alimentazione e per i veicoli euro 2, 3 e 4 a gasolio. Le limitazioni si applicano anche sabato e domenica e coinvolgono anche i veicoli euro 4 diesel commerciali anche se con fap e gli euro 0 e 1 a gpl e metano (le telecamere della grande Ztl potranno intercettare i veicoli fuorilegge in automatico). Anche gli autoveicoli che hanno aderito a MoVe-In sono soggetti alle limitazioni. In tutti i Comuni è vietato tenere temperature superiore a 19 gradi nelle abitazioni e negli esercizi commerciali e inoltre non si possono utilizzare generatori a legna per riscaldamento domestico (in presenza di impianto alternativo) di classe emissiva fino a 3 stelle compresa. Per quanto riguarda il settore agricolo, «in tutti i Comuni delle Province coinvolte è vietato spandere gli effluenti di allevamento, delle acque reflue, dei digestati, dei fertilizzanti e dei fanghi di depurazione, salvo iniezione e interramento immediato». Divieto anche di combustioni e fuochi all’aperto. Il tutto sperando che arrivi presto la pioggia e «pulisca» l’aria della Pianura Padana, perché il problema non è limitato a quella che molti chiamano la «città-Stato», ma interessa l’intera regione padana.
Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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