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2024-02-20
Ursula si rimangia il green deal pur di restare alla guida dell’Europa
Ursula von der Leyen (Ansa)
Meno farina di grillo e più spese per le armi: Ursula von der Leyen si ricandida ufficialmente alla guida della Commissione europea, si rimangia (è il caso di dirlo) le follie green che hanno messo in crisi agricoltura e industria nel continente e punta tutto sul progetto di una Difesa comune europea, con relativo aumento delle spese militari.
La ricandidatura della von der Leyen per il secondo mandato alla guida della Commissione è stata avanzata ieri dal comitato esecutivo federale della Cdu, il partito tedesco di centro al quale appartiene, e sarà poi confermata durante il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) il 6 e 7 marzo a Bucarest. Dopo averci frantumato i frantoi per quattro anni e mezzo con le assurde politiche green che, tra divieti, imposizioni, direttive incomprensibili e amenità varie, hanno portato i popoli europei a scegliere immancabilmente alle elezioni nazionali i partiti che si sono ribellati a questa linea autolesionista, fino alle manifestazioni degli agricoltori che in queste ultime settimane hanno dominato le cronache, ora Ursula svolta a destra e promette di stemperare il fanatismo ambientalista: «Dobbiamo aumentare la nostra competitività, raggiungere gli obiettivi climatici», dice la von del Leyen commentando la sua ricandidatura da Berlino, «coniugandoli con l’economia. A questo proposito sto avendo intense discussioni con gli agricoltori, ciò che è cruciale ora è coniugare gli obiettivi climatici e l’economia. C’è grande accordo sugli obiettivi climatici che sono stati concordati all’unanimità da tutti i 27 Paesi membri», aggiunge il presidente uscente, «verso la neutralità nel 2050 e stiamo lavorando insieme all’industria, affrontando la questione ambientale settore per settore, esaminando come possiamo raggiungere i nostri obiettivi comuni».
La Coldiretti, a quanto pare ancora scettica sulla «conversione» della von der Leyen, annuncia una manifestazione a Bruxelles contro «le follie europee che rischiano di tagliare un terzo della produzione di cibo made in Italy, tra normative ideologiche e senza freni che rischiano di stravolgere per sempre lo stile alimentare degli italiani favorendo le importazioni dall’estero». Nel mirino provvedimenti come il divieto delle insalate in busta e dei cestini di pomodoro, l’obiettivo di equiparare alcune tipologie di allevamenti, anche di piccole e medie dimensioni, alle attività industriali, il via libera alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino, l’eliminazione della pesca a strascico.
Sul fronte della Difesa, la von der Leyen conferma che la Commissione europea presenterà tra circa tre settimane una strategia industriale per il settore delle armi: «Dobbiamo spendere di più», dice la von der Leyen, «se guardiamo le cifre, quest’anno c’è stato un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, ma non è ancora sufficiente». La von der Leyen ha in mente di nominare un commissario alla Difesa: «Un commissario alla Difesa», spiega il presidente uscente, «avrebbe il compito primario di occuparsi dell’industria della Difesa e di garantire che si investa di più e meglio, così l’Ue potrebbe ottenere una maggiore interoperabilità per le sue forze armate e nella produzione di armamenti necessari, fermo restando che l’organizzazione delle forze armate è responsabilità degli Stati membri».
La von der Leyen fa anche l’elenco dei «cattivi», che poi sono i partiti europei che fanno parte di Identità e democrazia, il gruppo al quale aderisce anche la Lega: «La cosa più importante», sottolinea, «per l’Europa è la democrazia, lo Stato di diritto che difendiamo e la pace che abbiamo insieme, il compito di questa campagna elettorale è chiarirlo ai nostri avversari, cioè Vladimir Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Geert Wilders, o di altre forze estreme che ostacolano la democrazia in Europa. Loro vogliono distruggere l’Europa».
A strettissimo giro arriva il sostegno alla ricandidatura di Ursula von der Leyen da parte di Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri è anche il leader di Forza Italia, che fa parte del Ppe: «Posso dire che Forza Italia», commenta Tajani, «al congresso di Bucarest sosterrà Ursula von der Leyen come candidata alla presidenza della Commissione europea. Abbiamo apprezzato le sue ultime scelte: quella a favore della Difesa comune, che va nella direzione della nostra linea politica; ma anche un atteggiamento positivo per quanto riguarda quella che noi consideriamo la terza via dell’ambientalismo. La Commissione europea dovrebbe abbandonare la posizione ideologica ed estremista che aveva durante la presenza del commissario Frans Timmermans», aggiunge Tajani, «noi siamo per una politica ambientale che garantisca comunque l’economia reale e in modo particolare l’industria e l’agricoltura, che non possono essere penalizzate da obiettivi ambientali irraggiungibili, perché rischiano di essere obiettivi che favoriscono il cambiamento climatico invece di combatterlo».
Milano è piena di smog, Sala sbrocca
«Milano terza città più inquinata del mondo? Sono le solite indagini estemporanee gestite da un ente privato. Sono seccato di dover rispondere su questioni che non esistono. Arpa dice il contrario. Non si può andar dietro a una notizia fatta da un ente privato, con nessuna titolarità. Parliamo di cose serie, che questa non è una cosa seria». Per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non c’è niente di vero nello studio del sito svizzero IQAir (che oltre a valutare la qualità dell’area, vende anche purificatori, ndr), che rileva la qualità dell’aria mondiale rilevando la concentrazione di Pm 2,5 e che domenica, con un punteggio di 193, ha definito Milano tra le città più inquinate, preceduta solo da Dacca in Bangladesh e Lahore in Pakistan. La qualità dell’aria di Milano è indicata con il colore rosso, e rientra nella categoria non salutare perché la concentrazione di polveri sottili è 27.4 volte il valore della qualità dell’aria indicato dall’Oms.
Malgrado quello che dice Sala, artefice delle misure draconiane sul traffico meneghino (basti pensare alle Aree B e C sempre più stringenti), in realtà anche Arpa Lombardia aveva registrato uno sforamento del Pm 10, le polveri sottili, tra venerdì e sabato. Invece per il governatore Attilio Fontana, Regione Lombardia starebbe facendo «miracoli» per ridurre l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti, attraverso «politiche che stiamo portando avanti per migliorare i riscaldamenti, le automobili e per agevolare le attività produttive a intraprendere un percorso di sostenibilità».
Ma tant’è. Anche se ieri Milano non era più sul podio dello smog (ma comunque prima tra le metropoli occidentali), da oggi scattano le limitazioni per ridurre le emissioni inquinanti con misure temporanee di primo livello nelle province che hanno raggiunto per il quarto giorno consecutivo l’allarme smog, ovvero Milano, Monza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. La nota della Regione specifica che le misure prevedono la limitazione alla circolazione nei Comuni con più di 30.000 abitanti (tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.30) per tutti i veicoli euro 0 ed euro 1 di qualsiasi alimentazione e per i veicoli euro 2, 3 e 4 a gasolio. Le limitazioni si applicano anche sabato e domenica e coinvolgono anche i veicoli euro 4 diesel commerciali anche se con fap e gli euro 0 e 1 a gpl e metano (le telecamere della grande Ztl potranno intercettare i veicoli fuorilegge in automatico). Anche gli autoveicoli che hanno aderito a MoVe-In sono soggetti alle limitazioni.
In tutti i Comuni è vietato tenere temperature superiore a 19 gradi nelle abitazioni e negli esercizi commerciali e inoltre non si possono utilizzare generatori a legna per riscaldamento domestico (in presenza di impianto alternativo) di classe emissiva fino a 3 stelle compresa. Per quanto riguarda il settore agricolo, «in tutti i Comuni delle Province coinvolte è vietato spandere gli effluenti di allevamento, delle acque reflue, dei digestati, dei fertilizzanti e dei fanghi di depurazione, salvo iniezione e interramento immediato». Divieto anche di combustioni e fuochi all’aperto. Il tutto sperando che arrivi presto la pioggia e «pulisca» l’aria della Pianura Padana, perché il problema non è limitato a quella che molti chiamano la «città-Stato», ma interessa l’intera regione padana.
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Il presidente uscente ha accettato di ricandidarsi per la Commissione promettendo politiche ambientali più concilianti con il mondo produttivo e di incrementare le spese per la Difesa. Antonio Tajani: «Fi la sosterrà».Inquinamento: secondo uno studio Milano è peggio di Lahore e Dacca, però per Beppe Sala i dati «non sono seri». Ma anche la Regione registra numeri choc e scattano le limitazioni.Lo speciale contiene due articoli.Meno farina di grillo e più spese per le armi: Ursula von der Leyen si ricandida ufficialmente alla guida della Commissione europea, si rimangia (è il caso di dirlo) le follie green che hanno messo in crisi agricoltura e industria nel continente e punta tutto sul progetto di una Difesa comune europea, con relativo aumento delle spese militari. La ricandidatura della von der Leyen per il secondo mandato alla guida della Commissione è stata avanzata ieri dal comitato esecutivo federale della Cdu, il partito tedesco di centro al quale appartiene, e sarà poi confermata durante il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) il 6 e 7 marzo a Bucarest. Dopo averci frantumato i frantoi per quattro anni e mezzo con le assurde politiche green che, tra divieti, imposizioni, direttive incomprensibili e amenità varie, hanno portato i popoli europei a scegliere immancabilmente alle elezioni nazionali i partiti che si sono ribellati a questa linea autolesionista, fino alle manifestazioni degli agricoltori che in queste ultime settimane hanno dominato le cronache, ora Ursula svolta a destra e promette di stemperare il fanatismo ambientalista: «Dobbiamo aumentare la nostra competitività, raggiungere gli obiettivi climatici», dice la von del Leyen commentando la sua ricandidatura da Berlino, «coniugandoli con l’economia. A questo proposito sto avendo intense discussioni con gli agricoltori, ciò che è cruciale ora è coniugare gli obiettivi climatici e l’economia. C’è grande accordo sugli obiettivi climatici che sono stati concordati all’unanimità da tutti i 27 Paesi membri», aggiunge il presidente uscente, «verso la neutralità nel 2050 e stiamo lavorando insieme all’industria, affrontando la questione ambientale settore per settore, esaminando come possiamo raggiungere i nostri obiettivi comuni». La Coldiretti, a quanto pare ancora scettica sulla «conversione» della von der Leyen, annuncia una manifestazione a Bruxelles contro «le follie europee che rischiano di tagliare un terzo della produzione di cibo made in Italy, tra normative ideologiche e senza freni che rischiano di stravolgere per sempre lo stile alimentare degli italiani favorendo le importazioni dall’estero». Nel mirino provvedimenti come il divieto delle insalate in busta e dei cestini di pomodoro, l’obiettivo di equiparare alcune tipologie di allevamenti, anche di piccole e medie dimensioni, alle attività industriali, il via libera alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino, l’eliminazione della pesca a strascico.Sul fronte della Difesa, la von der Leyen conferma che la Commissione europea presenterà tra circa tre settimane una strategia industriale per il settore delle armi: «Dobbiamo spendere di più», dice la von der Leyen, «se guardiamo le cifre, quest’anno c’è stato un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, ma non è ancora sufficiente». La von der Leyen ha in mente di nominare un commissario alla Difesa: «Un commissario alla Difesa», spiega il presidente uscente, «avrebbe il compito primario di occuparsi dell’industria della Difesa e di garantire che si investa di più e meglio, così l’Ue potrebbe ottenere una maggiore interoperabilità per le sue forze armate e nella produzione di armamenti necessari, fermo restando che l’organizzazione delle forze armate è responsabilità degli Stati membri». La von der Leyen fa anche l’elenco dei «cattivi», che poi sono i partiti europei che fanno parte di Identità e democrazia, il gruppo al quale aderisce anche la Lega: «La cosa più importante», sottolinea, «per l’Europa è la democrazia, lo Stato di diritto che difendiamo e la pace che abbiamo insieme, il compito di questa campagna elettorale è chiarirlo ai nostri avversari, cioè Vladimir Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Geert Wilders, o di altre forze estreme che ostacolano la democrazia in Europa. Loro vogliono distruggere l’Europa».A strettissimo giro arriva il sostegno alla ricandidatura di Ursula von der Leyen da parte di Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri è anche il leader di Forza Italia, che fa parte del Ppe: «Posso dire che Forza Italia», commenta Tajani, «al congresso di Bucarest sosterrà Ursula von der Leyen come candidata alla presidenza della Commissione europea. Abbiamo apprezzato le sue ultime scelte: quella a favore della Difesa comune, che va nella direzione della nostra linea politica; ma anche un atteggiamento positivo per quanto riguarda quella che noi consideriamo la terza via dell’ambientalismo. La Commissione europea dovrebbe abbandonare la posizione ideologica ed estremista che aveva durante la presenza del commissario Frans Timmermans», aggiunge Tajani, «noi siamo per una politica ambientale che garantisca comunque l’economia reale e in modo particolare l’industria e l’agricoltura, che non possono essere penalizzate da obiettivi ambientali irraggiungibili, perché rischiano di essere obiettivi che favoriscono il cambiamento climatico invece di combatterlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-green-von-der-leyen-2667321057.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-e-piena-di-smog-sala-sbrocca" data-post-id="2667321057" data-published-at="1708430472" data-use-pagination="False"> Milano è piena di smog, Sala sbrocca «Milano terza città più inquinata del mondo? Sono le solite indagini estemporanee gestite da un ente privato. Sono seccato di dover rispondere su questioni che non esistono. Arpa dice il contrario. Non si può andar dietro a una notizia fatta da un ente privato, con nessuna titolarità. Parliamo di cose serie, che questa non è una cosa seria». Per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non c’è niente di vero nello studio del sito svizzero IQAir (che oltre a valutare la qualità dell’area, vende anche purificatori, ndr), che rileva la qualità dell’aria mondiale rilevando la concentrazione di Pm 2,5 e che domenica, con un punteggio di 193, ha definito Milano tra le città più inquinate, preceduta solo da Dacca in Bangladesh e Lahore in Pakistan. La qualità dell’aria di Milano è indicata con il colore rosso, e rientra nella categoria non salutare perché la concentrazione di polveri sottili è 27.4 volte il valore della qualità dell’aria indicato dall’Oms. Malgrado quello che dice Sala, artefice delle misure draconiane sul traffico meneghino (basti pensare alle Aree B e C sempre più stringenti), in realtà anche Arpa Lombardia aveva registrato uno sforamento del Pm 10, le polveri sottili, tra venerdì e sabato. Invece per il governatore Attilio Fontana, Regione Lombardia starebbe facendo «miracoli» per ridurre l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti, attraverso «politiche che stiamo portando avanti per migliorare i riscaldamenti, le automobili e per agevolare le attività produttive a intraprendere un percorso di sostenibilità». Ma tant’è. Anche se ieri Milano non era più sul podio dello smog (ma comunque prima tra le metropoli occidentali), da oggi scattano le limitazioni per ridurre le emissioni inquinanti con misure temporanee di primo livello nelle province che hanno raggiunto per il quarto giorno consecutivo l’allarme smog, ovvero Milano, Monza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. La nota della Regione specifica che le misure prevedono la limitazione alla circolazione nei Comuni con più di 30.000 abitanti (tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.30) per tutti i veicoli euro 0 ed euro 1 di qualsiasi alimentazione e per i veicoli euro 2, 3 e 4 a gasolio. Le limitazioni si applicano anche sabato e domenica e coinvolgono anche i veicoli euro 4 diesel commerciali anche se con fap e gli euro 0 e 1 a gpl e metano (le telecamere della grande Ztl potranno intercettare i veicoli fuorilegge in automatico). Anche gli autoveicoli che hanno aderito a MoVe-In sono soggetti alle limitazioni. In tutti i Comuni è vietato tenere temperature superiore a 19 gradi nelle abitazioni e negli esercizi commerciali e inoltre non si possono utilizzare generatori a legna per riscaldamento domestico (in presenza di impianto alternativo) di classe emissiva fino a 3 stelle compresa. Per quanto riguarda il settore agricolo, «in tutti i Comuni delle Province coinvolte è vietato spandere gli effluenti di allevamento, delle acque reflue, dei digestati, dei fertilizzanti e dei fanghi di depurazione, salvo iniezione e interramento immediato». Divieto anche di combustioni e fuochi all’aperto. Il tutto sperando che arrivi presto la pioggia e «pulisca» l’aria della Pianura Padana, perché il problema non è limitato a quella che molti chiamano la «città-Stato», ma interessa l’intera regione padana.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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