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2024-02-20
Ursula si rimangia il green deal pur di restare alla guida dell’Europa
Ursula von der Leyen (Ansa)
Meno farina di grillo e più spese per le armi: Ursula von der Leyen si ricandida ufficialmente alla guida della Commissione europea, si rimangia (è il caso di dirlo) le follie green che hanno messo in crisi agricoltura e industria nel continente e punta tutto sul progetto di una Difesa comune europea, con relativo aumento delle spese militari.
La ricandidatura della von der Leyen per il secondo mandato alla guida della Commissione è stata avanzata ieri dal comitato esecutivo federale della Cdu, il partito tedesco di centro al quale appartiene, e sarà poi confermata durante il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) il 6 e 7 marzo a Bucarest. Dopo averci frantumato i frantoi per quattro anni e mezzo con le assurde politiche green che, tra divieti, imposizioni, direttive incomprensibili e amenità varie, hanno portato i popoli europei a scegliere immancabilmente alle elezioni nazionali i partiti che si sono ribellati a questa linea autolesionista, fino alle manifestazioni degli agricoltori che in queste ultime settimane hanno dominato le cronache, ora Ursula svolta a destra e promette di stemperare il fanatismo ambientalista: «Dobbiamo aumentare la nostra competitività, raggiungere gli obiettivi climatici», dice la von del Leyen commentando la sua ricandidatura da Berlino, «coniugandoli con l’economia. A questo proposito sto avendo intense discussioni con gli agricoltori, ciò che è cruciale ora è coniugare gli obiettivi climatici e l’economia. C’è grande accordo sugli obiettivi climatici che sono stati concordati all’unanimità da tutti i 27 Paesi membri», aggiunge il presidente uscente, «verso la neutralità nel 2050 e stiamo lavorando insieme all’industria, affrontando la questione ambientale settore per settore, esaminando come possiamo raggiungere i nostri obiettivi comuni».
La Coldiretti, a quanto pare ancora scettica sulla «conversione» della von der Leyen, annuncia una manifestazione a Bruxelles contro «le follie europee che rischiano di tagliare un terzo della produzione di cibo made in Italy, tra normative ideologiche e senza freni che rischiano di stravolgere per sempre lo stile alimentare degli italiani favorendo le importazioni dall’estero». Nel mirino provvedimenti come il divieto delle insalate in busta e dei cestini di pomodoro, l’obiettivo di equiparare alcune tipologie di allevamenti, anche di piccole e medie dimensioni, alle attività industriali, il via libera alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino, l’eliminazione della pesca a strascico.
Sul fronte della Difesa, la von der Leyen conferma che la Commissione europea presenterà tra circa tre settimane una strategia industriale per il settore delle armi: «Dobbiamo spendere di più», dice la von der Leyen, «se guardiamo le cifre, quest’anno c’è stato un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, ma non è ancora sufficiente». La von der Leyen ha in mente di nominare un commissario alla Difesa: «Un commissario alla Difesa», spiega il presidente uscente, «avrebbe il compito primario di occuparsi dell’industria della Difesa e di garantire che si investa di più e meglio, così l’Ue potrebbe ottenere una maggiore interoperabilità per le sue forze armate e nella produzione di armamenti necessari, fermo restando che l’organizzazione delle forze armate è responsabilità degli Stati membri».
La von der Leyen fa anche l’elenco dei «cattivi», che poi sono i partiti europei che fanno parte di Identità e democrazia, il gruppo al quale aderisce anche la Lega: «La cosa più importante», sottolinea, «per l’Europa è la democrazia, lo Stato di diritto che difendiamo e la pace che abbiamo insieme, il compito di questa campagna elettorale è chiarirlo ai nostri avversari, cioè Vladimir Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Geert Wilders, o di altre forze estreme che ostacolano la democrazia in Europa. Loro vogliono distruggere l’Europa».
A strettissimo giro arriva il sostegno alla ricandidatura di Ursula von der Leyen da parte di Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri è anche il leader di Forza Italia, che fa parte del Ppe: «Posso dire che Forza Italia», commenta Tajani, «al congresso di Bucarest sosterrà Ursula von der Leyen come candidata alla presidenza della Commissione europea. Abbiamo apprezzato le sue ultime scelte: quella a favore della Difesa comune, che va nella direzione della nostra linea politica; ma anche un atteggiamento positivo per quanto riguarda quella che noi consideriamo la terza via dell’ambientalismo. La Commissione europea dovrebbe abbandonare la posizione ideologica ed estremista che aveva durante la presenza del commissario Frans Timmermans», aggiunge Tajani, «noi siamo per una politica ambientale che garantisca comunque l’economia reale e in modo particolare l’industria e l’agricoltura, che non possono essere penalizzate da obiettivi ambientali irraggiungibili, perché rischiano di essere obiettivi che favoriscono il cambiamento climatico invece di combatterlo».
Milano è piena di smog, Sala sbrocca
«Milano terza città più inquinata del mondo? Sono le solite indagini estemporanee gestite da un ente privato. Sono seccato di dover rispondere su questioni che non esistono. Arpa dice il contrario. Non si può andar dietro a una notizia fatta da un ente privato, con nessuna titolarità. Parliamo di cose serie, che questa non è una cosa seria». Per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non c’è niente di vero nello studio del sito svizzero IQAir (che oltre a valutare la qualità dell’area, vende anche purificatori, ndr), che rileva la qualità dell’aria mondiale rilevando la concentrazione di Pm 2,5 e che domenica, con un punteggio di 193, ha definito Milano tra le città più inquinate, preceduta solo da Dacca in Bangladesh e Lahore in Pakistan. La qualità dell’aria di Milano è indicata con il colore rosso, e rientra nella categoria non salutare perché la concentrazione di polveri sottili è 27.4 volte il valore della qualità dell’aria indicato dall’Oms.
Malgrado quello che dice Sala, artefice delle misure draconiane sul traffico meneghino (basti pensare alle Aree B e C sempre più stringenti), in realtà anche Arpa Lombardia aveva registrato uno sforamento del Pm 10, le polveri sottili, tra venerdì e sabato. Invece per il governatore Attilio Fontana, Regione Lombardia starebbe facendo «miracoli» per ridurre l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti, attraverso «politiche che stiamo portando avanti per migliorare i riscaldamenti, le automobili e per agevolare le attività produttive a intraprendere un percorso di sostenibilità».
Ma tant’è. Anche se ieri Milano non era più sul podio dello smog (ma comunque prima tra le metropoli occidentali), da oggi scattano le limitazioni per ridurre le emissioni inquinanti con misure temporanee di primo livello nelle province che hanno raggiunto per il quarto giorno consecutivo l’allarme smog, ovvero Milano, Monza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. La nota della Regione specifica che le misure prevedono la limitazione alla circolazione nei Comuni con più di 30.000 abitanti (tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.30) per tutti i veicoli euro 0 ed euro 1 di qualsiasi alimentazione e per i veicoli euro 2, 3 e 4 a gasolio. Le limitazioni si applicano anche sabato e domenica e coinvolgono anche i veicoli euro 4 diesel commerciali anche se con fap e gli euro 0 e 1 a gpl e metano (le telecamere della grande Ztl potranno intercettare i veicoli fuorilegge in automatico). Anche gli autoveicoli che hanno aderito a MoVe-In sono soggetti alle limitazioni.
In tutti i Comuni è vietato tenere temperature superiore a 19 gradi nelle abitazioni e negli esercizi commerciali e inoltre non si possono utilizzare generatori a legna per riscaldamento domestico (in presenza di impianto alternativo) di classe emissiva fino a 3 stelle compresa. Per quanto riguarda il settore agricolo, «in tutti i Comuni delle Province coinvolte è vietato spandere gli effluenti di allevamento, delle acque reflue, dei digestati, dei fertilizzanti e dei fanghi di depurazione, salvo iniezione e interramento immediato». Divieto anche di combustioni e fuochi all’aperto. Il tutto sperando che arrivi presto la pioggia e «pulisca» l’aria della Pianura Padana, perché il problema non è limitato a quella che molti chiamano la «città-Stato», ma interessa l’intera regione padana.
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Il presidente uscente ha accettato di ricandidarsi per la Commissione promettendo politiche ambientali più concilianti con il mondo produttivo e di incrementare le spese per la Difesa. Antonio Tajani: «Fi la sosterrà».Inquinamento: secondo uno studio Milano è peggio di Lahore e Dacca, però per Beppe Sala i dati «non sono seri». Ma anche la Regione registra numeri choc e scattano le limitazioni.Lo speciale contiene due articoli.Meno farina di grillo e più spese per le armi: Ursula von der Leyen si ricandida ufficialmente alla guida della Commissione europea, si rimangia (è il caso di dirlo) le follie green che hanno messo in crisi agricoltura e industria nel continente e punta tutto sul progetto di una Difesa comune europea, con relativo aumento delle spese militari. La ricandidatura della von der Leyen per il secondo mandato alla guida della Commissione è stata avanzata ieri dal comitato esecutivo federale della Cdu, il partito tedesco di centro al quale appartiene, e sarà poi confermata durante il congresso del Partito popolare europeo (Ppe) il 6 e 7 marzo a Bucarest. Dopo averci frantumato i frantoi per quattro anni e mezzo con le assurde politiche green che, tra divieti, imposizioni, direttive incomprensibili e amenità varie, hanno portato i popoli europei a scegliere immancabilmente alle elezioni nazionali i partiti che si sono ribellati a questa linea autolesionista, fino alle manifestazioni degli agricoltori che in queste ultime settimane hanno dominato le cronache, ora Ursula svolta a destra e promette di stemperare il fanatismo ambientalista: «Dobbiamo aumentare la nostra competitività, raggiungere gli obiettivi climatici», dice la von del Leyen commentando la sua ricandidatura da Berlino, «coniugandoli con l’economia. A questo proposito sto avendo intense discussioni con gli agricoltori, ciò che è cruciale ora è coniugare gli obiettivi climatici e l’economia. C’è grande accordo sugli obiettivi climatici che sono stati concordati all’unanimità da tutti i 27 Paesi membri», aggiunge il presidente uscente, «verso la neutralità nel 2050 e stiamo lavorando insieme all’industria, affrontando la questione ambientale settore per settore, esaminando come possiamo raggiungere i nostri obiettivi comuni». La Coldiretti, a quanto pare ancora scettica sulla «conversione» della von der Leyen, annuncia una manifestazione a Bruxelles contro «le follie europee che rischiano di tagliare un terzo della produzione di cibo made in Italy, tra normative ideologiche e senza freni che rischiano di stravolgere per sempre lo stile alimentare degli italiani favorendo le importazioni dall’estero». Nel mirino provvedimenti come il divieto delle insalate in busta e dei cestini di pomodoro, l’obiettivo di equiparare alcune tipologie di allevamenti, anche di piccole e medie dimensioni, alle attività industriali, il via libera alle etichette allarmistiche sulle bottiglie di vino, l’eliminazione della pesca a strascico.Sul fronte della Difesa, la von der Leyen conferma che la Commissione europea presenterà tra circa tre settimane una strategia industriale per il settore delle armi: «Dobbiamo spendere di più», dice la von der Leyen, «se guardiamo le cifre, quest’anno c’è stato un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, ma non è ancora sufficiente». La von der Leyen ha in mente di nominare un commissario alla Difesa: «Un commissario alla Difesa», spiega il presidente uscente, «avrebbe il compito primario di occuparsi dell’industria della Difesa e di garantire che si investa di più e meglio, così l’Ue potrebbe ottenere una maggiore interoperabilità per le sue forze armate e nella produzione di armamenti necessari, fermo restando che l’organizzazione delle forze armate è responsabilità degli Stati membri». La von der Leyen fa anche l’elenco dei «cattivi», che poi sono i partiti europei che fanno parte di Identità e democrazia, il gruppo al quale aderisce anche la Lega: «La cosa più importante», sottolinea, «per l’Europa è la democrazia, lo Stato di diritto che difendiamo e la pace che abbiamo insieme, il compito di questa campagna elettorale è chiarirlo ai nostri avversari, cioè Vladimir Putin e i suoi amici, sia che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Geert Wilders, o di altre forze estreme che ostacolano la democrazia in Europa. Loro vogliono distruggere l’Europa».A strettissimo giro arriva il sostegno alla ricandidatura di Ursula von der Leyen da parte di Antonio Tajani. Il vicepremier e ministro degli Esteri è anche il leader di Forza Italia, che fa parte del Ppe: «Posso dire che Forza Italia», commenta Tajani, «al congresso di Bucarest sosterrà Ursula von der Leyen come candidata alla presidenza della Commissione europea. Abbiamo apprezzato le sue ultime scelte: quella a favore della Difesa comune, che va nella direzione della nostra linea politica; ma anche un atteggiamento positivo per quanto riguarda quella che noi consideriamo la terza via dell’ambientalismo. La Commissione europea dovrebbe abbandonare la posizione ideologica ed estremista che aveva durante la presenza del commissario Frans Timmermans», aggiunge Tajani, «noi siamo per una politica ambientale che garantisca comunque l’economia reale e in modo particolare l’industria e l’agricoltura, che non possono essere penalizzate da obiettivi ambientali irraggiungibili, perché rischiano di essere obiettivi che favoriscono il cambiamento climatico invece di combatterlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-green-von-der-leyen-2667321057.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-e-piena-di-smog-sala-sbrocca" data-post-id="2667321057" data-published-at="1708430472" data-use-pagination="False"> Milano è piena di smog, Sala sbrocca «Milano terza città più inquinata del mondo? Sono le solite indagini estemporanee gestite da un ente privato. Sono seccato di dover rispondere su questioni che non esistono. Arpa dice il contrario. Non si può andar dietro a una notizia fatta da un ente privato, con nessuna titolarità. Parliamo di cose serie, che questa non è una cosa seria». Per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non c’è niente di vero nello studio del sito svizzero IQAir (che oltre a valutare la qualità dell’area, vende anche purificatori, ndr), che rileva la qualità dell’aria mondiale rilevando la concentrazione di Pm 2,5 e che domenica, con un punteggio di 193, ha definito Milano tra le città più inquinate, preceduta solo da Dacca in Bangladesh e Lahore in Pakistan. La qualità dell’aria di Milano è indicata con il colore rosso, e rientra nella categoria non salutare perché la concentrazione di polveri sottili è 27.4 volte il valore della qualità dell’aria indicato dall’Oms. Malgrado quello che dice Sala, artefice delle misure draconiane sul traffico meneghino (basti pensare alle Aree B e C sempre più stringenti), in realtà anche Arpa Lombardia aveva registrato uno sforamento del Pm 10, le polveri sottili, tra venerdì e sabato. Invece per il governatore Attilio Fontana, Regione Lombardia starebbe facendo «miracoli» per ridurre l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti, attraverso «politiche che stiamo portando avanti per migliorare i riscaldamenti, le automobili e per agevolare le attività produttive a intraprendere un percorso di sostenibilità». Ma tant’è. Anche se ieri Milano non era più sul podio dello smog (ma comunque prima tra le metropoli occidentali), da oggi scattano le limitazioni per ridurre le emissioni inquinanti con misure temporanee di primo livello nelle province che hanno raggiunto per il quarto giorno consecutivo l’allarme smog, ovvero Milano, Monza, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia. La nota della Regione specifica che le misure prevedono la limitazione alla circolazione nei Comuni con più di 30.000 abitanti (tutti i giorni dalle 7.30 alle 19.30) per tutti i veicoli euro 0 ed euro 1 di qualsiasi alimentazione e per i veicoli euro 2, 3 e 4 a gasolio. Le limitazioni si applicano anche sabato e domenica e coinvolgono anche i veicoli euro 4 diesel commerciali anche se con fap e gli euro 0 e 1 a gpl e metano (le telecamere della grande Ztl potranno intercettare i veicoli fuorilegge in automatico). Anche gli autoveicoli che hanno aderito a MoVe-In sono soggetti alle limitazioni. In tutti i Comuni è vietato tenere temperature superiore a 19 gradi nelle abitazioni e negli esercizi commerciali e inoltre non si possono utilizzare generatori a legna per riscaldamento domestico (in presenza di impianto alternativo) di classe emissiva fino a 3 stelle compresa. Per quanto riguarda il settore agricolo, «in tutti i Comuni delle Province coinvolte è vietato spandere gli effluenti di allevamento, delle acque reflue, dei digestati, dei fertilizzanti e dei fanghi di depurazione, salvo iniezione e interramento immediato». Divieto anche di combustioni e fuochi all’aperto. Il tutto sperando che arrivi presto la pioggia e «pulisca» l’aria della Pianura Padana, perché il problema non è limitato a quella che molti chiamano la «città-Stato», ma interessa l’intera regione padana.
Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali provincie di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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