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Imprese, filiere, territori. Osservatorio sul Merito racconta un sistema vivo, che evolve senza perdere la propria identità.
C’è un’Italia che, pur tra le incertezze globali, continua a produrre, innovare e competere. È l’Italia del Made in Italy, che celebra ogni 15 aprile la sua Giornata Nazionale, non con un singolo prodotto o un unico settore, ma con la sua innata capacità di coniugare bellezza e innovazione, visione strategica e cultura d’impresa.
Dalle politiche del ministero delle Imprese e del Made in Italy (rappresentato dal vice ministro Valentino Valentini e da Paolo Quercia, direttore della Divisione studi e analisi) alle strategie di internazionalizzazione (Paolo De Castro, presidente Nomisma), dall’accesso ai capitali (Marta Testi, ceo Elite- Gruppo Euronext) alla sostenibilità, fino al ruolo centrale delle filiere e del capitale umano, Osservatorio sul Merito restituisce una lettura articolata e concreta delle traiettorie di sviluppo del Paese. Percorsi che richiedono competenze specifiche, come ricordano il sottosegretario al ministero dell'Istruzione, Paola Frassinetti, e Giovanni Brugnoli, presidente della Fondazione imprese e competenze per il Made in Italy. Valorizzare l’eccellenza dei nostri settori di punta significa attrarre e formare le nuove generazioni affinché ne raccolgano l'eredità, conducendola nel futuro. Rendere strutturale il dialogo tra aziende, scuola e territorio è ormai un passaggio imprescindibile. Così come serve un cambio di paradigma per le Pmi, chiamate a fare sistema, condividere competenze e sviluppare sinergie per affrontare mercati esteri, transizione digitale e sostenibilità. Vincenzo Polidoro, numero uno di AssoNEXT, indica direttrici da seguire e le criticità da superare.
I leader del made in Italy. In un momento storico in cui l’identità produttiva italiana rappresenta non solo un patrimonio culturale ma anche una leva strategica per la competitività globale, il ruolo di chi promuove e tutela il made in Italy diventa centrale. Romina Nicoletti, che guida l'Italian Delegation Made in Italy con misure tese a rafforzare la reputazione dei prodotti italiani sui mercati internazionali, presenta il Premio Leader del Made in Italy Award, che rende omaggio agli imprenditori distintisi nella promozione del saper fare italiano nel mondo. La cerimonia di premiazione, che si terrà a Roma il 19 maggio, sarà anticipata da una conferenza di alto livello, che farà da piattaforma di confronto sulla competitività del Paese.
Fedeli alla qualità. In Osservatorio sul Merito emergono le esperienze di imprenditori e imprenditrici di settori diversi (Paglieri, Fiorentini Alimentari, Gentili Mosconi, Bruno Generators, Kartell) unite però da una stessa tensione: restare fedeli alla qualità del made in Italy e, allo stesso tempo, affrontare le sfide di un mercato sempre più complesso. Dalla manifattura all’agroalimentare, dall’energia alla finanza, fino al design e alla ristorazione, emerge una visione chiara: innovare non è più un’opzione, ma una condizione necessaria per restare competitivi. Lo scenario internazionale richiede strategie sempre più selettive. E sullo sfondo resta la necessità di un sistema capace di accompagnare davvero la crescita, mettendo in relazione imprese, istituzioni e finanza. L'Italia può continuare a distinguersi solo se saprà fare sistema, valorizzare le proprie radici e trasformarle in leva per il futuro. Perché il vero punto di forza, oggi più che mai, non è soltanto ciò che il Paese produce, ma il modo in cui riesce a farlo.
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Matteo Salvini (Ansa)
Il leader leghista: «Noi stiamo con i cittadini che non ragionano come la sinistra».
Il 18 aprile la manifestazione dei Patrioti della Lega in piazza del Duomo a Milano ci sarà, ma reazioni e polemiche non si fermano. Il Pd a Palazzo Marino, tramite la presidente del Consiglio comunale di Milano, Elena Buscemi, nei giorni scorsi aveva provato a esortare Prefettura e Questura per annullare l’evento, ma senza esito.
Lo stesso sindaco, Beppe Sala, ha ammesso che non ci sono elementi per vietarla ma, nonostante questo, Buscemi non ha intenzione di ritirare l’ordine del giorno, che arriverà regolarmente in Aula oggi. La piddina chiede «un voto politico all’aula contro il Remigration summit, che è assolutamente xenofobo e razzista». Un voto che andrebbe contro il parere di Questore e Prefetto, unici titolati a decidere sui requisiti di ordine pubblico dell’evento e che avevano già dato il proprio assenso in nome del diritto di espressione di tutti. «Buscemi ha chiesto al prefetto di vietare piazza Duomo. Ma chi è? Il Duce? Poi ognuno la pensi come vuole. Non le piace la piazza dei Patrioti? Non ci sarà. Però io non ho mai presentato un ordine del giorno come Lega per impedire un comizio di Schlein, Conte, Renzi o chiunque altro. Mi sembra un atteggiamento volgarmente violento», ha dichiarato ieri il vicepremier Matteo Salvini. «Mi fa strano che un partito che si dice democratico voglia impedire che in piazza Duomo ci siano cittadini italiani che non la pensano come la sinistra, che vogliono aiutare famiglie e imprese. Quindi è un atteggiamento da vecchi fascisti, non da democratici». Inoltre il leader del Carroccio ha precisato: «Parleremo di sicurezza, di pace, di identità e di contrasto al fanatismo islamico: non c’è in nessun manifesto il termine “remigrazione”. Che, peraltro, non mi spaventa perché siamo in democrazia e ognuno è libero di portare avanti le sue idee. Noi vogliamo un contrasto serio, importante e ancora più deciso all’immigrazione clandestina ma nessuno si sogna di rimandare a casa gli immigrati regolari per bene che sono qua», ha aggiunto Salvini.
Contro la censura rossa il deputato leghista Igor Iezzi: «I tentativi della sinistra di bloccare la manifestazione sono sconcertanti e avvelenano il clima politico. Non vorremmo ci fossero reazioni violente come quelle viste in altre occasioni, anche all’estero, e ricordo con preoccupazione le accuse che le autorità ungheresi hanno mosso a Ilaria Salis e ad altri estremisti di sinistra. Sto valutando di andare in procura per denunciare gli esponenti di sinistra che hanno invocato il bavaglio per istigazione a delinquere».
Nel frattempo anche i centri sociali milanesi hanno deciso di mobilitarsi come annunciato con un comunicato online che mistifica i reali presupposti dell’evento: «Salvini ha chiamato a raduno le sue schiere per ospitare un ripugnante comizio che invocherà odio, razzismo, sessismo, repressione, controllo dei corpi, militarizzazione e suprematismo». Ad intervenire contro l’intolleranza dell’estrema sinistra anche l’europarlamentare della Lega Silvia Sardone: «Comunicando la loro presenza, i delinquenti dei centri sociali ci regalano un annuncio delirante».
E sempre ieri Salvini è tornato a parlare della situazione economica: «O lo cambiano, sto patto di stabilità, oppure se continueranno a non sentirci, faremo da soli. La priorità è sbloccare le norme europee che ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà, tutto il resto viene dopo. La cosa assurda è che ancora oggi con le crisi in corso Bruxelles permetta agli Stati di spendere miliardi per le armi, ma impedisca all’Italia di spendere altrettanti soldi per aiutare chi non ce la fa».
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Claudio Borghi (Imagoeconomica)
Il leghista: «Non si può governare contro l’opinione pubblica. E se Kiev chiudesse i tubi non meriterebbe più l’aiuto italiano. Il Patto di stabilità? Finiamola di stare sottomessi, facciamo i nostri interessi come la Francia».
Claudio Borghi, senatore della Lega: perché si ostina a chiedere di riaprire i rubinetti del gas russo?
«Perché la bussola che dovrebbe ispirare le nostre scelte dovrebbe essere, semplicemente, l’interesse nazionale. In questo momento siamo in una posizione svantaggiata rispetto agli altri Paesi: alcuni hanno puntato sull’energia atomica, altri su diverse fonti di approvvigionamento, noi italiani abbiamo puntato sul gas. A suo tempo, il premier Mario Draghi diceva che interrompere le forniture russe era un sacrificio necessario per mettere in ginocchio Mosca: ecco, quella strategia è fallita. Oggi l’alternativa al gas russo è girare con le candele».
Peccato che comprare oggi il gas della Russia significa finanziare l’esercito di Vladimir Putin in Ucraina, non crede?
«No, bisogna uscire dalla forma mentale di “fare un favore a qualcuno”. Non sarebbe un regalo alla Russia, ma uno scambio commerciale: soldi in cambio di gas, che forse in questo momento è più prezioso delle banconote. Sarà per via della mia formazione economica, ma sono convinto che non abbia senso ammantare questi discorsi di connotazioni morali».
Questa riapertura dei gasdotti dovrebbe avvenire soltanto a conflitto finito?
«Bisogna essere realisti. Il gasdotto che porta il gas dalla Russia in Italia, transita in territorio ucraino. Se Kiev facesse con noi ciò che fa con l’Ungheria, - cioè ci ricattasse tenendo chiusi i tubi - a quel punto non meriterebbe più il nostro aiuto».
Insomma, sta dicendo che gli interessi nazionali non coincidono con gli interessi ucraini, e i primi prevalgono sui secondi?
«Non mi pare che finora abbiamo granché tutelato gli interessi ucraini. Sono discorsi che facciamo da anni, e credo sia giusto, dopo tutto questo tempo, tracciare un primo bilancio. Le condizioni che poteva accettare l’Ucraina ieri – e che si giudicavano inaccettabili – erano migliori di quelle di oggi. E le condizioni di oggi sono migliori di quelle di domani».
Dunque la guerra in Iran mette in una luce diversa il conflitto ucraino?
«È vero, la Russia ha invaso un Paese sovrano: ma perché questo dovrebbe comportare una ritorsione pluriennale ai nostri danni? Quando Trump attaccò il Venezuela, ho scritto per gioco al ministro della Difesa Guido Crosetto che, teoricamente, avremmo dovuto spedire armamenti a Maduro. La mia era solo una battuta, ma il senso è questo: attenti a porre condizioni morali, quando il mondo si regola sulla legge del più forte fin dai tempi dei sumeri».
Durante l’informativa del premier Giorgia Meloni in Parlamento, il capogruppo leghista Romeo ha detto che occorre «ripartire dalle tre regioni che hanno votato sì al referendum» e «sarebbe bene ascoltare un po’ di più il Nord». In che senso?
«Se oggi si facesse un referendum sulla riapertura del gas russo, il sì vincerebbe a mani basse. Nel nord est tutti gli imprenditori sono favorevoli, e chi ti vota merita attenzione. La crisi energetica morde dove c’è un tessuto industriale più fitto, e bisogna aiutare quelle imprese che creano ricchezza. Perché se non produci ricchezza, non puoi neanche distribuirla».
Gli alleati di coalizione, Forza Italia in primis, non sembrano affatto convinti sull’apertura a Mosca.
« Spero che alcuni dei nostri alleati comprendano che non ci si può permettere il lusso di governare contro l’opinione del Paese. Quello energetico è sentito come il primo problema: sia dalle imprese che rischiano di bruciare competitività, sia dalle famiglie che lasciano mezzo stipendio alla pompa di benzina».
Anche per questo scenderete in piazza Duomo, a Milano, il 18 aprile, per il cosiddetto «Remigration Summit» organizzato dalle destre europee?
«Saremo in piazza con entusiasmo. È il momento giusto per far capire a tutti che le assurde regole europee, dall’immigrazione, all’energia, devono essere riformate. Sarà un evento dei Patrioti per l’Europa, e tutti sono invitati».
Il commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha blindato il Patto di stabilità: «Per sospenderlo», ha detto, «occorre che ci sia una grave crisi economica, e al momento non ci troviamo in questa situazione». Che effetto le fa?
«Allucinante. Dombrovskis per me è come il demonio in Chiesa, è un fantoccino della Germania, è come il corvo Rockefeller che parla a comando: è per questo che è diventato vicepresidente della Commissione, ma per il resto è politicamente irrilevante. Berlino chiede austerità per gli altri mentre a casa sua fa ciò che vuole, e manda avanti il commissario a portare avanti la linea tedesca».
Giorgia Meloni ha parlato una deroga «generalizzata» al Patto di stabilità. Ma esiste lo spazio per un accordo?
«Questo è un punto fondamentale. Per Meloni lo scenario migliore è quello in cui l’Unione europea finalmente capisca. Quello che a volte rimprovero anche ai miei alleati di governo è non avere il coraggio di comprendere che, quando occorre, noi abbiamo la possibilità di fare ciò che vogliamo».
Scartare di lato? Fare da soli? Come pensa che sia fattibile?
«Al contrario dell’Ungheria, l’Italia è un Paese “pagatore” nei confronti dell’Ue. Paghiamo per far parte del club, e quindi non dobbiamo avere paura di dire: facciamo il nostro interesse. Esattamente come la Francia, che quest’anno è al 5,1% di deficit. È ora di smetterla di avere un atteggiamento sottomesso».
Nel concreto?
«Il Patto di stabilità è una questione strettamente europea. Una volta ottenuto il sì, con le buone o le meno buone, occorre per forza votare lo scostamento di bilancio per mettere a disposizione le nuove cifre da allocare».
Anche senza il permesso europeo?
«Se ce lo danno bene, altrimenti pazienza. Per noi va fatto lo stesso».
Davide Tabarelli (Nomisma) dice che il momento di puntare sull’energia italiana a «chilometro zero». Occorre riattivare le trivelle nell’Adriatico, per riconquistare un minimo di autonomia energetica?
«Qualcosa in più si potrebbe fare, ma ricordiamoci anche che dobbiamo preservare il territorio più bello del mondo. Sicuramente bisogna puntare al massimo sul nucleare: non è una soluzione che si raggiunge in pochi giorni, ma è giusto guardare al futuro. Confido che prima della fine della legislatura sia pronto il quadro legislativo per iniziare con il nucleare».
Nonostante la tregua, difficilmente la situazione sullo stretto di Hormuz tornerà in fretta alla normalità. Si fa strada l’idea del pagamento di un pedaggio, anche se Unione europea e Regno Unito lo escludono.
«Attaccare l’Iran non è stata una buona idea, anche guardando la geopolitica con sguardo cinico. Ma quello che sta facendo Trump - e quello che ha fatto Netanyahu - risponde a logiche tutto sommato coerenti».
Coerenti?
«Netanyahu pensa da tempo che l’Iran sia una minaccia esistenziale per il proprio Paese, sia per via diretta - costruzione della bomba atomica - sia per via indiretta, attraverso i suoi proxy regionali: Hezbollah, gli Huthi e così via».
Dunque?
«Dunque Israele è convinto che, se non attaccano prima loro, attaccheranno gli altri. Giusto o sbagliato, questo è ciò che pensano. E non c’è nemmeno una grande opposizione interna, specialmente dopo il 7 ottobre».
E Donald Trump?
«Troppo facile farlo passare per pazzo. Utilizza metodi da prestigiatore, provoca, e nel frattempo porta avanti la sua linea. Quella contenuta nel documento di sicurezza nazionale, dove ti racconta chiaramente che l’avversario vero è la Cina. Dal suo punto di vista, attaccare i fornitori della Cina, cioè Venezuela e Iran, è perfettamente logico. Allo stesso modo, Trump preferisce che la Russia con il suo gas si riavvicini all’Europa, invece che a Pechino».
Lei ha davvero detto che «la Groenlandia va lasciata a Donald Trump perché serve soltanto alla pesca del merluzzo»?
«Era uno scherzo, però riflettiamoci. Quando Trump ci ha messo gli occhi sopra, sembrava fosse il tesoro più prezioso del mondo. Ma la verità è che se la Groenlandia fosse così piena di ricchezze, i primi a chiedere l’indipendenza sarebbero stati i groenlandesi. Che invece restano fortemente sussidiati dalla Danimarca, perché al momento l’unica vera ricchezza sfruttabile è, per l’appunto, il merluzzo».
Ma lei è ancora trumpiano, dopo l’Iran?
«L’errore che fanno in tanti è quello di dipingersi un Trump personale: qualcuno lo vuole con il loden, qualcuno più serio, qualcun altro meno. Io ritengo semplicemente che sia il leader democraticamente eletto della maggiore potenza mondiale, e quindi pensare di non doverci avere a che fare è pura utopia. Trump me lo faccio piacere. E con tutti i suoi difetti e le sue bombe, sarà sempre meglio di Ursula Von der Leyen».
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Vladimir Putin (Getty Images)
Il Cremlino si fa avanti, Trump minaccia blocchi e confische su Hormuz e sanzioni alla Cina. Carro Idf contro soldati italiani.
Si è concluso senza alcuna intesa il ciclo di colloqui tra Stati Uniti e Iran ospitato a Islamabad, in Pakistan. A certificare lo stallo è stato il vicepresidente americano JD Vance: «Per 21 ore abbiamo avuto discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo».
Un fallimento che, secondo Washington, pesa soprattutto su Teheran: «È una cattiva notizia per l’Iran, molto più che per gli Stati Uniti». Le delegazioni hanno negoziato a lungo senza riuscire a superare le divergenze, soprattutto sul programma nucleare. Vance ha evitato dettagli, ma ha ribadito la linea americana: serve «un impegno esplicito» a non sviluppare armi nucleari né strumenti per ottenerle rapidamente. Per la Casa Bianca, il nodo non riguarda soltanto l’attuale fase del confronto, ma la possibilità di ottenere da Teheran una garanzia stabile, verificabile e di lungo periodo sulla rinuncia a ogni opzione militare. Secondo Washington, parte della capacità iraniana sarebbe già stata compromessa: «Le strutture di arricchimento che avevano in precedenza sono state distrutte». Resta però il nodo politico: «Vediamo un impegno reale e duraturo da parte degli iraniani? Questo ancora non lo abbiamo visto». Il vicepresidente ha lasciato Islamabad con un ultimatum: «Questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno». Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha confermato lo stallo parlando di divergenze su «due o tre questioni importanti», pur riconoscendo alcuni punti di intesa. Teheran respinge anche la versione americana sulle cause dello stop. Secondo fonti iraniane è «falso» sostenere che il fallimento sia legato al rifiuto di rinunciare al programma nucleare. «Non cerchiamo armi nucleari, ma rivendichiamo il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici», riferisce una fonte citata dal Times of Israel, sottolineando la disponibilità a limitare alcune attività, inclusi i livelli di arricchimento dell’uranio, per costruire fiducia. In sostanza, la Repubblica islamica tenta di accreditarsi come parte disponibile a un’intesa, ma solo a condizione che venga riconosciuto il principio del diritto sovrano allo sviluppo nucleare.
Dopo lo stop ai negoziati, il presidente russo Vladimir Putin si è inserito nel quadro diplomatico con una telefonata al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, offrendo la disponibilità a favorire una soluzione politica. Pezeshkian durante la telefonata ha accusato gli Stati Uniti di «aver ostacolato un accordo con la loro politica dei doppi standard», definita il principale freno ai negoziati di Islamabad, durante la telefonata con Putin. In un’intervista alla Cbs, il premier pachistano Shehbaz Sharif ha chiarito: «I negoziati non sono falliti, siamo in una fase di stallo». Una sfumatura lessicale che però non cambia la sostanza: al momento un accordo non c’è e la distanza tra le parti resta significativa. Più duro l’ex ministro Mohammad Javad Zarif: «Gli Usa devono imparare che non si possono dettare condizioni all’Iran». Nel frattempo, la crisi si estende. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele accusandolo di aver ucciso «centinaia di libanesi innocenti» e ha lanciato una minaccia diretta: «Come siamo entrati in Libia e nel Karabakh, possiamo entrare in Israele». Le dichiarazioni arrivano dopo le accuse del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva sostenuto che Erdogan «massacra i curdi». Il premier israeliano ha visitato il sud del Libano per valutare le aree sotto controllo dell’Idf, nella prima missione dall’inizio del conflitto con l’Iran e a ridosso dei colloqui di Washington con Beirut. Nello stesso contesto, in due episodi distinti, mezzi israeliani hanno urtato veicoli italiani dell’Unifil con un carro Merkava, causando danni e bloccando una strada a Bayada. Nessun ferito. Sul fronte militare, l’Idf riferisce che Hezbollah ha lanciato circa 20 razzi verso il nord di Israele: intercettati o caduti in zone aperte, senza conseguenze. L’Unifil accusa inoltre Israele di aver danneggiato i sistemi di sorveglianza lungo la Blue Line, distruggendo telecamere a Naqoura e in altre basi e oscurando con vernice alcune strutture del quartier generale. La missione Onu denuncia violazioni della Risoluzione 1701 e rischi per la sicurezza dei peacekeeper, ribadendo però che continuerà a operare e a riferire in modo imparziale al Consiglio di Sicurezza. Cresce anche la tensione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha schierato le forze speciali della Marina. I Guardiani della rivoluzione rivendicano il pieno controllo dell’area e avvertono che «i nemici rischiano di restare intrappolati in un vortice mortale in caso di errore di valutazione». Il presidente americano Donald Trump ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, affermando che Teheran non può decidere quali navi possano transitare nello Stretto. «Sarà tutto o niente», ha dichiarato a Fox News, evocando anche uno scenario di blocco navale simile a quello applicato al Venezuela, ma su scala più ampia. In tal senso Trump ha disposto alla Marina statunitense di bloccare il traffico nello stretto e di intercettare, fino al sequestro, le imbarcazioni che versano pagamenti a Teheran per ottenere il passaggio. Una pratica che il presidente americano ha definito «una forma di estorsione su scala globale». Poi Trump si è detto convinto che l’Iran tornerà al tavolo negoziale: «Prevedo che torneranno e ci daranno tutto ciò che vogliamo. Loro non hanno carte». Ha poi rilanciato la minaccia militare: «Potrei eliminare l’Iran in un solo giorno», sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero colpire infrastrutture energetiche e centrali elettriche in tempi rapidissimi.
Infine, Washington ha aperto un nuovo fronte con Pechino. Trump ha minacciato dazi fino al 50% sui beni cinesi qualora emergessero forniture militari all’Iran, uno scenario che, secondo l’intelligence statunitense, viene considerato sempre più concreto.
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