La Procura: «Arrestare Benedetti»
Il tribunale di Reggio Emilia. Nel riquadro, Enrico Benedetti (Ansa)
I pm chiedono il carcere per gli otto indagati per gli appalti in cambio di escort. Si attiva anche la commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti nei rifiuti.

Tremano gli uomini dell’Aid, letteralmente Agenzia industrie difesa, l’ente di diritto pubblico vigilato dal ministero della Difesa che riunisce le aziende che si occupano di armi, finiti nel filone principale dell’inchiesta Leonida della Procura della Repubblica di Reggio Emilia. I pm hanno depositato un ricorso al tribunale del Riesame per chiedere una misura cautelare in carcere per tutti e otto gli indagati, tra i quali Enrico Benedetti, l’imprenditore della Ecologia soluzione ambiente Spa che avrebbe conquistato commesse dalle Multiutility pubbliche e dallo stabilimento Aid di Noceto rabbonendo i funzionari, sostiene l’accusa, con delle squillo d’alto bordo, la sua vice Giorgia Iasoni, e tre pezzi grossi dell’Aid (interdetti dal pubblico servizio dal gip): l’ingegnere e generale friulano Giulio Botto, «ufficiale coordinatore unità produttive del munizionamento» presso lo stabilimento Aid di Noceto (Parma), di cui era già stato direttore dal 2015 al 2020; il colonnello torinese Luca Corrieri, direttore, dal 2020 al 2023, dello stabilimento militare ripristini e recupero del munizionamento di Noceto (ma ora non più in servizio in quello stesso ufficio); l’ingegnere cosentino Luigi Brindisi, che ricopre ruoli di responsabilità nel medesimo stabilimento. I tre, stando alle ipotesi dei pm guidati dal procuratore Gaetano Paci, avrebbero ricevuto da Benedetti denaro e altre utilità sia per il ruolo ricoperto (la versione più soft della corruzione) sia per il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio. Saranno sentiti dal gip il 24 aprile prossimo.

Giovedì, invece, davanti al gip, durante l’interrogatorio di garanzia, Benedetti e la figlia Margherita (assistiti dall’avvocato Salvatore Mannino del foro di Milano) si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Per la donna il legale ha chiesto l’alleggerimento della misura (ha un divieto di dimora nelle Province di Parma, dove risiede, e Reggio Emilia, ed è interdetta dall’attività di impresa per un anno). L’indagine ricostruisce un ipotizzato sistema con ramificazioni in tutta Italia che riguarda non solo il settore militare, ma soprattutto quello delle cosiddette multiutility, impegnate, tra le altre cose, proprio nella raccolta dei rifiuti. E in gran parte in mano ad amministrazioni di centrosinistra. In entrambi i mondi, quello delle stellette e quello civile, Benedetti sarebbe sbarcato alla guida di una agguerrita scuderia di giovani escort, usate come arma letale per entrare nelle stanze dei bottoni delle pubbliche amministrazioni. Il procedimento ha origine dal processo che la stampa locale ha denominato «Appaltopoli» e dai collegamenti (che risalgono al 2016) di Benedetti con l’avvocato Santo Gnoni, ex dirigente del servizio legale del Municipio di Reggio Emilia e membro della Commissione tributaria provinciale. Gnoni è stato condannato a un anno e mezzo (il pm aveva chiesto la pena più severa di 11 anni), così come Roberto Montagnani, dirigente del servizio appalti (la Procura aveva chiesto 4 anni e 6 mesi).

Intanto la commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, presieduta dal parlamentare Jacopo Morrone (deputato leghista), ha acceso un faro sull’inchiesta Leonida. Nella seduta di giovedì l’ufficio di presidenza della Commissione ha deciso di chiedere alla Procura l’ordinanza di custodia cautelare ed «eventuali ulteriori atti giudiziari». Che, per la commissione, «saranno utili al fine del prosieguo dell’attività indagine» sul ciclo dei rifiuti nella regione Emilia-Romagna.

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