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2019-03-17
Emissari siriani e l’ombra degli 007 stranieri. Quanti misteri su Imane
Ansa
Se Paolo Sorrentino avrà voglia di girare il terzo episodio di Loro, film diviso in due parti che racconta gli aspetti più privati della epopea politica di Silvio Berlusconi, non potrà trascurare la vita e la morte di Imane Fadil, la modella marocchina deceduta in circostanze misteriose il primo marzo scorso dopo un mese di agonia, uccisa da un mix di sostanze radioattive che hanno provocato il cedimento progressivo degli organi. Era teste chiave nel processo Ruby ter, che vede Berlusconi imputato con l'accusa di aver corrotto una serie di testimoni, tra cui alcune «olgettine», per mentire sulla vera natura delle cosiddette «cene eleganti». La Procura di Milano indaga per omicidio volontario. Imane Fadil era nota per essere la «pentita del bunga bunga»: aveva raccontato, sia ai magistrati sia in diverse interviste, la sua versione, dipingendo un quadro a tinte hard di quanto accadeva nella villa di Arcore, con tanto di riti orgiastici, presenza di Lucifero, e successivi tentativi di corruzione da parte dell'entourage dell'ex premier.
IL CALVARIO
Imane Fadil viene ricoverata all'Humanitas di Rozzano il 29 gennaio scorso, per una gravissima disfunzione del midollo osseo che aveva smesso di produrre globuli bianchi, rossi e piastrine. Va prima in terapia intensiva e poi rianimazione. Il 28 febbraio entra in coma, muore il primo marzo. Solo 15 giorni dopo, l'altroieri, il procuratore Francesco Greco rende noto il decesso. Nei giorni immediatamente precedenti, l'aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio hanno ascoltato alcuni testimoni, tra i quali il fratello e il legale della povera Imane, i quali raccontano ai giudici che la ragazza aveva ripetuto più volte di temere di «essere stata avvelenata». Nella cartella clinica sequestrata dalla Procura si parla di forti dolori al ventre e «cedimento progressivo degli organi». Imane è morta a causa di un mix di sostanze radioattive, stando a quanto risulta dagli esiti degli esami. I sintomi, come l'assenza di globuli bianchi e il fegato compromesso, per i pm sono «compatibili con un avvelenamento». Le indagini si concentrano sui metalli individuati nel sangue della Fadil: cobalto, cromo, nichel e molibdeno. Si attendono gli esiti dell'autopsia.
IL PRIMO interrogativo
Il procuratore Greco, dando la notizia della morte di Imane e delle indagini per omicidio volontario per un sospetto avvelenamento, ha detto che l'ospedale Humanitas non ha mai comunicato nulla alla magistratura, né durante il mese di ricovero né quando la ragazza è morta, sebbene non fossero chiare le cause del decesso. L'Humanitas ha fornito una versione diversa: «Al decesso della paziente, il primo marzo scorso, l'autorità giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma. Il 6 marzo, Humanitas ha avuto gli esiti tossicologici degli accertamenti richiesti, e lo ha prontamente comunicato agli inquirenti».
IL PROCESSO
Imane Fadil rivestiva un ruolo di primo piano già nel processo Ruby-bis, a carico di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di aver reclutato lei e altre ragazze per partecipare alle «cene eleganti» di Arcore e di averle invitate a «intrattenere rapporti intimi con il presidente Berlusconi». Lei ha sempre negato di averne avuti col Cavaliere, però nel 2011 ha raccontato ai pm di Milano la sua versione di quelle serate: «Ciò che mi ha spinto a questo passo», disse agli inquirenti, «è lo schifo che provo per quei parassiti che sfruttano Berlusconi e le sue debolezze». Il processo si concluse con la condanna di Lele Mora ed Emilio Fede a 7 anni per favoreggiamento e induzione alla prostituzione. La Minetti fu condannata a 5 anni. Da questo processo scaturisce il cosiddetto Ruby ter: Berlusconi, alla sbarra insieme ad altre 23 persone, è accusato di aver pagato le ragazze che partecipavano alle serate perché ammorbidissero le loro testimonianze. La Fadil era testimone. Fu stata esclusa come parte civile dal processo lo scorso 14 gennaio: «Ho sempre detto la verità», dichiarò, infuriata, ai giornalisti, «al contrario degli altri e ho respinto tantissimi tentativi di corruzione da parte di Berlusconi e di tutto il suo entourage».
I RACCONTI
Imane, tra 2010 e 2011, partecipò a otto cene. Durante una di queste, ha raccontato sia ai magistrati sia in diverse interviste, vide spogliarelli, atteggiamenti intimi, travestimenti. Ha ammesso di aver partecipato alle serate «perché ero disperata, lavoravo poco e ambivo a incarichi importanti. In quella casa», ha raccontato, «accadevano oscenità continue. Una sorta di setta, fatta di sole donne. In quella casa ci sono presenze inquietanti. Là dentro c'è il Male, io l'ho visto, c'è Lucifero». E ancora: «Eravamo in piedi», disse in aula riferendosi a una serata del febbraio 2010, «stavamo prendendo da bere al bar, la Faggioli stava facendo una performance nella saletta del bunga bunga. Dopo 10 minuti scomparve con la Minetti, poi si presentarono con una tunica nera, una croce e un copricapo bianco e fecero una performance che non mi sarei mai aspettata. Fecero Sister Act, poi ballarono, si dimenarono e si tolsero la tunica, restando solo con l'intimo».
IL mediorientale
La Fadil raccontò ai magistrati di un incontro con un siriano, Saed Ghanaymu, direttore commerciale di una grande azienda di Costa Masnaga che vende ferro: «Diceva di essere amico di Berlusconi e mi propose di andare a un incontro nella villa dell'ex premier per avere dei soldi». L'uomo fu a sua volta interrogato dai pm milanesi e che alla loro precisa domanda: «Per ragioni del suo lavoro ha rapporti con apparati pubblici di sicurezza?», rispose con uno sconcertante «non mi ricordo». Ma c'è una pista ancor più oscura: «Nel caso Fadil, Berlusconi non c'entra», ha scritto su Twitter Souad Sbai, ex deputata del Pdl, giornalista e saggista italiana originaria del Marocco, «le responsabilità vanno ricercate altrove, in una certa alta “diplomazia" con cui la ragazza aveva lavorato e che gli ha chiuso la bocca per paura denunciasse la verità».
Lo specialista: «Sembra un’influenza invece muoiono le cellule del sangue»
È stato trovato cobalto 60, radioattivo, nel corpo della giovane Imane Fadil, teste del processo Ruby, morta dopo un mese di ricovero all'Humanitas di Rozzano (Milano). Ma ad ucciderla potrebbe essere stato anche altro. «Quando parliamo di avvelenamento radioattivo», spiega Lorenzo Bianchi dell'Associazione italiana di fisica medica, «in realtà ci riferiamo a una sindrome acuta da radiazioni. I tempi in cui è avvenuta questa morte sono compatibili con questa causa». La cosa che è difficile da spiegare, secondo l'esperto, è come possa essere stato il solo cobalto 60 il motivo di questa morte. «Il cobalto 60 è usato in campo medico, in radioterapia», spiega Bianchi. «Quando viene assunto con il cibo, e in quantità nell'ordine di cucchiai, impiega tempi medio lunghi per dare danni da avvelenamento, che di solito sono tumori a carico di fegato, reni e ossa». Il cobalto 60, per essere mortale, «deve essere irradiato ad alte dosi. Per intenderci, livelli di radiazioni assolutamente più elevate di quelle impiegate su un tessuto tumorale in medicina. Inoltre», continua, «il cobalto irradiato non lascia traccia e non sarebbe rilevabile all'interno dell'organismo». Se si trova il cobalto, significa che «deve esserci altro, che deve essere stato incorporato in un mix di sostanze radioattive. In natura», continua l'esperto, «ci sono altri isotopi che possono dare la morte in tempi relativamente rapidi, per esempio il polonio 218, quello che ha causato la morte della spia russa qualche anno fa». In altre parole, il cobalto è un metallo abbastanza stabile ma, per le sue caratteristiche, viene arricchito di neutroni per essere impiegato in medicina ma anche a livello industriale. I vari composti sono detti isotopi e sono radioattivi perché emettono radiazioni più o meno penetranti e dannose. Tanto per avere un'idea, il polonio può dare la sindrome da radiazione a dosaggi 5.000 volte più bassi del cobalto, per questo è più facile scioglierlo in una bevanda o liberarlo nell'aria da una piccola capsula. «Una sindrome acuta, con cobalto, si può spiegare solo con l'esposizione a più sostanze», continua Bianchi. «Il cobalto 60 emette due raggi gamma molto energetici che attraversano il copro umano dando effetti a lungo termine. Il polonio 210, ad esempio, emette particelle alfa che hanno un percorso (range) nel corpo che è brevissimo, quindi liberano tutta la loro energia localmente con un effetto altamente distruttivo sui tessuti e compatibile con una morte acuta da radiazione». Gli effetti di tale esposizione sono simili a quelli della bomba di Hiroshima con la morte del midollo osseo, cioè del tessuto da cui hanno origine le cellule del sangue. «L'organismo è altamente debilitato. Inoltre, se non ci sono piastrine, si può morire per un'emorragia», afferma Bianchi, «se mancano le difese immunitarie, una semplice infezione può essere letale». Il punto è che la sintomatologia non è specifica, anzi: stanchezza, nausea, vomito. Praticamente sembra una sindrome influenzale. Tale condizione è confermata anche dal fatto che, al momento del ricovero all'Humanitas, la ragazza aveva già una sindrome grave al midollo osseo, ma non riconducibile a un tumore del sangue. Definire la composizione del mix radioattivo non è semplice: «Il cobalto si trova molto in fretta perché emette raggi gamma», osserva Bianchi. «Per trovare del polonio, che emette raggi alfa, si devono cercare le radiazioni all'interno dei tessuti con tecniche molto complesse».
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La teste chiave riferì di essere stata avvicinata da un uomo che le promise denaro. L'esito degli esami è arrivato dopo la morte, «secretata» per 15 giorni.Il midollo era distrutto: «Non basta il cobalto in sé, dev'esserci un mix di sostanze». Se Paolo Sorrentino avrà voglia di girare il terzo episodio di Loro, film diviso in due parti che racconta gli aspetti più privati della epopea politica di Silvio Berlusconi, non potrà trascurare la vita e la morte di Imane Fadil, la modella marocchina deceduta in circostanze misteriose il primo marzo scorso dopo un mese di agonia, uccisa da un mix di sostanze radioattive che hanno provocato il cedimento progressivo degli organi. Era teste chiave nel processo Ruby ter, che vede Berlusconi imputato con l'accusa di aver corrotto una serie di testimoni, tra cui alcune «olgettine», per mentire sulla vera natura delle cosiddette «cene eleganti». La Procura di Milano indaga per omicidio volontario. Imane Fadil era nota per essere la «pentita del bunga bunga»: aveva raccontato, sia ai magistrati sia in diverse interviste, la sua versione, dipingendo un quadro a tinte hard di quanto accadeva nella villa di Arcore, con tanto di riti orgiastici, presenza di Lucifero, e successivi tentativi di corruzione da parte dell'entourage dell'ex premier.IL CALVARIOImane Fadil viene ricoverata all'Humanitas di Rozzano il 29 gennaio scorso, per una gravissima disfunzione del midollo osseo che aveva smesso di produrre globuli bianchi, rossi e piastrine. Va prima in terapia intensiva e poi rianimazione. Il 28 febbraio entra in coma, muore il primo marzo. Solo 15 giorni dopo, l'altroieri, il procuratore Francesco Greco rende noto il decesso. Nei giorni immediatamente precedenti, l'aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio hanno ascoltato alcuni testimoni, tra i quali il fratello e il legale della povera Imane, i quali raccontano ai giudici che la ragazza aveva ripetuto più volte di temere di «essere stata avvelenata». Nella cartella clinica sequestrata dalla Procura si parla di forti dolori al ventre e «cedimento progressivo degli organi». Imane è morta a causa di un mix di sostanze radioattive, stando a quanto risulta dagli esiti degli esami. I sintomi, come l'assenza di globuli bianchi e il fegato compromesso, per i pm sono «compatibili con un avvelenamento». Le indagini si concentrano sui metalli individuati nel sangue della Fadil: cobalto, cromo, nichel e molibdeno. Si attendono gli esiti dell'autopsia.IL PRIMO interrogativoIl procuratore Greco, dando la notizia della morte di Imane e delle indagini per omicidio volontario per un sospetto avvelenamento, ha detto che l'ospedale Humanitas non ha mai comunicato nulla alla magistratura, né durante il mese di ricovero né quando la ragazza è morta, sebbene non fossero chiare le cause del decesso. L'Humanitas ha fornito una versione diversa: «Al decesso della paziente, il primo marzo scorso, l'autorità giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma. Il 6 marzo, Humanitas ha avuto gli esiti tossicologici degli accertamenti richiesti, e lo ha prontamente comunicato agli inquirenti».IL PROCESSOImane Fadil rivestiva un ruolo di primo piano già nel processo Ruby-bis, a carico di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di aver reclutato lei e altre ragazze per partecipare alle «cene eleganti» di Arcore e di averle invitate a «intrattenere rapporti intimi con il presidente Berlusconi». Lei ha sempre negato di averne avuti col Cavaliere, però nel 2011 ha raccontato ai pm di Milano la sua versione di quelle serate: «Ciò che mi ha spinto a questo passo», disse agli inquirenti, «è lo schifo che provo per quei parassiti che sfruttano Berlusconi e le sue debolezze». Il processo si concluse con la condanna di Lele Mora ed Emilio Fede a 7 anni per favoreggiamento e induzione alla prostituzione. La Minetti fu condannata a 5 anni. Da questo processo scaturisce il cosiddetto Ruby ter: Berlusconi, alla sbarra insieme ad altre 23 persone, è accusato di aver pagato le ragazze che partecipavano alle serate perché ammorbidissero le loro testimonianze. La Fadil era testimone. Fu stata esclusa come parte civile dal processo lo scorso 14 gennaio: «Ho sempre detto la verità», dichiarò, infuriata, ai giornalisti, «al contrario degli altri e ho respinto tantissimi tentativi di corruzione da parte di Berlusconi e di tutto il suo entourage».I RACCONTIImane, tra 2010 e 2011, partecipò a otto cene. Durante una di queste, ha raccontato sia ai magistrati sia in diverse interviste, vide spogliarelli, atteggiamenti intimi, travestimenti. Ha ammesso di aver partecipato alle serate «perché ero disperata, lavoravo poco e ambivo a incarichi importanti. In quella casa», ha raccontato, «accadevano oscenità continue. Una sorta di setta, fatta di sole donne. In quella casa ci sono presenze inquietanti. Là dentro c'è il Male, io l'ho visto, c'è Lucifero». E ancora: «Eravamo in piedi», disse in aula riferendosi a una serata del febbraio 2010, «stavamo prendendo da bere al bar, la Faggioli stava facendo una performance nella saletta del bunga bunga. Dopo 10 minuti scomparve con la Minetti, poi si presentarono con una tunica nera, una croce e un copricapo bianco e fecero una performance che non mi sarei mai aspettata. Fecero Sister Act, poi ballarono, si dimenarono e si tolsero la tunica, restando solo con l'intimo».IL mediorientale La Fadil raccontò ai magistrati di un incontro con un siriano, Saed Ghanaymu, direttore commerciale di una grande azienda di Costa Masnaga che vende ferro: «Diceva di essere amico di Berlusconi e mi propose di andare a un incontro nella villa dell'ex premier per avere dei soldi». L'uomo fu a sua volta interrogato dai pm milanesi e che alla loro precisa domanda: «Per ragioni del suo lavoro ha rapporti con apparati pubblici di sicurezza?», rispose con uno sconcertante «non mi ricordo». Ma c'è una pista ancor più oscura: «Nel caso Fadil, Berlusconi non c'entra», ha scritto su Twitter Souad Sbai, ex deputata del Pdl, giornalista e saggista italiana originaria del Marocco, «le responsabilità vanno ricercate altrove, in una certa alta “diplomazia" con cui la ragazza aveva lavorato e che gli ha chiuso la bocca per paura denunciasse la verità». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emissari-siriani-e-lombra-degli-007-stranieri-quanti-misteri-su-imane-2631870426.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-specialista-sembra-uninfluenza-invece-muoiono-le-cellule-del-sangue" data-post-id="2631870426" data-published-at="1779013141" data-use-pagination="False"> Lo specialista: «Sembra un’influenza invece muoiono le cellule del sangue» È stato trovato cobalto 60, radioattivo, nel corpo della giovane Imane Fadil, teste del processo Ruby, morta dopo un mese di ricovero all'Humanitas di Rozzano (Milano). Ma ad ucciderla potrebbe essere stato anche altro. «Quando parliamo di avvelenamento radioattivo», spiega Lorenzo Bianchi dell'Associazione italiana di fisica medica, «in realtà ci riferiamo a una sindrome acuta da radiazioni. I tempi in cui è avvenuta questa morte sono compatibili con questa causa». La cosa che è difficile da spiegare, secondo l'esperto, è come possa essere stato il solo cobalto 60 il motivo di questa morte. «Il cobalto 60 è usato in campo medico, in radioterapia», spiega Bianchi. «Quando viene assunto con il cibo, e in quantità nell'ordine di cucchiai, impiega tempi medio lunghi per dare danni da avvelenamento, che di solito sono tumori a carico di fegato, reni e ossa». Il cobalto 60, per essere mortale, «deve essere irradiato ad alte dosi. Per intenderci, livelli di radiazioni assolutamente più elevate di quelle impiegate su un tessuto tumorale in medicina. Inoltre», continua, «il cobalto irradiato non lascia traccia e non sarebbe rilevabile all'interno dell'organismo». Se si trova il cobalto, significa che «deve esserci altro, che deve essere stato incorporato in un mix di sostanze radioattive. In natura», continua l'esperto, «ci sono altri isotopi che possono dare la morte in tempi relativamente rapidi, per esempio il polonio 218, quello che ha causato la morte della spia russa qualche anno fa». In altre parole, il cobalto è un metallo abbastanza stabile ma, per le sue caratteristiche, viene arricchito di neutroni per essere impiegato in medicina ma anche a livello industriale. I vari composti sono detti isotopi e sono radioattivi perché emettono radiazioni più o meno penetranti e dannose. Tanto per avere un'idea, il polonio può dare la sindrome da radiazione a dosaggi 5.000 volte più bassi del cobalto, per questo è più facile scioglierlo in una bevanda o liberarlo nell'aria da una piccola capsula. «Una sindrome acuta, con cobalto, si può spiegare solo con l'esposizione a più sostanze», continua Bianchi. «Il cobalto 60 emette due raggi gamma molto energetici che attraversano il copro umano dando effetti a lungo termine. Il polonio 210, ad esempio, emette particelle alfa che hanno un percorso (range) nel corpo che è brevissimo, quindi liberano tutta la loro energia localmente con un effetto altamente distruttivo sui tessuti e compatibile con una morte acuta da radiazione». Gli effetti di tale esposizione sono simili a quelli della bomba di Hiroshima con la morte del midollo osseo, cioè del tessuto da cui hanno origine le cellule del sangue. «L'organismo è altamente debilitato. Inoltre, se non ci sono piastrine, si può morire per un'emorragia», afferma Bianchi, «se mancano le difese immunitarie, una semplice infezione può essere letale». Il punto è che la sintomatologia non è specifica, anzi: stanchezza, nausea, vomito. Praticamente sembra una sindrome influenzale. Tale condizione è confermata anche dal fatto che, al momento del ricovero all'Humanitas, la ragazza aveva già una sindrome grave al midollo osseo, ma non riconducibile a un tumore del sangue. Definire la composizione del mix radioattivo non è semplice: «Il cobalto si trova molto in fretta perché emette raggi gamma», osserva Bianchi. «Per trovare del polonio, che emette raggi alfa, si devono cercare le radiazioni all'interno dei tessuti con tecniche molto complesse».
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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