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2018-04-26
Fuga dall'Italia, le vere cifre dell'emigrazione
I numeri ufficiali parlano di 114.000 connazionali in un anno che espatriano in cerca di lavoro, ma una ricerca rivela che sono almeno il quadruplo. Un esodo che si svolge mentre Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi si insultano e la sinistra si preoccupa solo d'accogliere gli immigrati.Non so se succeda anche a voi, ma a me questo dibattito sul governo comincia a dare sui nervi. Ogni giorno mi tocca registrare l'esternazione di Luigi Di Maio in cui spiega perché il posto del presidente del Consiglio spetti a lui e a nessun altro che lui, anche se, come recita lo slogan grillino, uno vale uno. Poi tocca prendere nota dell'ennesima precisazione di Matteo Salvini, il quale alle sollecitazioni dei 5 stelle risponde che il centrodestra si prende in blocco o niente, perché non può essere fatto a fettine per consentire a Di Maio di prendersi quella che più gli piace. Quando poi la pazienza è già al limite, arrivano le affettuosità fra Alessandro Di Battista e Silvio Berlusconi, il primo per dire che il Cavaliere è il male assoluto e il secondo per spiegare che davanti ai grillini la gente si sente come gli ebrei con Hitler. Infine, nel momento in cui si pensava di aver ascoltato il peggio, ecco spuntare la combriccola del Pd, indecisa a tutto, in particolare se fare un governo con il meglio Fico della Camera. Una parte, quella minoritaria, vorrebbe andare in soccorso dei vincitori a 5 stelle, l'altra no. Come se non bastasse, spunta pure il senatore semplice di Scandicci, il quale, non avendo rimediato sufficienti batoste negli ultimi due anni, va in giro a chiedere a piazze compiaciute e compiacenti se si debba fare l'esecutivo fra grillini e Pd. Nel frattempo, dal giorno delle elezioni sono trascorsi quasi due mesi e la nausea del Paese di fronte a questo teatrino quotidiano sale.Una nausea che diventa ancor più forte dopo aver letto un libricino dal titolo Quelli che se ne vanno. Lo ha scritto un sociologo della Sapienza, Enrico Pugliese, e lo ha stampato Il Mulino, la casa editrice bolognese frequentata anche da Mortadella Prodi. Si tratta di poco più di un centinaio di pagine, piene di tabelle e cifre, un'analisi della nuova emigrazione italiana. Attenzione, ho scritto emigrazione, non immigrazione. Di quest'ultima ne parliamo spesso, purtroppo senza risultato. Anche perché la parte «intelligente» del Paese, quella che si è autoproclamata tale, ritiene che gli immigrati siano la risorsa che serve per far uscire il l'Italia dalla crisi. Le frasi più in voga sono le seguenti. Gli immigrati ci pagano la pensione. Gli stranieri ci servono perché altrimenti la popolazione si riduce. Non facciamo più figli quindi dobbiamo importare quelli degli altri. Così, mentre l'immigrazione è diventata il pensiero dominante, nessuno sembra curarsi dell'emigrazione, cioè degli italiani che dicono basta e mollano l'Italia ai Di Maio e ai Renzi e a tutti quelli che vogliono un'economia assistita. Negli anni la fila delle persone che hanno preso il foglio di via e se ne sono andate è lunga. Secondo i dati ufficiali, nel 2016 i concittadini che hanno preso la valigia e si sono trasferiti fuori dai confini nazionali sono 114.000, un terzo in meno degli extracomunitari sbarcati sulle nostre coste e per i quali lo Stato ha speso oltre 4 miliardi. La cifra di chi ufficialmente è emigrato è alta e dovrebbe preoccupare chi fa politica perché corrisponde grosso modo a una città come Trento o Vicenza: una media città che in un anno si è trasferita. Giovani e meno giovani, persone laureate o solo diplomate, tutte unite da un unico desiderio: il lavoro. Ma se già l'uscita di scena di oltre 100.000 italiani dovrebbe suscitare allarme, ancor più fa scattare il campanello il dato non ufficiale. Il professor Pugliese, infatti, spiega che l'Istat registra solo chi trasferisce la residenza e non gli italiani che se ne vanno rimanendo iscritti all'anagrafe del loro Comune. Tanto per capirci, nei cinque anni che vanno dal 2012 al 2016, secondo l'istituto di statistica hanno lasciato l'Italia diretti in Germania poco più di 60.000 persone. Tuttavia, all'ufficio statistico federale tedesco, ne risultano quattro volte e mezzo di più, per la precisione 274.000 italiani. La spiegazione dell'inghippo è semplice. Mentre in Italia non si è obbligati a dichiarare l'espatrio, dalle parti di Berlino, per poter svolgere un lavoro o affittare una casa, è necessaria l'iscrizione all'ufficio comunale. Un altro esempio? Nel 2015 risultavano partiti per la Gran Bretagna poco meno di 40.000 italiani. Peccato che agli inglesi ne risultassero arrivati quasi 160.000, cioè anche in questo caso quattro volte di più. Se tutto ciò è vero, il dato Istat riferito al periodo fra il 2008 e il 2016, dev'essere urgentemente rivisto. Già, perché se la fonte ufficiale sottostima il fenomeno, i 400.000 italiani emigrati vanno moltiplicati. Scegliete voi se per quattro o per tre. Insomma, siamo di fronte a un esodo biblico di cervelli e di braccia che dovrebbe indurre ad una reazione. Non sono pensionati che vanno in Portogallo a svernare. Sono italiani che vanno a lavorare. E il recente Rapporto sulle migrazioni internazionali ci mette all'ottavo posto fra i Paesi a più alta emigrazione, preceduti da Cina, India e Siria. C'è altro da dire? Sì. Noi, anziché affrontare la questione, discutiamo di Di Maio e Renzi e se il Pd, il partito dei perdenti, debba stare all'opposizione o andare al governo con i 5 stelle. Poi, finita la discussione, ne apriamo un'altra per decidere se sia bello o meno accogliere altri 100.000 africani. E poi ditemi se non viene voglia di scappare.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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