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Fuga dall'Italia, le vere cifre dell'emigrazione

Fuga dall'Italia, le vere cifre dell'emigrazione
ANSA

I numeri ufficiali parlano di 114.000 connazionali in un anno che espatriano in cerca di lavoro, ma una ricerca rivela che sono almeno il quadruplo. Un esodo che si svolge mentre Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi si insultano e la sinistra si preoccupa solo d'accogliere gli immigrati.

Una nausea che diventa ancor più forte dopo aver letto un libricino dal titolo Quelli che se ne vanno. Lo ha scritto un sociologo della Sapienza, Enrico Pugliese, e lo ha stampato Il Mulino, la casa editrice bolognese frequentata anche da Mortadella Prodi. Si tratta di poco più di un centinaio di pagine, piene di tabelle e cifre, un'analisi della nuova emigrazione italiana. Attenzione, ho scritto emigrazione, non immigrazione. Di quest'ultima ne parliamo spesso, purtroppo senza risultato. Anche perché la parte «intelligente» del Paese, quella che si è autoproclamata tale, ritiene che gli immigrati siano la risorsa che serve per far uscire il l'Italia dalla crisi. Le frasi più in voga sono le seguenti. Gli immigrati ci pagano la pensione. Gli stranieri ci servono perché altrimenti la popolazione si riduce. Non facciamo più figli quindi dobbiamo importare quelli degli altri. Così, mentre l'immigrazione è diventata il pensiero dominante, nessuno sembra curarsi dell'emigrazione, cioè degli italiani che dicono basta e mollano l'Italia ai Di Maio e ai Renzi e a tutti quelli che vogliono un'economia assistita. Negli anni la fila delle persone che hanno preso il foglio di via e se ne sono andate è lunga. Secondo i dati ufficiali, nel 2016 i concittadini che hanno preso la valigia e si sono trasferiti fuori dai confini nazionali sono 114.000, un terzo in meno degli extracomunitari sbarcati sulle nostre coste e per i quali lo Stato ha speso oltre 4 miliardi. La cifra di chi ufficialmente è emigrato è alta e dovrebbe preoccupare chi fa politica perché corrisponde grosso modo a una città come Trento o Vicenza: una media città che in un anno si è trasferita. Giovani e meno giovani, persone laureate o solo diplomate, tutte unite da un unico desiderio: il lavoro. Ma se già l'uscita di scena di oltre 100.000 italiani dovrebbe suscitare allarme, ancor più fa scattare il campanello il dato non ufficiale. Il professor Pugliese, infatti, spiega che l'Istat registra solo chi trasferisce la residenza e non gli italiani che se ne vanno rimanendo iscritti all'anagrafe del loro Comune. Tanto per capirci, nei cinque anni che vanno dal 2012 al 2016, secondo l'istituto di statistica hanno lasciato l'Italia diretti in Germania poco più di 60.000 persone. Tuttavia, all'ufficio statistico federale tedesco, ne risultano quattro volte e mezzo di più, per la precisione 274.000 italiani. La spiegazione dell'inghippo è semplice. Mentre in Italia non si è obbligati a dichiarare l'espatrio, dalle parti di Berlino, per poter svolgere un lavoro o affittare una casa, è necessaria l'iscrizione all'ufficio comunale. Un altro esempio? Nel 2015 risultavano partiti per la Gran Bretagna poco meno di 40.000 italiani. Peccato che agli inglesi ne risultassero arrivati quasi 160.000, cioè anche in questo caso quattro volte di più.

Se tutto ciò è vero, il dato Istat riferito al periodo fra il 2008 e il 2016, dev'essere urgentemente rivisto. Già, perché se la fonte ufficiale sottostima il fenomeno, i 400.000 italiani emigrati vanno moltiplicati. Scegliete voi se per quattro o per tre. Insomma, siamo di fronte a un esodo biblico di cervelli e di braccia che dovrebbe indurre ad una reazione. Non sono pensionati che vanno in Portogallo a svernare. Sono italiani che vanno a lavorare. E il recente Rapporto sulle migrazioni internazionali ci mette all'ottavo posto fra i Paesi a più alta emigrazione, preceduti da Cina, India e Siria.

C'è altro da dire? Sì. Noi, anziché affrontare la questione, discutiamo di Di Maio e Renzi e se il Pd, il partito dei perdenti, debba stare all'opposizione o andare al governo con i 5 stelle. Poi, finita la discussione, ne apriamo un'altra per decidere se sia bello o meno accogliere altri 100.000 africani. E poi ditemi se non viene voglia di scappare.

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  • Lo Stato Islamico ha spostato il proprio baricentro nel Sahel, dove leader politici sempre più deboli non controllano il territorio. Sfruttando il ritiro delle truppe occidentali, i terroristi già impongono tasse, amministrano la giustizia e gestiscono i flussi migratori.
  • Dal 2023 il Paese è guidato da una giunta golpista che ha stretto buoni rapporti con Mosca e cacciato i militari francesi. Anche gli Usa si sono ritirati. Roma mantiene il suo contingente, nonostante l’alto rischio attentati.

Lo speciale contiene due articoli.

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(Ansa/Polizia di Stato/Vigili del Fuoco)

Intervento congiunto dei Vigili del Fuoco e della Polizia di Stato a Niscemi per il recupero della croce caduta a seguito della frana del 25 gennaio scorso. Le operazioni si sono svolte in un’area particolarmente impervia e a rischio, a valle del movimento franoso.

Per operare in sicurezza nella zona più pericolosa è stato impiegato un robot in dotazione alla polizia, che ha consentito di raggiungere e mettere in sicurezza la croce senza esporre il personale a ulteriori rischi.

Una volta recuperata, la croce è stata trasportata in una zona sicura dal personale intervenuto, nonostante le difficoltà dovute al terreno sconnesso e instabile. Al termine delle operazioni, la croce è stata riconsegnata direttamente al sindaco del comune di Niscemi.

«Bruxelles non ci paralizzi con decisioni contraddittorie»
Il presidente di Giflex Alberto Palaveri
Il capo di Giflex Alberto Palaveri (produttori di imballaggi): «Il settore vale 51 miliardi ma serve chiarezza. Prima le bustine di zucchero obbligatorie, ora vietate. Nell’incertezza non si investe».

Difficilmente ci facciamo caso, ma il foglio con cui il salumiere avvolge il prosciutto, la scatoletta di cartone delle uova, la busta del bagno schiuma sono prodotti da un settore industriale che è uno dei fiori all’occhiello della nostra economia. Anche per la produzione di macchine confezionatrici.

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«Se l’Europa resta con queste regole finirà per disgregarsi»
Giovanni Tria (Ansa)
L’ex ministro Giovanni Tria: «I Volenterosi sono stati un punto di svolta, ora ogni Stato va per conto suo. L’asse italo-tedesco rafforzerà le imprese».

I capi di Stato e di governo europei si sono riuniti nelle stesse stanze del castello di Alden Biesen, lì dove nel Seicento sedevano i membri dell’ordine teutonico. Oggi i Paesi europei hanno scelto le Fiandre per provare a costruire una nuova Europa, perché il tempo è scaduto e l’economia del continente ha necessità di rialzarsi: il rischio è quello di soccombere. Lo sa bene Giovanni Tria, economista ed ex ministro dell’Economia del primo governo Conte.

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