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2021-06-15
L’Ema boccia i cocktail di Speranza: «Astrazeneca sicuro per tutte le età»
Roberto Speranza (Getty Images)
«Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni»: il ministro della Salute, Roberto Speranza, tira diritto per la sua strada, ovvero quella del mix di vaccini, e viene sconfessato pure dall'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Chi ha meno di 60 anni e ha ricevuto una prima dose di Astrazeneca, ribadisce Speranza, dovrà farsi inoculare, in occasione della seconda iniezione, Pfizer o Moderna. «Le nostre indicazioni sono di natura perentoria», dice Speranza, su La Stampa, «e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes». Speranza replica così al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha sospeso la vaccinazione eterologa per gli under 60, ovvero quella con due dosi di due vaccini diversi, invitando il governo a non limitarsi alle raccomandazioni, ma a fornire indicazioni precise: «In queste ore», sottolinea Speranza, «ci sono interlocuzioni con la Campania. Con grande onestà e trasparenza voglio dire che la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche, e i diversi paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide. Dobbiamo affidarci», aggiunge il ministro, «a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate», evidenzia Speranza, «ed è la comunità scientifica che ci guida. Quando le indicazioni su un vaccino cambiano è perché l'evoluzione dell'evidenza scientifica è cambiata». La stizza con la quale Speranza ribadisce il primato dei tecnici sulla politica, postulato sul quale pure ci sarebbe molto da discutere, è completamente fuori luogo: come lui stesso ammette, non passa giorno senza che decine di milioni di cittadini italiani si trovino alle prese con scienziati che dicono uno il contrario dell'altro. Per non parlare di quelli che cambiano idea in 24 ore, come è successo a Marco Cavaleri, capo della task force vaccini dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Sabato scorso, alla Stampa, che gli chiede se non sia meglio vietare la somministrazione di Astrazeneca a anche agli ultrasessantenni, Cavaleri risponde perentorio: «Sì ed è un'opzione che molti paesi, come Francia e Germania, considerano alla luce della maggiore disponibilità dei vaccini a mRna (Pfizer e Moderna, ndr)». Parole che suscitano comprensibile sconcerto, e che Cavaleri, evidentemente dopo una solenne lavata di capo da parte dei vertici dell'Ema, sostiene siano frutto di un equivoco: «Le mie parole», frigna Cavaleri, in un'intervista apparsa ieri su Il Giornale, «sono state completamente travisate. Il vaccino Astrazeneca serve ancora tantissimo. Il rischio-beneficio è positivo. La posizione di Ema non è cambiata, soprattutto negli over 60 il vaccino va usato con assoluta tranquillità». E il mix? «La scelta dell'eterologa fatta dall'Italia e dalla Germania», sostiene Cavaleri, «ha una sua logica. Ema però può solo formalmente autorizzare lo scambio di vaccini solo dopo la presentazione di dettagliati dossier da parte delle aziende». Dossier che evidentemente non ci sono, a meno che Cavaleri non si lamenti di essere stato frainteso un'altra volta. C'è da restare sconcertati. L'Ema intanto è costretta a diramare una nota ufficiale nella quale parla di «informazioni scorrette» relative ad Astrazeneca: «la posizione normativa dell'Ema rispetto a questo vaccino è chiara: il rapporto rischi/benefici è positivo», sostiene l'Ema, «e il vaccino rimane autorizzato in tutte le fasce di popolazione». Tutte, quindi anche gli under 60, eppure l'Italia ha vietato l'utilizzo per questa fascia. Ma in tarda serata arriva anche il parere dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco approva la vaccinazione mista per i soggetti under 60 che abbiano ricevuto una prima dose di vaxzevria, (prima dose con Vaxzevria e seconda dose con Comirnaty o, per analogia, con il vaccino Moderna)». Confusione che si aggiunge a confusione, mentre ormai sembra una certezza che saremo tutti chiamati a farci inoculare una terza dose.
Intanto, la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo con l'ipotesi di reato di omicidio colposo in relazione alla morte del 54enne Gianluca Masserdotti, deceduto 12 giorni dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino Astrazeneca. Masserdotti aveva ricevuto la prima dose del vaccino anglosvedese lo scorso 29 maggio, presso l'hub vaccinale della Fiera di Brescia. Dopo qualche giorno, l'uomo ha avvertito forti mal di testa; domenica 6 giugno si è alzato dal divano ed è crollato a terra. Ricoverato al Civile, è entrato in coma nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 giugno, ed è morto il 9. È stato accertato che a parte fegato e reni gli altri organi erano compromessi dai trombi. L'ospedale aveva trasmesso all'Aifa una nota per segnalare il caso di avversa reazione al vaccino.
De Luca si ribella e vieta il miscuglio
Il caos che regna sul fronte vaccini è tale che Regione Lombardia aveva sospeso i richiami agli under 60 inoculati con una prima dose di Astrazeneca: «Potremo ripartire», spiega il governatore Attilio Fontana, «appena avremo conoscenza di cosa ci risponde il governo sia sulle eventuali forniture aggiuntive sia sulle modalità. Noi la programmazione l'abbiamo fatta sulla base delle disposizioni che arrivavano dall'Aifa e dal governo». E in serata arriva la conferma dell'assessore al Welfare, Letizia Moratti, sulla ripresa dei richiami: «I richiami Az sospesi (12-16 giugno) verranno effettuati dal 17 giugno con vaccinazione eterologa. I richiami con Moderna previsti dal 21 al 30 giugno vengono spostati di una settimana con richiamo a 42 giorni invece di 35». Mentre la Lombardia dà l'ok al cocktail di sieri, va invece avanti per la sua strada il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che non ha dato il via libera al mix di vaccini: «Se si somministra come seconda dose a chi ha fatto Astrazeneca un altro vaccino tipo Pfizer», chiede De Luca al ministro Speranza, «quando si decidesse di fare la terza dose di Pfizer, come è prevedibile che sia a dicembre e gennaio, cosa succede? Sono questioni delicate che richiedono grande collaborazione fra tutti i livelli istituzionali ma anche una grande chiarezza nelle posizioni. Ho chiesto al ministero di eliminare espressioni che non hanno senso, è raccomandato, è consigliato, si suggerisce. In campo medico una cosa o autorizzata o vietata. Siccome stiamo parlando della salute pubblica e di una campagna che coinvolge milioni di cittadini», aggiunge De Luca, «questa terminologia non va bene: o è consentito o è vietato, punto». «L'importanza di vaccinare», sostiene a Rai Radio 1 il presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Giorgio Palù, «è di coprire anche la popolazione degli adolescenti perché più vacciniamo e più blocchiamo la diffusione delle varianti. Più si vaccina più si protegge anche quella fetta di popolazione che non è ancora vaccinata», aggiunge Palù, «quindi vacciniamo tutti anche gli adolescenti». Sul mix di vaccini: «In questo momento è giusto sentire tante voci ma il dovere di chi rappresenta le istituzioni è dare un'informazione corretta», sottolinea Palù, «il 9 giugno l'Aifa ha espresso un parere sulla vaccinazione eterologa sulla base degli studi che stanno emergendo, e ci sono studi nel Regno Unito, in Francia, in Germania. Tutti dimostrano cose che sapevamo: due vaccini diversi stimolano meglio il sistema immunitario». «Lo switch verso altre classi di vaccini per la seconda dose», sostiene il viceministro della salute, Pierpaolo Sileri, a Sky Tg24, «è una cosa che viene già fatta in diversi paesi del mondo, come in Canada, in Germania. Ci sono studi iniziali che dicono che è sicuro e non vi sono rischi, uno studio inglese parla di un modesto incremento di reazioni avverse minori, come mal di testa o febbricola. Non solo, lo switch sembrerebbe dare una risposta immunitaria migliore. Capisco il fatto che De Luca abbia chiesto ulteriori chiarimenti e credo che sia anche giusto. Sono sempre stato molto critico verso gli errori che ognuno di noi commette», sottolinea Sileri, «direi che la circolare del ministero della Salute dovrebbe spiegare un po' meglio il da farsi anche con l'altro vaccino a vettore virale, J&J. Da quella circolare si evince che per J&J dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Astrazeneca», sottolinea Sileri, «ma ci sono situazioni in cui questa circolare è disattesa o interpretata diversamente. Non vi è ombra di dubbio che con la circolazione attuale del virus il rischio deve essere zero, quindi questo tipo di vaccini venga usata solo per gli over 60».
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L'Agenzia europea ribadisce: «Rimane autorizzato per qualsiasi fascia». Smontata la linea dura del ministro sui richiami effettuati con sieri diversi. Intanto, però, l'Aifa dà il via libera al mix di prodotti per le seconde dosi.Il governatore campano Vincenzo De Luca dà battaglia al ministero: «Manca chiarezza». La Lombardia consente le vaccinazioni eterologhe dopo lo stop alla seconda inoculazione.Lo speciale contiene due articoli. «Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni»: il ministro della Salute, Roberto Speranza, tira diritto per la sua strada, ovvero quella del mix di vaccini, e viene sconfessato pure dall'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Chi ha meno di 60 anni e ha ricevuto una prima dose di Astrazeneca, ribadisce Speranza, dovrà farsi inoculare, in occasione della seconda iniezione, Pfizer o Moderna. «Le nostre indicazioni sono di natura perentoria», dice Speranza, su La Stampa, «e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes». Speranza replica così al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha sospeso la vaccinazione eterologa per gli under 60, ovvero quella con due dosi di due vaccini diversi, invitando il governo a non limitarsi alle raccomandazioni, ma a fornire indicazioni precise: «In queste ore», sottolinea Speranza, «ci sono interlocuzioni con la Campania. Con grande onestà e trasparenza voglio dire che la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche, e i diversi paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide. Dobbiamo affidarci», aggiunge il ministro, «a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate», evidenzia Speranza, «ed è la comunità scientifica che ci guida. Quando le indicazioni su un vaccino cambiano è perché l'evoluzione dell'evidenza scientifica è cambiata». La stizza con la quale Speranza ribadisce il primato dei tecnici sulla politica, postulato sul quale pure ci sarebbe molto da discutere, è completamente fuori luogo: come lui stesso ammette, non passa giorno senza che decine di milioni di cittadini italiani si trovino alle prese con scienziati che dicono uno il contrario dell'altro. Per non parlare di quelli che cambiano idea in 24 ore, come è successo a Marco Cavaleri, capo della task force vaccini dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Sabato scorso, alla Stampa, che gli chiede se non sia meglio vietare la somministrazione di Astrazeneca a anche agli ultrasessantenni, Cavaleri risponde perentorio: «Sì ed è un'opzione che molti paesi, come Francia e Germania, considerano alla luce della maggiore disponibilità dei vaccini a mRna (Pfizer e Moderna, ndr)». Parole che suscitano comprensibile sconcerto, e che Cavaleri, evidentemente dopo una solenne lavata di capo da parte dei vertici dell'Ema, sostiene siano frutto di un equivoco: «Le mie parole», frigna Cavaleri, in un'intervista apparsa ieri su Il Giornale, «sono state completamente travisate. Il vaccino Astrazeneca serve ancora tantissimo. Il rischio-beneficio è positivo. La posizione di Ema non è cambiata, soprattutto negli over 60 il vaccino va usato con assoluta tranquillità». E il mix? «La scelta dell'eterologa fatta dall'Italia e dalla Germania», sostiene Cavaleri, «ha una sua logica. Ema però può solo formalmente autorizzare lo scambio di vaccini solo dopo la presentazione di dettagliati dossier da parte delle aziende». Dossier che evidentemente non ci sono, a meno che Cavaleri non si lamenti di essere stato frainteso un'altra volta. C'è da restare sconcertati. L'Ema intanto è costretta a diramare una nota ufficiale nella quale parla di «informazioni scorrette» relative ad Astrazeneca: «la posizione normativa dell'Ema rispetto a questo vaccino è chiara: il rapporto rischi/benefici è positivo», sostiene l'Ema, «e il vaccino rimane autorizzato in tutte le fasce di popolazione». Tutte, quindi anche gli under 60, eppure l'Italia ha vietato l'utilizzo per questa fascia. Ma in tarda serata arriva anche il parere dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco approva la vaccinazione mista per i soggetti under 60 che abbiano ricevuto una prima dose di vaxzevria, (prima dose con Vaxzevria e seconda dose con Comirnaty o, per analogia, con il vaccino Moderna)». Confusione che si aggiunge a confusione, mentre ormai sembra una certezza che saremo tutti chiamati a farci inoculare una terza dose. Intanto, la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo con l'ipotesi di reato di omicidio colposo in relazione alla morte del 54enne Gianluca Masserdotti, deceduto 12 giorni dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino Astrazeneca. Masserdotti aveva ricevuto la prima dose del vaccino anglosvedese lo scorso 29 maggio, presso l'hub vaccinale della Fiera di Brescia. Dopo qualche giorno, l'uomo ha avvertito forti mal di testa; domenica 6 giugno si è alzato dal divano ed è crollato a terra. Ricoverato al Civile, è entrato in coma nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 giugno, ed è morto il 9. È stato accertato che a parte fegato e reni gli altri organi erano compromessi dai trombi. 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E in serata arriva la conferma dell'assessore al Welfare, Letizia Moratti, sulla ripresa dei richiami: «I richiami Az sospesi (12-16 giugno) verranno effettuati dal 17 giugno con vaccinazione eterologa. I richiami con Moderna previsti dal 21 al 30 giugno vengono spostati di una settimana con richiamo a 42 giorni invece di 35». Mentre la Lombardia dà l'ok al cocktail di sieri, va invece avanti per la sua strada il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che non ha dato il via libera al mix di vaccini: «Se si somministra come seconda dose a chi ha fatto Astrazeneca un altro vaccino tipo Pfizer», chiede De Luca al ministro Speranza, «quando si decidesse di fare la terza dose di Pfizer, come è prevedibile che sia a dicembre e gennaio, cosa succede? Sono questioni delicate che richiedono grande collaborazione fra tutti i livelli istituzionali ma anche una grande chiarezza nelle posizioni. Ho chiesto al ministero di eliminare espressioni che non hanno senso, è raccomandato, è consigliato, si suggerisce. In campo medico una cosa o autorizzata o vietata. Siccome stiamo parlando della salute pubblica e di una campagna che coinvolge milioni di cittadini», aggiunge De Luca, «questa terminologia non va bene: o è consentito o è vietato, punto». «L'importanza di vaccinare», sostiene a Rai Radio 1 il presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Giorgio Palù, «è di coprire anche la popolazione degli adolescenti perché più vacciniamo e più blocchiamo la diffusione delle varianti. Più si vaccina più si protegge anche quella fetta di popolazione che non è ancora vaccinata», aggiunge Palù, «quindi vacciniamo tutti anche gli adolescenti». Sul mix di vaccini: «In questo momento è giusto sentire tante voci ma il dovere di chi rappresenta le istituzioni è dare un'informazione corretta», sottolinea Palù, «il 9 giugno l'Aifa ha espresso un parere sulla vaccinazione eterologa sulla base degli studi che stanno emergendo, e ci sono studi nel Regno Unito, in Francia, in Germania. Tutti dimostrano cose che sapevamo: due vaccini diversi stimolano meglio il sistema immunitario». «Lo switch verso altre classi di vaccini per la seconda dose», sostiene il viceministro della salute, Pierpaolo Sileri, a Sky Tg24, «è una cosa che viene già fatta in diversi paesi del mondo, come in Canada, in Germania. Ci sono studi iniziali che dicono che è sicuro e non vi sono rischi, uno studio inglese parla di un modesto incremento di reazioni avverse minori, come mal di testa o febbricola. Non solo, lo switch sembrerebbe dare una risposta immunitaria migliore. Capisco il fatto che De Luca abbia chiesto ulteriori chiarimenti e credo che sia anche giusto. Sono sempre stato molto critico verso gli errori che ognuno di noi commette», sottolinea Sileri, «direi che la circolare del ministero della Salute dovrebbe spiegare un po' meglio il da farsi anche con l'altro vaccino a vettore virale, J&J. Da quella circolare si evince che per J&J dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Astrazeneca», sottolinea Sileri, «ma ci sono situazioni in cui questa circolare è disattesa o interpretata diversamente. Non vi è ombra di dubbio che con la circolazione attuale del virus il rischio deve essere zero, quindi questo tipo di vaccini venga usata solo per gli over 60».
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Donald Trump (Ansa)
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
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