True
2021-06-15
L’Ema boccia i cocktail di Speranza: «Astrazeneca sicuro per tutte le età»
Roberto Speranza (Getty Images)
«Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni»: il ministro della Salute, Roberto Speranza, tira diritto per la sua strada, ovvero quella del mix di vaccini, e viene sconfessato pure dall'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Chi ha meno di 60 anni e ha ricevuto una prima dose di Astrazeneca, ribadisce Speranza, dovrà farsi inoculare, in occasione della seconda iniezione, Pfizer o Moderna. «Le nostre indicazioni sono di natura perentoria», dice Speranza, su La Stampa, «e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes». Speranza replica così al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha sospeso la vaccinazione eterologa per gli under 60, ovvero quella con due dosi di due vaccini diversi, invitando il governo a non limitarsi alle raccomandazioni, ma a fornire indicazioni precise: «In queste ore», sottolinea Speranza, «ci sono interlocuzioni con la Campania. Con grande onestà e trasparenza voglio dire che la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche, e i diversi paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide. Dobbiamo affidarci», aggiunge il ministro, «a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate», evidenzia Speranza, «ed è la comunità scientifica che ci guida. Quando le indicazioni su un vaccino cambiano è perché l'evoluzione dell'evidenza scientifica è cambiata». La stizza con la quale Speranza ribadisce il primato dei tecnici sulla politica, postulato sul quale pure ci sarebbe molto da discutere, è completamente fuori luogo: come lui stesso ammette, non passa giorno senza che decine di milioni di cittadini italiani si trovino alle prese con scienziati che dicono uno il contrario dell'altro. Per non parlare di quelli che cambiano idea in 24 ore, come è successo a Marco Cavaleri, capo della task force vaccini dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Sabato scorso, alla Stampa, che gli chiede se non sia meglio vietare la somministrazione di Astrazeneca a anche agli ultrasessantenni, Cavaleri risponde perentorio: «Sì ed è un'opzione che molti paesi, come Francia e Germania, considerano alla luce della maggiore disponibilità dei vaccini a mRna (Pfizer e Moderna, ndr)». Parole che suscitano comprensibile sconcerto, e che Cavaleri, evidentemente dopo una solenne lavata di capo da parte dei vertici dell'Ema, sostiene siano frutto di un equivoco: «Le mie parole», frigna Cavaleri, in un'intervista apparsa ieri su Il Giornale, «sono state completamente travisate. Il vaccino Astrazeneca serve ancora tantissimo. Il rischio-beneficio è positivo. La posizione di Ema non è cambiata, soprattutto negli over 60 il vaccino va usato con assoluta tranquillità». E il mix? «La scelta dell'eterologa fatta dall'Italia e dalla Germania», sostiene Cavaleri, «ha una sua logica. Ema però può solo formalmente autorizzare lo scambio di vaccini solo dopo la presentazione di dettagliati dossier da parte delle aziende». Dossier che evidentemente non ci sono, a meno che Cavaleri non si lamenti di essere stato frainteso un'altra volta. C'è da restare sconcertati. L'Ema intanto è costretta a diramare una nota ufficiale nella quale parla di «informazioni scorrette» relative ad Astrazeneca: «la posizione normativa dell'Ema rispetto a questo vaccino è chiara: il rapporto rischi/benefici è positivo», sostiene l'Ema, «e il vaccino rimane autorizzato in tutte le fasce di popolazione». Tutte, quindi anche gli under 60, eppure l'Italia ha vietato l'utilizzo per questa fascia. Ma in tarda serata arriva anche il parere dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco approva la vaccinazione mista per i soggetti under 60 che abbiano ricevuto una prima dose di vaxzevria, (prima dose con Vaxzevria e seconda dose con Comirnaty o, per analogia, con il vaccino Moderna)». Confusione che si aggiunge a confusione, mentre ormai sembra una certezza che saremo tutti chiamati a farci inoculare una terza dose.
Intanto, la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo con l'ipotesi di reato di omicidio colposo in relazione alla morte del 54enne Gianluca Masserdotti, deceduto 12 giorni dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino Astrazeneca. Masserdotti aveva ricevuto la prima dose del vaccino anglosvedese lo scorso 29 maggio, presso l'hub vaccinale della Fiera di Brescia. Dopo qualche giorno, l'uomo ha avvertito forti mal di testa; domenica 6 giugno si è alzato dal divano ed è crollato a terra. Ricoverato al Civile, è entrato in coma nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 giugno, ed è morto il 9. È stato accertato che a parte fegato e reni gli altri organi erano compromessi dai trombi. L'ospedale aveva trasmesso all'Aifa una nota per segnalare il caso di avversa reazione al vaccino.
De Luca si ribella e vieta il miscuglio
Il caos che regna sul fronte vaccini è tale che Regione Lombardia aveva sospeso i richiami agli under 60 inoculati con una prima dose di Astrazeneca: «Potremo ripartire», spiega il governatore Attilio Fontana, «appena avremo conoscenza di cosa ci risponde il governo sia sulle eventuali forniture aggiuntive sia sulle modalità. Noi la programmazione l'abbiamo fatta sulla base delle disposizioni che arrivavano dall'Aifa e dal governo». E in serata arriva la conferma dell'assessore al Welfare, Letizia Moratti, sulla ripresa dei richiami: «I richiami Az sospesi (12-16 giugno) verranno effettuati dal 17 giugno con vaccinazione eterologa. I richiami con Moderna previsti dal 21 al 30 giugno vengono spostati di una settimana con richiamo a 42 giorni invece di 35». Mentre la Lombardia dà l'ok al cocktail di sieri, va invece avanti per la sua strada il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che non ha dato il via libera al mix di vaccini: «Se si somministra come seconda dose a chi ha fatto Astrazeneca un altro vaccino tipo Pfizer», chiede De Luca al ministro Speranza, «quando si decidesse di fare la terza dose di Pfizer, come è prevedibile che sia a dicembre e gennaio, cosa succede? Sono questioni delicate che richiedono grande collaborazione fra tutti i livelli istituzionali ma anche una grande chiarezza nelle posizioni. Ho chiesto al ministero di eliminare espressioni che non hanno senso, è raccomandato, è consigliato, si suggerisce. In campo medico una cosa o autorizzata o vietata. Siccome stiamo parlando della salute pubblica e di una campagna che coinvolge milioni di cittadini», aggiunge De Luca, «questa terminologia non va bene: o è consentito o è vietato, punto». «L'importanza di vaccinare», sostiene a Rai Radio 1 il presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Giorgio Palù, «è di coprire anche la popolazione degli adolescenti perché più vacciniamo e più blocchiamo la diffusione delle varianti. Più si vaccina più si protegge anche quella fetta di popolazione che non è ancora vaccinata», aggiunge Palù, «quindi vacciniamo tutti anche gli adolescenti». Sul mix di vaccini: «In questo momento è giusto sentire tante voci ma il dovere di chi rappresenta le istituzioni è dare un'informazione corretta», sottolinea Palù, «il 9 giugno l'Aifa ha espresso un parere sulla vaccinazione eterologa sulla base degli studi che stanno emergendo, e ci sono studi nel Regno Unito, in Francia, in Germania. Tutti dimostrano cose che sapevamo: due vaccini diversi stimolano meglio il sistema immunitario». «Lo switch verso altre classi di vaccini per la seconda dose», sostiene il viceministro della salute, Pierpaolo Sileri, a Sky Tg24, «è una cosa che viene già fatta in diversi paesi del mondo, come in Canada, in Germania. Ci sono studi iniziali che dicono che è sicuro e non vi sono rischi, uno studio inglese parla di un modesto incremento di reazioni avverse minori, come mal di testa o febbricola. Non solo, lo switch sembrerebbe dare una risposta immunitaria migliore. Capisco il fatto che De Luca abbia chiesto ulteriori chiarimenti e credo che sia anche giusto. Sono sempre stato molto critico verso gli errori che ognuno di noi commette», sottolinea Sileri, «direi che la circolare del ministero della Salute dovrebbe spiegare un po' meglio il da farsi anche con l'altro vaccino a vettore virale, J&J. Da quella circolare si evince che per J&J dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Astrazeneca», sottolinea Sileri, «ma ci sono situazioni in cui questa circolare è disattesa o interpretata diversamente. Non vi è ombra di dubbio che con la circolazione attuale del virus il rischio deve essere zero, quindi questo tipo di vaccini venga usata solo per gli over 60».
Continua a leggereRiduci
L'Agenzia europea ribadisce: «Rimane autorizzato per qualsiasi fascia». Smontata la linea dura del ministro sui richiami effettuati con sieri diversi. Intanto, però, l'Aifa dà il via libera al mix di prodotti per le seconde dosi.Il governatore campano Vincenzo De Luca dà battaglia al ministero: «Manca chiarezza». La Lombardia consente le vaccinazioni eterologhe dopo lo stop alla seconda inoculazione.Lo speciale contiene due articoli. «Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni»: il ministro della Salute, Roberto Speranza, tira diritto per la sua strada, ovvero quella del mix di vaccini, e viene sconfessato pure dall'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Chi ha meno di 60 anni e ha ricevuto una prima dose di Astrazeneca, ribadisce Speranza, dovrà farsi inoculare, in occasione della seconda iniezione, Pfizer o Moderna. «Le nostre indicazioni sono di natura perentoria», dice Speranza, su La Stampa, «e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes». Speranza replica così al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha sospeso la vaccinazione eterologa per gli under 60, ovvero quella con due dosi di due vaccini diversi, invitando il governo a non limitarsi alle raccomandazioni, ma a fornire indicazioni precise: «In queste ore», sottolinea Speranza, «ci sono interlocuzioni con la Campania. Con grande onestà e trasparenza voglio dire che la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche, e i diversi paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide. Dobbiamo affidarci», aggiunge il ministro, «a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate», evidenzia Speranza, «ed è la comunità scientifica che ci guida. Quando le indicazioni su un vaccino cambiano è perché l'evoluzione dell'evidenza scientifica è cambiata». La stizza con la quale Speranza ribadisce il primato dei tecnici sulla politica, postulato sul quale pure ci sarebbe molto da discutere, è completamente fuori luogo: come lui stesso ammette, non passa giorno senza che decine di milioni di cittadini italiani si trovino alle prese con scienziati che dicono uno il contrario dell'altro. Per non parlare di quelli che cambiano idea in 24 ore, come è successo a Marco Cavaleri, capo della task force vaccini dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco. Sabato scorso, alla Stampa, che gli chiede se non sia meglio vietare la somministrazione di Astrazeneca a anche agli ultrasessantenni, Cavaleri risponde perentorio: «Sì ed è un'opzione che molti paesi, come Francia e Germania, considerano alla luce della maggiore disponibilità dei vaccini a mRna (Pfizer e Moderna, ndr)». Parole che suscitano comprensibile sconcerto, e che Cavaleri, evidentemente dopo una solenne lavata di capo da parte dei vertici dell'Ema, sostiene siano frutto di un equivoco: «Le mie parole», frigna Cavaleri, in un'intervista apparsa ieri su Il Giornale, «sono state completamente travisate. Il vaccino Astrazeneca serve ancora tantissimo. Il rischio-beneficio è positivo. La posizione di Ema non è cambiata, soprattutto negli over 60 il vaccino va usato con assoluta tranquillità». E il mix? «La scelta dell'eterologa fatta dall'Italia e dalla Germania», sostiene Cavaleri, «ha una sua logica. Ema però può solo formalmente autorizzare lo scambio di vaccini solo dopo la presentazione di dettagliati dossier da parte delle aziende». Dossier che evidentemente non ci sono, a meno che Cavaleri non si lamenti di essere stato frainteso un'altra volta. C'è da restare sconcertati. L'Ema intanto è costretta a diramare una nota ufficiale nella quale parla di «informazioni scorrette» relative ad Astrazeneca: «la posizione normativa dell'Ema rispetto a questo vaccino è chiara: il rapporto rischi/benefici è positivo», sostiene l'Ema, «e il vaccino rimane autorizzato in tutte le fasce di popolazione». Tutte, quindi anche gli under 60, eppure l'Italia ha vietato l'utilizzo per questa fascia. Ma in tarda serata arriva anche il parere dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco approva la vaccinazione mista per i soggetti under 60 che abbiano ricevuto una prima dose di vaxzevria, (prima dose con Vaxzevria e seconda dose con Comirnaty o, per analogia, con il vaccino Moderna)». Confusione che si aggiunge a confusione, mentre ormai sembra una certezza che saremo tutti chiamati a farci inoculare una terza dose. Intanto, la Procura di Brescia ha aperto un fascicolo con l'ipotesi di reato di omicidio colposo in relazione alla morte del 54enne Gianluca Masserdotti, deceduto 12 giorni dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino Astrazeneca. Masserdotti aveva ricevuto la prima dose del vaccino anglosvedese lo scorso 29 maggio, presso l'hub vaccinale della Fiera di Brescia. Dopo qualche giorno, l'uomo ha avvertito forti mal di testa; domenica 6 giugno si è alzato dal divano ed è crollato a terra. Ricoverato al Civile, è entrato in coma nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 giugno, ed è morto il 9. È stato accertato che a parte fegato e reni gli altri organi erano compromessi dai trombi. L'ospedale aveva trasmesso all'Aifa una nota per segnalare il caso di avversa reazione al vaccino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ema-boccia-cocktail-speranza-astrazeneca-2653378291.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="de-luca-si-ribella-e-vieta-il-miscuglio" data-post-id="2653378291" data-published-at="1623728181" data-use-pagination="False"> De Luca si ribella e vieta il miscuglio Il caos che regna sul fronte vaccini è tale che Regione Lombardia aveva sospeso i richiami agli under 60 inoculati con una prima dose di Astrazeneca: «Potremo ripartire», spiega il governatore Attilio Fontana, «appena avremo conoscenza di cosa ci risponde il governo sia sulle eventuali forniture aggiuntive sia sulle modalità. Noi la programmazione l'abbiamo fatta sulla base delle disposizioni che arrivavano dall'Aifa e dal governo». E in serata arriva la conferma dell'assessore al Welfare, Letizia Moratti, sulla ripresa dei richiami: «I richiami Az sospesi (12-16 giugno) verranno effettuati dal 17 giugno con vaccinazione eterologa. I richiami con Moderna previsti dal 21 al 30 giugno vengono spostati di una settimana con richiamo a 42 giorni invece di 35». Mentre la Lombardia dà l'ok al cocktail di sieri, va invece avanti per la sua strada il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che non ha dato il via libera al mix di vaccini: «Se si somministra come seconda dose a chi ha fatto Astrazeneca un altro vaccino tipo Pfizer», chiede De Luca al ministro Speranza, «quando si decidesse di fare la terza dose di Pfizer, come è prevedibile che sia a dicembre e gennaio, cosa succede? Sono questioni delicate che richiedono grande collaborazione fra tutti i livelli istituzionali ma anche una grande chiarezza nelle posizioni. Ho chiesto al ministero di eliminare espressioni che non hanno senso, è raccomandato, è consigliato, si suggerisce. In campo medico una cosa o autorizzata o vietata. Siccome stiamo parlando della salute pubblica e di una campagna che coinvolge milioni di cittadini», aggiunge De Luca, «questa terminologia non va bene: o è consentito o è vietato, punto». «L'importanza di vaccinare», sostiene a Rai Radio 1 il presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Giorgio Palù, «è di coprire anche la popolazione degli adolescenti perché più vacciniamo e più blocchiamo la diffusione delle varianti. Più si vaccina più si protegge anche quella fetta di popolazione che non è ancora vaccinata», aggiunge Palù, «quindi vacciniamo tutti anche gli adolescenti». Sul mix di vaccini: «In questo momento è giusto sentire tante voci ma il dovere di chi rappresenta le istituzioni è dare un'informazione corretta», sottolinea Palù, «il 9 giugno l'Aifa ha espresso un parere sulla vaccinazione eterologa sulla base degli studi che stanno emergendo, e ci sono studi nel Regno Unito, in Francia, in Germania. Tutti dimostrano cose che sapevamo: due vaccini diversi stimolano meglio il sistema immunitario». «Lo switch verso altre classi di vaccini per la seconda dose», sostiene il viceministro della salute, Pierpaolo Sileri, a Sky Tg24, «è una cosa che viene già fatta in diversi paesi del mondo, come in Canada, in Germania. Ci sono studi iniziali che dicono che è sicuro e non vi sono rischi, uno studio inglese parla di un modesto incremento di reazioni avverse minori, come mal di testa o febbricola. Non solo, lo switch sembrerebbe dare una risposta immunitaria migliore. Capisco il fatto che De Luca abbia chiesto ulteriori chiarimenti e credo che sia anche giusto. Sono sempre stato molto critico verso gli errori che ognuno di noi commette», sottolinea Sileri, «direi che la circolare del ministero della Salute dovrebbe spiegare un po' meglio il da farsi anche con l'altro vaccino a vettore virale, J&J. Da quella circolare si evince che per J&J dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Astrazeneca», sottolinea Sileri, «ma ci sono situazioni in cui questa circolare è disattesa o interpretata diversamente. Non vi è ombra di dubbio che con la circolazione attuale del virus il rischio deve essere zero, quindi questo tipo di vaccini venga usata solo per gli over 60».
Per Fausto Biloslavo l'attacco di Modena fatto da Salim El Koudri ricalca fedelmente la cosiddetta «tattica dei mille tagli», una strategia di terrore teorizzata dallo Stato Islamico e rilanciata anche di recente sulle sue riviste digitali. Un metodo che spinge lupi solitari e soggetti instabili a colpire nelle piazze europee usando armi di uso quotidiano, come automobili e coltelli da cucina. Ne è prova anche l'arresto eseguito a Reggio Emilia dell'ennesimo radicalizzato che progettava attacchi.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
Continua a leggereRiduci
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
Continua a leggereRiduci