2018-09-10
Il Tribunale di Napoli
Dalle informative dei carabinieri emerge un sistema di controllo dei colloqui tra legali a margine delle udienze. Ira dei penalisti che hanno già annunciato cinque giorni di sciopero.
Tre avvocati sono stati controllati e fotografati insieme con il fratello di un imputato di camorra e un paio di testimoni. Poi quelle immagini sono finite in un’informativa destinata alla Procura di Napoli, che sta provando a farla acquisire dal Tribunale in un processo di criminalità organizzata. Ma che cosa hanno fatto i legali per subire questo trattamento? L’abboccamento si è svolto in qualche covo segreto? Assolutamente no. L’incontro che ha suscitato l’attenzione degli investigatori è avvenuto in Tribunale, a margine di un processo e i tre difensori erano con il famigliare di un cliente fuori dall’aula dove si teneva l’udienza. Ecco un altro caso di avvocati ascoltati (di uno dei tre è stata depositata un’intercettazione), ma anche seguiti e fotografati.
Venerdì l’Unione delle Camere penali ha indetto «un’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» di cinque giorni dopo che questo giornale ha pubblicato un’intervista all’avvocato perugino Alessandro Cannavale (ex procuratore di Spoleto). L’ex magistrato ha denunciato la captazione illegittima (perché non autorizzata da un gip) delle conversazioni tra avvocati e clienti nelle sale colloqui del carcere di Perugia.
In contemporanea gli avvocati Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi hanno inviato un esposto all’ordine degli avvocati di Napoli, dopo aver scoperto che la pm Giorgia De Ponte, lo scorso 29 aprile, ha chiesto l’acquisizione da parte della Corte d’Assise di Napoli di un’informativa dei carabinieri di Cisterna di Napoli e di un’intercettazione ambientale (fuori dall’aula del Tribunale) in cui è registrato anche l’avvocato Esposito. Documenti che suscitano non poche perplessità.
Il processo riguarda Salvatore Puzio, presunto esponente del clan Gelsomino di Afragola, accusato di essere il responsabile dell’omicidio di Luigi Mocerino, nell’ambito di un regolamento di conti. A difendere Puzio sono proprio Esposito e Pettirossi.
L’ottantanovenne Esposito non è un legale qualsiasi: è iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli e ha seguito i casi giudiziari campani più eclatanti del secolo scorso, dal processo Cutolo a quello Nuvoletta.
Dopo aver preso atto dell’informativa e della trascrizione dell’intercettazione che lo riguardava, il decano ha dichiarato: «In 60 anni di attività forense, non avevo mai visto nulla di simile. È un inedito e gravissimo attacco alla funzione del difensore nell’esercizio del suo magistero difensivo».
Esposito e Pettirossi sono finiti sotto la lente degli investigatori perché la Procura ha accolto un’ipotesi della polizia giudiziaria, che ritiene che i testi della difesa siano stati avvicinati e intimiditi dai familiari dell’imputato e indotti a rendere falsa testimonianza.
Tre di questi, per esempio, avrebbero molto timore di Puzio e si sarebbero incontrati con un terzo legale, Fioravante De Rosa, che era stato il difensore dello stesso Puzio.
Esposito e Pettirossi, nel loro esposto, ricordano che la pm ha avviato «una procedura incidentale volta all’accertamento dell’inquinamento probatorio» e che «tale accertamento finiva per coinvolgere, in maniera del tutto gratuita e infondata, anche l’operato dei difensori di Salvatore Puzio che venivano attinti da illegittimo sospetto».
I denuncianti spiegano nel dettaglio che cosa sia accaduto: «Il pm ha chiesto e ottenuto il provvedimento autorizzativo all’intercettazione nel corso del processo delle conversazioni sia all’interno della tribuna del pubblico che all’esterno dell’aula di udienza del Tribunale di Napoli con rilievi fotografici di noi avvocati, accompagnati da commenti calunniosi e diffamatori che ledono il prestigio, il decoro, e l’etica professionale».
I carabinieri, nel giugno del 2025, hanno video-ripreso alcuni conciliaboli fuori dall’aula e non solo quelli. Per esempio nelle immagini inserite nell’annotazione dell’Arma viene evidenziato l’arrivo in Tribunale di De Rosa con i testimoni Arturo Abimelech e Francesco Canciello e l’incontro del legale con i due colleghi che hanno presentato l’esposto.
De Rosa e Pettirossi sono immortalati mentre «si trattengono a parlare» con Pasquale Puzio, fratello dell’imputato. I carabinieri annotano: «Dopo appena sette secondi dall’incontro, i due legali osservano nelle opposte direzioni, come per controllare se ci fosse qualcuno».
Gli esponenti si domandano «su quale dato oggettivo si fondi il commento» e aggiungono: «Come è possibile che un difensore debba essere offeso nel suo decoro, fotografato, esposto al ludibrio pubblico per il semplice fatto che sta parlando con un altro difensore, colpevole solo di essere stato presente ad alcune udienze del processo?».
I carabinieri evidenziano anche «un gesto con il pollice in su» che Pasquale Puzio avrebbe rivolto a De Rosa «prima di salire le scale per recarsi in tribuna». Anche qui gli investigatori allegano tre foto, compreso l’ingrandimento dell’ok del fratello dell’imputato.
Esposito e Pettirossi sono increduli: «Il pollice in su di Pasquale Puzio, valorizzato in termini di sospetto dalla polizia, a quale alchimia del sospetto appartiene?».
In altri due scatti Esposito è ritratto insieme con i due figli avvocati, Gaetano e Martin.
Gli investigatori commentano così la prima immagine: «Circostanza inconsueta è il fatto che, pochi secondi prima, Canciello, già testimone nel processo, nonché zio di Abimelech, fuoriusciva dall’aula parlando con l’avvocato Esposito», mentre i due figli, a breve distanza, stavano interloquendo con Pasquale Puzio. Nella seconda foto il gruppo è tutto insieme.
I legali protestano di fronte a un simile trattamento: «Sicché l’avvocato Esposito deve essere gravato dal sospetto, dall’ignominia, perché ha parlato, per pochi secondi, con Canciello, tra l’altro già escusso, come testimone, in precedenza?». Le doglianze non sono terminate: «L’avvocato Esposito viene fotografato assieme ai suoi figli, anche essi avvocati; ritratto come un inquinatore di prove per il fatto stesso di essere stato fotografato e in assenza di ogni monosillabo che ne giustifichi almeno il sospetto».
L’intercettazione depositata risale, invece, a novembre, ed è stata captata sempre fuori dall’aula del processo. Pasquale Puzio parla con un testimone, Pietro De Chiara, davanti all’avvocato Esposito: «Devi dire: “Dove io fatico non so dove può sta ...”». De Chiara replica: «Questa è la verità». Dell’avvocato restano impresse nella bobina solo poche parole.
L’esposto rimarca l’inutilità di quel dialogo a fini investigativi: «Le frasi attribuite all’avvocato Esposito sono incomprensibili […]. È possibile ricostruire da quei monosillabi frammentati un contesto lessicale, grammaticale, sintattico, a partire dal quale l’avvocato Esposito abbia potuto, per ipotesi e sempre e solo per ipotesi, suggerire un dato, un fatto, una circostanza, direttamente, indirettamente, per sottintesi?». Ovviamente, per chi scrive, la risposta è no. Viene anche sottolineato che in questo modo «si devasta l’onore di un professionista che ha servito la legge per 60 anni».
Senza contare che il teste De Chiara è stato giudicato irrilevante, tanto che è uno dei pochi nei confronti del quale non si è ritenuto di procedere per falsa testimonianza.
L’Unione delle Camere penali, a quanto risulta alla Verità, discuterà del caso nella prossima riunione di Giunta, prevista per la prossima settimana, e poi diramerà un documento. Intanto si sono già espresse le sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e delle Camere penali, con prese di posizione molto dure.
Il segretario napoletano dell’associazione dei penalisti, Maurizio Capozzo, spiega al nostro giornale: «Come avvocati non ci sottraiamo a indagini, né rivendichiamo alcuna immunità, ma è evidente che quanto avvenuto, all’interno di un tribunale, in un’aula dove si sta celebrando un processo, tende a limitare e sindacare pesantemente il diritto di difesa e desta serie preoccupazioni. Tra l’altro quanto registrato anche a Perugia rivela che il nostro non è un caso isolato, ma conferma scenari inquietanti».
Capozzo aggiunge: «Abbiamo ritenuto doveroso, a tutela del diritto di difesa, portare il caso all’attenzione della Procura della Repubblica, della Procura generale, dei presidenti di Tribunale e Corte d’Appello: trasformare l’aula di udienza in un luogo sorvegliato e controllato dalla polizia giudiziaria non è proprio di uno Stato di diritto».
Il segretario manda anche una frecciata agli inquirenti napoletani: «Da tempo abbiamo provato ad avere un’interlocuzione istituzionale con la Procura non solo su questi temi, ma anche su altre problematiche che affliggono la giurisdizione nella nostra città, ma nulla si è mosso».
Il procuratore Nicola Gratteri accetta di replicare alle contestazioni dei penalisti. Prima, però, ci riprende per un servizio che gli abbiamo dedicato proprio ieri: «Stamattina non è stato tanto bello l’articolo che mi avete fatto sulla serie televisiva. Lo so che non vi sono molto simpatico perché ho fatto vincere il No. Però sapete che io prima di dire di votare per il No avevo mandato a dire di lasciar perdere questa riforma che non serviva a niente e avevo suggerito di fare interventi che servano a far durare meno i processi». Dopo essersi tolto questo sassolino dalla scarpa, ci ha inviato la sua risposta all’esposto. Eccola: «Sono state disposte intercettazioni dei testi della lista del pubblico ministero per il reato di cui agli articoli 377 bis - 416 bis del codice penale (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e associazione di tipo mafioso, ndr). L’attività intercettiva è stata autorizzata dal gip nel corridoio all’esterno dell’aula di udienza e nella tribuna destinata al pubblico.
Alcuni testi hanno effettivamente ritrattato le dichiarazioni rese in indagini per l’omicidio.
Dall’attività di indagine è emerso che alcuni testi del pm intrattenevano conversazioni con difensori, anche prima della loro deposizione.
Nessun difensore è stato pedinato né direttamente intercettato». Nessun arretramento dunque. Sotto il Vesuvio si annunciano fuochi d’artificio.
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La genialata di 5 stelle e Pd ha scassato i conti pubblici: ci sono frodi alle casse dello Stato nel 33% delle domande presentate. Questi fondi sarebbero stati un «tesoro» da usare per tagliare le accise sui carburanti. Invece avremo il gasolio sopra i 2 euro.
Da domani gli automobilisti che intendono fare il pieno avranno una sgradita sorpresa. Nonostante le misure adottate dal governo per contenere il rincaro dei prezzi dei carburanti, il gasolio tornerà sopra i 2 euro al litro. Purtroppo, la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno conseguenze immediate per chi usa l’auto. Ancora di più ne avranno sull’inflazione, dato che i beni di largo consumo, come i generi alimentari e la maggior parte di quelli che si trovano nei supermercati, viaggiano su gomma e, dunque, ogni rincaro alla pompa si riflette sui prodotti in vendita sugli scaffali.
Per evitare il peggio, l’esecutivo ha messo in campo un taglio alle accise, ma il provvedimento costa caro alle casse dello Stato e per non incorrere nelle ire di Bruxelles - e soprattutto nelle sanzioni Ue - è limitato nel tempo. Tuttavia, alla notizia del rincaro del prezzo del gasolio, se ne aggiunge un’altra ancor meno piacevole. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, intervenendo al Festival dell’economia di Trento, ha spiegato che nell’ultimo anno il grado di infedeltà delle domande di Superbonus è arrivato al 33%. In pratica, una domanda su tre cela una frode ai danni dello Stato. Come capirete, si tratta di una percentuale enorme che, tradotta in valore assoluto, credo rappresenti una cifra di parecchi miliardi.
Ernesto Maria Ruffini, il predecessore dell’attuale capo della riscossione, prima di dimettersi per provare a rifondare la Dc per poi offrirla in matrimonio al Pd, stimò che le truffe sfiorassero la somma record di 20 miliardi. È vero che su una spesa di 174 miliardi (tale è l’ultimo calcolo del ministero dell’Economia e delle finanze) si parla di una percentuale di poco sopra al 10%, ma è altrettanto vero che la cifra equivale, più o meno, a una finanziaria, con l’aggravante che quello non è, come in ogni manovra di bilancio, il conto di decine se non centinaia di interventi. No, in questo caso la cifra di 20 miliardi rappresenta un’uscita che non ha paragoni perché, nella storia della Repubblica, non ci sono spese simili per un unico capitolo e per pochi beneficiari. Pensate quanti interventi a sostegno di automobilisti e trasportatori sarebbero stati possibili se non fossero stati regalati a poche migliaia di famiglie tutti quei soldi. Soprattutto, la spesa folle del Superbonus ha premiato non solo proprietari di casa ma anche di ville superlussose e castelli.
Cioè, invece di avere a disposizione un «tesoro» (non lo chiamo con il diminutivo con cui di solito si definiscono questi fondi per la semplice ragione che non si tratta di pochi miliardi), lo Stato è costretto pure a dare la caccia ai truffatori e a non poter agire fuori dalla procedura di infrazione europea, perché in bilancio mancano proprio i soldi che il governo Conte bis ha regalato a una minoranza di privilegiati. Ovviamente, è inutile piangere sul latte versato. La maggioranza giallorossa composta da 5 stelle e Pd ha scavato una voragine nei conti dello Stato. Ma una cosa, forse, è necessario dirla o, meglio, saperla. Visto che ormai siamo in campagna elettorale e sia destra sia sinistra guardano alle elezioni del 2027, quando si dovrà votare per la prossima legislatura, credo sia opportuno chiedere un impegno alle forze politiche, ovvero la promessa che non ci saranno mai più né Superbonus né reddito di cittadinanza. Almeno sarà chiaro a tutti se chi si candida per governare ha intenzione di scassare un’altra volta i conti dello Stato.
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iStock. Nel riquadro, il posto su Facebook con cui il signor Claudio Saggioro, 75 anni, lamentava di essere stato scavalcato da alcune donne musulmane all’ospedale Mater Salutis di Legnago (Verona)
La denuncia di un signore di 75 anni che a Legnago (Verona) aspettava di essere chiamato per un prelievo: «Un gruppo di donne col velo, scortato dai mariti, è passato davanti a tutti tra la rassegnazione dei pazienti».
«Indossavano il burqa, non avevo mai visto abbigliamenti simili da queste parti. Sono passate davanti a tutti, con la complicità del personale sanitario». È ancora infuriato Claudio Saggioro, 75 anni, titolare del centro equestre La Rosa a Legnago, nella Bassa Veronese. Venerdì si era recato al centro prelievi dell’ospedale locale, il Mater Salutis, per «dei controlli di routine», e al pari degli altri cittadini dopo aver ritirato il ticket aspettava pazientemente che arrivasse il suo turno.
«Mi ero seduto vicino all’ingresso della sala prelievi, controllavo il display per vedere se usciva il mio numero, quando ho visto arrivare cinque o sei donne coperte di velo dalla testa ai piedi. Scortate da altrettanti musulmani, non saprei dire di quale nazionalità, erano abbastanza di colore», inizia a raccontare il signor Claudio.
Gli uomini vestivano all’occidentale, qualcuno portava i sandali, altri avevano le scarpe antinfortunistiche da lavoro, «probabilmente avranno chiesto un permesso per portare le loro mogli a fare degli esami. L’età? Tra i 35 e i 50 anni, mentre per le donne non saprei dire, avevano il volto coperto. Erano tutte vestite di scuro, inquietanti».
Forse, più che burqa indossavano il niqab che lascia scoperti soltanto gli occhi, di fatto erano pesantemente coperte. Il contingente maschile si avvicina al punto prelievi e quando la porta si apre, all’infermiera dicono che devono entrare «perché le loro donne non possono sedersi con gli altri in sala d’attesa e “avevano diritto di passare subito”. Ero lì accanto, ho sentito tutto», assicura Saggioro. Aggiunge: «Mica c’erano solo uomini, in quella sala, la scusa era ancora più assurda».
L’addetta all’accettazione risponde che devono aspettare il loro turno, che c’erano altre persone prima di loro e rientra in sala prelievi. «Ma non sarà passato nemmeno un minuto e la vediamo riapparire, facendo cenno al gruppetto islamico di entrare, una coppia alla volta. Prima hanno varcato la soglia gli uomini “a controllare”, chissà che cosa dovevano verificare, poi le donne. Ci hanno scavalcati senza ritegno, calpestando i nostri diritti», esclama il settantacinquenne.
Dice di essere indignato soprattutto per la mancanza di reazione degli altri pazienti. «L’ho detto, bisognava protestare, farsi sentire. Molti mi conoscono perché alla scuola di equitazione portano i figli, i nipoti. Non c’era nessuna urgenza, hanno deliberatamente lasciato passare stranieri per timore che potesse nascere qualche diverbio. Ma di questo passo dovremo subire e basta?».
Il signor Claudio è molto duro verso «la rassegnazione generale. Dicono “tanto che ci possiamo fare?”. Si sono arresi, i nostri giovani non reagiscono e vedono la sinistra che difende questa gente in tutte le maniere». Sui social, però, le proteste divampano. Il post di Saggioro è stato accolto condividendone lo sdegno, la rabbia. Da «Ma quale integrazione... Invasione preordinata, così si chiama», a «Mi dispiace, ma tra poco dovremo andarcene noi dall’Italia»; da «Le loro donne non si possono sedere con gli altri. E poi siamo noi i razzisti» a «Se non si possono sedere con noi che tornino al loro Paese»; da «Ormai passa prima lo straniero» a «Quello che ci meritiamo... e da domani saranno anche nei nostri Comuni a governare». I commenti si mescolavano alle condivisioni di esperienze analoghe vissute o raccontate da qualche parente «scavalcato» in ambulatori pubblici.
La direzione dell’ospedale di Legnago ha fatto sapere che non esiste alcun protocollo per le donne islamiche che le favorisca quanto a precedenza sugli altri utenti dei servizi sanitari. Né è previsto che abbiano sale d’attesa dedicate. Le uniche priorità sono per le donne in gravidanza e per i disabili. Non risultano segnalazioni di «prevaricazioni» avvenute, ma dicono che saranno fatti accertamenti.
Amarissimo, il lungo commento di un utente anziano, da tempo in cura a Legnago. Scrive: «Non sono certo a favore di questi africani che da decenni riempiono non solo l’Italia ma il resto d’Europa. Sarà il nostro futuro, anzi il vostro, perché loro sfornano figli, sanno le leggi e le usano. Rispettano la loro religione al contrario di tutti noi e questo li rende forti, uniti […] Non sono contro l’integrazione ma è tutto studiato in modo che noi diverremo la minoranza. Saranno le loro leggi a sostituire le nostre e questo è palese. Sono sereno perché non vedrò tutto questo, ma i vostri figli e nipoti saranno i loro servi e tutto questo perché nessuno ha il coraggio di parlare se non tramite tastiera».
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Gli attimi concitati dopo la tentata strage, con passanti italiani e stranieri che bloccano l’aspirante killer per le strade di Modena (Ansa)
Il giornale dei vescovi non si preoccupa dei fedeli messi nel mirino ma del fatto che un soccorritore egiziano non sia ancora italiano. Peccato che lui per primo non sembri così desideroso di diventarlo.
Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, non ha espresso particolare preoccupazione nell’apprendere che Salim El Koudri, l’attentatore di Modena, in alcuni momenti di particolare furore se la prendeva con i «bastardi cristiani» e intendeva «bruciare Gesù». Anzi, da subito il giornale cattolico si è impegnato a ripetere che «dobbiamo dire no alle scorciatoie della propaganda», cioè evitare di criticare il sistema dell’immigrazione di massa per colpa dello stragista di origini marocchine. In compenso, ieri il foglio dei vescovi ha pubblicato una paginata di intervista a uno degli «eroi di Modena», cioè i coraggiosi che hanno fermato El Koudri dopo che aveva terminato la sua corsa assassina e si era lanciato fuori dall’auto con un coltellaccio in mano.
L’uomo in questione è Osama Shaby, egiziano di 56 anni che assieme al figlio Mohammed ha contribuito alla cattura del terrorista. Non c’è dubbio che si debba essere riconoscenti a Osama per il coraggio e la prontezza dimostrati che hanno in effetti tratti di vero eroismo. Ma l’obiettivo di Avvenire non è la celebrazione del gesto rischioso che salva vite. Tutt’altro: quel che importa al giornale è rimarcare un particolare rilevantissimo, e cioè che Osama è in Italia da trent’anni ma non ha ancora la cittadinanza. Ecco il messaggio: visto come siamo ingrati con gli stranieri che ci salvano (concretamente e simbolicamente)? Il fatto però è che il valente Osama rappresenta tutto ciò che non funziona in quel sistema di immigrazione di massa che Avvenire e buona parte della Cei continuano a sponsorizzare.
Per cominciare, Osama non è cittadino perché - come ha detto in un italiano non proprio perfetto ma comunque dignitoso a Piazza Pulita - ha presentato domanda soltanto da un anno, perché a quanto pare prima nessuno gli aveva spiegato come fare. O forse, chissà, non ci aveva pensato o non aveva grande voglia di diventare cittadino. Dopo tutto non sembra che si trovi molto bene qui. Suo figlio Mohammed non parla una parola della nostra lingua, si esprime in arabo. «C’è anche suo fratello, ha 18 anni. Purtroppo tornerà in Egitto tra qualche giorno», dice il muratore dispiaciuto: dei suoi due ragazzi nessuno sembra avere trovato la fortuna qui. «Finora l’Italia non ci ha trattato bene. Nessuno dei due ha trovato lavoro. Non hanno ancora ottenuto il permesso e, ogni mese, spendo più di mille euro», confida Osama a Avvenire, disegnando un quadro non proprio esaltante dell’esistenza sua o del figlio. «Abitiamo in case diverse. Siamo andati dove c’era posto. Sembra impossibile trovare un’abitazione qui a Modena o a Milano», racconta l’uomo. «È da due mesi che non riesco più a pagare l’affitto», spiega, e aggiunge che tra due mesi gli scadrà il contratto in cantiere: «Toccherà cercare di nuovo un lavoro. Magari non più come muratore. È troppo impegnativo».
In Egitto, continua, ha un altro figlio e la moglie: «Vorrei portarli tutti qui un giorno, ma torniamo di nuovo a capo: è impossibile senza casa e senza un lavoro stabile». Avvenire ci informa che Osama sogna «una vita normale. Una famiglia unita. E una casa». Secondo il giornale vescovile «sono diritti che sembrano scontati ma in molti nell’Italia di oggi, anche se vengono chiamati eroi, devono sopravvivere senza» Di nuovo la stessa tesi: guarda che schifo gli italiani intolleranti e irriconoscenti verso gli stranieri di cui non solo sfruttano il lavoro, ma a cui non riconoscono nemmeno uno straccio di diritto.
Peccato che la ricostruzione non regga. Il coraggioso Osama ha un permesso di soggiorno illimitato, e se avesse fatto richiesta anni fa sarebbe probabilmente già italiano. Le sue radici, i suoi affetti, forse anche il suo cuore sono in Egitto. Egli è sicuramente rispettoso delle leggi, oltre che impavido. Ma che sia culturalmente integrato non è affatto detto (né per altro è obbligatorio). La splendida macchina dell’immigrazione - e non il razzismo italico - ha donato a quest’uomo decenni di lavori faticosi e poco pagati, a quanto pare anche saltuari. Cosa che fra l’altro lo rende simile a tanti altri italiani di antica schiatta che da tempo immemore percepiscono stipendi bassi e non hanno diritto alla casa popolare (anche perché quelle emiliane sono per lo più occupate da famiglie straniere). Il punto è che nei trent’anni di permanenza in Italia non risulta che il povero Osama abbia avuto una vita facile o soddisfacente: è lui stesso a dirlo. E timidamente racconta ai giornali il suo tormento.
Ma non è accaduto per colpa di qualcuno che non ha voluto garantirgli diritti. Il problema è che forse per il suo lavoro poco qualificato non c’era poi tanto spazio. O forse quel lavoro svolto dietro basso compenso ha contribuito a vessare lui e ad abbassare i salari ad altri lavoratori autoctoni italiani. Osama è entrato, ha avuto accoglienza, ma non il paradiso di latte e miele che si era immaginato o che una certa retorica gli aveva promesso. E allora, invece di continuare a riproporre la stessa propaganda, converrebbe dire che la realtà dell’immigrazione è realmente quella di Modena, ma in modo radicalmente diverso da come viene raccontata oggi: per qualcuno che si assimila, molti si limitano a una integrazione superficiale e non profittevole in primo luogo per loro. Altri ancora, come Salim El Koudri - figlio dell’immigrazione checché se ne dica - finiscono in modo tragico. Poi certo, si può anche sostenere - come fa Avvenire - che tutti i mali vengano dall’Italia cattiva: dopo tutto, ciascuno si fabbrica le illusioni che vuole.
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