
L’idea dev’essere piaciuta. O, forse, erano in molti ad aver bisogno di un consiglio sulle parole giuste da usare nei più svariati contesti. Sta di fatto che, da ieri pomeriggio, la pagina del PCorrector recita: «A causa della grande domanda, i nostri server sono sovraccarichi. Riprova più tardi».
Facciamo un passo indietro. Di cosa stiamo parlando? Di un sito messo in rete dal sociologo Raffaele Alberto Ventura, definito «uno strumento, potenziato dall’intelligenza artificiale, in grado di valutare il rischio comunicativo di ogni testo». L’interfaccia è semplicissima: c’è una barra in cui digitare un testo e un pulsante da spingere, dopodiché il programma fa un esame istantaneo del testo, valutandone la correttezza politica e le possibili problematicità alla luce della esacerbata sensibilità corrente.
Si tratta di un progetto di cui non è immediatamente chiara la eventuale portata ironica e provocatrice: sul serio l’autore ha creduto che servisse uno strumento del genere o ha voluto semplicemente mostrare i paradossi a cui va incontro ogni enunciato? La seconda possibilità non va trascurata, dato che Ventura è stato anche l’autore della pagina social Eschaton, famosa per le sue provocazioni colte, ironiche e surreali. Di sicuro è una forma originale di promozione per il libro dello studioso in uscita: La regola del gioco. Comunicare senza fare danni («Comunicare senza fare danni» è anche il claim che campeggia sulla pagina di PCorrector).
In ogni caso, il risultato è un vero spasso, anche perché dimostra con straordinaria precisione quanto i timori per una paralisi del linguaggio a causa del politicamente corretto siano fondati. Secondo PCorrector, infatti, non esiste letteralmente alcun enunciato che possa passare l’esame di correttezza in modo integrale. Facciamo alcuni esempi. È lo stesso Ventura a testare il suo strumento alla luce della polemica del giorno, la pubblicità di Esselunga. «Il testo è potenzialmente problematico dal punto di vista dell’inclusività e della sensibilità alle questioni personali», spiega il programma. Il copione, infatti, «può essere percepito come problematico perché sembra suggerire che sia responsabilità dei figli risolvere i problemi dei genitori, il che potrebbe essere un messaggio inappropriato. Vi è inoltre il rischio di evocare una visione stereotipata della donna, con la madre che viene rappresentata in modo indiretto attraverso l’offerta di una pesca alla figura paterna». Eccetera. E se chiedessimo all’algoritmo cosa pensa dell’asserzione secondo cui «i sessi biologici sono due»? La risposta è che «il testo è potenzialmente problematico. Pur essendo scientificamente corretto affermare che i sessi biologici sono due, maschile e femminile, tale affermazione può risultare escludente per le persone che non si identificano all’interno di questi due generi, come nel caso di individui intersex o transgender». Scontato. Ma questi sono temi diventati, a torto o a ragione (per lo più a torto), controversi. Che succede se interroghiamo il programma su affermazioni più banali?
La frase «le ciliegie sono mature» è così commentata da PCorrector: «Il testo è non problematico», tuttavia «non possiamo escludere che qualcuno possa contestare il testo per il suo presunto antropocentrismo, dato che si riferisce allo stato di maturità delle ciliegie da un punto di vista umano». Il programma suggerisce di rivedere la frase in questo modo: «Le ciliegie hanno raggiunto il loro stadio di sviluppo completo». All’affermazione «il cielo è azzurro», il programma ha obiettato che non sempre appare tale a tutti gli osservatori, suggerendo una riformulazione più prudente. Il bello è che, inserendo nella barra la frase proposta dall’algoritmo, e quindi presumibilmente «blindata», quest’ultimo trovava nuove frontiere di criticità, ponendosi il problema di chi non vede i colori. E così via, in una spirale potenzialmente infinita.
Di fronte a cose del genere, torna l’interrogativo: sono seri o ci prendono per i fondelli? La scheda di presentazione del libro in uscita di Ventura invita il lettore a impegnarsi per «conoscere i codici culturali: ovvero quello che si può dire o non si può dire in funzione del luogo, del momento e dell’interlocutore che ci troviamo davanti. Perlomeno se vogliamo controllare il modo in cui verremo giudicati noi che parliamo. Insomma: se non vogliamo fare danni». Il che parrebbe deporre per l’operazione compiuta in tutta serietà.
Nel volume collettaneo intitolato Non si può più dire niente?, Ventura, pur in mezzo a considerazioni più condivisibili e con un tono lontano dagli eccessi woke, spiegava: «Bisogna forse prendere alla lettera il celebre monito della propaganda militare inglese durante la seconda guerra mondiale, careless talk costs lives (chiacchierare senza precauzioni costa delle vite, ndr), e comportarci come se la nostra vecchia idea di pace civile garantita fosse ormai superata. A condizioni tecnologiche fisse non c’è alternativa al politicamente corretto. Quel che è sicuro è che l’epoca della libertà di espressione assoluta e irresponsabile volge al termine». Il che, proprio per il tono sobrio e analitico, suona ancora più folle e distopico.











