
Prima le automobili, poi le case e un domani - chissà - perfino i vestiti. È il futuro che tanto piace ai progressisti, quello in cui nulla è tuo ma tutto è noleggiabile. Sull’edizione di ieri de Le Parisien, il celebre quotidiano della capitale francese, è infatti apparso un articolo che racconta come, negli ultimi anni, stia crescendo presso le famiglie parigine il ricorso ad abbonamenti mensili per l’affitto di abbigliamento per bambini. Una svolta epocale, non solo dal punto di vista economico ma anche sotto l’aspetto della cultura e delle tradizioni.
Sergent Major, per esempio, un marchio francese di alta moda per bambini, lo scorso aprile ha lanciato tre opzioni di abbonamento: a 29,99€ (5 punti), a 39,99€ (8 punti) e a 59,99€ (12 punti). Ogni capo d’abbigliamento nel catalogo costa un punto al mese (tranne i cappotti, che ne valgono due). Gli abbonati possono noleggiare vestiti, accessori e scarpe, e tra questi possono restituire gratuitamente solo un articolo al mese. Al momento di abbonarsi i clienti si impegnano per almeno due mesi, dopodiché sono liberi di disdire in qualsiasi momento. Una volta indossati, i capi d’abbigliamento vengono riqualificati e rivenduti sul sito di seconda mano del marchio, Reedoo.
Du pareil au même, altra azienda d’oltralpe specializzata nell’abbigliamento per bambini (e anch’essa parte del gruppo Générale pour l’enfant come Sergent Major), da giugno offre tre opzioni di abbonamento: uno per la moda, uno per la notte e uno per le scarpe, con un tariffario che va da 9,99€ a 35,99€. Anche in questo caso, l'offerta funziona con un sistema di punti per ogni prodotto noleggiato e i prezzi sono abbastanza accessibili. Invece Petit Bateau, società acquistata dal gruppo Rocher negli anni Ottanta, da meno di un anno e solo per alcuni dei suoi prodotti principali offre opzioni di noleggio che vanno dai 31€ (per quattro capi di abbigliamento da ragazzo) agli 89€ (per otto capi da ragazza) al mese.
«Non è ancora un mercato maturo, certamente», ha affermato Oriane Mordret, direttrice marketing di Sergent Major. «Ha trovato spazio per le gravidanze o le cerimonie, ad esempio. Ma la domanda è lì, e noi crediamo che l’affitto si affermerà nei prossimi anni, allo stesso modo dell’abbigliamento di seconda mano». La domanda sarà anche lì, ma forse bisognerebbe interrogarsi sul perché. Potrebbe essere un fattore determinante, per esempio, l’aver abbracciato un modello economico che, pur essendo fondato sui consumi di massa, costringe i Paesi a mantenere gli stipendi bassi. Coi salari reali stagnanti o in declino, la disponibilità economica delle famiglie è sempre più ristretta, dunque perfino il noleggio dei vestiti per i figli può diventare una necessità. Per le imprese di abbigliamento, poi, rappresenta un sistema ottimale per mantenere inalterati le vendite (o addirittura aumentarle) e i margini di profitto (garantiti dalla moderazione salariale): lo stesso prodotto può essere prima noleggiato e poi rivenduto, oppure, se affittato ripetutamente, può generare una rendita costante.
Ciò non toglie che anche in passato i genitori hanno sempre fatto ricorso a vestiti usati, ma la dinamica allora era un po’ diversa: i capi si passavano di fratello in fratello oppure tra famiglie. Era (e in parte senza dubbio lo è tutt’oggi) una pratica piuttosto comune: chi scrive ha indossato a lungo, da piccolo, i vestiti del fratello maggiore, e ha visto per anni i figli più giovani degli amici di famiglia vestire abiti che un tempo erano suoi. Non esisteva l’affitto, ma era diffuso uno spirito di comunità e condivisione. Che le aziende del settore siano favorevoli a dirottare sul noleggio la domanda di vestiti per bambini, poi, è abbastanza comprensibile: beneficerebbero così anche di un nuovo bacino di consumatori, cioè tutti quei gruppi di famiglie che, ancora oggi, condividono tra loro i capi d’abbigliamento dei figli.
Così il sogno dei progressisti contemporanei diventerebbe sempre più reale: quello di un uomo sradicato, senza proprietà e senza legami significativi, che in tutto e per tutto dipende da qualche multinazionale che gli fornisce, a noleggio, ciò di cui ha bisogno: la macchina in leasing, la casa in affitto, i vestiti a noleggio. In poche parole il paradiso del grande capitale. D’altronde, è difficile non lasciarsi vincere dal sospetto che lo scopo delle norme europee sulle classi energetiche delle abitazioni private sia questo. A fronte di un risparmio ridicolo rispetto all’ammontare delle emissioni mondiali di CO2, si carica i proprietari di costi spesso insostenibili. Così in molti saranno costretti a cedere le loro case ai soggetti in grado di finanziare i lavori necessari, i quali poi finiranno per affittargliele.
A sinistra un tempo volevano abolire la proprietà privata, adesso invece si punta a concentrarla nelle mani di pochi, spesso con la scusa dell’ambiente e della lotta al consumismo. Nel delirio di voler adattare la realtà alle loro ideologie, hanno trovato un alleato (forse) impensabile, il grande capitale. Poi si stupiscono se i lavoratori non li votano più.






