Due dimissioni pesanti incombono sulla conferma di Ruffini alle Entrate

- Nuovi problemi per l'uomo di Matteo Renzi dopo i mancati introiti delle cartelle rottamate.
- Dal 2008 il gettito delle accise sui carburanti è aumentato del 26,6%. Uno studio elenca tutti i numeri del salasso tributario che rende i nostri distributori tra i più temuti in assoluto. «E se non saranno disinnescate le clausole di salvaguardia, avremo ulteriori rincari».
Lo speciale contiene due articoli.
Acque agitate all'Agenzia delle entrate. A far preoccupare il direttore Ernesto Maria Ruffini, a rischio di spoils system, innanzitutto l'atto di accusa della Corte dei conti, che nella sua relazione di martedì scorso ha denunciato il buco da quasi 10 miliardi di euro prodotto dalle rottamazioni delle cartelle targate Renzi.
«A fronte di un ammontare lordo complessivo di crediti rottamati di 31,3 miliardi, l'introito atteso ammonta a 17,8 miliardi», osserva la Corte dei conti, che aggiunge come «di tale importo sono stati riscossi nei termini solo 6,5 miliardi, comprensivi degli interessi per pagamento rateale. A tale somma deve aggiungersi la parte rateizzata ancora da riscuotere pari a 1,7 miliardi comprensivi di interessi. Pertanto», sottolineano i giudici, «dei 17,8 miliardi previsti in base alle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi e costituiscono omessi versamenti. Per una parte di queste posizioni debitorie si può affermare che l'istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie rispetto all'espletamento delle procedure esecutive».
Nel frattempo, a Ruffini, oggetto di tanti tweet compiaciuti di Matteo Renzi, che è alla ricerca della conferma da parte del ministero dell'Economia dove i due viceministri Laura Castelli (Movimento 5 stelle) e Massimo Garavaglia (Lega) stanno decidendo il da farsi, sono arrivate sul tavolo due dimissioni di peso.
La prima è quella del suo nuovo capo ufficio stampa Salvatore Padula, assunto - come abbiamo raccontato su queste pagine - con un contratto di tre anni all'indomani delle elezioni politiche e che ha preso il posto del suo predecessore interno all'Agenzia delle entrate, superando nel bando di selezione tanti altri candidati sempre interni. Padula lascerà tra pochi giorni (quindi dopo appena due mesi) l'Agenzia delle entrate, dove al fianco di Ruffini resterà il suo portavoce, Giovanni Bartoloni, che ha anche l'incarico di assistente dell'europarlamentare del Pd Enrico Gasbarra.
Altre dimissioni di peso sono quelle di Giuseppe Caporello, da anni in Agenzia delle entrate come responsabile della sicurezza informatica e della privacy. Caporello vigila su tutto il mondo dei dati in mano al fisco, dalle precompilate alla fatturazione elettronica. Nonostante il suo contratto sia stato appena rinnovato, Caporello ha preferito fare le valigie. Anche lui lascia a fine mese.
Negli spot fatti per promuovere la sua riconferma, Ruffini ha appena lanciato il «tagliacode» per gli sportelli dell'ex Equitalia. Arrivando però tra gli ultimi. Nella stessa Agenzia delle entrate funziona per esempio da anni. Ma la prenotazione appuntamenti funziona oramai ovunque, dai Comuni di Roma e Torino alle prefetture, fino agli ospedali, per esempio l'Ifo o il Bambin Gesù tramite l'app Qurami (scritto proprio così): tutte le mattine puoi prendere il tuo numeretto virtuale. Ma negli anni se ne sono dotati anche Ama, Acea, A2a e moltissimi Comuni, da Bologna a Cagliari, così come le Camere di commercio, per esempio quella di Padova, a quasi tutte le Università. Insomma, non proprio una grande novità.
Ignazio Mangrano
Benzina, 5 miliardi di tasse in più in 10 anni
Cinque miliardi e mezzo di euro. Tanto è aumentato in Italia negli ultimi dieci anni il gettito raccolto dallo Stato grazie alle accise su prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi. A snocciolare i numeri di questo salasso (nemmeno troppo) nascosto a carico dei contribuenti è il Centro studi Impresalavoro, che ha realizzato sul tema una ricerca basata sui dati del Def (il Documento di economia e finanza presentato ogni anno dal governo alle Camere) e della Commissione europea.
Nel dettaglio, lo studio mostra come le accise applicate sui carburanti hanno permesso allo Stato italiano di aumentare i propri incassi di 5,4 miliardi di euro in 10 anni. Il gettito totale è infatti passato dai 20,3 miliardi del 2008 ai 25,7 miliardi del 2017 (+26,6%).
Con il suo prezzo di 1,623 euro al litro, la nostra benzina è la quarta più cara del continente, superiore alla media europea dell'11,2%. Secondo il centro studi Impresalavoro, riempire il serbatoio costa a noi italiani il 5,2% in più rispetto ai vicini francesi, il 10,1% in più dei tedeschi e addirittura il 26,3% in più rispetto agli austriaci. In tutta Europa pagano la benzina più di noi solamente gli olandesi (1,688 euro al litro), i danesi (1,671 euro) e i greci (1,624 euro). Naturalmente a «fare il prezzo» e a renderlo così pesante sono proprio le citate accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta infatti ben il 62,9% del prezzo finale, contro il 59,9% della media europea, il 52,3% della Spagna, il 60,4% della Germania e il 61,5% della Francia.
Non se la passano meglio gli italiani che preferiscono il diesel. Da noi questo tipo di carburante costa 1,501 euro al litro. Per trovarne uno più caro in tutto il continente bisogna andare fino in Svezia, dove il diesel si paga 1,548 euro al litro. Anche in questo caso, l'Italia supera la media europea del 10,7%, e batte in scioltezza Germania (+16,1%) e Austria (+21,7%). La colpa, manco a dirlo, è sempre delle famose tasse, che da sole si prendono il 59,2% del prezzo finale contro il 54,2% della media europea.
Le accise sui carburanti in Italia sono ben 17, alcune delle quali, come è noto, risalgono al 1935 e sono a dir poco anacronistiche. Ogni volta che premiamo il grilletto della pistola del distributore, benzina o diesel che sia, versiamo contributi per varie voci di spesa pubblica a volte innegabilmente assurde, «dalla guerra di Etiopia all'acquisto di autobus ecologici, dal rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all'emergenza migranti causata dalla crisi libica», ricorda lo studio di Impresalavoro. Senza contare le varie emergenze, dal terremoto in Emilia (2012) a quelli del Friuli (1976) e dell'Irpinia (1980), dall'alluvione in Liguria (2011) a quella di Firenze (1966).
«Questi numeri», commenta Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del centro studi Impresalavoro, «dovrebbero far riflettere, soprattutto nel momento in cui occorre reperire risorse utili a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia. Il nuovo governo dovrà infatti reperire ben 12,4 miliardi di euro per il 2019 per scongiurare l'incremento dell'Iva (dal 10% all'11,5% l'aliquota agevolata e dal 22% al 24,2% quella ordinaria) e delle accise. In caso contrario, solo quest'ultima voce porterebbe alle casse dello Stato risorse aggiuntive per 350 milioni annui a partire dal 2020, facendo quindi salire il gettito oltre la soglia dei 26 miliardi. I rincari potrebbero quindi essere consistenti e non dimentichiamo che l'Iva si applica anche sulle accise».
Gianluca De Maio






