
Il governo mette la fiducia al Senato anche sul decreto bollette. Segno che il livello di conflittualità in Parlamento è arrivato a livelli record. «Anche nel metodo siamo alle solite. L'ennesimo provvedimento a scatola chiusa che lede una volta di più la dignità del Parlamento», ha dichiarato la senatrice di Fratelli d'Italia, Daniela Santanché.
Intanto, il provvedimento è passato con 207 sì, mentre i no sono stati 38. L’esecutivo ha stanziato così circa 6 miliardi per contenere nel secondo trimestre 2022 il caro bollette di energia elettrica e gas per utenze domestiche e non, nonché il potenziamento del bonus sociale energia per famiglie vulnerabili (500 mln). Il testo prevede infatti l'azzeramento degli oneri di sistema elettrici e del gas (3 mld), conferma il taglio dell'Iva e oneri sul gas (quasi un mld). Ma i fondi sono una goccia nel mare se è vero come ha spiegato recentemente lo stesso ministro del Tesoro, Daniele Franco, che il rincaro delle bollette costerà ad imprese e famiglie 22 miliardi a trimestre. Cifra che, se proiettata sull’anno, salvo il crollo del prezzo dell’energia, significa un esborso da quasi 90 miliardi. Senza contare gli aumenti nei prezzi dei carburanti e dei beni alimentari. Piu potere ad Arera Il documento ha poi anche affidato all’autorità Arera il compito di rendicontare l'utilizzo delle risorse destinate da Palazzo Chigi al taglio degli oneri generali delle bollette di luce e gas.
L’analisi che dovrà stilare l’autorità dovrà essere inviata periodicamente ai ministeri della Transizione ecologica e dell'Economia, nonché alle Commissioni parlamentari entro il 16 maggio. In questo modo, secondo il governo, il ministero guidato da Roberto Cingolani avrà sempre il quadro della situazione aggiornato e potrà intervenire per mettere in campo una strategia contro la povertà energetica, da sottoporre a consultazione pubblica. Inoltre il Gestore dei servizi energetici (Gse) potrà acquistare energia da fonte rinnovabile, attraverso contratti di almeno tre anni, per distribuirla a un prezzo fissato per decreto ministeriale in via prioritaria a grandi aziende, Pmi e clienti nelle isole maggiori. Il dl riconosce alle imprese a forte consumo di energia elettrica un contributo straordinario sotto forma di credito di imposta pari al 20% delle spese sostenute per la componente energetica acquistata ed effettivamente utilizzata nel secondo trimestre 2022. Il bonus (700 mln in totale) è riconosciuto anche in funzione della spesa per energia elettrica prodotta e auto-consumata dalle imprese energivore nel secondo trimestre 2022.
É prevista anche una misura analoga per le imprese a forte consumo di gas naturale, cui va un contributo (480 mln in totale) sotto forma di credito di imposta del 15% della spesa sostenuta per l'acquisto del gas, consumato nel primo trimestre 2022. Il decreto avvia un pacchetto di semplificazioni delle procedure per l'installazione di impianti fotovoltaici. I numeri in gioco. Le associazioni dei consumatori sono scettiche sul provvedimento. Sapendo che già oggi, ogni famiglia italiana paga 780 euro in più rispetto al 2011, nonostante imposte e oneri di sistema siano scesi di quasi il 35%, come rivela un’indagine di Consumerismo no-profit e del centro ricerca Alma laboris businesse school. «Non sposterà di un centesimo il costo complessivo delle bollette domestiche degli italiani. E comunque riguarda solo il secondo trimestre - chiarisce Luigi Gabriele, numero uno di Consumerismo no profit - Poi bisognerà trovare altri soldi».
Il mercato cripto segna un calo del 25% da inizio anno e quasi -40% su base annuale. La narrativa di Bitcoin come «riserva di valore» contro il «debasement» non ha in pratica retto più di tanto, mentre l’oro ha avuto la meglio. «Il Bitcoin non ha ancora dimostrato di poter agire da bene rifugio disconnesso dalle dinamiche di mercato», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, tra le più note società di consulenza finanziaria indipendenti del settore. «Al contrario, la crescente adozione di massa tramite Etf ed Etp lo ha reso meno decorrelato dagli asset speculativi».
Del resto, l’adozione via Etf o Etp amplia la platea, ma rende il prezzo più sensibile alle rotazioni sugli asset di rischio. A pesare è anche la leva. «L’eccessiva compiacenza di molti trader e l’aumento della leva finanziaria si sono ritorti contro alla prova dei fatti», continua l’esperto. «Quando il Bitcoin nelle scorse settimane ha sfondato alcune soglie chiave, sono scattate le liquidazioni automatiche: in sole 24 ore sono stati polverizzati oltre 2,1 miliardi di dollari in posizioni “long”. Una massa che, in fase di discesa, ha agito come benzina sul fuoco». La capitalizzazione totale è così scesa da 2,9 a 2,2 trilioni di dollari e Bitcoin è tornato verso 60.000 dollari, lontano dai 126.000 dell’ottobre 2025. Il caso Bithumb ha riacceso i dubbi: un «fat finger (errore umano di digitazione commesso durante l’inserimento di dati, ndr)», ha accreditato 2.000 Bitcoin a 695 clienti, scatenando la vendita del «regalo» e un flash crash locale (quando il prezzo diminuisce rapidamente in un periodo di tempo molto breve prima di entrare rapidamente in un periodo di recupero) fino a 55.000 dollari.
Nonostante il clima di «estrema paura», dagli Etf non emerge ancora un esodo istituzionale. «Da alcuni anni come SoldiExpert SCF inseriamo quote di Bitcoin in alcuni portafogli, ma solo per clienti che ne comprendono la volatilità estrema e lo vogliono espressamente», osserva Gaziano. «Nel nostro approccio, questa quota deve essere rigorosamente controllata e rivista mensilmente grazie a strategie dinamiche che si sono rivelate profittevoli e abbastanza protettive. Spesso la associamo ad asset come l’oro, che in questi mesi ne ha contenuto la discesa e anzi ha riportato in ampio guadagno la posizione complessiva. Le criptovalute, al di là di un certo storytelling settario e non disinteressato, restano, infatti, un asset riservato solo a chi ha un’elevata tolleranza al rischio (più volte in questi anni è arrivato a perdere oltre l’80% dai massimi) e, soprattutto, non è un posto dove andare a caccia di fortuna indebitandosi». Crescono così le soluzioni che combinano oro e Bitcoin, come ad esempio il Bitwise Diaman Bitcoin & Gold Etp, quotato anche a Piazza Affari (in Italia solo per professionali). Per Luke Deans (Bitwise Europe) vari indicatori collocano Bitcoin in un’area spesso compatibile con minimi di ciclo, ma la struttura resta difensiva e la liquidità limitata: possibile quindi nuova volatilità o consolidamento; Ethereum e Solana restano più sensibili al rischio.
Ci sono le notizie. Poi ci sono le smentite. E quando la smentita arriva con la puntualità di un comunicato redatto con diplomazia preventiva, significa che la notizia ha colpito nel segno. Il caso nasce da un titolo del Financial Times: Christine Lagarde potrebbe lasciare la guida della Banca Centrale Europea prima della scadenza naturale dell’ottobre 2027. Più semplicemente prima che la Francia entri nel frullatore delle presidenziali.
Da Francoforte rispondono che la presidente è «totalmente concentrata sulla sua missione». Formula notarile. I mercati fingono indifferenza: euro stabile, spread composti, rendimenti educati. Ma nelle stanze dove si tengono le chiavi dell’Eurotower, la partita sarebbe già cominciata.
La Bce dovrebbe essere indipendente. È scritto nei trattati. Ma l’indipendenza è spesso un concetto elastico. L’ipotesi che circola è politica prima ancora che monetaria: dimissioni anticipate di Lagarde per consentire a Emmanuel Macron e al cancelliere Friedrich Merz di scegliere il successore quando l’asse europeista regge ancora. Prima che Parigi diventi terreno di contesa elettorale. I sondaggi raccontano una storia che all’Eliseo leggono con crescente inquietudine. Potrebbe arrivare Marine Le Pen. Oppure, se le vicende giudiziarie dovessero complicarle la corsa, il suo delfino Jordan Bardella. In entrambi i casi, per Bruxelles e Francoforte si aprirebbe una stagione imprevedibile. Meglio chiudere ora le grandi nomine. Perché una vittoria lepenista non sarebbe solo un fatto francese: potrebbe rafforzare Afd in Germania, irrigidire gli equilibri e trasformare la politica monetaria in terreno di scontro identitario.
In questo quadro si inserisce un altro tassello: le dimissioni anticipate del governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau. Ufficialmente scelte personali. In realtà un modo per sistemare le caselle chiave prima che il calendario elettorale renda tutto più complicato.
Perché nel 2027 non scade solo Lagarde. Finiscono anche i mandati nel Comitato esecutivo di Philip Lane e Isabel Schnabel. Un pacchetto di nomine che richiede equilibrio geografico, politico e istituzionale. Berlino rivendica la guida dell’Eurotower. Il problema è che la presidenza della Commissione europea è già in mani tedesche con Ursula von der Leyen. Se un tedesco salisse alla Bce, si aprirebbe un vero terremoto istituzionale: compensazioni, pressioni, fino all’ipotesi — tutt’altro che peregrina — di dimissioni della stessa von der Leyen per riequilibrare il tavolo. Non è fantapolitica. È aritmetica comunitaria.
Esclusa, per prassi non scritta, un’altra nomina francese - Parigi ha già espresso Jean-Claude Trichet e Lagarde - e l’Italia in posizione defilata per effetto della turnazione, il campo si restringe. In prima fila c’è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, ex governatore del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Poi l’olandese Klaas Knot, rigorista ma pragmatico, volto noto a Francoforte.
La Germania sogna il colpo grosso con Joachim Nagel, presidente della Bundesbank. Infine c’è la carta interna: Isabel Schnabel, membro dell’attuale Comitato esecutivo. Economista raffinata, voce autorevole, già considerata tra le più influenti dell’istituto. Una soluzione di continuità che garantirebbe stabilità, ma non risolverebbe il rebus geopolitico. Lagarde non commenta. Lo stesso silenzio con cui aveva accolto nei mesi scorsi l’altra bomba del Ft. Il quotidiano londinese aveva rivelato che il suo stipendio è quattro volte più alto di quello del presidente della Fed. Il mandato della Lagarde, iniziato nel novembre 2019 dopo l’accordo tra Emmanuel Macron e Angela Merkel, è stato un catalogo di emergenze: pandemia, guerra in Ucraina, inflazione all’11% post Covid, tassi portati da -0,5% al 4% in poco più di un anno e poi riaccompagnati verso il 2%. Qualche mese fa il suo nome era stato accostato al World Economic Forum dopo l’uscita di scena del fondatore Klaus Schwab. Anche lì, smentite. Ma quando le voci si ripetono, significa che qualcuno le coltiva.
E allora la domanda non è se Lagarde lascerà. È quando e a quale prezzo politico. Questa non è soltanto una storia di incarichi. È una partita sul controllo dell’architettura europea in una fase di transizione delicatissima. Se la Francia dovesse virare verso l’euroscetticismo, l’asse tradizionale che ha retto l’Unione vacillerebbe. La Bce, ultimo baluardo tecnocratico, diventerebbe terreno di scontro politico.
Alla faccia dell’indipendenza.
Nei talk mi capita spesso di sentire la voce della sinistra che si lamenta del governo sulla sicurezza. A loro dire «il governo dovrebbe assumere di più e aumentare i salari delle forze dell’ordine». Un ritornello facile facile che apre qualche breccia pure tra qualche elettore del centrodestra, insoddisfatto per gli episodi di criminalità e di delinquenza raccontati in televisione.
Facciamo così, proviamo a seguirli. Non fosse altro che per noi la sicurezza è davvero un tema urgente, necessario e grave. Che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, stia governando in maniera efficace e sicuramente di gran lunga migliore di qualsiasi altra opzione targata centrosinistra non c’è dubbio. Si può fare meglio? Figuratevi se qui abbiamo remore ad alzare l’asticella. Quindi, facciamo così: chiediamo anche noi sempre più agenti e auspichiamo stipendi migliori. Ma chiediamo anche che le forze dell’ordine quando lavorano siano rispettate e tutelate perché lavorare contro criminali e delinquenti significa non avere dubbi sull’esercizio della forza, che è lecita solo quando è in capo a chi autorizzato dalle leggi.
Con più agenti per strada si avrebbe un maggiore controllo del territorio nel contrastare delinquenti e criminali. Gente come quel Mansouri che nel bosco di Rogoredo, il bosco della droga e della morte, stava presidiando la «sua» area di spaccio. Mansouri è uscito dal buio portando con sé il «ferro» che, solo successivamente, si è scoperto essere una pistola replica (smettiamola di usare l’espressione «pistola giocattolo»). Quel ferro lo ha puntato verso i poliziotti, uno dei quali ha reagito sparando e uccidendolo. Incriminazione per lui e pure per i colleghi.
Prima di entrare nel discorso magistratura, restiamo in quello politico. La sinistra che vuole più forze dell’ordine sa che più poliziotti per strada significa anche più situazioni di scontro con i criminali? È inevitabile dal momento che tra criminali italiani e criminali immigrati la somma fa un pessimo totale, intollerabile. La sinistra non può volere più poliziotti o carabinieri e poi non dire che alla gente come Mansouri , che presidia il traffico di stupefacenti, che estrae una pistola (affari suoi se è a salve...) e la punta verso gli agenti, si debba sparare. Perché questa cosa, nei talk, non la dicono mai. Balbettano e si rintanano dietro l’azione della magistratura.
E arriviamo così ai giudici. Era necessaria questa nuova iniziativa contro gli agenti di Milano che stavano contrastando il traffico di stupefacenti? Anche questa è, come sentiamo ripetere ogni volta in casi in cui un agente è costretto ad aprire il fuoco, un’inchiesta a tutela degli agenti? Non credo. Qui stiamo dentro quella zona grigia - della quale ha parlato Giorgia Meloni - dove si diffida di chi indossa un’uniforme, si teme sempre che l’agente agisca da giustiziere della notte, da Rambo, da esaltato. Basta, direi. A furia di pensarla così, teppisti di ogni risma, delinquenti e criminali, agiscono seguendo il copione Acab, cioè che «tutti i poliziotti sono bastardi». Lo stesso vale per il caso Ramy e in tutti quegli altri in cui poliziotti e carabinieri finiscono a processo e magari vengono pure condannati. E poi: era necessario stoppare il rimpatrio di un algerino irregolare, con 23 condanne come curriculum? Diciamo che tanta attenzione verso le... «altre divise» che menano i poliziotti e sfidano lo Stato ci pare di non vederla. Ma sicuramente la colpa è nostra e non dei magistrati ai quali non si può rimproverare alcunché (ora; figuriamoci se dovessero pure vincere i No alla riforma...).
Per farla breve, le critiche della sinistra al governo sono ipocrisia pura. Ma ci forniscono un assist: caro governo, la sicurezza non basta mai e siccome non vogliamo né la privatizzazione dell’ordine pubblico né un mondo alla Minority Report, si assumano più agenti e decidiamo una volta per sempre se nello scontro tra buoni e cattivi, lo Stato copre i suoi operatori oppure se offre indirettamente spazi e appigli perché i fetenti la facciano franca. Onestamente mi sono rotto di questa zona grigia. E credo di essere in buona compagnia.










