Dopo la Siria, Mosca rischia nel Sahel
Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione del Mali,Abdoulaye Diopministro e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (Ansa)

La caduta di Bashar al-Assad ha rappresentato un duro colpo per la Russia, che adesso potrebbe dover gestire delle complicazioni anche nella regione del Sahel.

Negli ultimi due anni e mezzo, quest’area è in buona parte entrata nell’orbita geopolitica di Mosca. A farlo, sono stati soprattutto tre Paesi: Mali, Burkina Faso e Niger. A settembre 2023, questo terzetto ha sottoscritto un patto di sicurezza e di mutua assistenza militare: un’intesa che, benedetta de facto dal Cremlino, suonò come uno schiaffo tanto all’Ecowas quanto alla Francia. Parigi, dal canto suo, è sempre più debole. Il Ciad ha annunciato che i soldati francesi abbandoneranno il proprio territorio, mentre il Senegal ha di recente espresso fastidio per le basi dell’Esagono che ospita.

Se dunque Mosca si è notevolmente rafforzata nell’area nel corso degli ultimi due anni e mezzo, adesso la crisi siriana potrebbe crearle dei problemi rilevanti. Ricordiamo che la principale sigla di insorti che ha condotto l’offensiva contro Assad è Tahrir al-Sham: un’organizzazione islamista che presenta storici legami con Al Qaeda, oltre che rapporti ambivalenti con la Turchia.

Ebbene, il jihadismo salafita è un avversario che Mosca si sta trovando ad affrontare anche nel Sahel. Da questo punto di vista, una delle organizzazioni più attive è quella di Jama’at Nasr al-Islam (Jnim), che è la branca sahariana di Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqim). Lo scorso settembre, proprio Jnim ha rivendicato la responsabilità di due attacchi a Bamako. Secondo l’Isw, «Jnim ha notevolmente rafforzato le sue zone di supporto nel Mali meridionale dal 2022 e sta probabilmente utilizzando queste aree per supportare attività più sofisticate e frequenti nella capitale e nei dintorni».

Uno degli obiettivi dei jihadisti è quello di indebolire la giunta militare al potere in Mali: giunta che gode del sostegno russo. D’altronde, uno dei mezzi che Mosca ha usato per rafforzare la sua influenza politico-militare sul Sahel è stato quello di presentarsi come maggiormente capace di aiutarne i governi a fronteggiare la minaccia jihadista. Una minaccia che però non è ancora stata sradicata. Senza contare che il successo di Tahrir al-Sham in Siria potrebbe spingere gli islamisti del Sahel ad alzare il tiro e a mettere ancora di più sotto pressione Mosca. Tanto più che, adesso, anche l’Iran potrebbe veder traballare la propria influenza sulla regione africana. Di contro, la Turchia potrebbe approfittare della situazione, sfruttando anche i suoi stretti rapporti con il governo di Tripoli.

Per la Russia si tratta potenzialmente di un incubo geopolitico. Le trattative per porre fine alla crisi ucraina si avvicinano. E, perdendo terreno sia in Siria che nel Sahel, Vladimir Putin potrebbe ritrovarsi con un potere negoziale decisamente ridotto. Una situazione che Donald Trump potrebbe sfruttare al tavolo diplomatico.

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