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2025-05-08
Donnet prende tempo. Nessuna decisione sull’Ops Mediobanca
L’operazione più delicata della finanza italiana entra nel vivo, ma tra partite di governance, segnali politici e pressioni di mercato, la strada appare tutt’altro che in discesa. Il consiglio di amministrazione di Generali ha avviato ufficialmente l’esame dell’offerta pubblica di scambio lanciata da Mediobanca su Banca Generali, aprendo il dossier con la cautela richiesta da un’operazione che tocca equilibri profondi.
Il primo passo formale riguarda l’assetto dei comitati consiliari con la nomina dei nuovi membri a partire da quello cruciale sulle operazioni con parti correlate. Vale a dire l’organismo che avrà un ruolo determinante nel valutare l’Ops lanciata da Piazzetta Cuccia. A guidare il comitato sarà un rappresentante della minoranza, in ossequio ai criteri di imparzialità richiesti in questi casi. Al tempo stesso, si registra un avvicendamento simbolicamente rilevante: Fabrizio Palermo prende il posto di Flavio Cattaneo, dimissionario a causa dei crescenti impegni legati alla sua carica di amministratore delegato di Enel. Una sostituzione che, seppur tecnica, offre una fotografia delle tensioni sotterranee che attraversano i vertici del Leone e il suo complicato rapporto con Mediobanca.
Sul fronte istituzionale i segnali che arrivano da Roma non sembrano entusiasti. Il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, si è recato a Palazzo Chigi nel tentativo di rassicurare il governo e cercare una sponda politica all’operazione. Ma l’incontro si è rivelato tutt’altro che caloroso: Nagel è stato ricevuto solo da Gaetano Caputi capo di gabinetto della presidenza del Consiglio. Segno di grande freddezza verso un’operazione che potrebbe modificare radicalmente la geografia del potere finanziario.
A complicare la partita della governance c’è l’annuncio di una procedura d’infrazione contro l’Italia da parte della Commissione Ue. I rilievi riguardano la gestione delle deleghe di voto nelle assemblee degli azionisti. A parere dei burocrati di Bruxelles le norme italiane sul voto azionario non rispettano le regole della rappresentanza.
Come se non bastasse, anche i mercati alzano la posta. Il titolo di Mps, che ha lanciato l’Ops su Mediobanca, continua a soffrire in Borsa, mentre le azioni di Piazzetta Cuccia tengono meglio. Il risultato è che lo sconto implicito tra Mps e Mediobanca ha raggiunto il 9%, rendendo ancora più costosa una possibile aggregazione futura. All’appello, infatti, mancano due miliardi da versare in contante. Una cifra che potrebbe modificare radicalmente i presupposti finanziari dell’intero progetto.
In questo scenario, l’Ops su Banca Generali diventa il primo banco di prova, tanto per i rapporti tra Mediobanca e Generali quanto, soprattutto per i rapporti fra Roma e Milano.
Mentre l’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit fa il suo corso, Banco Bpm mette a segno il miglior trimestre della sua storia e rilancia la sfida sul terreno dell’autonomia. L’amministratore delegato Giuseppe Castagna, nel presentare i conti alla comunità finanziaria annuncia il record di profitti e il rialzo della stime per il 2025 portandole da 1,7 a 1,95 milioni. Ribadisce l’intenzione della banca di ballare da sola. «I risultati», dice, «ci proiettano in anticipo rispetto alla traiettoria di piano avendo raggiunto il target fissato per il 2026».
L’ottimismo è frutto di un primo trimestre chiuso con un utile netto record di 511 milioni (+38% sul 2024). Sale a 549 milioni se si considera l’ integrazione di Anima dopo il successo dell’Opa. Una performance che non solo supera le attese, ma secondo Castagna rappresenta «un punto di partenza imprescindibile prima delle sinergie di eventuali operazioni straordinarie».
A supporto dei conti ci sono ricavi in crescita del 2,9% a 1,48 miliardi, con un risultato della gestione operativa salito a 831 milioni (+8,6%). Il margine di interesse, in calo del 5,5%, è stato compensato dalla crescita delle commissioni nette (+6,2%).
Il messaggio è quello ricorrente di queste ultime settimane: Banco Bpm ha la forza per camminare da sola. Lo afferma senza giri di parole, Giuseppe Castagna, disegnando una traiettoria di crescita «superiore alle attese del piano strategico». Un obiettivo che si avvicina a grandi passi al target triennale e che rafforza la convinzione che la banca ha la forza di procedere da sola. Né la mancanza del Denish compromise sull’operazione Anima ha lasciato ferite gravi sul patrimonio. Certo il coefficiente di solidità è sceso dal 14,76% al 13% ma è rimasto largamente sopra il livello di guardia.
Soprattutto Castagna ci tiene a sottolineare l’impegno della banca per lo sviluppo del territorio. Gli impieghi toccano i 97,2 miliardi, con nuove erogazioni per 8,2 miliardi, a testimonianza di un continuo sostegno all’economia reale italiana. Ad aprile, lo stock ha superato i 10 miliardi, segnando un nuovo massimo.
L’operazione di Opa su Anima - che ha sollevato interrogativi e richieste di chiarimento da parte di Unicredit - è ormai incorporata nei parametri patrimoniali, e secondo Banco Bpm non rappresenta un ostacolo al percorso di crescita autonoma.
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In un contesto in cui Unicredit osserva e valuta, Banco Bpm parla ancora una volta il linguaggio dell’indipendenza. «Ci aspettiamo qualcosa da Unicredit» dice Castagna e «vedremo cosa succederà» con l'Ops, ma «fino ad allora proseguiamo stand alone, che è molto soddisfacente per noi». Ora la parola passa ad Andrea Orcel che domenica riunisce il cda di Piazza Aulenti per l’esame dei conti. Sarà quella la sede per annunciare l’intenzione di andare avanti sull’Ops.
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Il cda del Leone fissa le tappe per arrivare a una risposta su Banca Generali. Palermo a capo del comitato parti correlate.Mentre l’offerta di Unicredit è in bilico, l’ad Castagna presenta i migliori profitti di sempre (+38%) e rialza le previsioni. Lo speciale contiene due articoli.L’operazione più delicata della finanza italiana entra nel vivo, ma tra partite di governance, segnali politici e pressioni di mercato, la strada appare tutt’altro che in discesa. Il consiglio di amministrazione di Generali ha avviato ufficialmente l’esame dell’offerta pubblica di scambio lanciata da Mediobanca su Banca Generali, aprendo il dossier con la cautela richiesta da un’operazione che tocca equilibri profondi.Il primo passo formale riguarda l’assetto dei comitati consiliari con la nomina dei nuovi membri a partire da quello cruciale sulle operazioni con parti correlate. Vale a dire l’organismo che avrà un ruolo determinante nel valutare l’Ops lanciata da Piazzetta Cuccia. A guidare il comitato sarà un rappresentante della minoranza, in ossequio ai criteri di imparzialità richiesti in questi casi. Al tempo stesso, si registra un avvicendamento simbolicamente rilevante: Fabrizio Palermo prende il posto di Flavio Cattaneo, dimissionario a causa dei crescenti impegni legati alla sua carica di amministratore delegato di Enel. Una sostituzione che, seppur tecnica, offre una fotografia delle tensioni sotterranee che attraversano i vertici del Leone e il suo complicato rapporto con Mediobanca.Sul fronte istituzionale i segnali che arrivano da Roma non sembrano entusiasti. Il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, si è recato a Palazzo Chigi nel tentativo di rassicurare il governo e cercare una sponda politica all’operazione. Ma l’incontro si è rivelato tutt’altro che caloroso: Nagel è stato ricevuto solo da Gaetano Caputi capo di gabinetto della presidenza del Consiglio. Segno di grande freddezza verso un’operazione che potrebbe modificare radicalmente la geografia del potere finanziario.A complicare la partita della governance c’è l’annuncio di una procedura d’infrazione contro l’Italia da parte della Commissione Ue. I rilievi riguardano la gestione delle deleghe di voto nelle assemblee degli azionisti. A parere dei burocrati di Bruxelles le norme italiane sul voto azionario non rispettano le regole della rappresentanza.Come se non bastasse, anche i mercati alzano la posta. Il titolo di Mps, che ha lanciato l’Ops su Mediobanca, continua a soffrire in Borsa, mentre le azioni di Piazzetta Cuccia tengono meglio. Il risultato è che lo sconto implicito tra Mps e Mediobanca ha raggiunto il 9%, rendendo ancora più costosa una possibile aggregazione futura. All’appello, infatti, mancano due miliardi da versare in contante. Una cifra che potrebbe modificare radicalmente i presupposti finanziari dell’intero progetto.In questo scenario, l’Ops su Banca Generali diventa il primo banco di prova, tanto per i rapporti tra Mediobanca e Generali quanto, soprattutto per i rapporti fra Roma e Milano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donnet-prende-tempo-nessuna-decisione-sullops-mediobanca-2671919090.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2671919090" data-published-at="1746722788" data-use-pagination="False"> Mentre l’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit fa il suo corso, Banco Bpm mette a segno il miglior trimestre della sua storia e rilancia la sfida sul terreno dell’autonomia. L’amministratore delegato Giuseppe Castagna, nel presentare i conti alla comunità finanziaria annuncia il record di profitti e il rialzo della stime per il 2025 portandole da 1,7 a 1,95 milioni. Ribadisce l’intenzione della banca di ballare da sola. «I risultati», dice, «ci proiettano in anticipo rispetto alla traiettoria di piano avendo raggiunto il target fissato per il 2026».L’ottimismo è frutto di un primo trimestre chiuso con un utile netto record di 511 milioni (+38% sul 2024). Sale a 549 milioni se si considera l’ integrazione di Anima dopo il successo dell’Opa. Una performance che non solo supera le attese, ma secondo Castagna rappresenta «un punto di partenza imprescindibile prima delle sinergie di eventuali operazioni straordinarie».A supporto dei conti ci sono ricavi in crescita del 2,9% a 1,48 miliardi, con un risultato della gestione operativa salito a 831 milioni (+8,6%). Il margine di interesse, in calo del 5,5%, è stato compensato dalla crescita delle commissioni nette (+6,2%).Il messaggio è quello ricorrente di queste ultime settimane: Banco Bpm ha la forza per camminare da sola. Lo afferma senza giri di parole, Giuseppe Castagna, disegnando una traiettoria di crescita «superiore alle attese del piano strategico». Un obiettivo che si avvicina a grandi passi al target triennale e che rafforza la convinzione che la banca ha la forza di procedere da sola. Né la mancanza del Denish compromise sull’operazione Anima ha lasciato ferite gravi sul patrimonio. Certo il coefficiente di solidità è sceso dal 14,76% al 13% ma è rimasto largamente sopra il livello di guardia.Soprattutto Castagna ci tiene a sottolineare l’impegno della banca per lo sviluppo del territorio. Gli impieghi toccano i 97,2 miliardi, con nuove erogazioni per 8,2 miliardi, a testimonianza di un continuo sostegno all’economia reale italiana. Ad aprile, lo stock ha superato i 10 miliardi, segnando un nuovo massimo.L’operazione di Opa su Anima - che ha sollevato interrogativi e richieste di chiarimento da parte di Unicredit - è ormai incorporata nei parametri patrimoniali, e secondo Banco Bpm non rappresenta un ostacolo al percorso di crescita autonoma..In un contesto in cui Unicredit osserva e valuta, Banco Bpm parla ancora una volta il linguaggio dell’indipendenza. «Ci aspettiamo qualcosa da Unicredit» dice Castagna e «vedremo cosa succederà» con l'Ops, ma «fino ad allora proseguiamo stand alone, che è molto soddisfacente per noi». Ora la parola passa ad Andrea Orcel che domenica riunisce il cda di Piazza Aulenti per l’esame dei conti. Sarà quella la sede per annunciare l’intenzione di andare avanti sull’Ops.
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.