Intrighi, appalti e 007. Le 48 ore chiave che decisero l’affare delle mascherine

In commissione Covid l’imprenditore umbro Giovanni Buini ha confermato le sue accuse nei confronti degli avvocati «grillini» Gianluca Esposito e Luca Di Donna. E la deputata di Fdi Alice Buonguerrieri, durante l’audizione, ha chiosato: «La Procura di Roma ritiene che questi fatti non siano penalmente rilevanti, noi però presidente (Marco Lisei, ndr) li riteniamo fatti gravi che comprovano che mentre gli italiani morivano c’erano spregiudicati che facevano affari ai danni dello Stato». L’imprenditore, come ha svelato per primo questo giornale, ha confermato quanto riferito ai pm.
Riassumiamo: nell’aprile 2020, con la sua Ares Safety srl, Buini aveva fornito un milione di mascherine alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri ed era in trattativa per ulteriori commesse (si parlava di un contratto da 160 milioni di euro). A Palazzo San Macuto Buini ha confermato un dato sconcertante: il principale collaboratore di Arcuri, Antonio Fabbroccini, per la prima commessa da 420.000 euro gli avrebbe chiesto di modificare le voci in fattura, abbassando il prezzo delle mascherine da 0,35 euro a 30 e alzando l’incidenza del trasporto da 0,07 a 0,12 euro, così da far risultare più economici i dispositivi, mantenendo, però, invariato il loro costo finale (0,42 euro).
Ieri Buini ha confermato che non riuscendo ad avere un contatto diretto con Arcuri («Avevo capito che c’era un collo di bottiglia proprio sulla sua figura»), su consiglio dell’amico Mattia Fella, si era rivolto agli avvocati Esposito e Di Donna, che gli erano stati presentati come possibili facilitatori. All’epoca Di Donna avrebbe immediatamente confermato le aspettative: «Mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale». I due legali avrebbero fatto firmare a Buini un accordo per il riconoscimento di provvigioni e poi lo avrebbero convocato nello studio di Guido Alpa (il maestro di Conte). Buini in commissione ha confessato il suo rapido pentimento: «Con qualche anno in più e con il senno di poi mi sarei comportato diversamente. In quella circostanza mi è stato detto: “Guarda che qui possiamo sicuramente agevolare questa cosa, crearti un contatto, ma sarebbe opportuno che ci dessi un mandato per le attività che facciamo” […]. Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo firmerei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da questo amico, per non fargli fare una figuraccia ho firmato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. Fella, dopo aver saputo dell’esito dell’incontro, avrebbe messo in guardia Buini: «Ma chi ti ha mandato a firmare? Io non voglio saperne niente, anzi, per quello che mi riguarda rincontrali e lascia perdere tutto, non ti mettere in questioni strane». E così, dopo avere avuto un secondo abboccamento e non essere riuscito a ritornare sui propri passi, il 7 maggio 2020, Buini spedisce, via Pec, la disdetta del contratto. Quattro giorni dopo, l’11 maggio, l’imprenditore riceve una mail che gli annuncia il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Buini ha «la sensazione» di trovarsi di fronte a una sorta di «ritorsione» per la sua decisione di recedere dall’accordo con i due legali vicini a Conte: «È evidente che non esisteva per me un'altra strada per andarmi a presentare in quella struttura, evidentemente la mia presenza lì era già pregiudicata da quanto era successo», ha spiegato in commissione. Già, nel 2021, con noi, l’imprenditore aveva confessato il suo stupore: «Il generale Rinaldo Ventriglia, l’uomo che si occupava della logistica nella struttura commissariale, mi pregò di far partire il carico delle 500.000 mascherine alla sera alle 6 anziché la mattina dopo perché sarebbe stato troppo tardi. Poi quelle stesse 500.000 mascherine, pochi giorni dopo, me le ha rispedite indietro. Sono rimasto esterrefatto». Ieri la senatrice dem Ylenia Zambito ha ricordato a Buini che il 6 e il 7 maggio 2020 la sua azienda aveva ricevuto la visita dei carabinieri del Nas e della Guardia di finanza e che i militari avrebbero accertato irregolarità nelle certificazioni, in particolare nelle procedure di validazione in deroga dei dispositivi con l’Inail.
L’imprenditore ha risposto che il materiale contestato non era quello inviato a Roma, ma era un carico di Ffp2 appena arrivato e non ancora regolarizzato. Quindi sulle mascherine consegnate non erano giunte contestazioni di sorta. La Zambito, a questo punto, ha estratto dal cilindro una mail inviata da Buini ad Arcuri il 5 maggio, in cui l’imprenditore chiedeva «un appuntamento» per sottoporre al commissario una proposta di fornitura da 10 milioni di chirurgiche e da 2 milioni di Ffp2 a settimana «a condizioni vantaggiose». Ricordava anche la partita di dispositivi già consegnata. A stretto giro Arcuri assicurava un ricontatto per verificare «la fattibilità della proposta». Ma dopo sei giorni sarebbe arrivato il benservito. Nella mail Buini specificava anche di essersi già «sentito» con Arcuri «per tramite di Guido Bertolaso», ex capo della Protezione civile.
L’imprenditore ha spiegato in commissione di avere conosciuto Bertolaso sui campi da golf e che questi si sarebbe limitato a indicargli l’indirizzo di posta elettronica del commissario. In conclusione per Buini e la maggioranza a causare l’interruzione dei rapporti dell’imprenditore con Arcuri sarebbe stato l’annullamento del contratto con gli avvocati Esposito e Di Donna, mentre per l’opposizione, sembra di capire, sarebbero state le indagini di Arma e Fiamme gialle, seppur mai contestate ufficialmente. Quello su cui sembrano tutti d’accordo è che Buini non ha versato ai due legali nemmeno un euro, dal momento che la consulenza (di cui non ha saputo indicare l’oggetto) era a suo giudizio nient’altro che una «tangente».
Ma in questa storia c’è anche un altro punto oscuro. Nel secondo incontro con i due legali, quello del 5 maggio, a Buini è stato presentato Enrico Tedeschi, all’epoca capo di gabinetto del direttore dell’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna) Luciano Carta, in quel momento in uscita (il 16 maggio avrebbe preso il suo posto il generale Giovanni Caravelli). In quel momento Tedeschi ricopriva un incarico importante e delicato e probabilmente, in quella fase di interregno, godeva di una certa autonomia. In Procura, dove è stato sentito come testimone, ha spiegato quale fosse la sua missione e perché fosse finito a discuterne nell’ufficio del pigmalione (Alpa) e del «braccio destro» (Di Donna) del premier: «La ragione era istituzionale. Per le funzioni che svolgo, in quel momento di estrema difficoltà nell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, noi come struttura eravamo alla ricerca di forniture di mascherine. Ne avevo parlato con Di Donna, così come, del resto, con altre persone ed egli mi comunicò che doveva incontrare un fornitore di mascherine che poteva essere utile consultare». Il generale ha raccontato anche come fosse entrato in contatto con Di Donna: «L’ho conosciuto a casa della dottoressa Brunella Bruno (giudice amministrativo, ndr), con cui ho rapporti di amicizia, a una cena, alla presenza di magistrati contabili. Il rapporto si è poi evoluto attraverso Giovanni Bruno, professore alla Sapienza e fratello di Brunella Bruno, che credo fosse presente anche alla cena di cui ho parlato». Giovanni Bruno è un altro allievo di Alpa e nell’agosto del 2018 è stato scelto dal ministero guidato da Luigi Di Maio come commissario della società Condotte spa, in amministrazione straordinaria. Con Condotte e con una sua controllata Di Donna ha firmato contratti di consulenza del valore di circa 1 milione di euro, compreso un accordo per una retribuzione fissa biennale da 20.000 euro al mese. In un’informativa agli atti si legge: «Il 30 aprile 2020 Di Donna riceveva un’offerta da parte del generale Tedeschi, verosimilmente afferente al trasporto di mascherine». Il testo del messaggino era il seguente: «Non ho idea se interessa a qualcuno dei tuoi contatti (ho girato anche a Giorgio): 300 metri cubi da Shanghai a Bologna a 440.000 dollari Usa. Sarebbero 8,5 dollari al Kg. Prezzo ottimo». Dunque un alto ufficiale dei nostri servizi segreti, apparentemente, offriva «passaggi» per le mascherine dei clienti del «braccio destro» di Conte.
Ma anche se le cose non sono andate come Buini sperava, quello che pare assodato è che Di Donna ed Esposito erano entrati nel business delle mascherine dalla porta principale e la loro cordata era diversa da quella del giornalista (oggi deceduto) Mario Benotti, il quale aveva fatto fruttare la sua agenda di notista politico per arrivare autonomamente ad Arcuri e ottenere una commessa monstre da 1,2 miliardi di euro. L’ex cronista aveva collaborato con tre ministri Pd (Sandro Gozi, Giuliano Poletti e Graziano Delrio) e aveva agganciato il commissario prima che questi fosse nominato ufficialmente. Ma a un certo punto Benotti cade in disgrazia (sebbene dopo avere incassato personalmente almeno 12 milioni di euro) e ne prende coscienza il 7 maggio 2020. Dietro alla sua caduta ci sarebbe la notizia di un’inchiesta dei servizi segreti. Appena 48 ore prima Di Donna aveva incontrato un importante 007. Si tratta di una semplice coincidenza o c’è un collegamento tra i due episodi? Proviamo ad approfondire.
Benotti, al giudice per le indagini preliminari Paolo Andrea Taviano, ha raccontato come è stato messo alla porta il 7 maggio 2020. A convocarlo urgentemente era stato Mauro Bonaretti, in quel momento uomo di punta della Struttura ed ex «capo» di Benotti al dicastero delle Infrastrutture e dei trasporti con Delrio ministro. All’appuntamento, dietro a Bonaretti «sbucò il dottor Arcuri». Benotti rivela al giudice ciò che avrebbe appreso dal commissario: «Con un certo imbarazzo mi spiegò che a Palazzo Chigi era stato informato che era in corso una non meglio precisata indagine, forse dei servizi, e, quindi, mi pregò di non disturbarlo più. Cosa che ho fatto». Agli inquirenti l’allora indagato specifica che «forse dei servizi» non era una supposizione, ma erano le esatte parole pronunciate da Arcuri: «Era molto imbarazzato e molto agitato, proveniva dalla riunione del Copasir e mi disse che c’era una questione che riguardava gli aerei israeliani». Per far arrivare 800 milioni di mascherine in Italia dalla Cina Benotti & X. utilizzarono 252 voli della compagnia israeliana El Al. Il pm Fabrizio Tucci domanda perché Arcuri gli avesse fatto quella confidenza. Risposta: «Dovrebbe chiederlo al commissario Arcuri […] Io sono rimasto molto perplesso e non feci altre domande». Tucci chiede conferma del fatto che l’indagine dei servizi riguardasse «i voli israeliani». Ma Benotti cincischia: «No, non ho detto questo. Le ho detto che tra le cose che mi disse, fece passare questo concetto». Chi informò Arcuri dell’inchiesta? Davvero le informazioni provenivano dal Comitato parlamentare per sicurezza della Repubblica? O Tedeschi, nei suoi incontri con gli avvocati «grillini», anche in buona fede, si era fatto sfuggire qualcosa, e Di Donna aveva veicolato la preziosa soffiata verso la struttura commissariale, magari con l’obiettivo di disarcionare Benotti? Sino a oggi nessuno è riuscito a capire come siano andate davvero le cose. Alla fine la compagnia di Benotti potrebbe essere stata fregata due volte da quella di Di Donna. Infatti per lo stesso reato (traffico di influenze) la Procura di Roma (procuratore aggiunto Stefano Pesci e pm Tucci), a fine 2024, ha chiesto l’archiviazione di Di Donna ed Esposito sulla base delle modifiche normative introdotte dalla cosiddetta legge Nordio. Invece, nel procedimento contro Benotti & C., lo stesso ufficio giudiziario (procuratore aggiunto Paolo Ielo e pm Tucci) ha formulato eccezione di incostituzionalità della legge Nordio nella parte in cui ha modificato l'articolo 346 bis per «contrasto con l'articolo 117 Costituzione per il tramite dell'articolo 12 della Convenzione di Strasburgo sulla corruzione». Apparentemente due pesi e due misure. Una vicenda su cui Fdi ha annunciato «approfondimenti». Come conferma il presidente Lisei: «Non rifacciamo i processi, ma puntiamo a ricostruire la verità».






