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2022-02-17
La scelta di Djokovic fa capire ai talebani che persino i no vax sono esseri umani
Novak Djokovic (Ansa)
È stato Maximilien Robespierre a sintetizzare meglio di ogni altro le convinzioni dei rivoluzionari che si credono profeti: «Noi vogliamo», scrisse, «adempiere ai voti della natura, compiere i destini dell’umanità, mantenere le promesse della filosofia, assolvere la provvidenza dal lungo regno del crimine e della tirannia». È quel che succede quando i regimi politici assumo i tratti del culto: l’élite di illuminati al comando si ritiene portatrice del Bene e destinata a redimere il mondo. L’umanità, di conseguenza, viene divisa fra puri e impuri, cioè fra quanti obbediscono all’autorità e i nemici (tutti gli altri). Se l’obiettivo è quello di salvare il mondo dalla corruzione, non si può stare a sottilizzare: si adopera l’accetta, mica il cesello. Finora, nella gestione della pandemia, è stato utilizzato esattamente questo approccio: un piccolo gruppo di luminari ha inteso purificare la nazione corrotta e virulenta, e ha proclamato la legge marziale. In un lampo, l’atroce distinzione (operazione che ai progressisti riesce sempre benissimo) è stata compiuta: bianco o nero, nessuna sfumatura.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi. La Cattedrale sanitaria non ha certo trascurato di opprimere i suoi pur fedeli seguaci, ma si è accanita con ferocia inaudita sugli eretici, gli untori no vax. Costoro sono stati prima indicati come l’incarnazione della suprema impurità. Poi sono stati trattati come individui pericolosi: isolati, esclusi dalla società, privati di diritti fondamentali, lasciati alla fame senza stipendio. A ogni italiano è stato chiesto di scegliere: il bene o il male. Il fatto è che l’approccio «con noi o contro di noi» funziona appunto in guerra. Si spara a chi ha la divisa di un altro colore, senza pensare. Ma in una situazione che non sia bellica, nella vita quotidiana, almeno in una democrazia, non è possibile applicare la distinzione puro/impuro. Bisogna tenere presente che un certo grado di impurità, una sfumatura di grigio tra il bianco e il nero, è sempre presente. Un regime democratico vive anche del particolare, cioè del caso singolo. Dividere in categorie - o, come nel caso attuale, in bioclassi - significa in definitiva disumanizzare gli uomini, ridurli a numeri.
Certo, esistono frange di individui pregiudizialmente ostili ai vaccini, magari pure riuniti in gruppi e molto attivi sul piano sociale e politico. Ma i no vax, così come sono stati raccontati - cioè come un monolite compatto e ostile - non esistono. Semmai, esistono persone che non si sono vaccinate. Persone che si sono fatte due dosi e rifiutano la terza. O ancora genitori vaccinati che non vogliono vaccinare i figli.
Obbligare milioni di persone a compiere una scelta sotto ricatto significa, nei fatti, privarle della loro individualità, annientarle in quanto individui per prenderli in considerazione soltanto come massa. Ovvio: meccanismi di questo tipo sono sempre all’opera in tutti gli Stati. Ma quando vengono utilizzati in circostanze che riguardano la più profonda intimità dei cittadini, beh, allora la faccenda si fa sgradevole. Se qualche governante si prendesse la briga di leggere le centinaia e centinaia di lettere che stiamo ricevendo all’indirizzo riservato agli «Invisibili», si renderebbe conto di quanto siano meritevoli di attenzione le storie di ciascuno di loro. Sono tutte simili, per certi versi, ma anche profondamente differenti. Ognuno ha le sue ragioni, e spesso sono più che fondate. Se i commentatori e i fini editorialisti perdessero pochi minuti e provassero a immedesimarsi nelle persone che si sentono espulse dalla nazione, forse ne ricaverebbero certezze meno granitiche. Forse arriverebbero persino a dirsi: chissà, al posto di costui anche io mi comporterei così, anche io avrei timore o opporrei un rifiuto.
Purtroppo, nessuno sembra volersi disturbare ad approfondire. A meno che la «singola storia» non sia quella di un personaggio famoso. Ieri, sulla Stampa, Mattia Feltri si è concesso il lusso di esaminare la vicenda di Novak Djokovic, tennista eccelso che notoriamente rifiuta il vaccino, e per questo è stato accusato di essere un cattivo maestro o un ricco arrogante dalla quasi totalità dei media italici (e non solo). Feltri ha ascoltato per un momento le ragioni dello sportivo, e ne è rimasto colpito: «Non ha parlato di rettiliani, di dittatura nazisanitaria, non ha negato il Covid, ha parlato soltanto dell’armonia in cui vive col suo corpo e della sua libertà di scelta. Non credo abbia ragione», ha concluso il collega, «ma la mitezza delle sue parole e l’enormità che è disposto a sacrificare - le solide chance di trionfare nella più lunga e inebriante battaglia della storia dello sport - impongono di rivedere il pigro ritratto collettivo che abbiamo fatto dei renitenti al vaccino, anche soltanto per guardare in faccia il talebano che è in noi».
Siamo felici che Feltri - come altri risvegliati in questo clima da 8 settembre - abbia scoperto che anche i vaccinati sono esseri umani. Ma non è certo Djokovic a imporci di «rivedere il pigro ritratto collettivo» dei no vax. Sono, semmai, le singole storie degli italiani che in queste ore non possono salire sul bus o prendere un caffè al bar, non possono lavorare o spostarsi. Gente che intacca i risparmi o chiede prestiti per sopravvivere solo perché un piccolo gruppo di talebani, di fanatici ottusi del culto sanitario, ha deciso di trattarli da nemici. Anche se la guerra non c’è, e non ci sono ragioni scientifiche o mediche per dichiararla.
In una puntata di quel gioiello televisivo che fu La notte della Repubblica, Sergio Zavoli intervistò una ex militante di Prima linea. Una donna elegante e intelligente che aveva organizzato, anni prima, l’annientamento fisico di un giudice che indagava sul suo gruppo «rivoluzionario». Quasi incredula davanti all’evidenza (sì, proprio lei aveva commesso tali e tante atrocità!), la signora dichiarò che più passava il tempo e più si pentiva. Ogni giorno cresceva la disperazione per aver causato la morte di quel giudice perché, diceva l’ex guerrigliera, «ho scoperto che era un uomo buono, normale».
Ebbene, lì fuori è pieno di uomini e donne buoni, «normali». E voi li state opprimendo senza pietà e, soprattutto, senza motivo. Sulla Repubblica, la notte è calata di nuovo.
Il Garante toscano dei minori: «Non negate loro lo sport»
«Non ci stiamo». Non hanno usato queste parole ma è come se lo avessero fatto, i tre Garanti per l’infanzia e l’adolescenza che, come segnala «Gli sportivi», gruppo attivo anche su Telegram a cui fanno riferimento 9.000 genitori di circa 25.000 ragazzi, hanno manifestato la loro contrarietà a quella che considerano una grave discriminazione.
Il riferimento, come noto, è ai decreti legge 221 e 229 che, a partire dal 10 gennaio, stabiliscono per i ragazzi non vaccinati l’esclusione da qualsivoglia attività ludica, ricreativa, sportiva, culturale. Per capirci, questi giovani - pur essendo a tutti gli effetti sani - se non sono in regola con il ciclo vaccinale oppure guariti non possono più giocare la partita di calcio, né frequentare il corso di musica, di danza, di ginnastica.
Una situazione grave che, nell’arco di poche settimane, segnalano «Gli sportivi», ha visto attivarsi diverse figure che hanno nella tutela dei diritti dei ragazzi la loro ragion d’essere. Il primo era stato, ancora a fine dicembre, Francesco Lalla, difensore civico con la delega di Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Liguria, il quale aveva chiesto un «alleggerimento delle forme di intervento circa l’uso e l’esibizione del green pass» stigmatizzando «parole, gesti o comportamenti nei confronti di bambini e ragazzi a proposito della vaccinazione o della non vaccinazione».
Più recentemente, ai primi di febbraio, è poi stato Fulvio Biasi, Garante dei diritti dei minori per la Provincia Autonoma di Trento, è scrivere di suo pugno ai vertici delle istituzioni locali una lettera per dare voce ad un disagio avvertito come crescente. Tutto questo a causa di «una perdurante e martellante narrazione mediatica, testa ad indicare i bambini e i ragazzi quali diffusori di malattia, con conseguente loro colpevolizzazione di essere «sbagliati». «Il solo pensiero di condizionare il diritto allo studio al possesso di un lasciapassare da dover esibire sui mezzi pubblici, per accedere alle attività sportive e culturali costituisce non solo una gravissima ferita allo spirito della carta costituzionale ma anche un insulto all’intelligenza della generalità dei consociati», ha sottolineato Biasi.
Toni non molto diversi sono pure quelli impiegati il 9 di febbraio, rispondendo proprio al gruppo «Gli sportivi», da Camilla Bianchi, Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Toscana. Infatti, oltre ad aver manifestato a varie istituzioni - a partire dal presidente del Consiglio Draghi - «fortissime perplessità sussistenti nella cittadinanza relativamente all’inoculazione del vaccino nei giovanissimi, attesi i possibili effetti pregiudizievoli ancora ignoti dello stesso in questa fascia di età molto delicata ed in pieno sviluppo», Bianchi ha riconosciuto le criticità legate all’introduzione del passaporto sanitario.
«A seguito all’introduzione del green pass i ragazzi che per varie motivazioni non vengano vaccinati o non abbiano oggettivamente bisogno di esserlo», ha infatti scritto la Garante della Toscana, «non saranno più in grado di poter pienamente socializzare, divertirsi, coltivare le loro passioni (sport, cinema, teatri, biblioteche...)». Per questo Bianchi si augura, a breve, «nuove determinazioni che vengano eventualmente assunte ai vari competenti livelli istituzionali, auspicando che le stesse siano in grado, se non di superare integralmente, almeno di mitigare le serie criticità segnalate». Un auspicio evidentemente non isolato.
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Stampa e politica hanno mostrificato chi non si è vaccinato. Ora che tocca al campione, qualcuno scopre una realtà diversa.Il Garante toscano dei minori: «Non negate loro lo sport». È già la terza Authority a preoccuparsi per i giovani atleti discriminati dal green pass. Si mobilita un gruppo di 9.000 genitori.Lo speciale contiene due articoli.È stato Maximilien Robespierre a sintetizzare meglio di ogni altro le convinzioni dei rivoluzionari che si credono profeti: «Noi vogliamo», scrisse, «adempiere ai voti della natura, compiere i destini dell’umanità, mantenere le promesse della filosofia, assolvere la provvidenza dal lungo regno del crimine e della tirannia». È quel che succede quando i regimi politici assumo i tratti del culto: l’élite di illuminati al comando si ritiene portatrice del Bene e destinata a redimere il mondo. L’umanità, di conseguenza, viene divisa fra puri e impuri, cioè fra quanti obbediscono all’autorità e i nemici (tutti gli altri). Se l’obiettivo è quello di salvare il mondo dalla corruzione, non si può stare a sottilizzare: si adopera l’accetta, mica il cesello. Finora, nella gestione della pandemia, è stato utilizzato esattamente questo approccio: un piccolo gruppo di luminari ha inteso purificare la nazione corrotta e virulenta, e ha proclamato la legge marziale. In un lampo, l’atroce distinzione (operazione che ai progressisti riesce sempre benissimo) è stata compiuta: bianco o nero, nessuna sfumatura.I risultati li abbiamo sotto gli occhi. La Cattedrale sanitaria non ha certo trascurato di opprimere i suoi pur fedeli seguaci, ma si è accanita con ferocia inaudita sugli eretici, gli untori no vax. Costoro sono stati prima indicati come l’incarnazione della suprema impurità. Poi sono stati trattati come individui pericolosi: isolati, esclusi dalla società, privati di diritti fondamentali, lasciati alla fame senza stipendio. A ogni italiano è stato chiesto di scegliere: il bene o il male. Il fatto è che l’approccio «con noi o contro di noi» funziona appunto in guerra. Si spara a chi ha la divisa di un altro colore, senza pensare. Ma in una situazione che non sia bellica, nella vita quotidiana, almeno in una democrazia, non è possibile applicare la distinzione puro/impuro. Bisogna tenere presente che un certo grado di impurità, una sfumatura di grigio tra il bianco e il nero, è sempre presente. Un regime democratico vive anche del particolare, cioè del caso singolo. Dividere in categorie - o, come nel caso attuale, in bioclassi - significa in definitiva disumanizzare gli uomini, ridurli a numeri. Certo, esistono frange di individui pregiudizialmente ostili ai vaccini, magari pure riuniti in gruppi e molto attivi sul piano sociale e politico. Ma i no vax, così come sono stati raccontati - cioè come un monolite compatto e ostile - non esistono. Semmai, esistono persone che non si sono vaccinate. Persone che si sono fatte due dosi e rifiutano la terza. O ancora genitori vaccinati che non vogliono vaccinare i figli. Obbligare milioni di persone a compiere una scelta sotto ricatto significa, nei fatti, privarle della loro individualità, annientarle in quanto individui per prenderli in considerazione soltanto come massa. Ovvio: meccanismi di questo tipo sono sempre all’opera in tutti gli Stati. Ma quando vengono utilizzati in circostanze che riguardano la più profonda intimità dei cittadini, beh, allora la faccenda si fa sgradevole. Se qualche governante si prendesse la briga di leggere le centinaia e centinaia di lettere che stiamo ricevendo all’indirizzo riservato agli «Invisibili», si renderebbe conto di quanto siano meritevoli di attenzione le storie di ciascuno di loro. Sono tutte simili, per certi versi, ma anche profondamente differenti. Ognuno ha le sue ragioni, e spesso sono più che fondate. Se i commentatori e i fini editorialisti perdessero pochi minuti e provassero a immedesimarsi nelle persone che si sentono espulse dalla nazione, forse ne ricaverebbero certezze meno granitiche. Forse arriverebbero persino a dirsi: chissà, al posto di costui anche io mi comporterei così, anche io avrei timore o opporrei un rifiuto. Purtroppo, nessuno sembra volersi disturbare ad approfondire. A meno che la «singola storia» non sia quella di un personaggio famoso. Ieri, sulla Stampa, Mattia Feltri si è concesso il lusso di esaminare la vicenda di Novak Djokovic, tennista eccelso che notoriamente rifiuta il vaccino, e per questo è stato accusato di essere un cattivo maestro o un ricco arrogante dalla quasi totalità dei media italici (e non solo). Feltri ha ascoltato per un momento le ragioni dello sportivo, e ne è rimasto colpito: «Non ha parlato di rettiliani, di dittatura nazisanitaria, non ha negato il Covid, ha parlato soltanto dell’armonia in cui vive col suo corpo e della sua libertà di scelta. Non credo abbia ragione», ha concluso il collega, «ma la mitezza delle sue parole e l’enormità che è disposto a sacrificare - le solide chance di trionfare nella più lunga e inebriante battaglia della storia dello sport - impongono di rivedere il pigro ritratto collettivo che abbiamo fatto dei renitenti al vaccino, anche soltanto per guardare in faccia il talebano che è in noi». Siamo felici che Feltri - come altri risvegliati in questo clima da 8 settembre - abbia scoperto che anche i vaccinati sono esseri umani. Ma non è certo Djokovic a imporci di «rivedere il pigro ritratto collettivo» dei no vax. Sono, semmai, le singole storie degli italiani che in queste ore non possono salire sul bus o prendere un caffè al bar, non possono lavorare o spostarsi. Gente che intacca i risparmi o chiede prestiti per sopravvivere solo perché un piccolo gruppo di talebani, di fanatici ottusi del culto sanitario, ha deciso di trattarli da nemici. Anche se la guerra non c’è, e non ci sono ragioni scientifiche o mediche per dichiararla. In una puntata di quel gioiello televisivo che fu La notte della Repubblica, Sergio Zavoli intervistò una ex militante di Prima linea. Una donna elegante e intelligente che aveva organizzato, anni prima, l’annientamento fisico di un giudice che indagava sul suo gruppo «rivoluzionario». Quasi incredula davanti all’evidenza (sì, proprio lei aveva commesso tali e tante atrocità!), la signora dichiarò che più passava il tempo e più si pentiva. Ogni giorno cresceva la disperazione per aver causato la morte di quel giudice perché, diceva l’ex guerrigliera, «ho scoperto che era un uomo buono, normale». Ebbene, lì fuori è pieno di uomini e donne buoni, «normali». E voi li state opprimendo senza pietà e, soprattutto, senza motivo. Sulla Repubblica, la notte è calata di nuovo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/djokovic-no-vax-esseri-umani-2656690520.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-garante-toscano-dei-minori-non-negate-loro-lo-sport" data-post-id="2656690520" data-published-at="1645036973" data-use-pagination="False"> Il Garante toscano dei minori: «Non negate loro lo sport» «Non ci stiamo». Non hanno usato queste parole ma è come se lo avessero fatto, i tre Garanti per l’infanzia e l’adolescenza che, come segnala «Gli sportivi», gruppo attivo anche su Telegram a cui fanno riferimento 9.000 genitori di circa 25.000 ragazzi, hanno manifestato la loro contrarietà a quella che considerano una grave discriminazione. Il riferimento, come noto, è ai decreti legge 221 e 229 che, a partire dal 10 gennaio, stabiliscono per i ragazzi non vaccinati l’esclusione da qualsivoglia attività ludica, ricreativa, sportiva, culturale. Per capirci, questi giovani - pur essendo a tutti gli effetti sani - se non sono in regola con il ciclo vaccinale oppure guariti non possono più giocare la partita di calcio, né frequentare il corso di musica, di danza, di ginnastica. Una situazione grave che, nell’arco di poche settimane, segnalano «Gli sportivi», ha visto attivarsi diverse figure che hanno nella tutela dei diritti dei ragazzi la loro ragion d’essere. Il primo era stato, ancora a fine dicembre, Francesco Lalla, difensore civico con la delega di Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Liguria, il quale aveva chiesto un «alleggerimento delle forme di intervento circa l’uso e l’esibizione del green pass» stigmatizzando «parole, gesti o comportamenti nei confronti di bambini e ragazzi a proposito della vaccinazione o della non vaccinazione». Più recentemente, ai primi di febbraio, è poi stato Fulvio Biasi, Garante dei diritti dei minori per la Provincia Autonoma di Trento, è scrivere di suo pugno ai vertici delle istituzioni locali una lettera per dare voce ad un disagio avvertito come crescente. Tutto questo a causa di «una perdurante e martellante narrazione mediatica, testa ad indicare i bambini e i ragazzi quali diffusori di malattia, con conseguente loro colpevolizzazione di essere «sbagliati». «Il solo pensiero di condizionare il diritto allo studio al possesso di un lasciapassare da dover esibire sui mezzi pubblici, per accedere alle attività sportive e culturali costituisce non solo una gravissima ferita allo spirito della carta costituzionale ma anche un insulto all’intelligenza della generalità dei consociati», ha sottolineato Biasi. Toni non molto diversi sono pure quelli impiegati il 9 di febbraio, rispondendo proprio al gruppo «Gli sportivi», da Camilla Bianchi, Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Toscana. Infatti, oltre ad aver manifestato a varie istituzioni - a partire dal presidente del Consiglio Draghi - «fortissime perplessità sussistenti nella cittadinanza relativamente all’inoculazione del vaccino nei giovanissimi, attesi i possibili effetti pregiudizievoli ancora ignoti dello stesso in questa fascia di età molto delicata ed in pieno sviluppo», Bianchi ha riconosciuto le criticità legate all’introduzione del passaporto sanitario. «A seguito all’introduzione del green pass i ragazzi che per varie motivazioni non vengano vaccinati o non abbiano oggettivamente bisogno di esserlo», ha infatti scritto la Garante della Toscana, «non saranno più in grado di poter pienamente socializzare, divertirsi, coltivare le loro passioni (sport, cinema, teatri, biblioteche...)». Per questo Bianchi si augura, a breve, «nuove determinazioni che vengano eventualmente assunte ai vari competenti livelli istituzionali, auspicando che le stesse siano in grado, se non di superare integralmente, almeno di mitigare le serie criticità segnalate». Un auspicio evidentemente non isolato.
Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
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La causa principale del calo è la guerra in Iran. I nuovi ordini crollano, la fiducia delle imprese tocca il minimo da novembre 2022, e le stime indicano un Pil dell’Eurozona in calo dello 0,1% nel secondo trimestre. Il manifatturiero tiene (anzi, segna un sorprendente massimo da 47 mesi a 52,2) ma si tratta probabilmente di una crescita gonfiata dall’accumulo preventivo di scorte.
Il conflitto sta colpendo in ordine sparso, ma uno dei servizi più battuti è quello dell’aviazione civile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto più che raddoppiare il prezzo del carburante per aerei, da circa 100 dollari al barile di fine febbraio ai 209 di inizio aprile. Alcune stime dicono che l’Europa dispone di circa sei settimane di jet fuel, prospettando possibili cancellazioni di voli. Lufthansa ha annunciato la soppressione di 20.000 voli a corto raggio fino a ottobre, ha chiuso definitivamente la sussidiaria regionale Cityline e i suoi 27 aeromobili, e ha già rimosso 120 voli giornalieri dal programma. Klm ha cancellato 160 voli nelle prossime settimane. Sas ha soppresso circa 1.000 voli in aprile, Norse Atlantic ha eliminato la rotta Londra-Los Angeles e Ryanair ha avvertito di possibili nuovi tagli da maggio.
Molto legato ai voli è il turismo, naturalmente. I viaggiatori asiatici hanno cancellato molte prenotazioni già a marzo, colpiti dalla chiusura degli hub di transito mediorientali come Dubai. La Gran Bretagna vede precipitare del 50% le prenotazioni aeree dall’Asia occidentale e di un terzo quelle dall’India, con luglio ancora largamente al di sotto dei livelli dell’anno scorso.
In Italia il quadro inizia a preoccupare Confindustria Alberghi, che già nel monitoraggio di metà marzo registrava una flessione della domanda extra-europea, che colpisce soprattutto le città d’arte e il lusso. A pesare c’è anche una dichiarazione esplicita del portavoce dell’esercito iraniano, il generale Shekarchi, che già a marzo avvertiva su X che «i parchi e le destinazioni turistiche di tutto il mondo non saranno più al sicuro per i nemici di Teheran». Una minaccia dal peso soprattutto psicologico, ma che in un momento di prenotazioni già frenate ha ulteriormente scoraggiato i viaggiatori internazionali.
Anche con la fine della guerra, il ritorno alla normalità richiederà mesi. La compagnia Emirates ha comunicato una ripresa graduale delle operazioni, offrendo cambi di prenotazione gratuiti fino al 15 giugno, segno che l’incertezza si estende almeno fino all’estate. Gli hub del Golfo sono da anni il cuore del traffico intercontinentale e ricostruire rotte, recuperare carburante e riconquistare la fiducia dei passeggeri non è questione di settimane.
Eppure, qualche spiraglio c’è. Oxford Economics prevede che destinazioni come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo potrebbero beneficiare di una regionalizzazione dei flussi, con i turisti europei che restano più vicino a casa.
Su questo Claudio Visentin, che insegna storia del turismo all’università della Svizzera italiana, è d’accordo: «Il turismo è molto flessibile e si riposiziona. Se un italiano non può prendere l’aereo per fare una vacanza all’estero quest’estate, lo farà l’estate prossima e quest’anno andrà in vacanza in Italia». Prosegue Visentin: «Nella stagione entrante avremo più turismo nazionale e più turismo di prossimità, più tedeschi e svizzeri». Insomma, non è detto che per il turismo italiano le cose vadano male, anche se i visitatori extra-europei hanno di solito una maggiore capacità di spesa.
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