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2022-02-17
La scelta di Djokovic fa capire ai talebani che persino i no vax sono esseri umani
Novak Djokovic (Ansa)
È stato Maximilien Robespierre a sintetizzare meglio di ogni altro le convinzioni dei rivoluzionari che si credono profeti: «Noi vogliamo», scrisse, «adempiere ai voti della natura, compiere i destini dell’umanità, mantenere le promesse della filosofia, assolvere la provvidenza dal lungo regno del crimine e della tirannia». È quel che succede quando i regimi politici assumo i tratti del culto: l’élite di illuminati al comando si ritiene portatrice del Bene e destinata a redimere il mondo. L’umanità, di conseguenza, viene divisa fra puri e impuri, cioè fra quanti obbediscono all’autorità e i nemici (tutti gli altri). Se l’obiettivo è quello di salvare il mondo dalla corruzione, non si può stare a sottilizzare: si adopera l’accetta, mica il cesello. Finora, nella gestione della pandemia, è stato utilizzato esattamente questo approccio: un piccolo gruppo di luminari ha inteso purificare la nazione corrotta e virulenta, e ha proclamato la legge marziale. In un lampo, l’atroce distinzione (operazione che ai progressisti riesce sempre benissimo) è stata compiuta: bianco o nero, nessuna sfumatura.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi. La Cattedrale sanitaria non ha certo trascurato di opprimere i suoi pur fedeli seguaci, ma si è accanita con ferocia inaudita sugli eretici, gli untori no vax. Costoro sono stati prima indicati come l’incarnazione della suprema impurità. Poi sono stati trattati come individui pericolosi: isolati, esclusi dalla società, privati di diritti fondamentali, lasciati alla fame senza stipendio. A ogni italiano è stato chiesto di scegliere: il bene o il male. Il fatto è che l’approccio «con noi o contro di noi» funziona appunto in guerra. Si spara a chi ha la divisa di un altro colore, senza pensare. Ma in una situazione che non sia bellica, nella vita quotidiana, almeno in una democrazia, non è possibile applicare la distinzione puro/impuro. Bisogna tenere presente che un certo grado di impurità, una sfumatura di grigio tra il bianco e il nero, è sempre presente. Un regime democratico vive anche del particolare, cioè del caso singolo. Dividere in categorie - o, come nel caso attuale, in bioclassi - significa in definitiva disumanizzare gli uomini, ridurli a numeri.
Certo, esistono frange di individui pregiudizialmente ostili ai vaccini, magari pure riuniti in gruppi e molto attivi sul piano sociale e politico. Ma i no vax, così come sono stati raccontati - cioè come un monolite compatto e ostile - non esistono. Semmai, esistono persone che non si sono vaccinate. Persone che si sono fatte due dosi e rifiutano la terza. O ancora genitori vaccinati che non vogliono vaccinare i figli.
Obbligare milioni di persone a compiere una scelta sotto ricatto significa, nei fatti, privarle della loro individualità, annientarle in quanto individui per prenderli in considerazione soltanto come massa. Ovvio: meccanismi di questo tipo sono sempre all’opera in tutti gli Stati. Ma quando vengono utilizzati in circostanze che riguardano la più profonda intimità dei cittadini, beh, allora la faccenda si fa sgradevole. Se qualche governante si prendesse la briga di leggere le centinaia e centinaia di lettere che stiamo ricevendo all’indirizzo riservato agli «Invisibili», si renderebbe conto di quanto siano meritevoli di attenzione le storie di ciascuno di loro. Sono tutte simili, per certi versi, ma anche profondamente differenti. Ognuno ha le sue ragioni, e spesso sono più che fondate. Se i commentatori e i fini editorialisti perdessero pochi minuti e provassero a immedesimarsi nelle persone che si sentono espulse dalla nazione, forse ne ricaverebbero certezze meno granitiche. Forse arriverebbero persino a dirsi: chissà, al posto di costui anche io mi comporterei così, anche io avrei timore o opporrei un rifiuto.
Purtroppo, nessuno sembra volersi disturbare ad approfondire. A meno che la «singola storia» non sia quella di un personaggio famoso. Ieri, sulla Stampa, Mattia Feltri si è concesso il lusso di esaminare la vicenda di Novak Djokovic, tennista eccelso che notoriamente rifiuta il vaccino, e per questo è stato accusato di essere un cattivo maestro o un ricco arrogante dalla quasi totalità dei media italici (e non solo). Feltri ha ascoltato per un momento le ragioni dello sportivo, e ne è rimasto colpito: «Non ha parlato di rettiliani, di dittatura nazisanitaria, non ha negato il Covid, ha parlato soltanto dell’armonia in cui vive col suo corpo e della sua libertà di scelta. Non credo abbia ragione», ha concluso il collega, «ma la mitezza delle sue parole e l’enormità che è disposto a sacrificare - le solide chance di trionfare nella più lunga e inebriante battaglia della storia dello sport - impongono di rivedere il pigro ritratto collettivo che abbiamo fatto dei renitenti al vaccino, anche soltanto per guardare in faccia il talebano che è in noi».
Siamo felici che Feltri - come altri risvegliati in questo clima da 8 settembre - abbia scoperto che anche i vaccinati sono esseri umani. Ma non è certo Djokovic a imporci di «rivedere il pigro ritratto collettivo» dei no vax. Sono, semmai, le singole storie degli italiani che in queste ore non possono salire sul bus o prendere un caffè al bar, non possono lavorare o spostarsi. Gente che intacca i risparmi o chiede prestiti per sopravvivere solo perché un piccolo gruppo di talebani, di fanatici ottusi del culto sanitario, ha deciso di trattarli da nemici. Anche se la guerra non c’è, e non ci sono ragioni scientifiche o mediche per dichiararla.
In una puntata di quel gioiello televisivo che fu La notte della Repubblica, Sergio Zavoli intervistò una ex militante di Prima linea. Una donna elegante e intelligente che aveva organizzato, anni prima, l’annientamento fisico di un giudice che indagava sul suo gruppo «rivoluzionario». Quasi incredula davanti all’evidenza (sì, proprio lei aveva commesso tali e tante atrocità!), la signora dichiarò che più passava il tempo e più si pentiva. Ogni giorno cresceva la disperazione per aver causato la morte di quel giudice perché, diceva l’ex guerrigliera, «ho scoperto che era un uomo buono, normale».
Ebbene, lì fuori è pieno di uomini e donne buoni, «normali». E voi li state opprimendo senza pietà e, soprattutto, senza motivo. Sulla Repubblica, la notte è calata di nuovo.
Il Garante toscano dei minori: «Non negate loro lo sport»
«Non ci stiamo». Non hanno usato queste parole ma è come se lo avessero fatto, i tre Garanti per l’infanzia e l’adolescenza che, come segnala «Gli sportivi», gruppo attivo anche su Telegram a cui fanno riferimento 9.000 genitori di circa 25.000 ragazzi, hanno manifestato la loro contrarietà a quella che considerano una grave discriminazione.
Il riferimento, come noto, è ai decreti legge 221 e 229 che, a partire dal 10 gennaio, stabiliscono per i ragazzi non vaccinati l’esclusione da qualsivoglia attività ludica, ricreativa, sportiva, culturale. Per capirci, questi giovani - pur essendo a tutti gli effetti sani - se non sono in regola con il ciclo vaccinale oppure guariti non possono più giocare la partita di calcio, né frequentare il corso di musica, di danza, di ginnastica.
Una situazione grave che, nell’arco di poche settimane, segnalano «Gli sportivi», ha visto attivarsi diverse figure che hanno nella tutela dei diritti dei ragazzi la loro ragion d’essere. Il primo era stato, ancora a fine dicembre, Francesco Lalla, difensore civico con la delega di Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Liguria, il quale aveva chiesto un «alleggerimento delle forme di intervento circa l’uso e l’esibizione del green pass» stigmatizzando «parole, gesti o comportamenti nei confronti di bambini e ragazzi a proposito della vaccinazione o della non vaccinazione».
Più recentemente, ai primi di febbraio, è poi stato Fulvio Biasi, Garante dei diritti dei minori per la Provincia Autonoma di Trento, è scrivere di suo pugno ai vertici delle istituzioni locali una lettera per dare voce ad un disagio avvertito come crescente. Tutto questo a causa di «una perdurante e martellante narrazione mediatica, testa ad indicare i bambini e i ragazzi quali diffusori di malattia, con conseguente loro colpevolizzazione di essere «sbagliati». «Il solo pensiero di condizionare il diritto allo studio al possesso di un lasciapassare da dover esibire sui mezzi pubblici, per accedere alle attività sportive e culturali costituisce non solo una gravissima ferita allo spirito della carta costituzionale ma anche un insulto all’intelligenza della generalità dei consociati», ha sottolineato Biasi.
Toni non molto diversi sono pure quelli impiegati il 9 di febbraio, rispondendo proprio al gruppo «Gli sportivi», da Camilla Bianchi, Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Toscana. Infatti, oltre ad aver manifestato a varie istituzioni - a partire dal presidente del Consiglio Draghi - «fortissime perplessità sussistenti nella cittadinanza relativamente all’inoculazione del vaccino nei giovanissimi, attesi i possibili effetti pregiudizievoli ancora ignoti dello stesso in questa fascia di età molto delicata ed in pieno sviluppo», Bianchi ha riconosciuto le criticità legate all’introduzione del passaporto sanitario.
«A seguito all’introduzione del green pass i ragazzi che per varie motivazioni non vengano vaccinati o non abbiano oggettivamente bisogno di esserlo», ha infatti scritto la Garante della Toscana, «non saranno più in grado di poter pienamente socializzare, divertirsi, coltivare le loro passioni (sport, cinema, teatri, biblioteche...)». Per questo Bianchi si augura, a breve, «nuove determinazioni che vengano eventualmente assunte ai vari competenti livelli istituzionali, auspicando che le stesse siano in grado, se non di superare integralmente, almeno di mitigare le serie criticità segnalate». Un auspicio evidentemente non isolato.
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Stampa e politica hanno mostrificato chi non si è vaccinato. Ora che tocca al campione, qualcuno scopre una realtà diversa.Il Garante toscano dei minori: «Non negate loro lo sport». È già la terza Authority a preoccuparsi per i giovani atleti discriminati dal green pass. Si mobilita un gruppo di 9.000 genitori.Lo speciale contiene due articoli.È stato Maximilien Robespierre a sintetizzare meglio di ogni altro le convinzioni dei rivoluzionari che si credono profeti: «Noi vogliamo», scrisse, «adempiere ai voti della natura, compiere i destini dell’umanità, mantenere le promesse della filosofia, assolvere la provvidenza dal lungo regno del crimine e della tirannia». È quel che succede quando i regimi politici assumo i tratti del culto: l’élite di illuminati al comando si ritiene portatrice del Bene e destinata a redimere il mondo. L’umanità, di conseguenza, viene divisa fra puri e impuri, cioè fra quanti obbediscono all’autorità e i nemici (tutti gli altri). Se l’obiettivo è quello di salvare il mondo dalla corruzione, non si può stare a sottilizzare: si adopera l’accetta, mica il cesello. Finora, nella gestione della pandemia, è stato utilizzato esattamente questo approccio: un piccolo gruppo di luminari ha inteso purificare la nazione corrotta e virulenta, e ha proclamato la legge marziale. In un lampo, l’atroce distinzione (operazione che ai progressisti riesce sempre benissimo) è stata compiuta: bianco o nero, nessuna sfumatura.I risultati li abbiamo sotto gli occhi. La Cattedrale sanitaria non ha certo trascurato di opprimere i suoi pur fedeli seguaci, ma si è accanita con ferocia inaudita sugli eretici, gli untori no vax. Costoro sono stati prima indicati come l’incarnazione della suprema impurità. Poi sono stati trattati come individui pericolosi: isolati, esclusi dalla società, privati di diritti fondamentali, lasciati alla fame senza stipendio. A ogni italiano è stato chiesto di scegliere: il bene o il male. Il fatto è che l’approccio «con noi o contro di noi» funziona appunto in guerra. Si spara a chi ha la divisa di un altro colore, senza pensare. Ma in una situazione che non sia bellica, nella vita quotidiana, almeno in una democrazia, non è possibile applicare la distinzione puro/impuro. Bisogna tenere presente che un certo grado di impurità, una sfumatura di grigio tra il bianco e il nero, è sempre presente. Un regime democratico vive anche del particolare, cioè del caso singolo. Dividere in categorie - o, come nel caso attuale, in bioclassi - significa in definitiva disumanizzare gli uomini, ridurli a numeri. Certo, esistono frange di individui pregiudizialmente ostili ai vaccini, magari pure riuniti in gruppi e molto attivi sul piano sociale e politico. Ma i no vax, così come sono stati raccontati - cioè come un monolite compatto e ostile - non esistono. Semmai, esistono persone che non si sono vaccinate. Persone che si sono fatte due dosi e rifiutano la terza. O ancora genitori vaccinati che non vogliono vaccinare i figli. Obbligare milioni di persone a compiere una scelta sotto ricatto significa, nei fatti, privarle della loro individualità, annientarle in quanto individui per prenderli in considerazione soltanto come massa. Ovvio: meccanismi di questo tipo sono sempre all’opera in tutti gli Stati. Ma quando vengono utilizzati in circostanze che riguardano la più profonda intimità dei cittadini, beh, allora la faccenda si fa sgradevole. Se qualche governante si prendesse la briga di leggere le centinaia e centinaia di lettere che stiamo ricevendo all’indirizzo riservato agli «Invisibili», si renderebbe conto di quanto siano meritevoli di attenzione le storie di ciascuno di loro. Sono tutte simili, per certi versi, ma anche profondamente differenti. Ognuno ha le sue ragioni, e spesso sono più che fondate. Se i commentatori e i fini editorialisti perdessero pochi minuti e provassero a immedesimarsi nelle persone che si sentono espulse dalla nazione, forse ne ricaverebbero certezze meno granitiche. Forse arriverebbero persino a dirsi: chissà, al posto di costui anche io mi comporterei così, anche io avrei timore o opporrei un rifiuto. Purtroppo, nessuno sembra volersi disturbare ad approfondire. A meno che la «singola storia» non sia quella di un personaggio famoso. Ieri, sulla Stampa, Mattia Feltri si è concesso il lusso di esaminare la vicenda di Novak Djokovic, tennista eccelso che notoriamente rifiuta il vaccino, e per questo è stato accusato di essere un cattivo maestro o un ricco arrogante dalla quasi totalità dei media italici (e non solo). Feltri ha ascoltato per un momento le ragioni dello sportivo, e ne è rimasto colpito: «Non ha parlato di rettiliani, di dittatura nazisanitaria, non ha negato il Covid, ha parlato soltanto dell’armonia in cui vive col suo corpo e della sua libertà di scelta. Non credo abbia ragione», ha concluso il collega, «ma la mitezza delle sue parole e l’enormità che è disposto a sacrificare - le solide chance di trionfare nella più lunga e inebriante battaglia della storia dello sport - impongono di rivedere il pigro ritratto collettivo che abbiamo fatto dei renitenti al vaccino, anche soltanto per guardare in faccia il talebano che è in noi». Siamo felici che Feltri - come altri risvegliati in questo clima da 8 settembre - abbia scoperto che anche i vaccinati sono esseri umani. Ma non è certo Djokovic a imporci di «rivedere il pigro ritratto collettivo» dei no vax. Sono, semmai, le singole storie degli italiani che in queste ore non possono salire sul bus o prendere un caffè al bar, non possono lavorare o spostarsi. Gente che intacca i risparmi o chiede prestiti per sopravvivere solo perché un piccolo gruppo di talebani, di fanatici ottusi del culto sanitario, ha deciso di trattarli da nemici. Anche se la guerra non c’è, e non ci sono ragioni scientifiche o mediche per dichiararla. In una puntata di quel gioiello televisivo che fu La notte della Repubblica, Sergio Zavoli intervistò una ex militante di Prima linea. Una donna elegante e intelligente che aveva organizzato, anni prima, l’annientamento fisico di un giudice che indagava sul suo gruppo «rivoluzionario». Quasi incredula davanti all’evidenza (sì, proprio lei aveva commesso tali e tante atrocità!), la signora dichiarò che più passava il tempo e più si pentiva. Ogni giorno cresceva la disperazione per aver causato la morte di quel giudice perché, diceva l’ex guerrigliera, «ho scoperto che era un uomo buono, normale». Ebbene, lì fuori è pieno di uomini e donne buoni, «normali». E voi li state opprimendo senza pietà e, soprattutto, senza motivo. Sulla Repubblica, la notte è calata di nuovo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/djokovic-no-vax-esseri-umani-2656690520.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-garante-toscano-dei-minori-non-negate-loro-lo-sport" data-post-id="2656690520" data-published-at="1645036973" data-use-pagination="False"> Il Garante toscano dei minori: «Non negate loro lo sport» «Non ci stiamo». Non hanno usato queste parole ma è come se lo avessero fatto, i tre Garanti per l’infanzia e l’adolescenza che, come segnala «Gli sportivi», gruppo attivo anche su Telegram a cui fanno riferimento 9.000 genitori di circa 25.000 ragazzi, hanno manifestato la loro contrarietà a quella che considerano una grave discriminazione. Il riferimento, come noto, è ai decreti legge 221 e 229 che, a partire dal 10 gennaio, stabiliscono per i ragazzi non vaccinati l’esclusione da qualsivoglia attività ludica, ricreativa, sportiva, culturale. Per capirci, questi giovani - pur essendo a tutti gli effetti sani - se non sono in regola con il ciclo vaccinale oppure guariti non possono più giocare la partita di calcio, né frequentare il corso di musica, di danza, di ginnastica. Una situazione grave che, nell’arco di poche settimane, segnalano «Gli sportivi», ha visto attivarsi diverse figure che hanno nella tutela dei diritti dei ragazzi la loro ragion d’essere. Il primo era stato, ancora a fine dicembre, Francesco Lalla, difensore civico con la delega di Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Liguria, il quale aveva chiesto un «alleggerimento delle forme di intervento circa l’uso e l’esibizione del green pass» stigmatizzando «parole, gesti o comportamenti nei confronti di bambini e ragazzi a proposito della vaccinazione o della non vaccinazione». Più recentemente, ai primi di febbraio, è poi stato Fulvio Biasi, Garante dei diritti dei minori per la Provincia Autonoma di Trento, è scrivere di suo pugno ai vertici delle istituzioni locali una lettera per dare voce ad un disagio avvertito come crescente. Tutto questo a causa di «una perdurante e martellante narrazione mediatica, testa ad indicare i bambini e i ragazzi quali diffusori di malattia, con conseguente loro colpevolizzazione di essere «sbagliati». «Il solo pensiero di condizionare il diritto allo studio al possesso di un lasciapassare da dover esibire sui mezzi pubblici, per accedere alle attività sportive e culturali costituisce non solo una gravissima ferita allo spirito della carta costituzionale ma anche un insulto all’intelligenza della generalità dei consociati», ha sottolineato Biasi. Toni non molto diversi sono pure quelli impiegati il 9 di febbraio, rispondendo proprio al gruppo «Gli sportivi», da Camilla Bianchi, Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Toscana. Infatti, oltre ad aver manifestato a varie istituzioni - a partire dal presidente del Consiglio Draghi - «fortissime perplessità sussistenti nella cittadinanza relativamente all’inoculazione del vaccino nei giovanissimi, attesi i possibili effetti pregiudizievoli ancora ignoti dello stesso in questa fascia di età molto delicata ed in pieno sviluppo», Bianchi ha riconosciuto le criticità legate all’introduzione del passaporto sanitario. «A seguito all’introduzione del green pass i ragazzi che per varie motivazioni non vengano vaccinati o non abbiano oggettivamente bisogno di esserlo», ha infatti scritto la Garante della Toscana, «non saranno più in grado di poter pienamente socializzare, divertirsi, coltivare le loro passioni (sport, cinema, teatri, biblioteche...)». Per questo Bianchi si augura, a breve, «nuove determinazioni che vengano eventualmente assunte ai vari competenti livelli istituzionali, auspicando che le stesse siano in grado, se non di superare integralmente, almeno di mitigare le serie criticità segnalate». Un auspicio evidentemente non isolato.
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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