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2022-08-10
Dissidi tra egomani nel terzo polo: «Siete freddi». «Stavate col M5s»
Matteo Renzi e Carlo Calenda (Ansa)
Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico.
Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione.
Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni.
Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.
A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».
Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».
Mr Parioli arruola il fan della Cina
Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità».
Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello?
In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani».
Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina».
Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms.
Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
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Il capo di Azione, alle prese con la tegola delle firme per la lista, assicura: «Non ho l’obbligo di raccoglierle». Tira e molla con Matteo Renzi: «Le condizioni ci sono, ma rimangono divergenze». Specie su chi sarà a comandare.L’ex titolare del Mise dà patenti di atlantismo, però al dicastero della Salute sogna Walter Ricciardi: un apologeta dell’approccio di Xi Jinping alla pandemia, odiatore social di Usa e Uk.Lo speciale contiene due articoli.Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico. Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione. Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni. Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dissidi-tra-egomani-nel-terzo-polo-siete-freddi-stavate-col-m5s-2657837791.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mr-parioli-arruola-il-fan-della-cina" data-post-id="2657837791" data-published-at="1660085763" data-use-pagination="False"> Mr Parioli arruola il fan della Cina Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità». Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello? In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani». Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina». Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms. Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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