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2022-08-10
Dissidi tra egomani nel terzo polo: «Siete freddi». «Stavate col M5s»
Matteo Renzi e Carlo Calenda (Ansa)
Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico.
Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione.
Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni.
Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.
A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».
Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».
Mr Parioli arruola il fan della Cina
Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità».
Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello?
In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani».
Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina».
Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms.
Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
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Il capo di Azione, alle prese con la tegola delle firme per la lista, assicura: «Non ho l’obbligo di raccoglierle». Tira e molla con Matteo Renzi: «Le condizioni ci sono, ma rimangono divergenze». Specie su chi sarà a comandare.L’ex titolare del Mise dà patenti di atlantismo, però al dicastero della Salute sogna Walter Ricciardi: un apologeta dell’approccio di Xi Jinping alla pandemia, odiatore social di Usa e Uk.Lo speciale contiene due articoli.Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico. Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione. Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni. Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dissidi-tra-egomani-nel-terzo-polo-siete-freddi-stavate-col-m5s-2657837791.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mr-parioli-arruola-il-fan-della-cina" data-post-id="2657837791" data-published-at="1660085763" data-use-pagination="False"> Mr Parioli arruola il fan della Cina Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità». Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello? In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani». Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina». Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms. Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
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Da sinistra, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e dietro Keir Starmer (Ansa)
E proprio nel giorno in cui sono iniziate le esercitazioni aeree Ramstein flag 2026, che fino al 19 giugno impegneranno 150 aerei da combattimento dell’Alleanza atlantica in Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, in gran parte presso i confini della Russia. Tra l’altro il governo lettone è caduto neanche un mese fa a causa di un velivolo senza pilota ucraino che si era schiantato sul territorio.
Il drone non è stato definito per quello che era, cioè ucraino, ma, pudicamente, «straniero», dal comunicato del ministero della Difesa lettone. Si è comunque incolpata Mosca asserendo che la deviazione dalla sua rotta era dovuta a interferenze elettroniche, il classico «jamming», attuate dai russi, anziché da ipotetici errori del sistema di guida. Riga ha diramato: «Nello spazio aereo lettone, sulla regione della Latgallia, caccia della missione Nato Baltic air policing hanno abbattuto un veicolo aereo senza pilota straniero entrato in Lettonia a seguito di guerra elettromagnetica russa. I caccia erano stati fatti decollare in risposta alla minaccia nello spazio aereo lettone». L’allarme era accompagnato da un avviso specifico per gli abitanti dei comuni di Ludza, Balvi e Aluksne, ai confini orientali.
Ad abbattere il drone è stato un caccia francese Dassault Rafale del contingente alleato che, a rotazione, assicura la difesa aerea delle Repubbliche baltiche nell’ambito della Baltic air policing. Poiché i Paesi baltici non hanno caccia supersonici, le squadriglie di altre nazioni Nato s’avvicendano a turno sulle loro basi, pronte su allarme. Il Rafale era decollato dalla base di Siauliai, nella vicina Lituania, dove sono stanziati anche F-16 rumeni, mentre in Estonia ci sono F-16 portoghesi. In Estonia è terminata solo due mesi fa una missione dell’Aeronautica italiana, la Baltic eagle III, che ha visto schierati da agosto 2025 ad aprile 2026 caccia F-35 ed Eurofighter italiani, uno dei quali aveva intercettato lo scorso 18 marzo un caccia russo Su-30 sconfinato presso l’isola di Vaindloo.
Ieri un altro drone, pare ucraino, è finito fuori rotta entrando nello spazio aereo della Moldavia e schiantandosi in un campo senza fare danni né vittime. Tutto ciò mentre dal vertice fra il presidente ucraino Volodymir Zelensky, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si ribadiva la richiesta di un dialogo con la Russia, ma a condizione di «cessate il fuoco immediato, congelamento dell’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e congelamento degli asset russi fino a risarcimento dei danni di guerra». I Paesi E3 hanno promesso a Zelensky che nei prossimi vertici, il G7 di Evian il 15-17 giugno, il vertice Nato di Ankara il 7-8 luglio e il summit dei Paesi «volenterosi» di Parigi il 14 luglio, si discuterà l’intensificazione del sostegno militare all’Ucraina, con l’aumento di produzione di sistemi di difesa e sviluppo congiunto di capacità antimissile e di attacco a lungo raggio. Da Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già definito irricevibili le condizioni: «È difficile immaginare accordi con Kiev in queste condizioni». Ha definito «incoerenti» le posizioni emerse a Londra: «Parlano di pace e allo stesso tempo evidenziano la loro intenzione di aiutare il regime di Kiev a produrre nuovi tipi di armi per continuare la guerra».
Ma il summit E3-Ucraina è anche legato alle polemiche contro il governo di Giorgia Meloni sulla mancata presenza dell’Italia, che invece sarà in prima fila al G7, al vertice Nato e a quello dei volenterosi. Una risposta l’ha data la Germania, col portavoce Stefan Kornelius, che ha assicurato che l’Italia e la Polonia non sono da meno degli altri: «Polonia e Italia sono anch’esse coinvolte nel processo. V’è uno scambio costante con tutti i partner europei. Il formato E3 è un formato consolidato e collaudato. Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi s’è dimostrato più volte vantaggioso preparare i vari passaggi anche in una cerchia ristretta. Ciò non significa che gli altri partner europei non siano coinvolti».
Intanto la guerra macina distruzione. Ieri la Russia ha lanciato sull’Ucraina «155 droni, di cui 124 abbattuti», sostiene l’aviazione di Kiev. Alcuni ordigni hanno colpito una fermata d’autobus a Zaporizhzhia, uccidendo due persone e ferendone 15. Un raid su Konotop, nell’area di Sumy, ha causato la morte di una donna e il ferimento di tre persone. Ieri il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha rivelato che è stato collaudato un sistema di droni da intercettazione, denominato Brave1, in grado di centrare autonomamente i droni d’attacco russi Shahed.
Anche gli ucraini attaccano in profondità. Un drone di Kiev ha colpito il treno Mosca-Simferopoli, uccidendo un passeggero e ferendone un altro. Sempre vicino a Simferopoli i velivoli senza pilota ucraini hanno incendiato un deposito di petrolio, inoltre altre cisterne di greggio sono state colpite a Grushevaya Balka, presso Novorossiysk, come parte della strategia di lungo periodo mirata a logorare il settore energetico russo. Il ministero della Difesa di Mosca ha sostenuto che nelle ore precedenti erano stati «neutralizzati 300 droni ucraini». Di essi, almeno sette erano diretti sulla capitale, ma secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanyan, sono stati abbattuti, sebbene l’allarme abbia causato la chiusura dell’aeroporto.
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