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2022-08-10
Dissidi tra egomani nel terzo polo: «Siete freddi». «Stavate col M5s»
Matteo Renzi e Carlo Calenda (Ansa)
Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico.
Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione.
Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni.
Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.
A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».
Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».
Mr Parioli arruola il fan della Cina
Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità».
Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello?
In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani».
Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina».
Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms.
Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
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Il capo di Azione, alle prese con la tegola delle firme per la lista, assicura: «Non ho l’obbligo di raccoglierle». Tira e molla con Matteo Renzi: «Le condizioni ci sono, ma rimangono divergenze». Specie su chi sarà a comandare.L’ex titolare del Mise dà patenti di atlantismo, però al dicastero della Salute sogna Walter Ricciardi: un apologeta dell’approccio di Xi Jinping alla pandemia, odiatore social di Usa e Uk.Lo speciale contiene due articoli.Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico. Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione. Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni. Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dissidi-tra-egomani-nel-terzo-polo-siete-freddi-stavate-col-m5s-2657837791.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mr-parioli-arruola-il-fan-della-cina" data-post-id="2657837791" data-published-at="1660085763" data-use-pagination="False"> Mr Parioli arruola il fan della Cina Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità». Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello? In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani». Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina». Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms. Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
Il fumo si alza dopo gli attacchi aerei sui depositi di petrolio dell'8 marzo a Teheran (Getty Images)
Per la prima volta nella storia recente, gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un attacco diretto contro l’Iran, prendendo di mira un impianto di desalinizzazione. Il raid segna un’escalation significativa nel conflitto in Medio Oriente, che vede ormai coinvolti Stati Uniti, Israele e diversi Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha annunciato di aver intercettato la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran, pur confermando quattro vittime tra cittadini stranieri e feriti in un bilancio che ha incluso persone di più di una decina di nazionalità.
Il bombardamento degli Emirati arriva in una giornata già segnata da nuove tensioni sul fronte iraniano. L’Assemblea degli Esperti ha raggiunto un accordo sulla scelta del nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dopo la morte di Ali Khamenei, aprendo uno scenario di incertezza politica interna che si intreccia con l’emergenza militare. L’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la guida» e che è stato concordato «un parere decisivo e unanime». Secondo altri membri dell’Assemblea, il candidato scelto dovrebbe essere «odiato dal nemico», citando addirittura gli Stati Uniti, che avrebbero già fatto il nome del prescelto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, resta tra i favoriti, ma la sua candidatura ha incontrato la ferma opposizione di Washington.
Sul terreno, la guerra si manifesta con numeri impressionanti di vittime e distruzione. Gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 394 morti, tra cui 83 bambini e 42 donne, mentre gli scontri tra Hezbollah e Israele proseguono senza sosta. In Iran, oltre 1.200 persone sono rimaste uccise negli attacchi statunitensi e israeliani, con quasi diecimila edifici civili danneggiati o distrutti, secondo la Mezzaluna Rossa. La città di Teheran è avvolta da fumo e da una pioggia nera, contaminata dal petrolio che le bombe hanno fatto fuoriuscire dai depositi colpiti.
Il conflitto ha ormai travalicato i confini iraniani. Missili e droni iraniani hanno preso di mira Israele, la Giordania, il Kuwait e gli Emirati, causando danni materiali e morti tra civili e operatori di sicurezza. Secondo Abu Dhabi, gli attacchi dell’Iran hanno incluso 16 missili balistici e 117 droni, in gran parte intercettati dalle difese aeree locali. L’Iran, dal canto suo, dichiara di poter sostenere la guerra su vasta scala per almeno sei mesi, forte di un arsenale di missili e droni pronti all’impiego. La crisi ha provocato anche flussi di rifugiati: molti iraniani stanno attraversando il confine con la Turchia per sfuggire al conflitto, ricordando scenari già vissuti durante la guerra siriana. Il rischio di un’escalation regionale è evidente, con Paesi del Golfo vulnerabili e la produzione petrolifera in pericolo, minacciando ripercussioni globali. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito che «se la guerra continua, non ci sarà modo di vendere petrolio, né la capacità di produrlo nella regione».
Anche la diplomazia internazionale accelera. Il presidente francese Emmanuel Macron si recherà a Cipro per riaffermare la solidarietà europea e cercare di contribuire alla de-escalation nel Mediterraneo orientale. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi, ha richiamato tutte le potenze a svolgere «un ruolo costruttivo» e a evitare che la forza diventi diritto. In questo contesto, le parole di papa Leone XIV all’Angelus domenicale risuonano come un monito: «Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi» in Iran e in tutto il Medio Oriente, affinché la guerra non trascini nella destabilizzazione anche il Libano e i paesi circostanti.
Il conflitto sembra ormai destinato a protrarsi, con un intreccio di vendette, alleanze e interessi strategici che rende sempre più difficile prevedere il prossimo sviluppo. La prima volta degli Emirati contro Teheran non è soltanto un episodio isolato: potrebbe essere il segnale che la guerra, finora circoscritta, rischia di allargarsi a nuovi fronti.
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Il pianista Maurizio Baglini e la violoncellista Silvia Chiesa, che insieme formano un duo nella musica classica come nella vita, presentano la loro idea per abbattere la barriera tra artisti e pubblico. E ci regalano una meravigliosa pagina di Rachmaninoff.