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2022-08-10
Dissidi tra egomani nel terzo polo: «Siete freddi». «Stavate col M5s»
Matteo Renzi e Carlo Calenda (Ansa)
Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico.
Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione.
Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni.
Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.
A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».
Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».
Mr Parioli arruola il fan della Cina
Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità».
Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello?
In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani».
Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina».
Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms.
Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
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Il capo di Azione, alle prese con la tegola delle firme per la lista, assicura: «Non ho l’obbligo di raccoglierle». Tira e molla con Matteo Renzi: «Le condizioni ci sono, ma rimangono divergenze». Specie su chi sarà a comandare.L’ex titolare del Mise dà patenti di atlantismo, però al dicastero della Salute sogna Walter Ricciardi: un apologeta dell’approccio di Xi Jinping alla pandemia, odiatore social di Usa e Uk.Lo speciale contiene due articoli.Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico. Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione. Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni. Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dissidi-tra-egomani-nel-terzo-polo-siete-freddi-stavate-col-m5s-2657837791.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mr-parioli-arruola-il-fan-della-cina" data-post-id="2657837791" data-published-at="1660085763" data-use-pagination="False"> Mr Parioli arruola il fan della Cina Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità». Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello? In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani». Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina». Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms. Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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Keir Starmer (Ansa)
Ieri, il premier britannico ha annunciato che, «entro pochi mesi», il governo introdurrà una stretta sull’accesso dei teenager alle piattaforme. Non si tratterà semplicemente di stabilire nuove soglie di età per l’iscrizione, bensì di complicarne l’aggiramento, impedendo le connessioni crittografate, oltre che di limitare alcune funzioni, tra cui l’«auto-scrolling». Quel meccanismo di «costante attaccamento alla macchina», come lo ha chiamato Starmer, per cui gli utenti «non riescono mai a smettere» di compulsare immagini e video. Un fenomeno che va di pari passo con il «doomscrolling»: lasciarsi catturare da un vortice di messaggi negativi e ansiogeni. Il primo ministro si è detto «aperto» addirittura all’idea di seguire l’esempio australiano: il 10 dicembre 2025, Canberra ha fatto entrare in vigore un bando totale sull’utilizzo dei social per i minori di 16 anni. È il primo Paese al mondo.
Che quel pubblico sia particolarmente vulnerabile ad alcune dinamiche che la fruizione delle piattaforme innesca, è oramai verificato dagli scienziati. Gli ultimi studi del 2025 citano la diffusione di disturbi del sonno e dell’alimentazione (Healthcare), un peggioramento del benessere mentale, con incremento della disistima di sé, dello stress sociale e della vulnerabilità psicologica (Adolescent Reserach), episodi di ansia e depressione (Adolescents). Senza contare che, secondo un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Dublino su un campione di tredicenni, i più giovani sono proprio quelli ai quali l’algoritmo propone contenuti dannosi con maggiore frequenza e velocità. Negli Stati Uniti, intanto, è in corso una causa pionieristica, intentata da una ventenne nei confronti di Instagram, Facebook e YouTube, che le avrebbero provocato stress e depressione. Secondo i legali della ragazza, le piattaforme sono state progettate in modo tale da indurre i fruitori a trascorrervi più tempo possibile. Un trucco che fa tanto più presa quanto più bassa è l’età dell’utente. E più bassa è la sua età, peggiore sarà il danno subìto dall’utente.
Non c’è dubbio, insomma, che qualche azione a salvaguardia dei vulnerabili sia auspicabile. Il punto, nel caso del Regno Unito, è che la stessa solerzia non si è vista quando, per fedeltà alla causa woke, l’establishment laburista chiuse entrambi gli occhi sullo scandalo delle grooming gang, tra gli anni Novanta e gli anni Duemiladieci.
Starmer, ora, rinfaccia ai conservatori di non aver fatto abbastanza per difendere i ragazzini dai danni dei social, che accusa di essere «evoluti in qualcosa» che «sta danneggiando i nostri figli». Ma dal 2008 al 2013 fu direttore del Crown prosecution service, nominato dall’esecutivo di sinistra. E, da super pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, non ritenne che si dovessero perseguire con rapidità e severità gli abusi degli immigrati islamici sulle bambine. Solo nel 2025, travolto dall’indignazione della gente, il gabinetto laburista si è risolto ad avviare un’inchiesta nazionale. E come mai il premier, che conferì l’incarico di ambasciatore negli Usa a Peter Benjamin Mandelson, in seguito coinvolto nel caso Epstein, sente il bisogno di proteggere i minori da Meta ma non dall’ideologia gender? I reel di Instagram e le pillole video di TikTok sono pericolosi. La transizione di genere a 4 anni, no?
Certo, l’Australia e la Gran Bretagna non sono le uniche nazioni a essersi poste il problema degli adolescenti sui social. Emmanuel Macron, a fine gennaio, ha elogiato il disegno di legge approvato dai parlamentari francesi, per interdire le piattaforme a chi ha meno di 15 anni: «Il cervello dei nostri figli», ha twittato, «non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi». Anche la Spagna di Pedro Sánchez è orientata a proibire i social agli under 16 e disporrà indagini «su possibili violazioni commessa da parte di Instagram, TikTok e Grok», l’intelligenza artificiale di X. Inoltre, un giro di vite è in programma in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Finalmente? Sorvoliamo sulle ipocrisie inglesi ed evitiamo di menzionare il peso che hanno le ripicche europee contro Donald Trump e le Big tech Usa. Ciò che sarà davvero cruciale è se - a proposito di strade per l’inferno - nei dettagli non finirà per nascondersi il diavolo.
Pure in Cina, infatti, sono in vigore diverse restrizioni: limiti di un’ora al giorno nei soli weekend per l’uso di videogiochi, nonché tetti al tempo che si può trascorrere su TikTok. Peccato che le misure giustificate dall’imperativo della salute dei minori occultino siano l’involucro in cui avvolgere stratagemmi propagandistici: filtri automatici sugli argomenti spinosi, religione compresa; imposizione di contenuti ideologici, dalla storia riscritta a uso e consumo del regime fino al culto del partito e di Xi Jinping; obblighi di identificazione e tracciamento dei comportamenti, che contribuiscono al pervasivo controllo digitale, chiodo fisso del Dragone comunista.
È vero: qui siamo in Occidente, mica a Pechino. Ma abbiamo vissuto una pandemia. Ci ricordiamo cosa è già successo. E del potere benevolo ci fidiamo poco: il suo scopo è proteggerci o sorvegliarci?
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Astrid, attivista del collettivo Nemesis, racconta la morte di Quentin, il 23enne ucciso a Lione dopo un’aggressione di gruppo durante una manifestazione. Secondo Astrid, l’omicidio sarebbe stato minimizzato dai media e dalle istituzioni, mentre cresce la preoccupazione per la violenza politica nelle piazze francesi.