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2022-08-10
Dissidi tra egomani nel terzo polo: «Siete freddi». «Stavate col M5s»
Matteo Renzi e Carlo Calenda (Ansa)
Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico.
Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione.
Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni.
Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.
A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».
Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».
Mr Parioli arruola il fan della Cina
Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità».
Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello?
In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani».
Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina».
Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms.
Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
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Il capo di Azione, alle prese con la tegola delle firme per la lista, assicura: «Non ho l’obbligo di raccoglierle». Tira e molla con Matteo Renzi: «Le condizioni ci sono, ma rimangono divergenze». Specie su chi sarà a comandare.L’ex titolare del Mise dà patenti di atlantismo, però al dicastero della Salute sogna Walter Ricciardi: un apologeta dell’approccio di Xi Jinping alla pandemia, odiatore social di Usa e Uk.Lo speciale contiene due articoli.Un balletto così non si vedeva dai tempi della prima Repubblica, delle «convergenze parallele», delle liturgie e dei tatticismi esasperati. La manfrina Matteo Renzi-Carlo Calenda, se non altro, sta soddisfacendo il principale obiettivo dei due leader in questione, e cioè quello di monopolizzare, anche se in maniera effimera o sterile, l’attenzione mediatica: nei corridoi di palazzo e nelle redazioni politiche il totoaccordo tra Azione e Italia viva è l’argomento centrale, a dispetto del peso specifico dei due partiti, e questo rappresenta un balsamo per il notorio ego ipertrofico dei diretti interessati. A questo punto, è lecito aspettarsi un sapiente gioco di dissimulazione e di dilatazione dei tempi (anche a dispetto delle scadenze imposte dalla legge) per tenere aperto un tira e molla sicuramente redditizio dal punto di vista mediatico. Perché sul fatto che l’accordo per il cosiddetto terzo polo si farà non persiste il minimo dubbio, dato che sia Calenda sia Renzi, a questo punto della campagna elettorale, non hanno scelta. Il primo, dopo la kafkiana vicenda dell’accordo durato 24 ore con il Pd, ostenta sicurezza ma sa che dovrebbe raccogliere migliaia di firme in tutta Italia in una manciata di giorni, cosa praticamente impossibile. Per non arrivare alla trattativa con il leader di Iv in una condizione di debolezza, però, va dicendo da un paio di giorni che ha raccolto una serie di pareri giuridici incontrovertibili secondo cui sarebbe esentato dall’obbligo di raccolta delle firme, per via del simbolo «Siamo europei», presentato (peraltro all’interno di quello del Pd) alle ultime elezioni europee. Una teoria in realtà da verificare, così come è da soppesare accuratamente la ostentata convinzione di Renzi di poter superare agevolmente la soglia di sbarramento del 3% prevista dal Rosatellum per i partiti che corrono da soli. In realtà quasi insormontabile, stando alle percentuali che i sondaggi attribuiscono a Italia viva. I due, insomma, dovrebbero vedersi oggi in giornata o al massimo domani, per sciogliere le due vere questioni che stanno su ogni tavolo di coalizione, in questa fase: leadership e collegi. E per la prima, c’è da tirare fuori i proverbiali pop corn di renziana memoria, perché Calenda ha già detto che è sicuro che ci dovrà essere un leader del terzo polo, ed è difficile immaginare che uno dei due faccia un passo verso la direzione della sobrietà e dell’understatement, o addirittura che decidano di comune accordo di delegare a una terza persona (come ventilato senza troppa convinzione da Calenda) la guida della coalizione. Meno conflittuale sembra la trattativa sui collegi, visto che nella quota maggioritaria appare impossibile contendere seggi al centrodestra e al centrosinistra. Si tratterà dunque di comporre dei listini equilibrati per le circoscrizioni del maggioritario, sperando in ogni caso di superare la non banale soglia del 10% prevista per le coalizioni. Tornando al teatrino che prelude all’ineluttabile accordo, la giornata di ieri è scivolata tra dichiarazioni contrastanti, con Calenda che a un certo punto lasciava presagire l’accordo imminente per poi frenare, e Renzi dall’altra che cercava di stanare a colpi di velina il suo ex ministro, accusandolo di essere «freddo». «Spero che nasca il terzo polo», ha affermato Calenda, «ci sono le condizioni perché nasca. C’è una discussione con Italia viva che dev’essere chiara, dobbiamo integrare due corpi. Ma l’accordo non c’è ancora. Le vicinanze programmatiche», ha aggiunto, «ci sono quasi tutte ma Italia viva ha fatto un governo con i 5 stelle, noi no». E sulla questione delle firme per Calenda «il problema non c’è, perché c’è l’esenzione dovuta al fatto che sono europarlamentare. Ho fatto fare anche dei pareri pro veritate», ha detto ancora, «e siamo stati molto cauti su questo». Tra le consulenze favorevoli c’è anche quella del giurista Sabino Cassese.A fronte di ciò, da Iv facevano filtrare una certa inquietudine, evidenziando che «Renzi apre ma le reazioni di Azione sono molto fredde» e che pertanto «tra i dirigenti renziani c’è scetticismo sull’intesa». Anche sulla leadership fervono le manovre di preparazione al braccio di ferro tra i contendenti, come lascia intuire il leader di Azione sollevando una piccola cortina fumogena: «Deve essere chiara una leadership nel terzo polo», ha affermato, «sempre se ci sarà l’accordo, e magari può essere magari anche una donna...».Naturalmente la vicenda e le modalità del possibile accordo Renzi-Calenda non ha mancato di innescare commenti da parte delle altre forze politiche, in primis tra quelle di centrodestra, in cui abbonda l’ironia: «Vedi la telenovela di Calenda e Renzi», osserva il leader leghista, Matteo Salvini, «e poi ci si domanda perché ci sono tanti astenuti...», mentre tra i moderati del centrodestra Maurizio Lupi afferma di non essere preoccupato dal progetto di terzo polo perché «Calenda ha dimostrato la sua inaffidabilità firmando un contratto e dopo tre giorni stracciandolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dissidi-tra-egomani-nel-terzo-polo-siete-freddi-stavate-col-m5s-2657837791.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mr-parioli-arruola-il-fan-della-cina" data-post-id="2657837791" data-published-at="1660085763" data-use-pagination="False"> Mr Parioli arruola il fan della Cina Di tanto in tanto, carsicamente, l’incancellabile e spietata memoria dei social ripropone un video che fa pensare. Ritrae un Carlo Calenda che, dal palco di Azione, tra gli applausi dei suoi, con tono assertivo e smorfie di compiacimento, si fa una domanda e si dà una risposta, secondo il tipico format di Gigi Marzullo: «Volete sapere cos’è la politica per me? È avere Walter Ricciardi al ministero della Sanità». Eh sì, perché troppi dimenticano che l’ineffabile consulente di Roberto Speranza, politicamente parlando, è un «dono» che viene dalle sponde calendiane. Non si tratta - qui - di ribadire quanto questo giornale sia lontano sia dalle scelte del consigliato (Speranza) sia dagli orientamenti del consigliere (Ricciardi). Si tratta - invece - di segnalare una contraddizione che stride: ogni giorno, talora a proposito talora a sproposito, Carlo Calenda pretende, quasi fosse detentore di un ufficio patenti, di concedere e ritirare a chiunque altro patenti di atlantismo. Ma come si fa a proclamarsi atlantisti, anzi a impancarsi a giudici del tasso di atlantismo altrui, quando si cammina fianco a fianco con uno come Ricciardi che a più riprese, in questi anni, si è riferito alla Cina come modello? In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nei mesi scorsi, si sono registrati suoi attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffe Break su La 7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani». Risalendo più indietro, al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (cioè la prima responsabile della pandemia). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello dell’allora ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina». Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». E un paio di giorni dopo, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms. Sarà bene raccogliere tutto questo materiale e chiederne conto a entrambi: a Ricciardi e a Calenda stesso.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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