2025-03-14
2026-04-16
Non Sparate sul Pianista | Stefano Zenni: «Torino Jazz: Bill Frisell e la rivoluzione del suono»
Stefano Zenni, musicologo e direttore artistico del Torino Jazz Festival, presenta la nuova edizione della kermesse (dal 25 aprile al 2 maggio) concentrandosi su tre giganti come Franco D'Andrea, Bill Frisell e Norma Winstone.
Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.
Elly Schlein (Ansa)
Dopo aver passato più di un anno a dire che Giorgia Meloni doveva prendere le distanze dal leader della Casa Bianca, adesso le imputano di aver portato «ai livelli più bassi i rapporti con gli Usa» e di aver «perso peso politico in Europa». Bisognerebbe far pace col cervello.
Per più di un anno la sinistra ha chiesto che Giorgia Meloni prendesse le distanze da Donald Trump. Una volta che lo ha fatto, per difendere le ragioni della libertà di manifestazione di pensiero del pontefice, a parte il pregevole intervento di Elly Schlein in difesa dell’autonomia del governo e contro l’attacco di Trump alla Meloni stessa, è stata tutta una serie di: «Lo ha fatto tardivamente», «Lo doveva fare molto prima», «Ormai non ha più peso politico», «Mai rapporti così deteriorati tra Usa e Italia», «Doveva aiutare l’Europa e non mantenere buoni rapporti con Trump» e stupidate del genere.
Se uno va sulla Treccani e legge cos’è la diplomazia troverà che questo termine ha diversi sinonimi che sono negoziazione, tatto e rapporti che richiedono prudenza nella trattazione di affari delicati o anche nelle relazioni tra persona e persona, ivi incluse, ovviamente, quelli tra governanti. Inoltre, sempre la Treccani, ci insegna che esiste la diplomazia segreta, quella tradizionale oppure la diplomazia aperta, tra l’altro, propugnata dagli Stati Uniti a partire dagli anni della prima guerra mondiale e si tratta della tendenza a informare, entro certi limiti, la pubblica opinione di trattative e orientamenti di politica estera.
A me sembra, francamente, che sia quello che ha fatto la Meloni in questo anno che è alle nostre spalle visto anche il soggetto, il biondo Donald, che guida non uno staterello ma la prima superpotenza mondiale, e visto che l’Europa è stata completamente assente (e lo è tuttora); la Meloni ha evidentemente provato a far valere le sue ragioni esprimendo critiche esplicite in molti casi, ma tentando di mantenere una relazione strategica e indispensabile che è quella tra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti d’America. E voglio ricordare che questo non vale solo per la storia nota che abbiamo alle spalle fin dall’aiuto degli Stati Uniti nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non è, quindi, una questione di riconoscenza per un passato per il quale non ci può essere che gratitudine, ma è frutto di considerazioni geopolitiche contemporanee: l’impossibilità assoluta di non mantenere rapporti con gli Stati Uniti d’America da parte dell’Italia e dell’Europa stessa. Chi non ne conosce i motivi se li vada a studiare, non abbiamo tempo da perdere per spiegarglieli.
C’è poi chi la critica per essersi posta in modo non convincente a favore dei famosi «volenterosi», cioè qualche leader europeo che non ha combinato una cippa di nulla salvo conquistare quegli attimi di notorietà di cui parlò anni fa Andy Warhol e che, beati loro, li hanno gratificati pur nell’assoluta assenza di alcun risultato.
Un’altra critica abbastanza incredibile è che la Meloni, dato questo scontro con Trump, avrebbe perso il suo peso specifico in Europa in quanto prima pensavano che lei rappresentasse un ponte e ora che il ponte sia crollato. Bastava sfogliare Repubblica ieri per leggere, nell’editoriale di Francesco Bei, accuse di «camaleontismo politico» che avrebbero condannato il presidente del Consiglio italiano all’«irrilevanza». Qui, evidentemente, più che un ragionamento è una sessione di lotta greco-romana del cervello di costoro col cervello degli stessi e questo per due motivi: il primo è che fino all’altro ieri avevano sempre sostenuto che i rapporti non avrebbe dovuto tenerli la Meloni personalmente ma l’Europa nel suo complesso, cosa che l’Europa non ha mai fatto; il secondo è che sostenevano che la Meloni avrebbe dovuto tenere la schiena dritta di fronte a Trump e ora che ha drizzato la schiena, fino addirittura a piegarla indietro col rischio di una scogliosi imminente, allora ha perso peso in Europa. Capite che siamo allo stravolgimento e al contorcimento mentale che al confronto un contorsionista professionista potremmo definirlo caratterizzato dal rigor mortis?
È pur vero che la sconfitta al referendum ha rinvigorito il campo largo e quindi, complice anche la primavera, sono rifioriti i vari partiti che albergano in tale campo sentendo odore di poltrone in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Ma è noto che ci sono fiori che possono essere mangiati dagli uomini e questo è proprio il caso del campo largo dove i leader mangiano i fiori altrui avendo idee diverse e inconciliabili tra di loro; tra questi fiori eduli figura il fiore di zucca ma qui c’è proprio il problema: cosa risiede in queste zucche?
Badate che non me lo chiedo io, se lo chiedono i vari leader del campo largo l’uno dell’altro. Se questo è vero su molti temi non lo è di meno sulla politica estera: basti pensare che quando c’è stato da decidere sull’invio delle armi all’Ucraina, pur essendo tre le componenti fondamentali del campo largo, le più votate, hanno prodotto più del doppio di mozioni cioè sette. Immaginate il casino che sarebbe successo se fossero stati al governo: o, per non cadere, si sarebbero autoconvinti a forza delle tesi altrui oppure il governo sarebbe andato in crisi, ma questo è più difficile perché quando la natica di un politico si accomoda sulla poltrona poi risulta anche chimicamente difficile sollevarla dalla medesima. Come dicevano i contadini toscani di una volta: «Il campo ’un deve mai esse’ troppo largo sennò ’un vedi i confini e ti rubano i co’omeri».
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Ali Khamenei (Ansa)
Attaccare Leone XIV e Giorgia Meloni è stato un errore, come iniziare il conflitto. Ma proprio la resistenza del regime ne dimostra la pericolosità. Per ridurlo allo stremo, la leva economica sarebbe stata più utile delle bombe.
Ormai è chiaro che attaccando il Papa (e di conseguenza pure Giorgia Meloni che si è schierata con il pontefice), Donald Trump ha compiuto un clamoroso errore. Non solo perché gran parte dei cattolici sta con Leone XIV e non con il presidente americano, ma anche perché mettendosi contro la Chiesa e pure contro uno dei pochi governi «amici», l’inquilino della Casa Bianca ha contribuito al proprio isolamento.
Tuttavia, c’è una cosa su cui il commander in chief americano non ha torto ed è l’estrema pericolosità dell’Iran per la pace nel mondo. Paradossalmente, a dimostrare quale rischio si corra se non si disarmano gli ayatollah c’è proprio la guerra scatenata da Trump. Attenzione: non voglio in alcun modo legittimare i bombardamenti americani e israeliani, né dire che gli Stati Uniti hanno diritto di fare ciò che vogliono perché sono i gendarmi del globo. No, semplicemente mi limito ad annotare che, a differenza di quanto tutti si attendevano, Teheran ha dimostrato una capacità di resistenza sorprendente, che deve far riflettere e non poco.
Gli ayatollah devono fare i conti con l’esercito più potente del mondo e con l’intelligence più letale del pianeta. Insieme, Stati Uniti e Israele rappresentano una micidiale macchina da guerra. Tuttavia, il regime di Teheran resiste. I primi hanno ucciso la guida suprema e, insieme a Khamenei, i vertici militari e politici della Repubblica islamica. Eppure gli ayatollah non capitolano, ma rilanciano e minacciano l’intera stabilità dell’area del Golfo. Nessuno immaginava che, decapitato il serpente, questi rigenerasse altre teste pronte a colpire. Nessuno poteva sapere che l’Iran avesse una quantità di missili e droni di gran lunga superiore a quella stimata dal Pentagono e dunque in grado di continuare a tenere in scacco la regione. Allo stesso tempo, credo che né Washington né Tel Aviv avessero previsto che, una volta attaccata, Teheran reagisse contro le petro-monarchie, ovvero i Paesi che campano vendendo greggio. Decine di velivoli comandati a distanza e costruiti con poche decine di migliaia di euro hanno messo in ginocchio l’economia del Golfo e di conseguenza quella occidentale, in particolare europea.
Come avete visto, ho tralasciato la questione dell’uranio arricchito che tanto preoccupa Benjamin Netanyahu e Donald Trump, ma che pure è una reale minaccia, perché se non venisse fermato il regime teocratico di Teheran il rischio che un bel giorno sganci una bomba atomica su Israele per cancellarlo dalla faccia della terra esiste. Come esiste il pericolo che destabilizzi le citate monarchie del Golfo, per imporre la sua visione dell’islam fino alla Mecca.
Tutto ciò giustifica la guerra scatenata da Trump e Netanyahu? No, perché il conflitto è stato iniziato su presupposti sbagliati, ovvero che gli ayatollah sarebbero caduti così come sono caduti Maduro e lo Stato socialista venezuelano. Purtroppo, a complicare le cose c’è il fanatismo religioso, oltre che un Paese molto più complesso del previsto. Risultato: il conflitto può essere un boomerang perché, se Khamenei junior e i suoi accoliti restano al potere, il sistema affaristico e terroristico iraniano rischia di essere legittimato e, in prospettiva, irrobustito. Anche perché, come si è visto, gli uomini forti di Teheran hanno intessuto relazioni con la Cina e la Russia, e dunque il nemico da sconfiggere non è più soltanto la Repubblica islamica, ma anche quella socialista e la federazione guidata da Putin.
Rischiamo in pratica di trovarci di fronte (ma forse, come segnala il Financial Times a proposito del satellite di Pechino che avrebbe guidato i colpi d’artiglieria dei pasdaran, l’abbiamo già davanti) a un’alleanza di Paesi canaglia, con possibili nuove guerre.
Non so, ma forse non lo sa neppure lui, come Trump pensi di uscire dall’angolo in cui si è ficcato senza rendersene conto, ma di fronte a una guerra che non si può perdere (perché il prezzo da pagare sarebbe salato) ma neppure vincere (perché l’avversario seppur tramortito resiste) c’è una soluzione, e non è costituita dalle bombe bensì dai soldi. Fermare il flusso di denaro che continua a sostenere il regime iraniano è l’unica possibilità per strozzare il regime.
Ma resta il fatto che, senza la Cina, e senza un’intesa per raggiungere una tregua in Ucraina, per Teheran sarà sempre facile, come è accaduto per anni, vendere il petrolio sotto banco e mantenersi a galla.
La guerra, insomma, prima che contro gli iraniani andava e va condotta contro il denaro sporco che tiene in vita il sistema teocratico di Teheran. E per vincerla serve raggiungere una pace con la Russia e un’intesa con Pechino.
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