2025-03-14
Svjatoslav Richter (Getty Images)
Non scorderò mai la sfida all’ultimo tema d’opera alla mia festa di nozze tra Svjatoslav e Rota al piano. Conservo uno spartito che lui firmò nel punto in cui ebbe un’amnesia.
Circolo ravennate «Gli amici del camino» - un ritrovo oggi non più esistente, in cui gli argomenti di discussione favoriti erano la cucina e l’opera lirica - Richter e Rota intrattennero tutti i presenti fino a tarda sera con una «gara» tra i due, che a turno accennavano al pianoforte due battute di un’opera e l’altro doveva indovinare e andare avanti. Tra l’interesse e il divertimento di tutti, la cosa proseguì a oltranza, tanto che io e mia moglie Cristina a un certo punto decidemmo di andare via, mentre Rota al pianoforte accennava il tema di Ritorna vincitor, indirizzato a me!
L’incontro con il grande artista risaliva all’autunno del 1967. Io avevo vinto il Concorso Cantelli e, a seguito di questo titolo, avevo ricevuto due inviti: uno dal Bellini di Catania, l’altro dal Maggio Musicale Fiorentino, che si trovava senza sovrintendente ed era quindi gestito dal commissario Remigio Paone, con Renato Mariani segretario artistico. Per quel concerto, previsto nella stagione sinfonica 1967/68, era già stato scritturato Richter, ed erano in programma il Concerto in Si bemolle K 595 di Wolfgang Amadeus Mozart e quello di Benjamin Britten (amico del pianista sovietico): mancava il direttore, e Paone ebbe l’idea di offrire a un giovane come me quella grande opportunità. Ma serviva il consenso di Richter, che di massima era favorevole ma voleva mettermi alla prova. In quel periodo io insegnavo pianoforte complementare al Conservatorio di Milano per sbarcare il lunario, e quindi ero un buon pianista (mi ero diplomato nel 1962 a Napoli): avuta notizia dalla signora Erede Moresco che il Maestro Richter era a Siena e voleva conoscermi, da buon napoletano intuii subito che intendeva capire come suonassi, e quindi studiai a fondo la riduzione pianistica della parte orchestrale dei due concerti. Arrivai a Siena in una sera piovosa e fui introdotto a Richter, che era in una sala dove si trovavano due pianoforti a coda affiancati: ci avevo visto giusto! Dopo un breve saluto, mediato dalla signora Erede che traduceva, Richter mi fece segno di mettermi al pianoforte di sinistra e di suonare il K 595: attaccai quattro battute prima dell’ingresso del solista ma lui mi fermò, perché voleva sentire tutta l’introduzione, dall’inizio. Così ricominciai, e suonammo da capo a fondo i due concerti - Mozart e Britten - lui come solista, io la parte dell’orchestra.
Alla fine si alzò e disse (in russo): «Se dirige come suona, è un buon direttore, e accetto di lavorare con lui». Il concerto era previsto per il marzo successivo e in programma c’erano, oltre alle due pagine menzionate, la Sinfonia K 338 di Mozart e i Quattro interludi marini dal Peter Grimes di Britten. Purtroppo uno sciopero impedì che il concerto avesse luogo: ma Paone, avendo notato che in prova si era sviluppata un’ottima sintonia sia tra me e l’orchestra che tra me e Richter, non volle perdere l’occasione e spostò il concerto al successivo Maggio Musicale. Fu un grande successo, tanto che il critico Leonardo Pinzauti scrisse che la presenza di quel giovane direttore poteva risolvere l’annoso problema della mancanza di un direttore musicale a Firenze. Richter fu felicissimo, e mi propose come direttore per l’anno dopo a Genova, quando doveva suonare il Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel: conservo ancora la partitura tascabile che usai in quell’occasione, e a pagina 33 Richter volle apporre la sua firma nel punto in cui ebbe una piccola amnesia, «perché io ricordassi sempre il suo errore ogniqualvolta avessi diretto questo Concerto». Ma anche nella partitura del Concerto di Britten leggo una sua dedica: «Caro Riccardo, le auguro successo e felicità. 7/3/1968».
Furono i primi di tanti concerti insieme. [...] Non amava i direttori che dirigevano a memoria: ricordo che nel 1972, quando facemmo insieme il Concerto di Schumann al Festival di Salisburgo, nella seconda parte io proposi una Messa di Cherubini, e la diressi senza partitura, come andava di moda allora. Ma nella scuola russa non si faceva così: Evgenij Mravinskij conosceva le sinfonie di Cajkovskij in ogni dettaglio, eppure dirigeva con la partitura. Ebbene, alla cena dopo il concerto mi chiese perché lo avessi fatto e, nel suo bizzarro italiano, aggiunse: «No occhi?». Sapeva che le amnesie possono succedere, tanto che nell’ultima fase iniziò a suonare con lo spartito davanti, nel buio, con una piccola lampada che illuminava solo le sue mani ma non la sua figura: quasi volesse far scomparire anche sé stesso nell’atto di fare musica, come succede a Bayreuth con l’orchestra wagneriana.
Da lui ho imparato soprattutto un concetto, ossia che in musica bisogna sempre sorprendere l’ascoltatore: e cercava di esprimere questa idea di sorpresa - cadenze evitate, cadenze d’inganno - con la massima naturalezza e scorrevolezza, senza artifici. Per questo si tormentava continuamente.
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Carlo Rovelli (Ansa)
La sinistra lo usa come «maître-a-penser» su questioni distanti anni luce dal suo campo di studio. Ma tanto per Carlo Rovelli il tempo è relativo e la realtà stessa è solo un gioco di specchi. Si votò alla teoria quantistica dopo un’esperienza lisergica: «L’orologio si era fermato».
Cognome e nome: Rovelli Carlo. Fisico teorico, capo dell’Equipe de gravité quantique dell’Università francese di Aix-Marseille, i cui libri sono stati tradotti in 40 paesi.
Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi, 2025) è l’ultimo.
In ordine di tempo? Mah, chi può dirlo?
«Cos’è il tempo? Non c’è una risposta finale», se non quelle convenzionali, ha spiegato a DiMartedì il 5 giugno 2015 a Giovanni Floris che capozziava (annuiva con la testa) facendo finta di seguirlo.
Rovelli - piedi nudi, in ipnotici sandali simil-francescani modello Birkenstock - era lì visto il successo del volumetto che gli ha procurato fama e onori: Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi 2014.
Un best-seller divenuto tale senza promozioni, appena 3.000 copie al lancio, prezzo modico: 10 euro.
«La gente lo prendeva per curiosità, poi lo leggeva e ne comprava altre cinque copie da regalare a cinque amici» ha ricostruito lo scrittore Rovelli, celebrando il nesso eziologico, il rapporto causa-effetto (lo compri, lo leggi, lo regali, il libro vende), cui però lo scienziato Rovelli non crede.
Leggere per credere il suo L’ordine del tempo, Adelphi 2017: «Se osservo lo stato microscopico delle cose, allora la differenza tra passato e futuro svanisce. Nella grammatica elementare delle cose, non c’è distinzione tra “causa” ed “effetto”».
Quando il primo libello decolla in classifica, ecco gli inviti in tv.
Il più lesto, ça va sans dire, è il paladino della cultura dei ceti riflessivi: Fabio Fazio.
Che lo ospita a Che tempo che fa il 1° febbraio 2015 (c’era anche Pier Luigi Bersani, in quella puntata: nei camerini, chiese di conoscere Rovelli perché a Natale gli avevano regalato il libro, che gli era tanto piaciuto).
Ma quali fenomeni studiano fisica e meccanica quantistica?
Avete visto Interstellar di Christopher Nolan?
Nel film, il protagonista Matthew McConaughey torna dalla figlia dopo un viaggio nelle galassie, nei pressi di un buco nero.
Per via della sfasatura spazio-temporale la donna che ritrova non è però una bambina cresciuta, ma un’anziana decrepita, ben più vecchia del suo stesso padre.
«Non è una fantasia hollywoodiana, è come funziona veramente il mondo, il consulente del film era Kip Thorne, premio Nobel per la fisica 2017», ha ricordato Rovelli in un articolo sul Financial Times del 20 aprile 2018, nella raccolta di suoi contributi, con un titolo che manco Lina Wertmuller: Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza (Solferino, 2023).
Il tempo è un concetto relativo, dunque, e la realtà stessa non esiste, è solo un gioco di specchi, «una trama fine, intricata e fragile come un pizzo veneziano».
Per illustrare la teoria dei «quanti» Rovelli ricorre al «gatto nella scatola», il celeberrimo apologo di Erwin Schrödinger, fisico austriaco premio Nobel nel 1933, che immagina il quadrupede «sveglio e contemporaneamente addormentato» (nella versione di Schrödinger in verità il gatto era vivo e morto, «ma non mi piace scherzare sulla morte di un animale», ha puntualizzato Rovelli).
In sintesi: siccome nulla succede «in assoluto», la realtà si realizza solo nell’interazione, quindi la bestiolina è in un modo per Tizio, in un altro per Caio.
Vi siete persi?
Tranquilli: «Se tutto questo vi confonde e non ne capite nulla, non siete i soli. Richard Feynman (fisico statunitense, premio Nobel nel 1965) sosteneva che nessuno capisce i quanti. Se invece sembra tutto chiaro, vuol dire che non sono stato chiaro io. Niels Bohr (fisico danese, Nobel 1922) affermava: non esprimetevi mai più chiaramente di come pensate», ha dissertato Rovelli in Helgoland, altro libello per Adelphi, 2020.
Da dove è partito Rovelli per approdare alla fisica quantitistica? Lo ha confessato lui stesso a Charlotte Higgins per The Guardian del 14 aprile 2018: da un un paio di «botte» di Lsd.
«Fu un’esperienza straordinariamente forte che mi toccò anche intellettualmente. C’era la sensazione che il tempo si fermasse. Nella mia mente accadevano cose, ma l’orologio non andava avanti, il flusso del tempo non scorreva più. Era una totale sovversione della struttura della realtà».
Un trip tipo quello di William Hurt, scienziato alla scoperta del segreto della materia, nel film di Ken Russell Stati di allucinazione.
Esposto quale geniale mente sia Rovelli, la domanda che sorge spontanea è un’altra: perché è diventato un oracolo della sinistra, almeno di quella televisiva, che lo impiega come maître-a-penser su questioni distanti anni luce dal suo campo di studio?
Si dirà: se «tatsachen gibt es nicht, nur interpretationen», se cioè non ci sono fatti, solo interpretazioni, come sosteneva Friedrich Nietzsche, perché Rovelli non dovrebbe dire la sua?
Tanto più se a interpellarlo e a invitarlo a tale scopo sono i talk show, ormai ridotti ad arene per incontri di wrestling verbale.
Suo ruolo in commedia: quello dell’«antagonista», movimentista e pacifista, invecchiato ma ancora combattivo, un estremista senile, insomma (absit iniuria verbis, io ho 65 anni).
Il primo libro da lui firmato, insieme con altri, non è infatti un tomo sulla fisica, ma su Bologna marzo 1977, fatti nostri che ricostruisce quanto successo nel capoluogo emiliano, con la morte di Francesco Lorusso - durante gli scontri tra studenti e forze dell’ordine - per un colpo di pistola esploso da un carabiniere di leva.
Lui stesso - secondo la citata Higgins - fu protagonista di «occasionali scontri con la polizia».
Obiettore di coscienza, rifiutò coerentemente di indossare la divisa e per questo fu arrestato e financo detenuto per un brevissimo periodo: «Volevamo un mondo senza confini, senza Stato, senza guerra, senza religione, senza famiglia, senza scuola, senza proprietà privata», ha elencato senza imbarazzo (per l’ingenuità del programma).
Il 22 aprile 2023, in collegamento con La7, è arrivato a spiegare, a chi osservava che gli ucraini stanno combattendo per la loro libertà come fatto da noi contro i nazifascisti: «Non sono sicuro che quella nostra fosse una lotta di liberazione, visto che eravamo alleati della Germania».
«Fino all’8 settembre» gli ha fatto educatamente notare da studio Massimo Franco, notista politico del Corriere della Sera.
«Comunque la mia città, Verona, fu bombardata dagli inglesi, non dai tedeschi», è andato avanti lui.
Una bella concessione al benaltrismo, «trappola, artificio retorico, cortina fumogena, la tendenza a eludere le possibili risposte a una questione» calciando la palla in tribuna, ma il fatto è che «non si può paragonare a casaccio tutto quel che si vuole e senza alcun criterio, non si possono confrontare le mele con le pere» (così Francesco Filippi in Guida semiseria per aspiranti storici social, Bollati Boringhieri, 2022).
Ergo: la Russia va condannata per quello che fa in Ucraina, certo, «però allora va condannata anche l’Arabia Saudita per i bombardamenti in Yemen. Noi dobbiamo chiedere ai nostri governanti di opporsi a ogni guerra. Come ha sostenuto il presidente finlandese: vuoi vincere o vuoi la pace?», non contemplando quindi Rovelli la possibilità di una Resistenza, magari dopo che una mattina ti sei svegliato, e hai trovato l’invasor.
Di più: perché mandare armi agli ucraini? «Allora avremmo dovuto inviarle anche a Saddam Hussein in Iraq, ai talebani in Afghanistan, a Gheddafi in Libia per opporsi all’aggressione degli Usa», evidentemente sfuggendogli che l’Ucraina è un Paese democratico, invaso per impedirle di entrare in Europa.
Tesi ribadite, una settimana dopo, sul palco del Concertone del primo Maggio, dove Rovelli ha comiziato sulla pace attaccando il governo di Giorgia Meloni che «rischia di distruggerci la vita» e il ministro della Difesa Guido Crosetto, peraltro senza nominarlo: «È stato presidente della federazione dei costruttori di armi, ma il ministero della Difesa deve servire per difenderci dalla guerra, non per fare i piazzisti di strumenti di morte».
Cosa c’entrasse la filippica con le tematiche legate al lavoro, sa Dio.
Controllata la reazione di Crosetto: «Mi ha fatto male, certo, come può succedere tutte le volte che le persone intervengono senza conoscere. Io non parlerei mai di fisica e lui non può parlare di cose di cui non sa nulla».
Facendo scivolare la polemica non in un buco nero, ma in un’atmosfera alla Nanni Moretti.
Che in suo film, Sogni d’oro, ci ha regalato una sequenza perfetta per lo stimato Rovelli: «Tutti si sentono in dovere di parlare di cinema. Parlo mai di astrofisica io?», e poi in un crescendo rossiniano: «Parlo mai di biologia?, di neuropsichiatria, botanica, elettronica? Di cardiologia?!?». Fino all’urlo finale: «Io non parlo di cose che non conosco!».
«Al di fuori del suo campo di specializzazione, l’opinione di Rovelli sulla guerra - peraltro in contrasto con la posizione espressa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella - vale la mia, o quella del mio portiere», ha chiosato nell’occasione il filosofo Umberto Galimberti.
Non si sa se Rovelli l’abbia presa con filosofia (in questo universo, o in quello parallelo).
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Zoran Mamdani (Getty Images)
Mamdani e Trump incoerenti? I nodi insoluti sono ruolo delle élite e multiculturalismo.
Zoran Mamdani viene eletto sindaco di New York sulla base di una piattaforma politica socialista, promette mezzi pubblici gratis, alloggi gratis, requisizione delle case ai ricchi, aumento delle tasse. In meno di tre mesi è costretto ad affrontare i buchi di bilancio, non riesce a dare copertura economica a nessuna delle sue promesse, i ricchi se ne vanno in Florida per non essere tassati, la criminalità aumenta e gli unici risultati politici concreti sono la nomina di due comunisti nella sua giunta: la responsabile dell’Office to Protect Tenants, Cea Weaver, nota per aver detto che il possesso di una casa è segno di «suprematismo bianco» ma la cui famiglia possiede una casa di campagna a Nashville del valore di due milioni di dollari (e quando le hanno fatto notare la contraddizione si è messa a piangere), e il rapper Mysonne Linen nel Criminal Legal System Committee, già condannato per due rapine a mano armata per un totale di sette anni di carcere, a definitiva conferma che l’unico effettivo potere che un politico può esercitare è quello di nomina.
Donald Trump stravince le elezioni proponendo l’ambiziosa piattaforma neoisolazionista elaborata dalla Heritage Foundation sull’idea di «America first» e rinnegando il ruolo di «poliziotto del mondo» che i Neocon avevano ritagliato agli Usa ma non può fare a meno di affiancare Israele in un conflitto che oggettivamente coinvolge gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Allo stesso modo - e forse in maniera ancora più paradossale - la legge sull’obbligo di cittadinanza per il voto negli Usa gode dell’approvazione popolare generale quanto poche altre leggi nella storia ma trova difficoltà a superare l’ostruzionismo di quattro lobbisti repubblicani che siedono in Senato e non ne consentono l’iter. Lo stesso si può dire per situazioni analoghe in Italia o in altri Paesi europei, tanto che la discrepanza tra promesse elettorali e loro effettivo mantenimento è divenuta la caratteristica distintiva della democrazia dei nostri giorni.
Per contrastare l’astensionismo la politica ricorre a programmi e campagne elettorali massimaliste, le uniche in grado di mobilitare l’opinione pubblica, e una volta giunta al potere si trova costretta, strutturalmente più che per scelta, ad affrontare problemi reali fornendo soluzioni di mediazione che contraddicono le promesse elettorali. Tale dinamica ha assunto ormai le caratteristiche del circolo vizioso e più un governo delude più vi dovrà essere una campagna elettorale massimalista i cui temi saranno poi destinati a essere ignorati deludendo ancora di più l’elettorato. Ogni governo di sinistra, per aggregare il voto «indignato», deve basarsi su piattaforme sempre più estremiste e surreali le cui linee-guida saranno destinate a cadere di fronte alle costrizioni sistemiche connaturate agli attuali assetti, ottenendo così il risultato di aggravare i problemi per i quali ci si era presentati come la soluzione.
Anche la destra risente di dinamiche analoghe riattualizzando le considerazioni di Max Weber sulla «tragicità del potere»: Trump incarna perfettamente la tensione tragica weberiana tra un candidato che promette un nuovo ruolo per la propria nazione, riesce a ottenere grandi risultati in quella direzione, ma non può sottrarsi, nei momenti di crisi, alla logica di potenza ontologicamente legata alla nazione che presiede. O si resta fedeli alla convinzione e si fallisce nella conduzione dello Stato, oppure ci si assume la responsabilità del governo e si tradisce la promessa fatta agli elettori.
Non si tratta di un fallimento contingente ma del riproporsi in tutta la sua chiarezza della struttura tragica del politico dopo che i dispositivi novecenteschi dello Stato keynesiano-fordista e dei «blocchi contrapposti» l’avevano occultata. A mostrare tutti i propri limiti sono dunque i due tratti distintivi della democrazia novecentesca: il mito della rappresentatività e della «delega democratica», annullate dalla divergenza tra propaganda e necessità di Stato, e il mito dello Stato sociale, mandato in crisi dall’immigrazionismo. A quanto pare la nuova forma-Stato del globalismo non è compatibile né con la democrazia rappresentativa né con il welfare e ciò ci porta ancora una volta fuori da un Novecento che si rivela sempre più come una parentesi della storia giacché al suo tramonto ritornano intatti i temi politologici di cent’anni fa.
Rieccoci, dopo un secolo, a dover riflettere sulla funzione del suffragio universale, sul ruolo dei partiti di massa, sul rapporto tra sovranità popolare ed enti internazionali, sulla dialettica tra istanze nazionali e interessi economici. Eccoci dunque, soprattutto, tornare ai due grandi temi che dominavano il dibattito di un secolo fa: il ruolo delle élite all’interno delle democrazie rappresentative e la contrapposizione tra visione formale della democrazia, secondo la quale le norme bastano a far funzionare lo Stato, e quella sostanziale secondo la quale la democrazia rappresentativa può esistere solo se sono soddisfatti i prerequisiti di omogeneità culturale e nazionale di una comunità votante. Le questioni non risolte tornano come nemesi: ci troviamo proprio in questo punto.
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Mentre il sindaco di Genova Silvia Salis, star della sinistra, sogna il Grande fratello fiscale a mezzo Ia, gli Usa ordinano ai colossi del digitale di consentire al governo qualsiasi uso della loro tecnologia. Ci sono milioni di lavoratori a rischio, ma il potere pensa solo al controllo.
Non temere l’Intelligenza artificiale in sé, semmai l’Intelligenza artificiale in te. Quella che vuole entrare nei tuoi affari, prima che nella tua testa - e per conto dello Stato. Perché la politica, qui, gioca una partita ambigua: da un lato spiega che bisogna regolamentare l’algoritmo e che si devono proteggere i cittadini; dall’altro vuole appropriarsi delle tecnologie, magari per rivolgerle contro le persone stesse. In forma etico-socialistica, come nell’idea del sindaco di Genova, astro nascente della sinistra italiana: se fosse presidente del Consiglio, ha detto ieri alla Stampa Silvia Salis, impiegherebbe «un bel programma di Intelligenza artificiale per scovare gli evasori». Oppure in forma amorale: è il caso delle nuove regole che ha stilato l’amministrazione americana, dopo la lite con Anthropic sull’uso del supercomputer per sorveglianza di massa e armi autonome. La Casa Bianca, riferisce il Financial Times, costringerà i colossi dell’Ia a garantire al governo l’utilizzo dei loro modelli per qualsiasi scopo legale. Laddove ciò che è legale lo stabilisce lo stesso potere politico che se ne serve.
Autorevoli studiosi ci hanno illustrato la minaccia che rappresenta Big tech. Il monumentale saggio di Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza ha marchiato un’epoca, svelando il raffinato e perverso meccanismo attraverso il quale i giganti del Web non solo si sforzano di orientare le nostre scelte di consumo, ma sfruttano l’interazione tra i loro sistemi e la nostra psicologia per determinare il comportamento umano. In ballo non c’è, banalmente, la possibilità di prevedere ciò che potremmo fare - e di spingerci a farlo con la «giusta» pubblicità - ma addirittura la capacità di imporcelo, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Un dominio morbido e spersonalizzante. Lo ha spiegato bene il filosofo Carlo Galli: la riduzione della persona a una collezione di dati, che coincidono con le tracce di sé che ciascuno dissemina su Internet, produce una duplicazione della realtà. Così, da una parte - sempre più irrilevante - c’è il mio vero io, per il modo in cui lo concepisco e per il modo in cui si rapporta con gli altri. Dall’altra parte c’è il suo simulacro statistico. Anzi, la molteplicità dei suoi simulacri, perché ogni Ia e ogni calcolatore che mi profilano elaborano di me un’immagine diversa e funzionale ai loro obiettivi.
Tutto vero. Tutto inquietante. Ma se, del binomio foucaultiano, questo è il versante del «sorvegliare», al privato, ancorché ricco e influente, manca l’altra facoltà che invece possiede il pubblico: il diritto di «punire». Perciò dovrebbe spaventarci di più il Grande fratello fiscale che Grok e OpenAi. Ovvero, OpenAi dovrebbe preoccuparci soprattutto nella misura in cui, in nome del profitto, trasmette al Pentagono il suo potenziale per sviluppare i mezzi adatti a una guerra distopica. Armamenti che, forse, nemmeno ci si può permettere di bandire davvero, come ai tempi dei trattati sulla riduzione delle testate nucleari. Mentre noi fissiamo limiti, il nemico, meno condizionato da scrupoli etici, potrebbe conseguire la forza sufficiente ad annientarci.
Il capitalista può manipolarci, ma non costringerci. Almeno, non in virtù di una pretesa giuridica. Ma quando la sua tecnologia diventa strategica, lo Stato che ci mette le mani sopra acquisisce capacità tanto più insidiose, in quanto sorrette dal puntello della legittimità.
La politica, allora, cosa deve fare? È inevitabile che ambisca al controllo dell’Ia. Ma sarebbe sacrosanto che si occupasse anche del problema sollevato da Giorgia Meloni: tutelare l’occupazione dallo tsunami che sta per abbattersi sul mondo.
La Cbs ha appena pubblicato la lista delle dieci professioni più esposte alla «concorrenza» del cervellone elettronico, almeno in base alle stime della solita Anthropic. Colpisce che, tra i mestieri in bilico, ci siano soprattutto quelli che per anni gli esperti hanno invitato i giovani a preferire, perché avrebbero offerto più opportunità e maggiori remunerazioni: programmatori, tecnici addetti a verificare la qualità dei software e a supportare gli utenti dei computer, analisti finanziari. È verso un destino tragico che ci sta conducendo la promessa di prosperità venduta, spesso, al prezzo altissimo delle scuole d’élite, a una generazione che ha dovuto imparare la «resilienza» di fronte alle sfide di un mercato del lavoro fluido, svuotato di garanzie e reti di assistenza.
Pensare a un salvagente per milioni di persone che potrebbero all’improvviso diventare «inutili» è più importante che sguinzagliare un algoritmo per monitorare i contribuenti. Come agire? Bella domanda. Si potrebbe chiedere ai cinesi, che giusto ieri hanno annunciato misure, tra stage e formazione universitaria, per schermare i posti di lavoro dall’avanzata della tecnologia. Se no, proviamo a interrogare l’Ia. Chissà se ha anche una soluzione a sé stessa.
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