2025-03-14
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
Pubblicate le motivazioni della condanna a un anno e tre mesi per l’ex pm di Mani pulite.
«Piercamillo Davigo non poteva ergersi, senza alcuna legittimazione, a paladino della legalità». La frase non è un commento giornalistico né una valutazione polemica: è uno dei passaggi più netti delle motivazioni della sentenza d’appello-bis della Corte d’Appello di Brescia che ha confermato la condanna dell’ex magistrato simbolo di Mani pulite a un anno e tre mesi di reclusione, con pena sospesa, per rivelazione di segreto d’ufficio. Ed è una frase che fotografa, sin dall’inizio, il giudizio severo dei giudici su una condotta ritenuta incompatibile con il ruolo ricoperto e con la cultura della legalità che Davigo ha per decenni incarnato e sbandierato sin dai tempi di Tangentopoli
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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Donald Trump (Ansa)
Il presidente americano striglia gli europei su immigrazione, green, farmaci e insiste: «Dovete darmi la Groenlandia. Non voglio usare la forza ma mi serve per la difesa nazionale ed è un bene anche per voi». Poi vede Rutte e annuncia lo stop ai dazi verso i Paesi europei. Intanto Lutnick fa il funerale alla globalizzazione e Ursula viene sconfitta sul Mercosur. Meloni frena sull’ingresso nel Board per Gaza.
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
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(Imagoeconomica)
Si sostiene che la separazione delle carriere sia un primo passo per poi assoggettare la magistratura ai politici. Perché il centrodestra dovrebbe rimandare al futuro questo presunto disegno, visto che ha la maggioranza?
Gli interventi sul referendum della giustizia si stanno moltiplicando e offrono continui spunti di riflessione. E, dopo un inizio che sembrava quasi a senso unico, molti colleghi, orientati a votare Sì, stanno legittimamente esprimendo la loro opinione e sviluppando le loro argomentazioni. È un bene per chi vuole approfondire e votare con consapevolezza.
di Catello Maresca, Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Ho molto apprezzato, sul punto, le posizioni del collega D’Avino, oggi procuratore di Parma, con cui ho avuto la fortuna di lavorare qualche anno fa, quando eravamo entrambi alla Procura antimafia di Napoli (articolo pubblicato sulla Verità del 18 gennaio). Mi ha confermato, con motivazioni lucide e convincenti, una impressione, sorta ascoltando i sostenitori del No.
Soprattutto dopo il contestatissimo manifesto, apparso in alcune stazioni italiane, sul presunto intento di sottomettere la magistratura alla politica, mi è sembrato che si fosse superato il limite della correttezza istituzionale, nel pur aspro dibattito in corso.
I romani, a cui si deve la nascita del diritto delle civiltà moderne, sostenevano che «cogitationis poenam nemo patitur», vale a dire che: «Nessuno può essere punito per un semplice pensiero». Oggi, si parla di processo alle intenzioni per indicare una valutazione, quasi sempre di condanna, che si fonda sulla supposizione delle intenzioni del soggetto sottoposto al giudizio, indipendentemente da suoi comportamenti o da suoi atti concreti. In sostanza, questo accade quando si tende ad accusare qualcuno per ciò che si presume voglia o volesse fare, e non per ciò che ha effettivamente fatto. Ovviamente, in ambito giuridico, dove contano le prove sui fatti e non sulle mere intenzioni, fare un processo alle intenzioni è considerato assolutamente scorretto.
Io non ho condiviso la discesa in campo della magistratura associata contro la riforma della giustizia, perché mi sarei aspettato una più cauta e tranquillizzante posizione di rispettosa attesa delle decisioni dei rappresentanti del popolo, che nel nostro sistema costituzionale sono i parlamentari, e, nel caso di specie, anche degli stessi italiani, direttamente chiamati ad esprimersi tra poco col referendum. Ma tant’è, la scelta è stata diversa e diffusamente condivisa dai rappresentanti di categoria, per cui non si può che prenderne atto.
Quello che, però, potrebbe ragionevolmente aspettarsi da chi ha fatto, fa e dovrà continuare a fare dell’applicazione del diritto «in nome del popolo» il fondamento del suo agire professionale quotidiano, sarebbe un corretto esercizio del potere che si è scelto di esercitare.
Il rischio è davvero elevato Scendere in campo significa, infatti, già aver compiuto la propria scelta irreversibile, senza volontà, né capacità, forse, di ripensamento. E i toni, a tratti, si avvicinano proprio a quelli usati per i processi.
caccia alle streghe
Il campo è quello del giudizio sulle scelte del Parlamento ed in questo contesto si è deciso di fare la parte del peggior esempio di pubblico ministero; quello che ha già in tasca la soluzione, che è già convinto che l’indagato abbia sbagliato e vada condannato, senza se e senza ma. Si tratta di una scelta quantomeno bizzarra, perché si vestono i panni di quel pubblico ministero, di cui, almeno dichiaratamente, si sostiene di voler difendere l’indipendenza. Sì, proprio di quei magistrati che hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla giustizia, coi loro eccessi, mascherati da autonomia, che, invece, sarebbe stato quantomeno opportuno stigmatizzare e da cui si sarebbe dovuto prendere le distanze.
E, così, presi dal sacro fuoco di chi si è autoproclamato portatore assoluto di verità e di ragione, si sta compiendo, sommessamente credo, l’errore più grave: ci si sforza, proprio come quei pubblici ministeri (fortunatamente non tanti), innamorati delle loro incrollabili convinzioni, di trovare a tutti i costi argomenti sostenibili, anche travalicando le regole stesse del giudizio.
Con l’Illuminismo, soprattutto grazie a Cesare Beccaria, il cui pensiero si può ritrovare nelle pagine del suo Dei delitti e delle pene, si afferma con forza l’idea, fino ad allora assolutamente non scontata, che lo Stato non possa giudicare l’interiorità dell’individuo, ma solo dei suoi comportamenti sulla base di solide prove. Punire le intenzioni porta all’arbitrio del potere, proprio dei sistemi nei quali il sospetto vale quanto la prova e la presunta pericolosità morale giustifica di per sé sola la punizione. È qui, quasi 300 anni fa, che nacque l’idea moderna che il «processo alle intenzioni» fosse tipico dei regimi ingiusti. Continuare ad arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di elementi, almeno lontanamente indizianti, a me sembra evocare più che un giusto processo, lontani ricordi più prossimi alla caccia alle streghe.
Valga per tutti l’esempio della discussione sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, che è uno dei cardini della riforma.
I sostenitori del No, e quindi, in primis, la magistratura associata, sostengono tra le altre cose che sarebbe inutile, perché di fatto già insita in un sistema in cui negli anni, a furia di ostacoli e divieti, il passaggio tra funzioni è diventato quasi impossibile. Niente di più vero! Ma appunto tra funzioni e non di carriere. La confusione che si ingenera tra separazione di funzioni e di carriere (voluta?) tradisce le intenzioni. Se, infatti, già ci fosse la separazione non si comprende perché, se si è davvero contrari, non si è manifestata con forza tale convinzione contro chi, come la ministra Cartabia, quella separazione l’ha realizzata, inserendola in maniera addirittura subdola, senza fare ricorso a riforme costituzionali. Se la separazione la attua di fatto una ministra va bene; se, invece, la propone apertamente un altro no? Allora forse si tratta di cose ben diverse? E la separazione delle carriere (non delle funzioni), allora, serve davvero ad assicurare la terzietà del giudice, già riconosciuta dalla Costituzione.
E vi è di più. Non comprendo sinceramente perché, se davvero, come sostengono i comitati per il No, il malcelato intento del legislatore sia quello «di mettere il pubblico ministero sotto al governo», o «ridurre il potere della magistratura», o qualche altro nascosto proposito complottista, questa maggioranza, la più solida della storia del nostro Paese, non di sinistra, proprio oggi, si lascerebbe scappare questo obiettivo, rimandando il raggiungimento del risultato a domani o dopodomani o a quando, chissà, presumibilmente gli equilibri politici saranno molto più complicati o, addirittura, non ci sarà più una maggioranza che la pensa allo stesso modo.
un punto di partenza
E un’altra circostanza mi induce ancora a riflettere. Non ho mai fatto processi alle intenzioni e nel mio ruolo di pubblico ministero ho cercato, sicuramente non riuscendoci sempre, di non innamorarmi delle mie posizioni e di lasciare sempre uno spazio al dubbio. Io non so se le intenzioni della maggioranza dei parlamentari che hanno votato la riforma siano tutte, o in parte, e in che quota parte, punitive per la magistratura, o ispirate a sentimenti di rivalsa o prevaricazione della politica sulla magistratura, e, devo dire la verità, non mi interessa più di tanto. E, se anche così fosse, mi dispiacerebbe umanamente solo per chi avesse tale bassa considerazione delle istituzioni.
Quel che conta, però, è ciò che è stato scritto nero su bianco (i loro comportamenti, eventualmente censurabili, aldilà delle intenzioni) e ciò che possa derivare da una riforma che, comunque vada, segnerà un passaggio epocale per il sistema giustizia in Italia, anche per effetto della chiara discesa in campo dell’Associazione nazionale magistrati che nell’immaginario collettivo rappresenta tutta la magistratura. Anche per questo ribadisco di non aver condiviso tale posizione. Il referendum sta diventando, infatti, una questione di tifoseria.
E, se il popolo voterà No vorrà dire che si sarà schierato dalla parte dei magistrati, condividendone l’agire e le preoccupazioni. E questo realisticamente non potrà che portare ad una sostanziale prosecuzione dello stato attuale della giustizia in Italia. Se voterà Sì, invece, il popolo deciderà di cambiare rotta, di scegliere un modello di magistratura diversa, auspicando un sistema giustizia migliore. E a quel punto, agendo in nome del popolo, i magistrati dovranno contribuire a costruire qualcosa di diverso che non potrà, comunque, funzionare senza di loro.
Dopo la riforma, nella eventualità che sia approvata, bisognerà pensare alla giustizia, alle carceri, alla sicurezza, all’antimafia. Sarà solo un nuovo inizio.
Quando sono entrato in magistratura, ormai nel lontano 1999, ho avuto netta l’impressione di un meccanismo farraginoso, a tratti illogico, spesso incomprensibile per i cittadini. Col tempo è cresciuta in me la consapevolezza di trovarmi in un sistema poco efficiente, in cui dovevi attrezzarti sostanzialmente da solo per provare a raggiungere degli obiettivi. E, pensate come possa essere complesso continuare a fare con coscienza il proprio lavoro, anche quando ti rendi conto di far parte di un sistema che funziona a singhiozzo o, a tratti, non è affatto adeguato. Quando vedi che molte decisioni, anche strategiche, sembrano dettate da criteri tutt’altro che lineari e spesso per nulla orientati alla funzionalità del servizio giustizia. E poi scopri il caso Palamara e all’improvviso ti sembra tutto più chiaro.
Eppure, si va avanti moltiplicando gli sforzi, fondamentalmente perché ci credi, perché sei cresciuto nel mito di Falcone e Borsellino, e speri, comunque, che prima o poi cambi qualcosa.
Ma sono passati governi e ministri e, se possibile, la situazione è anche peggiorata, fino all’apoteosi del disastro Cartabia.
Ecco, forse con la riforma questo momento dell’inversione di rotta sta arrivando. E la speranza è che questo non sia un punto di arrivo, ma solo quello di partenza per una giustizia vera, più giusta e più equa per tutti.
Perché una convinzione credo possa essere condivisa, almeno questa. E cioè che non c’è sicurezza senza giustizia, non si può aspirare ad un progresso sano senza giustizia. Non serve a nulla parlare ai ragazzi e praticare l’antimafia, se poi la giustizia non funziona. E potrei continuare per ore, passando per la sanità, per la tutela dei più deboli, e via dicendo.
La giustizia giusta in un Paese è tutto ed è quello a cui tutti dobbiamo aspirare.
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