2025-03-14
Walter Pfeiffer. Untitled, 1975 © Walter Pfeiffer. Courtesy the artist and Galerie Gregor Staiger, Zurich / Milan
Dalle tele di Amedeo Modigliani alle straordinarie fotografie di Walter Pfeiffer, passando per le installazioni site-specific di Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli, la Pinacoteca Agnelli di Torino si arricchisce di quattro nuovi progetti espositivi.
Inaugurata nel 2002 per custodire le opere della collezione privata di Gianni e Marella Agnelli, la Pinacoteca che li ricorda nel nome e ne celebra la grande passione per l’arte non è mai stata un museo nel senso «più classico» del termine, ma una sorta di laboratorio culturale, multidisciplinare e dinamico, dove l’arte contemporanea è in costante dialogo con le opere della sua collezione storica, prezioso «scrigno» di capolavori assoluti di artisti come Matisse, Picasso, Renoir, Modigliani e Canaletto: uno «Scrigno» in acciaio e vetro, che l’archistar Renzo Piano ha voluto letteralmente sospeso a 34 metri d'altezza, sul tetto della storica fabbrica del Lingotto. Uno spazio espositivo unico, che prosegue con il più grande giardino pensile d’Europa, ricco di oltre 40.000 piante e ricavato dalla leggendaria pista di collaudo automobilistico (La Pista 500) posta sul tetto dell’ex fabbrica FIAT: è qui, in questo museo a cielo aperto, che periodicamente si ospitano installazioni site-specific e sculture di artisti internazionali, che regalano ai visitatori spettacolari passeggiate panoramiche nell’arte.
La Pinacoteca Agnelli non è un luogo fine a sé stesso, ma uno spazio aperto e «in movimento» che unisce collezione, architettura e ricerca e che, come recita il titolo de progetto che la anima dal 2022 (Beyond the Collection), vuole andare «Oltre la collezione»…E la programmazione espositiva per la primavera/estate di quest’anno non tradisce certo le aspettative, presentando al pubblico (da aprile a settembre) tre progettualità inedite: un'ampia monografica dedicata all'artista svizzero Walter Pfeiffer; una nuova edizione del ciclo Beyond the Collection, che vede protagonista Amedeo Modigliani e due nuove installazioni site-specific sulla Pista 500, una dell’artista francese Nathalie Du Pasquier e l’altra del notissimo Peter Fischli , presente - insieme all’amico e collega David Weiss – nei musei di arte contemporanea di tutto il mondo. Percorsi espositivi diversi, ma che usano l’architettura come parte integrante del discorso critico e che ora conosciamo un po’ più da vicino. A partire dal fotografo svizzero Walter Pfeiffer.
Walter Pfeiffer. In Good Company
Pop prima del pop, queer prima che fosse categoria, Walter Pfeiffer - svizzero di Beggingen, classe 1946 – è capace di muoversi con disinvoltura fra diversi soggetti e generi, rappresentando con ironia e grande senso dell’umorismo top model e gente comune, erotismo gay e scene di vita quotidiana. Presente al Lingotto con oltre cento scatti , dagli anni Settanta ad oggi, la sua è una fotografia «spiazzante», per soggetti e uso del colore, una fotografia fatta di forti contrasti cromatici, che rifiuta le gerarchie, non cerca lo scandalo, ma che osserva (e immortala) con sguardo particolarmente incisivo i ruoli di genere e la cultura del consumo. In un susseguirsi di scatti iconici e immagini inedite, la mostra torinese ci restituisce «l’autoritratto» di un artista capace di spaziare con maestria dalla moda alla fotografia indipendente, capace di reinventarsi costantemente insieme ai suoi soggetti. Fra i suoi scatti più originali, sicuramente Untitled, 2015 , dove dita affusolate di donna stringono il ritratto di una nobildonna settecentesca da cui spuntano due paia di lunghe gambe femminili…
Modigliani sottopelle. Quattro capolavori
Accostare Pfeiffer e Modigliani è un azzardo, ma anche una mossa azzeccata,. Siamo davanti a due modi opposti di trattare il corpo: uno, Pfeiffer, lo veste di luce, l’altro, Modì, lo scava fino all’osso, in una mostra che già a partire dal titolo - Modigliani sottopelle. Quattro capolavori - invita il pubblico ad andare oltre la superficie visibile delle opere, interrogando ogni dettaglio e portando alla luce tracce nascoste, grazie al lavoro di storici dell’arte, restauratori e scienziati.
Fulcro dell’esposizione il famoso Nu couché (straordinaria tela dell’artista livornese acquistata da Giovanni e Marella Agnelli nel 1960), che in mostra dialoga con altri tre grandi capolavori di Modigliani: Female Nude Reclining on a White Pillow, in prestito dalla Staatsgalerie di Stoccarda, il ritratto di Gaston Modot e Maternité, entrambi provenienti dal Centre Pompidou di Parigi. Un percorso espositivo breve ma interessante, che accanto alle quattro opere pittoriche presenta una raccolta di documenti d’archivio e interessanti risultati di indagini scientifiche, che grazie allo studio della tecnica e dei materiali utilizzati dall’artista ( in particolar modo tre rotoli di tela utilizzati da Modigliani tra il 1917 e il 1919) rivelano i segreti nascosti sotto la superficie pittorica, arrivando a stabilire nuove datazioni e addirittura quali tele provengano dallo stesso rotolo. Una mostra che va oltre «i colli lunghi e gli occhi senza pupille», superando l’immagine stereotipata del Modigliani bohémien per regalarci quella di un’artista che supera l’anedotto per rientrare nella storia...
La Pista 500: Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli
Dallo Scrigno alla Pista 500 il passo è breve e qui, sul tetto del Lingotto, in questo enorme spazio espositivo a cielo aperto, regna l’arte contemporanea. Sculture e installazioni che si susseguono, corrono dove un tempo correvano le automobili FIAT e che quest’anno si arricchiscono di nuove opere, create per l'occasione da Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli, artisti contemporanei di spessore internazionale.
In perfetta armonia con l’architettura industriale dello spazio che li ospita, i quindici gonfaloni colorati pensati da Nathalie Du Pasquier svettano sulla facciata est del Lingotto, Bandiere per Zefiro (questo il titolo dell’installazione) mosse dal vento in modo dinamico e giocoso, fondendo forma, colore e paesaggio.
Ad attraversare verticalmente lo spazio della rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT è invece Addition, Subtraction, Multtipication, l’opera di Peter Fischli che si ispira ai trenini turistici su ruote per unire, metaforicamente, la base «operaia e commerciale» dell’edificio al suo vertice culturale, rappresentato dal museo sulla pista automobilistica. Un’installazione di grande impatto visivo, che richiama vagamente i canoni del Futurismo ( Velocità astratta di Giacomo Balla della Collezione Permanente in primis…) e un’idea di modernità e progresso di cui il Lingotto è simbolo.
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Famosa nel mondo per il circuito automobilistico, la città ha molto da offrire. Da palazzi storici a tavola e atmosfera uniche.
Imola è un trattino. Non uno qualunque, ma «quel trattino che unisce l’Emilia e la Romagna, collegando come un ponte simbolico storia, tradizioni, specialità e identità delle due terre ed esprimendo forse il meglio dell’una e dell’altra». Così il sindaco Marco Panieri descrive la (sua) città.
Che effettivamente, se all’anagrafe rientra nella provincia di Bologna e gravita, quindi, nell’orbita emiliana - rinomata per alta cultura e cucina certificata, dal Parmigiano Reggiano all’aceto balsamico - nell’indole accogliente e nel buon umore contagioso rispecchia il carattere romagnolo.
E poi ci mette del suo, un quid sprintoso e genuino, che carica «quel trattino» di interesse e valore forse inattesi. Perché la città, celebre nel mondo per il suo storico circuito automobilistico, spicca e brilla non solo per pista e motori. Certo, l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari - un tracciato tecnico e impegnativo, con curve insidiose e rettilinei da brivido che sfidano i piloti più esperti e sono per gli appassionati sinonimo di adrenalina, leggenda e cavallino rampante - è il biglietto da visita, oltre che palcoscenico di grandi eventi e concerti. Ma non l’unico motivo per scoprire e soprattutto vivere Imola, gioiello che splende in arte e in cucina, per atmosfera genuina e alta qualità della vita.
Con 70.000 abitanti (di cui 130 centenari, dimostrazione in carne e ossa di quanto bene e a lungo si viva a Imola), 50.000 alberi e 15 minuti a piedi per muoversi tra centro storico, autodromo e stazione, la città concentra una serie di luoghi speciali e di specialità.
Il centro storico ricalca l’impianto urbano romano impostato su cardo e decumano e ha in piazza Matteotti il suo salotto a cielo aperto. Ampia e ben tenuta, raccoglie una serie di palazzi d’epoca, tra cui il rinascimentale Palazzo Sersanti e il Palazzo Comunale. In quest’ultimo, visitabile, sfilano sale e saloni seicenteschi, con soffitti alti, pareti affrescate, lampadari di Murano, oltre a un bel calendario di mostre temporanee. Proprio sotto, negli storici locali dell’ex Caffè Bacchilega, si trova l’indirizzo delle dolci tentazioni del rinomato pasticcere Sebastiano Cariddi, che qui ha aperto il suo terzo punto vendita nell’autunno del 2024 e che da allora continua a prendere per la gola abitanti e visitatori (www.sebastianocaridi.it). Impossibile resistere a gelati e piccola pasticceria, un concentrato bello e buono di golosità che rende il locale una tappa d’obbligo. Non da meno, a pochi passi, l’antica Farmacia dell’Ospedale Santa Maria della Scaletta. Sotto i portici di un edificio del XV secolo, conserva un ambiente rimasto al Settecento, con arredi in legno, antichi vasi in maiolica per i medicinali, bilance e pesi dei tempi che furono. Un’autentica meraviglia. Poco oltre Imola sorprende ancora, con un’accoppiata d’eccezione. A formarla, Palazzo Tozzoni - nobiliare casa-museo perfettamente conservata, con un’imponente scalinata, impreziosita da sculture in stucco, che accompagna al piano nobile, ricco di arredi, suppellettili e circa 170 dipinti, testimoni dello stile tardo-barocco bolognese, e custode di una storia d’amore disperata - e la duecentesca Rocca Sforzesca (ora in restauro).
Dal Medioevo al Terzo millennio il passo è breve a Imola. Ecco l’Osservanza, che da ospedale psichiatrico è rinata a nuova vita: con un investimento di oltre 20 milioni di euro sostenuto dal Comune di Imola, dal Consorzio Con.Ami e dai fondi Pnrr, è diventata Parco dell’innovazione, un avveniristico polo culturale aperto a talenti ed eccellenze, tra cui l’Accademia pianistica internazionale, tra le istituzioni musicali più prestigiose al mondo. Un modello di rigenerazione urbana di primo, primissimo livello.
E di primissimo livello è anche la cucina del due stelle Michelin San Domenico (www.sandomenico.it), esclusivo tempio gastronomico capace di trasformare una degustazione in un viaggio nella tradizione italiana. Tra i piatti best seller, l’uovo in raviolo San Domenico, con burro di malga, Parmigiano e tartufo e, ovviamente, i tortellini. Non stellata, ma da sogno l’esperienza conviviale di Callegherie Osteria (www.callegherie.it), dove cucina contemporanea e accoglienza completano il racconto di una città che, in «quel trattino», riesce davvero a tenere insieme mondi diversi, senza mai perdere la propria identità.
Info: www.comune.imola.bo.it; www.imolamusei.it; www.autodromoimola.it.
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Zlatan Ibrahimovic (Ansa)
Cresciuto nei sobborghi svedesi di Malmö, ha trasferito arroganza e vendetta pure nel calcio, dove si considera il più forte di sempre Palloni d’oro vinti? Zero. Ora pompa l’ego come opinionista e super consulente del Milan (in crisi), ma dai tifosi scappa con la scorta.
Cognome e nome: Ibrahimovic Zlatan. Per tutti: Ibra. Ibracadabra. Ex calciatore svedese, nato nel 1981 a Malmö da padre bosniaco e madre croata.
A segno in cinque decadi.
Il primo «timbro» è infatti del 29 ottobre 1999, quando militava nella squadra della sua città.
Poi non si è più fermato fino al ritiro nel 2023.
Risultato: 573 reti all’attivo (tra club e Nazionale).
Ora superconsulente.
Del Milan.
O meglio: di Gerald Joseph Cardinale, detto Gerry, fondatore del fondo RedBird capital partners e proprietario della squadra rossonera.
Chi te l’ha fatto fare?, gli chiede Timothy Small per la cover story di GQ, 24 febbraio 2025, la scrivania al posto del campo: «È stato tutto merito di Gerry. Quando ho smesso di giocare avevo 42 anni. Mi sono detto: ascolta, devi essere realista. Devi accettare che non sei più quello di prima. Il vero problema, che ogni calciatore ha, è proprio questo: accettare la realtà e mettere da parte l’ego. Capire che hai superato la data di scadenza. Io l’ho fatto. E così ho trovato la mia pace. Da quel momento sono tranquillo».
Una bella fetta di tifoseria milanista lo è un po’ meno (Tobia De Stefano ha qui evocato, lo scorso 22 giugno, la fuga di Zlatan da San Siro, scortato fino al parcheggio, dopo l’ultima di campionato, Milan-Cagliari 1-2, con i rossoneri fuori dalla Champions League).
Anche perché Ibra ci mette sempre del suo, con provocatorie esternazioni.
Settembre 2024.
Rientrato a Milano dopo due settimane di assenza, Ibra mette le cose in chiaro: «Quando un leone va via, i gatti si avvicinano. Quando il leone torna, i gatti spariscono. Io sono il boss e tutti lavorano per me».
«Ho fatto una battuta, una di quelle classiche, da Ibra, no? Ma dipende sempre da con chi scherzi. Lì c’erano ex giocatori, quindi l’ho detta. Ma non era la prima volta, l’avevo già fatta in un’intervista in inglese, solo che lì avevo aggiunto che era una battuta», ha chiarito in seguito (sua sponte, o perché Gerry l’ha strigliato, vai a sapere).
La loro foto insieme, Gerry & Ibra chez Donald Trump, in occasione dei suoi 80 anni, non è comunque passata inosservata.
Repubblica, 16 giugno: «Mentre la Svezia travolgeva la Tunisia al debutto mondiale, l’ex attaccante ha assistito a un evento Ufc (Ultimate fighting championship, arti marziali miste) davanti alla Casa Bianca. Critiche dai tifosi ma anche dai giocatori».
Capirai. I giudizi altrui gli fanno un baffo.
Lui balla da solo, è naturaliter uno «sborone», come Enrico Letta definiva Silvio Berlusconi per via delle sue rodomontate.
Seguendo i Mondiali da commentatore di Fox Sports delizia gli astanti con battute low profile.
«Gli altri seguono un copione, io sono lì solo per essere me stesso, vogliono Zlatan, vi porto Zlatan».
«Chi è meglio tra Leo Messi e Ronaldo? Dico Zlatan», neppure un’esagerazione, dal suo punto di vista, se nel 2020, al suo ritorno al Milan, l’allora ct della Nazionale Roberto Mancini sentenziò che Ibra era uno dei più grandi attaccanti in assoluto, «sullo stesso piano di Messi e CR7».
Puntualizzando sempre che è remunerato un tanto al chilo (è alto un metro e 95 cm e pesa quasi un quintale, la stessa imponente struttura fisica del norvegese Erling Haaland): «Quanto mi paga Fox? Davvero un sacco. Non sono caro, sono molto caro».
Ibra.
Aldo Serena, già attaccante di Inter, Milan, Juve e Torino, il 18 giugno su X ha osservato: «C’è una superbia, un’arroganza, un distacco dal sentire gli altri, una lontananza dalla comprensione di chi ha fatto il tuo stesso lavoro. Non è un caso che questo atteggiamento abbia portato a divisioni e scollamenti in casa rossonera. Mi sembra l’antitesi del dirigente capace».
Però.
Per completezza: il post nasceva come reazione a presunte frasi pesantemente critiche attribuite a Ibra sull’irreversibile declino di Cristiano Ronaldo, che si sono rivelate una fake news.
Come tanti commenti al tweet hanno segnalato, pur condividendo la ruvida carezza riservata a Ibra, vedi la stringata opinione dell’utente Daria: «Serena, lei è un signore, ma se scriveva “coglione presuntuoso” la faceva breve», ecco.
«Io sono Zlatan, e voi chi czz siete?».
Questo pare invece sia il vero biglietto da visita con cui 25 anni fa, nel 2001, il ventenne Ibra si presentò in uno degli spogliatoi più sacri della storia del calcio, quello dell’Ajax (così Lara Vecchio sul Sole 24 Ore del 23 luglio 2009, titolo dell’era pre social: «Ibrahimovic, il cannoniere zingaro che sogna l’Europa»).
Ibra. Il grande incompiuto. «Aspira a diventare, alla faccia di Messi e Ronaldo, il numero 1 al mondo», così Fabrizio Bocca su Repubblica il 17 maggio 2009, quando Ibra era in forza all’Inter e il munifico Massimo Moratti lo arricchiva con un contratto da 12 milioni di euro netti all’anno (non a caso il suo procuratore era il mitico Mino Raiola, scomparso a 55 anni nel 2022).
Da allora, CR7 e Messi hanno portato a casa rispettivamente 5 e 8 Palloni d’Oro, Zlatan neppure uno.
E i duellanti ancora vanno in campo (e segnano), mentre Ibra li guarda dalla tribuna.
Certo, sono più giovani di lui, ma non in modo clamoroso: Ibra ha 44 anni, il portoghese 41, Messi ne ha appena compiuti 39.
Ibra. Celebre per fantastici gol.
Ma anche per una certa irascibilità.
Ibra il falloso, il bad boy, il killer.
Che non dimentica, e si vendica anche a distanza di anni.
Derby con l’Inter, stagione 2010-11.
Ibra si esibisce in un calcio volante che manco Chuck Norris, diretto al petto di Marco Materazzi, che crolla rovinosamente a terra.
«Ricordo che Dejan Stankovic si avvicinò per chiedermi con espressione stupefatta il perché di quel gesto. Gli risposi che aspettavo da quattro anni l’occasione di mandarlo al tappeto», ha ricordato lui, ancora a GQ.
Tutta colpa di un fallaccio subito anni prima, quando Ibra era alla Juve.
Del resto, la sua autobiografia Io, Ibra (Rizzoli, 2011) si apre con un eloquente aforisma: «Si può togliere il ragazzo dal ghetto. Ma non il ghetto dal ragazzo».
È lì che ha confessato: «Io non sono cattivo, ma tutti lo pensano (chissà come mai, ndr), e a me non dispiace affatto, al contrario».
Cos’altro ci si può aspettare da chi si è fatto tatuare in inglese sul fianco sinistro «Soltanto Dio mi può giudicare»?
Riavvolgiamo il nastro al 2006, sua seconda stagione nel Belpaese (in campionato ha giocato con la Juve, 2004-2006, l’Inter, 2006-2009, il Milan, 2010-2012 e 2020-2023, 159 reti complessive in Serie A, anche se solo nel Paris Saint Germain, 2012-2016, ne ha realizzate 113).
Primo febbraio, Roma-Juventus all’Olimpico. Ecco la cronaca di Emanuele Gamba su Repubblica, sulla seconda espulsione rimediata da Ibra da quando era in Italia, per rissa con Olivier Dacourt, espulso anche lui, in cui perfino l’arbitro Paolo Dondarini rimase fisicamente intrappolato: «Siccome Zlatan Ibrahimovic è un problema, anzi ha dei problemi, la Juve si stringe intorno al suo giocatore più bravo e più folle. La dirigenza bianconera sa essere severissima, ma questo non è il momento. Luciano Moggi l’ha perdonato: «Niente multa», sanzione con cui la Juve punisce i giocatori che meritano una o più giornate di squalifica. Anche l’allenatore Fabio Capello, di solito intransigente, è arrivato alla stessa conclusione: «Ormai Ibra è preso di mira anche quando non fa nulla». Ma, a parte la sceneggiata da taverna tra il francese giallorosso e lo svedese bianconero, parsa quanto meno sgradevole, sono molti gli episodi, negli ultimi due campionati, in cui lo svedese l’ha scampata da impunito».
Per un elenco esaustivo dei duelli e delle vittime (amici o avversari, indifferentemente) rimando alla lettura della compilation stilata da Adriano Seu sulla Gazzetta dello Sport del 27 gennaio 2021, titolo inequivocabile: «Da Onyewu a Materazzi, da Mido a Zebina: quando Ibra fa a mazzate».
Ipse dixit: «Non fosse stato per i compagni, con Oguchi Onyewu ci saremmo scannati fino ad ammazzarci a vicenda».
Il calciatore statunitense-belga, in forza al Milan tra il 2009 e il 2011, rimediò la frattura di una costola per quel pestaggio in allenamento.
Non ne uscì meglio, nel luglio 2019, Mohamed El Monir, libico in forza alla squadra del Los Angeles Fc, nel derby con il LA Galaxy, la cui maglia Ibra ha indossato nel biennio 2018-2020. Situazione classica: palla spiovente, Ibra salta allargando il gomito che, del tutto «casualmente», centra al volto El Monir. Che crolla a terra, viene portato via in barella e in ospedale finisce sotto i ferri, non prima di aver postato la foto choc della frattura dell’osso temporale, con tanto di lastra a certificare il danno, un niente sotto la tempia (punto dove un colpo violento può risultare letale).
«Sono arrivato da re, vado via da leggenda», fu il saluto via social ai tifosi francesi del Psg quando Ibra se ne andò nel 2016.
Nella sua seconda monumentale autobiografia, 406 pagine, Io sono il calcio (Rizzoli, 2018), concludeva: «Oltre a vittorie e trofei, il calcio mi ha dato una vita e una serenità che mai avrei potuto immaginare».
I tifosi del Milan si augurano di poter dire lo stesso, in futuro. Con lui o senza.
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Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Paghiamo fino al 30% in più rispetto ad altri Paesi europei. L’aumento dell’offerta elettrica è frenato dalla burocrazia. Occorre un sottosegretario con poteri speciali.
Annoto una domanda crescente e sempre più esasperata, in Italia, di molta più energia elettrica a basso costo. Da tempo il tema è oggetto di studio prioritario nel sottogruppo italiano del mio gruppo di ricerca internazionale (Stratematica).
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
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