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Di Maio si prepara per riportarci al voto

Di Maio si prepara per riportarci al voto
ANSA

Luigi Di Maio si prepara al voto. O meglio: predispone la squadra come se fossero in vista nuove elezioni politiche. L'indiscrezione raccolta dal nostro Francesco Bonazzi è chiara: a Ivrea il candidato premier dei 5 Stelle si è fatto dare la benedizione da Beppe Grillo. Non per continuare a pretendere dal capo dello Stato l'incarico di presidente del Consiglio, quanto per promettere ai parlamentari grillini che in caso di fine legislatura saranno tutti ricandidati. Che senso ha parlare di come saranno composte le liste quando sono trascorsi meno di due mesi dal voto e ancora non si sa a chi spetterà Palazzo Chigi?

La decisione di Di Maio, a questo punto, dimostra che non c'è spazio per un accordo fra 5 stelle e Lega e nemmeno per un'intesa tra grillini e piddini, e che dunque l'ipotesi più probabile resta quello di un ritorno alle urne? Forse. Ma forse no. Il candidato di Grillo, in realtà, potrebbe aver deciso di promettere la ricandidatura non perché davvero abbia davvero voglia di ritornare dagli italiani a mani vuote, chiedendo loro di votare un'altra volta, ma solo per spaventare i probabili alleati. Siamo cioè ancora nella fase dei giochi post elettorali, usati allo scopo di sedersi al tavolo per trattare con il coltello dalla parte del manico.

Ma siamo sicuri che brandire le elezioni sia proprio come brandire un'arma, seppur impropria? Se si avesse di fronte Maurizio Martina, ossia l'esangue segretario reggente del Pd, uno a cui tocca l'insostenibile fatica di rilanciare il partito, risponderemmo di sì. È ovvio che a ciò che resta del principale gruppo della sinistra tornare a votare non conviene, perché dopo aver preso la scoppola del 18 per cento potrebbe prenderne un'altra. Di certo non conviene neppure a Forza Italia, che i sondaggi dopo il 4 marzo danno ancora più giù rispetto al giorno del voto. Tuttavia, se a Martina e Berlusconi l'ipotesi di nuove elezioni metterebbe una fifa blu, a Matteo Salvini farebbe un baffo. Anzi. Il segretario della Lega, da un ritorno alle urne, avrebbe tutto da guadagnare, in quanto i sondaggi più recenti lo danno in crescita. Qualcuno dice che completerebbe l'Opa sugli alleati, ossia l'offerta che si lancia in Borsa su una società.

Magari non andrebbe proprio così, perché i voti di Forza Italia sono voti personali di Berlusconi e dunque sarebbe difficile sottrarli al Cavaliere. Tuttavia è pacifico che Salvini, dal voto, non abbia nulla da temere. E allora, vi chiederete, perché Di Maio agita lo spauracchio? Il destinatario del messaggio evidentemente non è Salvini, con il quale comunque il leader pentastellato dovrebbe sedersi per rifare la legge elettorale qualora voglia davvero andare a votare. No. L'uomo a cui parla il delfino della Casaleggio e associati sta un po' più su di Salvini, nel senso che abita al Quirinale. È Sergio Mattarella, che domenica si è fatto scappare un no al voto, parlando di governo da fare a giugno, cioè con la prospettiva di lasciare a bagnomaria per un paio di mesi il povero Giggino a 5 stelle. Ve lo immaginate? Settimane e settimane a dire che Palazzo Chigi tocca a lui perché il Movimento ha vinto le elezioni. E settimane e settimane a sentirsi dire di no sia dal centrodestra che dal Pd. Roba da psicodramma. E allora ecco Luigino sferrare il colpo a sorpresa: le elezioni. Dicendo in giro che tutti i parlamentari grillini saranno riconfermati, Di Maio sa che il segreto durerà qualche ora e dunque spera che appena si sarà sparsa la notizia, qualcuno sul Colle si darà una calmata.

Giggino, a dire il vero, ha anche la segreta speranza che Berlusconi si convinca al passo indietro e dia via libera a Salvini. Oppure si augura che a spaventarsi sia Matteo Renzi, il quale potrebbe a questo punto liberare dalle catene che lo imprigionato il povero Martina. La promessa di rielezioni, al contrario di quanto potrebbe sembrare, serve proprio per evitare il voto. Minacciare la guerra, infatti, a volta porta alla pace. Ma sarà questo il caso? Difficile dirlo. Per ora siamo allo schieramento delle truppe: si vedono i muscoli ma non ancora il conflitto.

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Il virus della corruzione contagia anche le democrazie
iStock

Il nuovo indice di Transparency International fotografa un fenomeno globale: mentre gli Stati fragili restano i più esposti, anche l’Occidente registra un deterioramento. Quando cala la fiducia nelle istituzioni, vacillano crescita e democrazia.

Per anni la corruzione è stata considerata un problema tipico dei Paesi poveri, delle dittature o delle nazioni segnate da guerre e instabilità politica. Un fenomeno lontano dalle democrazie occidentali, dotate di istituzioni solide, magistrature indipendenti e sistemi di controllo consolidati. Il nuovo rapporto analizzato da Visual Capitalist e basato sul Corruption Perceptions Index di Transparency International racconta però una realtà diversa e più preoccupante: la corruzione continua a rappresentare una minaccia globale e, soprattutto, sta tornando a crescere anche nei Paesi più sviluppati.

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«Arcuri per un anno si è controllato da solo»
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Busia, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, sulla commessa da 1,25 miliardi di mascherine farlocche: «Non abbiamo potuto fare verifiche perché la normativa, in deroga per via dell’emergenza, attribuiva unicamente al commissario questa funzione».

Chi cerca, trova: più la commissione Covid va a fondo sulla gestione dell’emergenza pandemica, coordinata dalla premiata ditta Pd & Movimento 5 stelle che allora governava l’Italia, più emergono opacità.

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«Niente fondi a Più liberi più libri se resta il patentino antifascista»
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Il presidente del Centro per il libro e la lettura: «Il festival vede nella pluralità la sua ragion d’essere più nobile Senza questo principio, perde di senso finanziarlo. Il lasciapassare culturale? Più ridicolo che pericoloso».

Giuseppe Iannaccone, autorevole storico della letteratura, è presidente del Centro per il libro e la lettura, cioè una delle istituzioni che finanziano con denaro pubblico la manifestazione Più libri più liberi, organizzata in collaborazione con l’Associazione italiana editori (Aie), i cui gestori hanno pensato di imporre una sorta di green pass antifascista nel tentativo di escludere editori di destra.

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Tre cittadini su dieci presi di mira dalle baby gang: altro che percezione
(iStock)
Rapporto Eurispes: nel 2025 segnalati dalle forze dell’ordine 80.827 giovani stranieri.

Altro che percezioni. Dopo anni in cui si favoleggiava di cittadini incapaci di leggere il reale, tra eccessi di paure e strabismi, l’ultimo rapporto di Eurispes dedicato alla devianza giovanile dimostra che ci vedono benissimo. Per lo meno una buona metà degli italiani, che a causa di baby gang e criminalità minorile, considera la propria città poco o per niente sicura.

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