Dialogo tra Iran e Usa, ma i pasdaran ora minacciano di chiudere Hormuz

Nonostante la diplomazia proceda, resta alta la tensione tra Washington e Teheran. Ieri, a Ginevra, si è tenuto il nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, mediati dall’Oman. Al termine degli incontri, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi, ha parlato di alcuni cauti progressi. Ha, in particolare, definito i colloqui «costruttivi», sottolineando che le parti avrebbero raggiunto una prima intesa su dei «principi guida», pur senza ancora fissare una data per la prossima tornata di trattative. Araghchi ha anche affermato che Teheran non avrebbe intenzione «né di produrre né di acquisire armi nucleari»: una posizione, questa, confermata anche dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Al contempo, Araghchi ha criticato gli Stati Uniti per essersi ritirati dall’accordo sul nucleare del 2015, biasimando inoltre Washington per la minaccia di ricorrere all’uso della forza.
Di «progressi» hanno inoltre parlato sia l’Oman che un funzionario americano, il quale ha però precisato che «ci sono ancora molti dettagli da discutere». «Gli iraniani hanno detto che sarebbero tornati nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per colmare alcuni dei gap aperti nelle nostre posizioni», ha aggiunto. Secondo indiscrezioni raccolte dalla Cnn, Teheran, prima che iniziasse l’incontro di ieri, avrebbe aperto alla possibilità sia di sospendere (ancorché solo temporaneamente) l’arricchimento dell’uranio sia di trasferire una parte delle proprie scorte di uranio in Russia. Non è tuttavia chiaro se, durante i colloqui ginevrini, questi temi specifici siano stati trattati.
Come che sia, al netto del nuovo round di negoziati, la situazione complessiva resta assai tesa. Ieri, prima della conclusione del meeting svizzero, l’ayatollah Ali Khamenei aveva scagliato delle minacce contro le navi militari statunitensi schierate in Medio Oriente. Non solo. In quelle stesse ore, i pasdaran conducevano delle esercitazioni missilistiche nello Stretto di Hormuz, chiudendone alcune parti. Vale a tal proposito la pena di ricordare che quest’area risulta strategica per l’economia internazionale, visto che ospita il passaggio di circa il 20% del greggio a livello mondiale. Già a giugno scorso, la Casa Bianca aveva mostrato preoccupazione per l’eventualità che le Guardie della rivoluzione potessero chiudere lo Stretto.
È quindi abbastanza probabile che le manovre condotte ieri dai pasdaran abbiano contribuito ad aumentare la tensione.
Del resto, lunedì, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva espresso un certo scetticismo sulla possibilità di arrivare a un’intesa tra Washington e Teheran. «Credo che ci sia l’opportunità di raggiungere diplomaticamente un accordo che affronti le questioni che ci preoccupano. Saremo molto aperti e accoglienti in tal senso. Ma non voglio esagerare», aveva affermato, per poi aggiungere: «Sarà dura. È stato molto difficile per chiunque concludere veri accordi con l’Iran, perché abbiamo a che fare con religiosi sciiti radicali che prendono decisioni teologiche, non geopolitiche».
Lo stesso Donald Trump, venerdì, aveva definito «difficile» la possibilità di arrivare a un’intesa con gli ayatollah. Tutto questo, mentre il giorno seguente Axios riferiva che, nel loro incontro della settimana scorsa, il presidente americano e Benjamin Netanyahu avrebbero concordato di intensificare la politica di «massima pressione» su Teheran, mettendo soprattutto nel mirino l’export del suo greggio. A questo si aggiunga che, sempre la settimana scorsa, due funzionari americani avevano riferito a Reuters che, qualora Trump decidesse di ordinare un attacco contro la Repubblica islamica, l’esercito statunitense potrebbe effettuare un’operazione bellica della durata di alcune settimane.
Al momento, il nodo principale risiede nel fatto che l’Iran non vuole rinunciare all’arricchimento dell’uranio né è disposto ad accettare una limitazione al proprio programma balistico. Non solo. Gli ayatollah non hanno neppure intenzione di acconsentire alla cessazione della fornitura di armamenti ai propri proxy regionali. Una linea dura, quella di Teheran, che ha reso notevolmente irrequieto Israele. Non è del resto un mistero che Netanyahu auspichi un approccio più severo da parte di Trump. Il presidente americano, dal canto suo, si è mostrato finora restio all’opzione militare, considerandola più che altro un’eventualità da usare come forma di pressione negoziale. Tuttavia, come accennato, l’irritazione da parte della Casa Bianca è aumentata negli ultimi giorni. Trump ha infatti recentemente mobilitato una seconda portaerei, oltre a decine di aerei militari, e ha affermato che un regime change «sarebbe la cosa migliore che possa accadere» a Teheran. Non è quindi escludibile che prima o poi il presidente americano decida di tentare una «soluzione venezuelana» in Iran: decapitare, cioè, il regime, scegliendo poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato a suon di pressioni e minacce.
In attesa delle proposte iraniane tra due settimane, Teheran si trova davanti a un bivio. Da una parte, vorrebbe mantenere ampio margine di manovra, senza cedere su uranio, missili e proxy; dall’altra, la pressione delle sanzioni americane rende più instabile il regime khomeinista. Un regime che, al suo interno, appare sempre meno compatto.






