- Raphaël Arnault, oggi deputato per Mélenchon e con un passato da picchiatore, è schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Ai primi dell’anno, in concomitanza con una aggressione contro i giovani di Fdi, si trovava in Italia.
- Sospettati dell'omicidio Deranque: Favrot (France Insoumise) è assistente di un deputato. Anche altri fermati tra i membri della Jeune garde.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è un possibile filo rosso che lega la violenza antifascista che insanguina le strade in Italia e Francia. E ora dal Parlamento si chiede al Viminale di approfondire la questione. Il linciaggio che ha portato alla morte del giovane militante identitario Quentin Deranque, a Lione, sta inducendo sempre più osservatori a interrogarsi sulla presenza di una possibile rete internazionale di picchiatori rossi, che potrebbe aver colpito anche in Italia.
Per l’omicidio di Quentin ieri la polizia francese ha fermato sei persone tra cui un assistente parlamentare del deputato della France Insoumise (Lfi) Raphaël Arnault. «L’indagine procede molto bene, si tratta ora di stabilire i vari gradi di responsabilità. Questo genere di verifiche non può essere svolto dopo gli interrogatori», aveva spiegato un altro investigatore, riportato da Le Figaro. Gli inquirenti confermano che l’ambiente di riferimento dei sospettati sarebbe «l’ultrasinistra» e che alcuni di loro si fregerebbero della fiche S (il «bollino» che lo Stato francese mette sulle persone pericolose per la sicurezza dello Stato). Non si tratta tuttavia di un grande scoop: che l’ambiente in cui andare a cercare sia quello dell’estremismo di sinistra appare chiaro. Molti puntano il dito contro la Jeune garde antifasciste, movimento noto per le aggressioni violente, sciolto dal Consiglio dei ministri il 12 giugno 2025. Sui social si trova ancora la pagina Antifa squads, riconducibile allo stesso gruppo, che postava tranquillamente cose come «Il best of del 2025», ovvero un collage di filmati delle migliori aggressioni compiute a Lione, senza che nessun censore del Web abbia mai avuto nulla da obiettare.
Capo della Jeune garde era Raphaël Arnault, 31 anni, oggi deputato sotto le insegne de La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, già condannato in passato per aggressione. Tra i fermati c’è un suo collaboratore, Jacques Elie Favrot, che era stato indicato da molti come presente sul luogo del delitto, e e Adrian B., membro del movimento Jeune Garde e vicino al rappresentante della Lfi. L’Assemblea nazionale ieri ha osservato un minuto di raccoglimento per Quentin, anche se La France insoumise si è premurata di specificare che non dovevano esserci speculazioni politiche. Insomma, il giovane va trattato come uno morto cadendo dal motorino. Ma ecco il punto: Arnault sembra avere un certo legame con l’Italia.
La Verità lo aveva segnalato per prima: nei giorni dell’Epifania, il deputato picchiatore era a Roma. Erano i giorni del «presente» per i morti di Acca Larentia, che porta nella capitale centinaia di militanti identitari da più parti d’Europa. Ma anche, novità di questi ultimi anni, un’analoga mobilitazione antifascista. Arnault si era fatto fotografare al presidio antifascista, postando anche un pistolotto sul ritorno delle camicie nere e sulla necessità di combatterle. «Siamo pronti ad affrontarli», concludeva. Che non fosse una frase meramente retorica era stato subito chiaro. Ma c’è un altro fatto accaduto nella capitale nelle stesse ore: quattro militanti di Gioventù nazionale erano stati aggrediti da un gruppo di 30 antifascisti, peraltro respinto in maniera abbastanza indecorosa nonostante la schiacciante superiorità numerica. Nel nostro articolo ci eravamo limitati a far notare come l’abbigliamento di Arnault e dei suoi amici, nei selfie postati da Roma, fosse proprio nello stile dei picchiatori della Tuscolana, immortalati dai video. Una contiguità stilistica, nulla di più, ovviamente. Dalle denunce, tuttavia, emerge che alcuni degli aggressori non parlassero italiano. E allora qualcuno ha cominciato a chiedersi se non sia il caso di fare due più due.
Fabio Rampelli, esponente di Fdi e vicepresidente della Camera, ha presentato una interrogazione al Viminale per cercare di vederci più chiaro sulla possibile presenza di militanti stranieri nel gruppo di assalitori. E se, eventualmente, qualcuno possa essere ricondotto al giro della dissolta Jeune garde francese. Giova peraltro ricordare che, tra le sue «medaglie», Arnault gode anche di una delle suddette fiche S. Uno status condiviso con altri estremisti di opposto colore, ma anche con jihadisti vari, motivo per cui, quando si viaggia all’estero con quel «marchio», i controlli di polizia sono decisamente più accurati del normale. Chi ha la fiche S e deve prendere un aereo, per dire, sa già che deve recarsi in aeroporto ore prima, ore in cui, si spera, le autorità avvertano del suo arrivo anche i colleghi del Paese di destinazione del soggetto. Ecco: sarebbe interessante sapere se le autorità italiane abbiano monitorato gli spostamenti di questo notorio picchiatore su suolo italiano.
Ma i legami tra quell’ambiente transalpino e l’estremismo antifascista italiano sono intanto acclarati. Non solo perché Raphaël ama passare le vacanze estive a Napoli, ospite del centro sociale Mensa Occupata. Ieri Il Giornale ricordava come, il 12 ottobre 2024, il presidente dell’VIII municipio di Roma Amedeo Ciaccheri di Avs, vicino ai centri sociali capitolini, avesse conferito una targa di riconoscimento, con il logo ufficiale del Comune e la scritta ben poco istituzionale «Al compagno de La France insoumise. Uniti nella battaglia», allo stesso Arnault. In quella circostanza sarebbe stato presente anche Favrot. Non è chiaro se quest’ultimo fosse venuto in Italia, al seguito del suo liderino, anche nel gennaio scorso, quando ci fu l’aggressione ai militanti di Gioventù nazionale. Interrogativi a cui qualcuno dovrà dare una risposta.
Arrestati 6 sospetti per l’omicidio di Lione, uno della France insoumise
Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato della France insoumise (Lfi) Raphaël Arnault è uno dei quattro fermati perché sospettati di aver partecipato, giovedì scorso, al linciaggio del ventitreenne Quentin Deranque, poi deceduto per le ferite riportate. La conferma è arrivata in serata dopo che per tutto il giorno si erano rincorse voci sull’appartenenza politica dei presunti assalitori. In un primo tempo si era parlato dell’identificazione di sei presunti responsabili dell’omicidio del giovane Quentin Deranque, e vicini all’ultrasinistra». Le informazioni sono state attribuite a fonti anonime citate da France Presse, Franceinfo e Le Figaro. Per vari media, tra cui il quotidiano lionese Progres, tra i sospetti ci sarebbero altri membri del gruppo antifa La Jeune Garde.
In giornata, Le Figaro aveva citato una fonte anonima secondo cui la morte di Quentin fosse ormai divenuta un caso politico. «La polizia cammina sulle uova», dato che «sa di non potersi permettere errori». In effetti, se le indagini contenessero qualche imprecisione, potrebbero forse essere invalidate da certi giudici politicizzati. I sospetti nei confronti di Favrot erano sempre più forti, tanto che già prima della conferma Le Figaro citava un’altra fonte anonima secondo la quale Favrot, la sera della morte di Quentin, si trovasse davanti a Sciences Po Lione.
Sul fronte politico, durante la giornata si è assistito nuovamente al tentativo, da parte di Lfi, di scrollarsi di dosso i legami con i picchiatori rossi de La Jeune Garde e le presunte responsabilità per la morte di Quentin. Legami e responsabilità sottolineati dal resto della classe politica francese, a cominciare dai macronisti. Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, ha affermato che esiste una forma di «brutalità» politica «nel giustificare le azioni della Jeune Garde e nell’appoggiare il suo leader (Raphaël Arnaud, ndr) già condannato per violenza fisica, alle elezioni legislative.». Il premier Sébastien Lecornu ha invitato Lfi a «fare pulizia» al proprio interno. Durissimo il capogruppo de Les Républicains (Lr), Laurent Wauquiez, secondo il quale «l’estrema sinistra ha del sangue sulle mani». Parole forti, peccato che sia i macronisti che la destra moderata dimentichino che molti deputati Lfi sono stati eletti proprio perché i loro due partiti hanno ritirato i propri candidati al secondo turno delle legislative anticipate del 2024. Ritiri decisi per fare «barriera» contro dei rappresentanti del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen in nome del cosiddetto «fronte repubblicano».
Le esternazioni più sorprendenti sono arrivate dalla deputata Lfi Mathilde Panot, la quale su Lcp ha affermato che il collettivo femminista di destra Nemesis deve stare lontano «dalle nostre riunioni» e «conferenze, altrimenti finirà male». Il presidente Rn, Jordan Bardella, ha scritto su X che «la morte di Quentin non è un incidente, ma un atto deliberato». L’eurodeputata Marion Marechal ha ipotizzato una forma di «responsabilità penale» della sua omologa Lfi, Rima Hassan, perché quest’ultima utilizzerebbe la Jeune Garde «come un servizio di sicurezza informale». La tensione resta altissima e c’è chi, come l’avvocato specializzato in terrorismo Thibault de Montbrial, ritiene che la scomparsa Quentin possa trasformarsi in un pericoloso «punto di svolta» per la società francese. Sarà forse anche per calmare le acque che, da un lato, l’Assemblea nazionale ha osservato un minuto di silenzio in onore di Quentin Deranque, mentre il prefetto di Tolosa ha vietato assembramenti in omaggio al giovane deceduto per il «rischio di scontri violenti».



