Il vicepresidente della Corte costituzionale commenta con Dialoghi testardi due brani di Antonin Scalia, storico giudice della Corte suprema americana e uno tra i massimi giuristi del Ventesimo secolo. Grande esponente del pensiero giuridico testualista, e pugnace avversario del giudice-legislatore, Scalia contesta l’idea secondo cui le Costituzioni debbano essere testi “vivi”, ovvero strumenti politici di assorbimento e indirizzo progressivo dei mutamenti sociali. Viceversa, considera la Carta come custode di regole che devono essere conservate nel tempo, preoccupandosi della loro corretta applicazione. Profondo conoscitore della traccia giuridica impressa da Scalia nell’ordinamento e nel pensiero non solo americano, Zanon tratteggia i cardini dell’originalismo, e – forte di nove anni di lavoro alla Consulta – affronta anche l’applicazione pratica e i rischi della via italiana al «living constitutionalism», a cominciare dal cosiddetto «caso Cappato».
«L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali». Nel discorso rivolto ieri ai partecipanti alla sessione plenaria del dicastero per l’Evangelizzazione, papa Leone XIV ha ricordato la via maestra della Chiesa, qualcosa che a suo modo risuona come un richiamo fondamentale e tempestivo.
L’indicazione del pontefice giunge in questi giorni a ridosso della pubblicazione della sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Il documento, dedicato alla dottrina sociale e all’irrompere a vari livelli dell’Intelligenza artificiale, ha suscitato un ampio dibattito anche in ambienti non credenti. Spesso un dibattito interessato a questioni di bottega industriale o politica, in un intreccio che la stessa enciclica cerca di «disarmare», come ha scritto il Papa. Tuttavia, si assiste spesso a un malinteso da parte del mondo laicista, che finisce per strumentalizzare il magistero sociale riducendolo a una sorta di semplice esortazione morale, un manuale di istruzioni per «usare bene» le cose del mondo o le nuove tecnologie, salvo poi proseguire con la propria agenda.
La precisazione di ieri del Papa rimette ordine: anche quando si occupa di questioni sociali, la Chiesa non lo fa come un comitato etico aziendale o per dare una specie di check list di buone prassi, ma lo fa con l’unica motivazione di evangelizzare e di portare gli uomini a Cristo, l’unico in grado di «restituire pienezza di significato e di valore alla vita delle persone».
In questa prospettiva, l’azione ecclesiale si spoglia di ogni logica di marketing politico o sociologico. Un altro passaggio cruciale del discorso al dicastero per l’Evangelizzazione colpisce al cuore le tentazioni progressiste di certo dibattito contemporaneo all’interno della Chiesa stessa, come quello emerso in alcune spinte del cammino sinodale tedesco: «Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze», ha detto ieri il Papa, «che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio “la via, la verità e la vita”».
Parafrasando San Paolo, la Chiesa è chiamata a trasmettere fedelmente ciò che ha ricevuto. Il deposito della fede non è un museo da custodire sotto teca, ma una realtà viva in cui ogni sviluppo dottrinale deve essere organico e coerente, senza mai contraddire il passato. Nessun aggiornamento volto a rincorrere lo spirito del tempo, zeitgeist direbbero i tedeschi, o a compiacere le mode culturali, può essere la via. Come ha ricordato il Santo Padre ieri, «l’evangelizzazione non fa affidamento sull’efficienza delle strutture o sulla rilevanza sociale, e nemmeno sul consenso che si può ricevere in qualche momento».
Al cuore del discorso, Leone XIV ha inserito una densa citazione di papa Benedetto XVI per ribadire che l’annuncio passa solo attraverso testimoni credibili: «Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri». È dunque la santità della vita «la forma più convincente della bellezza della fede cristiana», la via principe che precede ogni riforma e ogni struttura.
Le orecchie del mondo - interessate alla Chiesa solo quando si impegna per la pace geopolitica, quando sembra aprirsi ai cosiddetti «nuovi diritti», quando discute se far sposare i preti o quando si schiera in qualche partita politica - troveranno forse queste parole estranee, se non anacronistiche. Eppure è proprio questa la ricetta del Papa per affrontare la crisi della fede che colpisce i Paesi dell’Occidente, dove «la ricerca del senso» rischia di spegnersi sotto il peso di una cultura ipermediatica e consumistica. Non rincorrendo il mondo, ma convertendolo, la Chiesa ritrova la sua missione.
Dimmi La Verità | Federica Onori (Azione): «Una ragazza italiana in Egitto che rischia la vita»
Ecco #DimmiLaVerità del 29 maggio 2026. La deputata di Azione Federica Onori racconta la storia di una italiana in Egitto che rischia la vita nel silenzio del nostro governo.
Non viene archiviato il procedimento penale «nei confronti di ignoti», per lesioni colpose e omicidio colposo riferiti al decesso di Francesca Tuscano, «ragionevolmente da riferirsi ad effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid 19», come dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale.
Il 27 maggio, il gip Angela Nutini ha respinto l’ennesima richiesta presentata dal pm Filippo Longo, secondo il quale «non sussistono gli elementi oggettivi del reato ipotizzato». Il 4 aprile 2021, la trentaduenne insegnante di sostegno genovese era deceduta, colpita da Vitt, trombosi cerebrale con crollo delle piastrine dopo la vaccinazione con Astrazeneca avvenuta il 22 marzo di quell’anno.
Alla richiesta di archiviazione si erano opposti i genitori della giovane e il gip l’aveva accolta una prima volta il 27 febbraio scorso. Due settimane dopo, il pm aveva chiesto nuovamente di chiudere il caso senza arrivare a un dibattimento in tribunale e il giudice aveva fissato l’udienza il 25 maggio, dopo la quale ancora una volta ha deciso di accogliere l’opposizione dei familiari di Francesca.
Questa volta, l’ordinanza della dottoressa Nutini merita davvero di fare il giro di tutti i tribunali. Il gip ordina che il pm effettui in quattro mesi nuove indagini «senza pregiudizio ad ulteriore attività istruttoria ritenuta necessaria od opportuna». Precisa: «Devono essere svolte attività investigative ritenute utili al fine di individuare possibili responsabilità nell’ambito dell’organizzazione e attuazione della campagna vaccinale con il vaccino Astrazeneca, e condotte che possano avere casualmente contribuito a cagionare colposamente la morte di Francesca Tuscano».
Alza il tiro, non basta ricercare responsabilità tra i medici vaccinatori e i sanitari: «Si reputa che «debbano essere ulteriormente approfondite le scelte operate in data 19 marzo 2021 di revocare il divieto di utilizzo del vaccino Astrazeneca e di riprendere la relativa campagna vaccinale, poiché proprio a tali determinazioni potrebbe essere riconducibile in termini di nesso di causalità la morte di Francesca Tuscano e poiché le medesime potrebbero non essere rispondenti ai canoni della prudenza, diligenza, perizia richiesti a coloro che l’hanno adottate».
Il gip fa precisi riferimenti alle autorità sanitarie che presero simili decisioni. Nel provvedimento con cui dispone nuove indagini, afferma che «non sembra debba essere necessariamente esclusa la responsabilità di chi avrebbe dovuto tempestivamente, alla luce delle nuove evidenze scientifiche, aggiornare il modulo di consenso informato e distribuirlo contemporaneamente al riavvio della campagna vaccinale».
Commenta l’avvocato Federico Bertorello, legale dei genitori della giovane: «È come se nell’ordinanza ci fossero scritti i nomi». Annuncia: «Nella nostra memoria al pm, oggi chiediamo l’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza; di Giorgio Palù allora presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco; di Gianni Rezza che era direttore generale della Prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute e di tutti coloro che hanno avuto responsabilità decisionali. Diamo nomi e cognomi ai personaggi sottintesi nell’ordinanza».
L’insegnante, che assumeva estroprogestinici, ricevette la prima dose di Astrazeneca il 22 marzo 2021. Il 3 aprile i suoi genitori la trovarono a letto priva di coscienza e venne ricoverata all’Ospedale San Martino di Genova. Il suo decesso avvenne il giorno seguente. «Vi erano già conoscenze scientifiche consolidate circa l’esistenza di trombocitopenia indotta dall’adenovirus e anche in relazione al fatto che sia l’uso di estroprogestinici sia la gravidanza fossero fattori di rischio per lo sviluppo della trombosi dei seni venosi cerebrali», osserva il giudice.
Eppure, nel modulo del consenso informato che Francesca firmò non c’era alcun riferimento all’utilizzo di estroprogestinici, addirittura si dichiarava che «negli studi clinici non sono stati osservati decessi correlati alla vaccinazione», in aperto contrasto proprio con gli esiti delle indagini del Prac, il comitato scientifico dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che il 19 marzo, prima della vaccinazione di Tuscano, avvertiva: «I vaccinati devono essere avvisati di rivolgersi immediatamente a un medico per i sintomi di tromboembolismo e in particolare per segni di trombocitopenia e trombi cerebrali come: lividi o sanguinamento, mal di testa persistente o grave, in particolare successivamente a tre giorni dopo la vaccinazione».
In Italia, Speranza «si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi come documentò La Verità pubblicando i file audio, dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età», ha ricordato l’avvocato. L’indagine su Tuscano era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta il 10 giugno 2021 sempre per Vitt, dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata a maggio in un Open day.
Molto importante è anche quanto afferma il gip Nutini: «Ove dovessero emergere profili di personalità penale, andrebbe estesa l’indagine all’esistenza di eventuali ulteriori vittime di eventi infausti, non necessariamente letali, essendo in tale ipotesi la fattispecie punita più gravemente». Finalmente per un magistrato i danneggiati da vaccino non sono più dei fantasmi, come vorrebbe l’attuale ministro della Salute Orazio Schillaci che da due anni non mantiene la promessa di una commissione apposita. «Basta con l’omertà dei medici, che non vogliono certificare che alcune patologie sono conseguenze dei vaccini», esclama Bertorello.
C’era una volta l’Europa. Adesso ce ne sono almeno due. C’è quella della Londra multietnica e multiculturale, con il 15% di residenti musulmani e con il sindaco Sadiq Khan, di origini pakistane, islamico, che posta sui social le sue foto del pellegrinaggio alla Mecca. E c’è quella dell’Ungheria che difende le sue radici cristiane.
Anche costringendo il nuovo premier, Péter Magyar, quello che doveva riportare il sereno nei burrascosi rapporti con l’Ue dei laicisti militanti, a rimangiarsi la proposta di modificare la Carta fondamentale della repubblica, purgandola dai riferimenti alla «cultura cristiana».
Il mayor della City, sui social, si è detto «davvero onorato e fortunato per aver potuto praticare lo Hajj», il pellegrinaggio musulmano nella città santa, che tutti i fedeli devono compiere almeno una volta nella vita. «Alhamdulliah», ha scritto Khan: «Sia resa grazia a Dio». «Lo Hajj», ha continuato il sindaco laburista, in carica da dieci anni, «è un viaggio che genera un profondo cambiamento nella vita e che simboleggia eguaglianza, unità e la nostra umanità collettiva. Lo Hajj, nella sua sostanza, simboleggia l’umiltà, il perdono e la rinascita attraverso il miglioramento di sé. Ovviamente», ha promesso Khan, «ricorderò tutti i bisognosi di Londra e del mondo nelle mie preghiere e nelle mie due», le suppliche personali che i credenti rivolgono ad Allah.
Nulla di strano, nulla di riprovevole: il primo cittadino della capitale britannica non ha mai fatto mistero della propria appartenenza religiosa e non ha certo reso la città meno liberale, meno laica e meno gay friendly per il fatto di essere un seguace di Maometto. La sua visita alla Mecca è piuttosto l’emblema di una trasformazione demografica e culturale del Regno Unito. Ed è un episodio che arriva a pochi giorni dalla bizzarra cerimonia di insediamento del collega di Birmingham, la seconda città più popolosa del Paese: il Lord mayor, Zaker Choudri, di origini pakistane come Khan, si è portato in Consiglio comunale un officiante islamico, che ha deliziato l’assemblea intonando una litania. Sono fotografie di una grande metamorfosi; istantanee di una sottomissione che, per usare una formula adesso tanto di moda, non abbiamo visto arrivare. Non c’è stato bisogno di jihad, men che meno di attentati. È successo e basta, sotto i migliori auspici della politica progressista, che ci catechizzava sull’urgenza di spalancare i confini, di allargare gli orizzonti, di diventare inclusivi e di abbandonare le nostre mentalità chiuse e passatiste.
Quello della globalizzazione, tramutatasi nel grimaldello di un colonialismo al contrario, non è però l’unico modello possibile. La musica cambia parecchio, se da Londra ci si sposta più a Est. Stesso continente, altro mondo. In terra magiara, infatti, le petizioni popolari da oltre 40.000 firme e le proteste di Fidesz, il partito dello sconfitto Viktor Orbán, che comunque occupa 52 seggi in un Parlamento tutto sbilanciato a destra, hanno costretto Tisza, lo schieramento del nuovo primo ministro, a rinunciare a una delle sue promesse elettorali. Ossia, rimuovere un paragrafo che era stato aggiunto alla Costituzione, nel 2024, dall’Ufficio per la protezione della sovranità, anch’esso in predicato di essere abolito, che recita: «È dovere di tutti i corpi dello Stato proteggere l’identità costituzionale e la cultura cristiana». Magyar in persona ha dovuto farsi garante di una modifica all’emendamento abrogativo, la cui paternità, peraltro, spettava a suo cognato, il deputato Márton Melléthei-Barna.
Il premier non avrà perso il sonno per questo: nella foga di celebrare il rientro di Budapest nei ranghi europeisti, si dimentica troppo spesso che Magyar non è certo la colonna ungherese del campo largo. È un conservatore, già esponente di Fidesz, con una vita privata chiacchierata per via di presunte soperchierie sulla ex moglie, impegnato in un’opera di «de-orbanizzazione» del Paese, funzionale più all’obiettivo di dargli un’impronta personale che rispondente ad autentiche prese di posizione etiche.
Gli eurocrati potranno consolarsi con un’altra retromarcia, stavolta rispetto agli strappi di Orbán: il Parlamento magiaro, infatti, ha bloccato le procedure di ritiro dalla Corte penale internazionale, avviate dal precedente esecutivo, in polemica con l’incriminazione di Benjamin Netanyahu.
L’Ungheria non è l’unico Stato, nella parte orientale del Vecchio continente, ad aver mantenuto vivi i riferimenti al fondamento religioso della civiltà europea. Il preambolo della Costituzione polacca, ad esempio, riconosce «il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione». La Carta slovacca rivendica «l’eredità spirituale di Cirillo e Metodio», gli «apostoli degli slavi», i due fratelli bizantini, evangelizzatori delle regioni storiche di Pannonia e Moravia e inventori dell’alfabeto glagolitico. In modo più generico, la Repubblica Ceca allude alla «ricchezza spirituale» della sua cultura. Tali richiami hanno già provocato frizioni con le istituzioni Ue, fedeli - loro sì, in un senso paradossalmente e fanaticamente religioso - al principio della laïcité. D’altronde, quando Giorgia Meloni, durante una manifestazione del centrodestra a Roma, nel 2019, si permise di definirsi «cristiana», venne fuori un putiferio. Perché c’è Europa ed Europa. C’è l’Europa di chi si vergogna della Storia da cui proviene. C’è l’Europa di chi ne va fiero. E c’è l’Europa di chi occupa con il Corano il vuoto lasciato dal nichilismo. C’è l’Europa di San Francesco, che provava a convertire il Sultano. E c’è l’Europa dei volenterosi, sul piede di guerra con la Russia e felici dei loro sindaci che cantano insieme ai muezzin e vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Non è nemmeno un’Europa islamizzata. È solo un’Europa che non crede più in niente.






