Il vicepresidente della Corte costituzionale commenta con Dialoghi testardi due brani di Antonin Scalia, storico giudice della Corte suprema americana e uno tra i massimi giuristi del Ventesimo secolo. Grande esponente del pensiero giuridico testualista, e pugnace avversario del giudice-legislatore, Scalia contesta l’idea secondo cui le Costituzioni debbano essere testi “vivi”, ovvero strumenti politici di assorbimento e indirizzo progressivo dei mutamenti sociali. Viceversa, considera la Carta come custode di regole che devono essere conservate nel tempo, preoccupandosi della loro corretta applicazione. Profondo conoscitore della traccia giuridica impressa da Scalia nell’ordinamento e nel pensiero non solo americano, Zanon tratteggia i cardini dell’originalismo, e – forte di nove anni di lavoro alla Consulta – affronta anche l’applicazione pratica e i rischi della via italiana al «living constitutionalism», a cominciare dal cosiddetto «caso Cappato».
Ingredienti – 400 gr di macinato di manzo, 400 gr di macinato di maiale, 250 gr di speck affettato sottile, 150 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiato, 350 gr di spinaci freschi, un po’ di pane raffermo, 5 uova, un mazzetto di basilico, uno di prezzemolo, sale, pepe, noce moscata (facoltativa) olio extravergine di oliva q.b.
Preparazione – Per prima cosa mettete ad assodare 4 uova partendo da acqua fredda (ci vorranno 8 minuti dalla presa di bollore). Mondate gli spinaci e fateli appassire in padella senza aggiunta di acqua a fuoco moderato. Girate spesso per evitare che gli spinaci si brucino. In una capace ciotola amalgamate la carne macinata, il formaggio grattugiato, l’uovo rimasto, le erbette finemente tritate e il pane ben ammollato e strizzato aggiustando di sale, pepe (se volete noce moscata) e un filo d’olio. Impastate bene. Ora sgusciate le uova, fate freddare gli spinaci, strizzateli ben bene per poi passarli finemente al coltello. Su una placca stendete un foglio di carta forno e sistematevi le fette di speck ben allineate. Sopra alle fette di speck mettete spalmandolo il composto di carni e formaggio e sopra ancora stendete gli spinaci, sistemate a circa due terzi della misura orizzontale di questo composto le quattro uova sode, poi con l’aiuto della carta forno arrotolate e serrate bene. Irrorate ancora con un po’ di olio extravergine di oliva e infornate a 180 gradi per circa 45 minuti.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a comporre il polpettone, si divertiranno moltissimo impastando con le manine.
Abbinamento – Santa Pasqua, anno francescano e allora Sagrantino di Montefalco. In alternativa un Sangiovese di buona struttura oppure un ottimo Aglianico.
«Bruxelles invece di parlare di razionamento dovrebbe dichiarare le raffinerie asset strategico, rivedendo l’Ets e riaprendo il discorso dell’approvvigionamento russo con una svolta sul conflitto russo-ucraino. L’Italia, considerata finora pecora nera dell’Europa per aver mantenuto attive le sue più importanti raffinerie, ora è un modello da seguire perché sul fronte dei prodotti finiti da petrolio, è autosufficiente a parte il settore dell’aviazione. Servirebbe un bagno di realismo, uscire dalla gabbia dell’ideologia green». Gianni Murano, presidente di Unem, l’Unione energie per la mobilità, che riunisce le principali aziende della lavorazione, logistica e distribuzione dei prodotti petroliferi, è un fiume in piena.
Quale è la situazione delle raffinerie in Italia?
«È uno degli asset strategici del Paese, pur avendo chiuso negli ultimi vent’anni, dal 2005, sette raffinerie su 17. Quindi ne rimangono dieci, di cui una dedicata ai bitumi. La domanda di carburanti fossili è diminuita, perché sostituiti da gas e rinnovabili, fondamentali per la produzione di energia elettrica. Ma per la mobilità stradale, aerea e marittima, i derivati dal petrolio sono dominanti. La chiusura delle raffinerie è stata determinata anche dalla politica dell’Ets, il meccanismo di acquisto delle quote di emissioni che non esiste in altre parti del mondo e che diventa pertanto uno svantaggio competitivo per le raffinerie europee. L’Italia sul fronte della raffinazione è autosufficiente. Lo scorso anno abbiamo raffinato circa 60 milioni di tonnellate di petrolio grezzo e abbiamo esportato 28 milioni di tonnellate di prodotti finiti. La raffinazione ci consente ancora di essere indipendenti tant’è che le importazioni non superano i 15 milioni di tonnellate e, quindi, abbiamo un saldo positivo in termini di export. Quanto al gasolio, ne importiamo 5 milioni di tonnellate e ne esportiamo 8 milioni. Dove soffriamo è sul jet fuel, ossia il carburante per aviazione, che acquistiamo dall’estero per il 50% del nostro fabbisogno, e sul Gpl che importiamo per l’80%. Per l’Italia, quindi, non c’è una situazione emergenziale».
Vuol dire che il nostro Paese è in una situazione migliore del resto d’Europa?
«Esattamente. L’Europa ha bisogno di importare 20 milioni di tonnellate di prodotti finiti e 10 milioni di tonnellate di jet fuel. Il gasolio prima veniva dalle raffinerie russe. Scoppiata la guerra ucraina, l’Europa ha pensato di poter fare a meno di Mosca rivolgendosi al Medio Oriente ma abbiamo visto come sono andate le cose».
Se l’Italia è autosufficiente per il gasolio perché soffre i rincari?
«Il prezzo dei prodotti petroliferi è internazionale».
Il commissario europeo all’Energia, Jorgensen, continua a prospettare il razionamento dei prodotti petroliferi. Ma l’Italia autosufficiente sarebbe costretta a stringere la cinghia?
«Innanzitutto, è un’ipotesi. Poi, non penso che Bruxelles abbia i poteri per decidere per tutti gli Stati membri. Come tenderei a escludere che l’Italia possa essere chiamata a compensare il deficit di prodotti raffinati di altri Paesi, dirottando parte della sua produzione. Il nostro Paese, più volte ripreso per non essere al passo con la decarbonizzazione, che comprende anche la chiusura delle raffinerie tradizionali, ora è in una posizione di vantaggio. Abbiamo un sistema di raffinazione molto flessibile. Nel 2025 abbiamo lavorato oltre 80 tipologie di petrolio arrivate da 31 Paesi (la metà sono africani). Durante la guerra del Kippur, nel 1973, si lavoravano 25 tipologie di petrolio che arrivavano da 15 Paesi. La Commissione Ue dovrebbe considerare la raffinazione come un asset strategico, da proteggere».
Quanto può durare l’autosufficienza dell’Italia?
«Le raffinerie fanno i contratti in anticipo, per cui gli acquisti di petrolio grezzo sono garantiti per aprile e inizio maggio. Quello che succederà dopo non possiamo prevederlo, ma vediamo che il prezzo di acquisto sta aumentando enormemente. Quindi, tutto dipende dalla disponibilità di petrolio e da quanto i prezzi di acquisto incidono sulla profittabilità delle raffinerie. I piccoli impianti potrebbero essere indotti a diminuire la produzione. C’è un dato che indica il carattere strategico delle nostre raffinerie. Negli ultimi anni abbiamo visto alcuni cambiamenti di proprietà a favore di operatori internazionali e multinazionali. Sono il segnale di quanto le nostre raffinerie sono attrattive».
Come dovrebbe intervenire l’Europa per affrontare l’emergenza?
«Parlare di razionamento è un errore. Significa preoccuparsi tatticamente di un’emergenza e non saper affrontare le politiche energetiche. Bisogna intervenire sul meccanismo dell’Ets, congelandolo poiché incide sulla competitività del sistema europeo e zavorra le imprese. Avrebbe senso solo se applicato a livello globale. Le raffinerie europee andrebbero considerate come asset strategici e tutelate anziché considerarle il nemico del Green deal. È giunto, poi, il momento di avere una posizione più determinata sul conflitto russo-ucraino e riaprire il canale del dialogo per arrivare ad una vera soluzione negoziale. Serve una vera politica energetica europea, fatta di realismo e non di ideologia».
Ha senso impiccarsi per delle regole che non hanno alcun fondamento? Per quanto riformato più volte, il «mito del 3 per cento» resiste ed è divenuto un dogma dell’euro fanatismo. Vale la pensa ricordare che lo stesso «inventore» del parametro lo ammise senza troppi giri di parole: non ha alcun valore matematico. L’economista si chiama Guy Abeille ed era in forza al ministero francese delle Finanze del governo Mitterand.
In una intervista del 2012 a Le Parisien, Abeille affermò di aver inventato il limite del 3 per cento al rapporto deficit/Pil «senza un’analisi teorica. Mitterrand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro […]. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice». Quella regola nata per la Francia fu poi adottata sic et simpliciter anche per Maastricht, diventando così un totem «intoccabile». Come se ciò non bastasse, sempre per volere francese, ci siamo impiccati con una riforma che a medio termine è persino peggiorativa della formulazione precedente.
Gabriele Guzzi, studioso serio e appassionato, ha scritto un libro che dati alla mano verbalizza il fallimento delle politiche europeiste tanto da parlare di «Eurosuicidio», nel momento in cui il vincolo esterno europeo ha sottratto alle istituzioni democraticamente elette le leve fondamentali della politica monetaria, fiscale e di bilancio. Insomma, l’Europa è la causa delle crisi che stiamo vivendo.
Ecco perché tocca alla politica avere il coraggio di rompere l’incantesimo malefico. La politica non può limitarsi a fare i conti solo con i mercati, seppur titolari di un pezzo del nostro debito pubblico, ma deve fare i conti con le famiglie, le imprese che vivono nell’economia reale, coi lavoratori… Insomma deve preoccuparsi del popolo sovrano, di quel popolo che ha iniziato a capire che il conto delle crisi è quantomeno ingiusto e asimmetrico perché premia banchieri e gente d’affari e penalizza le persone.
Negli anni del Covid la gente è rimasta quasi bloccata per paura e si è bevuta ciò che era nascosto nei giochi anche sporchi di Bruxelles: le spese spropositate per i vaccini che celavano intrallazzi con Pfizer (ci sono fior di processi e persino sentenze avverse alla signora Von der Leyen, che però continuano a essere silenziate: per chi volesse c’è un bel libro - boicottato - che si intitola Ursula Gates scritto da Frédéric Baldan, un lobbista che vuota il sacco anche su Big Pharma); o i vari piani di rilancio ben confezionati con nomi dalle belle intenzioni ma infettate dal trucco mefistofelico di impigliare sempre più i governi alle regole Ue. Ripeto, il grosso della gente si era bevuto tutto questo: «Andrà tutto bene», scriveva sui balconi.
Oggi, quella manipolazione non c’è più e il realismo indotto dalle guerre emerge nelle rivendicazioni: se avete i soldi per le armi, allora li tirate fuori anche per noi. Ecco cos’è cambiato da allora: la gente stavolta sa e vede che si stornano voci di spesa per produrre e piazzare armi di ogni risma; la gente vede e legge di bilanci floridi per le imprese del settore militare. E poi c’è tutto il mondo dell’hi-tech, di quella intelligenza artificiale per cui ci si svena: oggi serve - dicono - ai fini della difesa, domani per… mettere gli umani fuori dai processi produttivi. E allora? Allora perché l’Europa dovrebbe allargare generosamente i cordoni della borsa per finanziare armi, droni e Ia, e non essere altrettanto generosa per consentire ai governi di incentivare e aiutare le famiglie, le imprese che non brigano con le guerre?
Oggi c’è un grande problema dell’energia (che l’Ia assorbe in quantità inimmaginabili) e domani ce ne saranno altri legati ai rincari scatenati sempre dalle guerre, come denuncia il comparto agricolo: se la Ue si svena per la guerra, lo può fare perché non è eletta da nessuno! Ma i governi no! E allora, perché mai il governo italiano dovrebbe impiccarsi nel rispettare una regola che non ha valore matematico e men che meno ne ha uno politico? La sinistra ha deciso di votarsi ai santi europei da sempre, e attraverso le regole di Bruxelles ci ha propinato i peggiori scenari; ma il centrodestra (che tra l’altro già con Berlusconi e Bossi aveva capito come sarebbero andate le cose) non deve cadere nell’ipnosi contabile, deve far valere la forza dell’interesse nazionale rispetto all’interesse Ue, che poi coincide con la convenienza dei mercati.
La Meloni abbia il coraggio di andare avanti nel rompere la liturgia del 3 per cento; non abbia paura. Vada in deficit per salvaguardare le famiglie, gli imprenditori, i lavoratori. Guardi al tessuto sociale e non agli operatori dei mercati finanziari. Nessun elettore rinfaccerà mai a lei e al governo di essersi occupati di lui; lasci pure la sinistra starnazzare come suo solito a difesa del bidone Ue. Dai migranti alle regole di bilancio, questa maggioranza prese i voti per tutelare gli italiani.
Addio a Vittorio Messori. Il cronista fissato con la sola notizia in grado di cambiare tutto il mondo
Si è spento nel cuore del mistero che ha indagato per tutta la vita. Alle ore 21.45 di un Venerdì Santo denso di significato, il cuore di Vittorio Messori ha cessato di battere nella sua casa di Desenzano sul Garda. Aveva 84 anni e, come un ultimo capitolo scritto dalla Provvidenza, la sua dipartita sembra quasi voler ricalcare quell’unisono spirituale che lo legava alla moglie, la giornalista e scrittrice Rosanna Brichetti, scomparsa nel Sabato Santo del 2022.
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.






