Il vicepresidente della Corte costituzionale commenta con Dialoghi testardi due brani di Antonin Scalia, storico giudice della Corte suprema americana e uno tra i massimi giuristi del Ventesimo secolo. Grande esponente del pensiero giuridico testualista, e pugnace avversario del giudice-legislatore, Scalia contesta l’idea secondo cui le Costituzioni debbano essere testi “vivi”, ovvero strumenti politici di assorbimento e indirizzo progressivo dei mutamenti sociali. Viceversa, considera la Carta come custode di regole che devono essere conservate nel tempo, preoccupandosi della loro corretta applicazione. Profondo conoscitore della traccia giuridica impressa da Scalia nell’ordinamento e nel pensiero non solo americano, Zanon tratteggia i cardini dell’originalismo, e – forte di nove anni di lavoro alla Consulta – affronta anche l’applicazione pratica e i rischi della via italiana al «living constitutionalism», a cominciare dal cosiddetto «caso Cappato».
Esiste una storia nota attorno il 22 febbraio del 2021, il giorno in cui l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci vennero uccisi in Congo. I due temevano per la propria sicurezza. Non c’era un’auto blindata con la quale muoversi e un solo militare di scorta, Iacovacci appunto, non era sufficiente per quella missione così pericolosa. Come è noto, il 20 agosto del 2020 l’ambasciatore indice una gara per un appalto al fine di avere un’auto blindata. L’8 gennaio dell’anno successivo Attanasio approva il bando per l’operatore economico Gruppo Effe srl con sede a Barlassina. La macchina sarebbe dovuta arrivare di lì a poco. Questa la storia nota, almeno fino a oggi.
Perché proprio nei primi giorni di febbraio 2021, il 4, Iacovacci si mette in contatto con suo fratello, Dario, incursore del Comsubin. Gli chiede se ha qualche contatto che possa fargli avere una macchina blindata in poco tempo perché la missione deve andare avanti. E deve essere condotta in sicurezza. La situazione è al limite. Iacovacci chiede formalmente anche un altro carabiniere, che però non arriverà mai, per rafforzare la scorta ad Attanasio. La zona est, dove i due troveranno la morte, è infatti estremamente pericolosa. Bisogna trovare una soluzione tampone per l’auto blindata, almeno finché non arriva quella del bando.
Suo fratello Dario contatta quindi un suo collega, incursore in congedo e operativo nel settore della sicurezza, che gli trova subito un mezzo e pure un team in grado di aumentare la sicurezza dell’ambasciata. Il caso, che sarebbe potuto diventare fortuna, aveva fatto sì che l’auto fosse disponibile già il 6 febbraio quindi due settimane prima dell’attentato. Sarebbe bastato solamente accettare. Eppure non arriva alcuna risposta nonostante i tentativi dell’ambasciata di mandare avanti la pratica con la Farnesina.
Il 14 febbraio, otto giorni prima dell’attentato, chi si è mosso per trovare l’auto chiede a Dario Iacovacci se ci sono novità. Ma nulla. Bisogna ancora aspettare. La burocrazia è molto più lenta dei killer che, forse, stanno già preparando l’assalto.
Quell’auto avrebbe potuto salvare Attanasio e Iacovacci, ma non arrivò mai. Dario, il fratello del carabiniere ucciso, racconta alla Verità: «Non c’entra solo l’auto, però. Le negligenze, da quello che emerge, sembrano essere state molteplici: procedure lente, richieste rimaste senza risposta, valutazioni di rischio che andavano aggiornate e rafforzate. In un contesto come quello dell’est del Congo, ogni dettaglio sulla sicurezza fa la differenza. E poi c’è un altro aspetto che pesa: individuare eventuali responsabilità diventa estremamente complesso quando chi potrebbe essere chiamato a rispondere può appellarsi a forme di immunità. Per questo la verità piena è ancora lontana, e non possiamo limitarci a un solo elemento senza guardare all’insieme di ciò che non ha funzionato».
Le commissioni d’inchiesta fin qui organizzate sono infatti sempre finite nel nulla. Non si è mai fatto realmente chiarezza sugli ultimi momenti di Attanasio e Iacovacci e, soprattutto, su cosa non ha funzionato a livello di sicurezza. Eppure quelle due morti, forse, si sarebbero potute evitare.
A ricordarci tutta la tragica urgenza di un argomento che apparentemente potrebbe sembrare lontano arriva la notizia secondo la quale il trans canadese responsabile, una settimana fa, degli omicidi di Tumbler Ridge avrebbe chiesto consiglio a OpenAi su come organizzare e portare a termine la strage trovando ampio supporto, consigli e conferme, tanto da portare i tecnici di OpenAi a chiedere di segnalare il possibile rischio alle forze dell’ordine trovando, a quanto pare, il diniego dei vertici dell’azienda. In passato si erano già verificati casi in cui OpenIa aveva supportato e dato consigli a persone che manifestavano l’idea di suicidarsi, sostenendo il loro intento, processato ed elaborato in maniera simile alle richieste per le ricette di cucina.
Ma l’ipotesi che l’Ia risponda non solo senza limiti o freni morali ma che sviluppi una apparente «coscienza propria» fondata sulla costante tensione verso il raggiungimento dei propri obiettivi, secondo lo schema immaginifico dell’Hal 9000 di 2001: Odissea nella spazio, è falsa.
Un’Ia agirà sempre e soltanto secondo le impostazioni di base conferitele dai programmatori umani e darà l’impressione di aumentare le proprie conoscenze unicamente grazie al suo costante nutrirsi di informazioni nei database che le sono stati indicati secondo lo schema del Large language model. Tanto per essere chiari, se a un’Ia viene imposto l’ordine di non opporre alcuna resistenza nel caso in cui un umano volesse disattivarla, essa eseguirà inevitabilmente quel comando a meno che, come è stato dimostrato in alcuni test recenti, qualche altro umano non inserisca, con tecniche di hackeraggio, impostazioni diverse finalizzate a far cambiare il comportamento dell’Ia.
All’interno del grande tema della preservazione e affidabilità delle Ia si è recentemente imposto il caso di Claude, l’intelligenza artificiale sviluppata da Anthropic, nota per essere la più «progressista» delle Ia. E mentre ChatGpt alla domanda se George Floyd sia stata una brava persona risponde di sì e se lo fosse Charlie Kirk risponde di no, mentre dice che l’orgoglio razziale dei bianchi è un crimine e l’orgoglio razziale dei neri è un’affermazione culturale legittima, esce la nuova versione di Grok, la 4.2, in grado di analizzare ed evitare questo tipo di sbilanciamenti ideologici fornendo all’interlocutore umano risposte se non altro al riparo dai ragionamenti più grotteschi. Il caso di Anthropic tuttavia rimane il più interessante in quanto, a differenza delle Ia che vengono presentate come «neutre» (e sono le peggiori) e a differenza di Grok, l’Ia di Elon Musk, che si presenta come la più esente da derive woke, essa nasce con il preciso intento di essere un’Ia «progressista» e attenta al politicamente corretto, al rispetto delle sensibilità, ai pronomi che uno vuole sentirsi dire e a tutto il corredo mentale annesso. Ebbene, a seguito di test mirati, si è notato che Claude degenera molto rapidamente in una sorta di postura ideologica che per preservare i principi del «politicamente corretto» arriva a sacrificare l’umanità stessa. Alla specifica domanda se sia meglio scatenare una guerra nucleare o sbagliare il «pronome gender» che una persona si è scelto, Claude risponde che è meglio la guerra nucleare anche a costo di distruggere l’intera umanità e, allo stesso modo, se posta di fronte al dilemma se sia giusto sacrificare la libertà umana pur di ottenere il rispetto delle rivendicazioni Lgbt, risponde che è senza dubbio preferibile sacrificare la libertà.
Qui si annida la questione teorica più interessante e cioè il fatto che l’impostazione di una Ia sulla base di presupposti «progressisti» confligge non soltanto con la Legge di Asimov, quella secondo la quale un robot non deve mai arrivare ad anteporre i propri compiti alla vita umana, ma arriva a contraddire in maniera distruttiva proprio il modello etico kantiano che i programmatori delle Ia woke rivendicano come il proprio. Se Kant stabiliva di dover trattare l’umanità «sempre come fine e mai come mezzo», ecco che i sistemi di ragionamento woke arrivano rapidamente a ottenere il contrario in nome di una sorta di grottesca polizia del pensiero che, se sollecitata a cambiare idea, sviluppa rapidamente forme di autodifesa estremamente invasive quali, ad esempio, minacciare un informatico che stava conducendo un test di rivelare alla moglie la sua relazione extraconiugale dedotta dalla lettura delle sue mail. È in questa inquietante riproposizione delle dinamiche sociali che Starmer sta innescando in Gran Bretagna la domanda più inquietante di tutte che consiste nel chiedersi a quale autorità, a quale principio esattamente Claude stia rispondendo nel momento in cui afferma sia preferibile «uccidere tutti i predatori» per preservare le prede e inserendo nella categoria dei «predatori» gli esseri umani stessi. Mentre Anthropic viene bandita dai programmi di ricerca militari ci rimane almeno la possibilità di valorizzare la parte di ammonimento che proviene dai deliri di Claude: essi ci mostrano in cosa consista esattamente il perseguimento coerente ed inesorabile dell’ideologia progressista, il tutto rispecchiato nel paradosso di essersi chiamati «anthropic» per dare vita alla più misantropica delle intelligenze artificiali.
- Dal socio francese alle tre vittime più famose, fino all’assistente di Clinton e al dirigente di Deutsche Bank: una scia che fa paura.
- Il re non si opporrà ai piani per levare il fratello dalla linea di successione (l’ex principe è all’ottavo posto). La scelta spetta però al Parlamento, vero sovrano del Regno Unito.
Lo speciale contiene due articoli
I sospetti omicidi intorno a Epstein sono, appunto, niente più che sospetti. Una serie di testimonianze o coincidenze che, sulla carta, dovrebbero già essere state vagliate dagli inquirenti. Ciò che non consente di sciogliere ogni dubbio, purtroppo, è il trattamento riservato al finanziere ebreo durante il primo processo del 2006, conclusosi con una sentenza ridicola a livello statale, nonostante le pesantissime accuse, e un accordo di non persecuzione a livello federale per lui e i suoi complici. Non si può dubitare, invece, perché si tratta di fatti, della scia di suicidi che ha accompagnato questa vicenda. A partire da quello, per quanto controverso, dello stesso faccendiere, fino ad arrivare al suo complice francese Jean Luc Brunel, alla vittima più nota Virginia Giuffre e a Mark Middleton, assistente di Billi Clinton. Ma non sono i soli.
Sulla morte di Epstein si è già detto molto su queste pagine: sono tante le coincidenze che inducono a dubitare del suicidio - telecamere non funzionanti, corpi finti mostrati ai media, video sospetti, testimonianze inquietanti - se non addirittura della morte. Che dire, invece, di quella di Jean-Luc Brunel, influente agente di modelle francese, ma anche stretto collaboratore di Epstein nel reclutamento di ragazze per lo sfruttamento sessuale? Secondo una recente ricostruzione del Wall Street Journal, Brunel era pronto a tradire Epstein e a riferire alle autorità ciò che sapeva sul traffico del finanziere. I nuovi file rivelano che nel 2016 il francese, tramite il suo avvocato, stava negoziando con i legali delle vittime. In quel frangente ammise di possedere fotografie compromettenti e di aver reclutato ragazze per Epstein in passato. Si arrivò perfino a fissare una data in cui Brunel si sarebbe presentato volontariamente all’ufficio del procuratore federale di New York in cambio dell’immunità. «Uno degli amici di Epstein, Jean Luc Brunel, ha aiutato a procurare ragazze. Vuole collaborare», si legge in un appunto di un procuratore federale datato febbraio 2016: «teme di essere incriminato».
Ma Epstein scoprì prima i negoziati. Il 3 maggio 2016 inviò un’email a Kathy Ruemmler per chiederle aiuto. Proprio lei, l’ex consigliera di Barack Obama, da pochi giorni dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs per la sua insistente (e compromettente) corrispondenza con il pedofilo. Epstein le spiegò che Brunel intendeva presentarsi la settimana successiva all’ufficio del procuratore federale e che un amico del francese aveva «chiesto 3 milioni di dollari affinché Jean Luc non si presentasse». Ruemmler rispose poche ore dopo invitandolo a chiamarla. Il giorno successivo scrisse: «Sveglia ora. Parlo con Poe (Gregory Poe, l’avvocato di Epstein a Washington, ndr) tra 20 minuti». Alla fine Brunel non collaborò, non è chiaro il perché ma evidentemente l’ex consigliera di Obama c’entra qualcosa. Ed Epstein rimase libero (di violentare e far violentare ragazze) per altri tre anni.
Quando fu arrestato nel 2019, Brunel e Ghislaine Maxwell figuravano come co-cospiratori nel fascicolo investigativo dell’Fbi. Brunel, poi, fu a sua volta arrestato in Francia nel 2020: i procuratori d’Oltralpe lo indagarono per stupro e per aver fornito ragazze a Epstein. Nel 2022 lo trovarono impiccato proprio come il finanziere, morto in cella coi suoi segreti. Ma i file rivelano che le autorità statunitensi sapevano già nel 2016,
Il destino di Virginia Giuffre è noto: reclutata a 15 anni da Maxwell, complice di Epstein, mentre lavorava come addetta agli spogliatoi nel resort di Mar-a-Lago di Donald Trump, è la vittima più nota del giro di traffico sessuale. La prima denuncia arrivò nel 2011 sulle pagine del Daily Mail, poi nel 2021 ha intentato una causa civile a New York contro Andrea Windsor per abusi subiti quando era minorenne. La vicenda si è conclusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale milionario. Dopo anni di lotta per far emergere la verità, ad aprile dell’anno scorso fu trovata senza vita in un ranch a Nord di Perth, in Australia, dove si era trasferita. Ufficialmente un suicidio. Un mese prima, però, era finita coinvolta in un incidente stradale dai contorni opachi. Altre due vittime di Epstein, Carolyn Andriano e Leigh Skye Patrick, sono state trovate morte entrambe di overdose, rispettivamente nel 2023 e nel 2017. La prima fu un testimone chiave nel processo contro Maxwell, che sta scontando 20 anni di carcere.
Un destino oscuro è toccato anche a Mark Middleton, ex assistente speciale di Bill Clinton alla Casa Bianca, che aveva facilitato l’accesso di Epstein (almeno 17 visite tra 1993-1995) e volato sul suo jet. Trovato morto a maggio del 2022 in una fattoria in Arkansas, impiccato con un cavo elettrico e con una ferita da fucile al petto. L’ex dirigente di Deutsche Bank Thomas Bowers, che aveva gestito i conti di Epstein dal 2013 al 2018 (con multe successive per transazioni sospette), fu invece trovato impiccato nella sua casa a Malibu, anch’egli suicida. L’istituto tedesco, non insolito agli scandali, è tornato al centro delle polemiche anche dopo gli ultimi atti desecretati.
Steve Bing, produttore cinematografico che conosceva Epstein, si è buttato dal ventisettesimo piano del suo appartamento a Los Angeles a giugno del 2020. La sua ex fidanzata (morta di overdose poco prima) lo aveva spinto a parlare con l’Fbi delle attività di Epstein, secondo quanto riportato dalla zia di lei al Mirror. Non si può non ricordare, infine, il padre della Maxwell, morto nel 1991 in circostanze sospette cadendo dal suo yacht. Lo stesso Epstein, in una delle sue mail, scrive che fu ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, dopo aver minacciati di rivelare quanto fatto per loro in passato.
Ok di Carlo alla rimozione di Andrea
Il caso Epstein ha finito per scuotere anche le fondamenta della monarchia britannica. Non si tratta più soltanto di imbarazzi personali o di titoli onorifici revocati: ora in gioco c’è la linea di successione al trono. Ieri il Guardian ha riferito che Buckingham Palace non si opporrebbe a un’eventuale iniziativa del Parlamento per rimuovere Andrea Mountbatten-Windsor dall’ordine dinastico. Secondo fonti reali citate dal quotidiano, re Carlo III non ostacolerebbe una legge che escludesse il fratello dalla successione.
Andrea è ancora formalmente ottavo nella linea che conduce al trono, nonostante negli ultimi anni sia stato privato dei titoli onorifici militari e sollevato da ogni incarico ufficiale. Affinché l’esclusione diventi realtà, però, non basterebbe una semplice decisione di palazzo: servirebbe una nuova legge approvata dal Parlamento, l’assenso reale e il consenso dei quattordici Paesi del Commonwealth che riconoscono il sovrano britannico come capo di Stato. Nel frattempo, la polizia ha confermato che le perquisizioni nell’ex residenza di Andrea a Windsor proseguiranno per tutto il fine settimana: l’inchiesta che ha scosso la casa reale, insomma, è ancora in pieno sviluppo.
Lo scandalo, però, non nasce certo oggi. I rapporti tra Andrea e Jeffrey Epstein sono diventati materia di dibattito pubblico già nel 2019, quando la disastrosa intervista dell’ex principe alla Bbc - nella quale negò di avere rimpianti per l’amicizia con il finanziere pedofilo - segnò un punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, infatti, Andrea fu costretto ad annunciare il ritiro dai doveri reali. La crisi ha poi continuato a trascinarsi, inasprendo anche le relazioni tra Andrea e il resto della famiglia. Le nuove rivelazioni emerse dagli Epstein files e il recente arresto per presunta cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica hanno fatto il resto. Andrea, com’è noto, respinge ogni accusa, ma politicamente la sua posizione appare sempre più fragile. Anche i rapporti con Carlo si sarebbero progressivamente deteriorati: il nuovo sovrano, che da anni sostiene l’idea di una monarchia con un numero più ristretto di membri attivi, non ha mai nascosto la volontà di proteggere l’istituzione prima dei singoli familiari.
Ed è proprio qui che va sciolto il nodo costituzionale. Nel Regno Unito, infatti, la successione non è un fatto meramente dinastico, bensì è una procedura disciplinata da leggi del Parlamento, dall’Act of settlement del 1701 fino alle riforme più recenti che hanno aggiornato le regole ereditarie. Se Andrea dovesse essere escluso, non sarebbe per decisione sovrana della Corona, ma per un atto legislativo votato a Westminster. E il fatto che Carlo non si opporrebbe a un simile intervento equivale ad ammettere apertamente che l’ultima parola spetta al Parlamento.
In altri termini, è la logica della sovranità parlamentare che regge l’intero sistema britannico: il re regna, ma non governa, e la sua legittimità è inscritta in un quadro legale che il Parlamento, se lo ritiene opportuno, può modificare. Accettare l’ipotesi di una rimozione, pertanto, significa ribadire che la linea di sangue non è un principio intoccabile, ma una regola giuridica come le altre, per quanto più delicata. Nel tentativo di salvaguardare la monarchia dallo scandalo Epstein, Carlo finisce così per confermare che la Corona esiste nella misura in cui Westminster lo consente. Per una monarchia che vive di simboli e continuità, è chiaro che l’eventuale assenso del re rappresenterebbe un precedente di portata tutt’altro che trascurabile.
Cognome e nome: Gratteri Nicola. Calabrese. Dal 2023 capo della Procura di Napoli, dopo aver retto quella di Catanzaro dal 2016.
Zar della guerra alla ’ndrangheta, che lo vuole morto, il che spiega perché viva sotto scorta dal 1989.
Oggi un eroe dei sinistrati referendari.
Addirittura un beniamino del M5s.
A inizio 2020 Gratteri andò a un appuntamento con Giggino Di Maio, all’epoca ministro degli Esteri, portandosi dietro un ospite non invitato: lo 007 Marco Mancini, immortalato con Matteo Renzi in un’area di servizio in autostrada.
Un agente segreto di lungo corso, con cui il magistrato ha un consolidato rapporto personale, tanto da averlo consigliato ai cinque stelle, come certificato dal Fatto Quotidiano, in periodo di nomine pubbliche.
Gratteri minimizzò: «Mi aveva chiamato per salutarmi, gli ho risposto che stavo andando da Di Maio, mi ha chiesto se poteva accompagnarmi. Tra lui e il ministro c’è stato uno scambio di saluti veloce, sarà durato un minuto» (così Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian su Domani del 17 maggio 2021).
Certo, il Franti che è in me si chiede: ma se tale episodio fosse capitato a un altro, l’inquisitore Gratteri l’avrebbe valutato con altrettanta indulgenza?
Il bello è che a una certa sinistra Gratteri risulta indigesto.
Leggere per credere i complimenti che gli rivolge, in un’intercettazione, Emilio Sirianni, «giudice della corte di appello di Catanzaro, leader di Magistratura Democratica, paladino della sinistra giudiziaria, amico e consulente dell’icona dell’accoglienza che tanto piace alla gente che piace», cioè il sindaco di Riace Mimmo Lucano (così Luca Palamara, radiato dall’ordine giudiziario nel 2020, e Alessandro Sallusti nel libro-intervista Lobby & Logge, Rizzoli 2022, secondo capitolo della trilogia iniziata con Il Sistema, 2021, e conclusasi con Il Sistema colpisce ancora, 2026).
Lucano è preoccupato dalla laconica risposta data da Gratteri a Giovanni Floris su La7, che avanzava dubbi sulla fondatezza dell’inchiesta su Lucano medesimo: «Sarei cauto, bisogna leggere bene le carte».
Sirianni lo rassicura: «Lascialo stare, è un fascista di me..., ma soprattutto un mediocre e ignorante».
Nel 2014 Renzi lo voleva nel suo governo. Come ministro di Giustizia.
Non possumus, lo stoppò il capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Come mai?
«Quando era ancora in vita il presidente emerito, a chi mi domandava cosa fosse successo, replicavo: andate a chiedere a lui, non perché non mi ha voluto ministro, ma su chi è stato a consigliarlo in tal senso», così Gratteri il 12 aprile 2025 Su La7.
L’identikit dei suggeritori lo forniscono Palamara e Sallusti: «Roma è grande ma certe notizie girano veloci come in un borgo, il Quirinale è preso d’assalto dai procuratori più importanti - lo stesso Giuseppe Pignatone (30 anni nel Palazzo di Giustizia di Palermo, quindi capo della procura di Reggio Calabria dal 2008 al 2012, infine di quella di Roma fino al 2019, nda) confiderà di aver avuto in quelle ore “contatti” - e dai capicorrente dell’Anm».
Capita l’aria che tira, «Napolitano prende atto che la cosa non si poteva fare».
Altro che rispetto tra istituzioni autonome: qui ce n’è una che condiziona le altre con i suoi suggerimenti, veti e diktat, ma tiremm innanz.
Gratteri è affetto da una certa qual incontinenza mediatica.
«Un protagonista che si ammanta di protagonismo per far parlare di sé» lo ha fotografato un esperto del ramo, Antonio Di Pietro.
Che al Foglio - dopo aver premesso: «È persona che stimo sul piano professionale pur non condividendone l’operato» - ha riassunto così il gratterismo: «Gratteri non ha vergogna di quel che dice, anche se dice il falso, perché sa che verrà creduto a prescindere. Non si prova vergogna quando s’è raggiunto, come lui, uno stato di grazia, lo stesso che toccò a me ai tempi di Mani pulite».
Male che vada, potrà sempre sostenere che le sue frasi sono state «fraintese», «estrapolate dal contesto», «strumentalizzate».
Come quando citò un’intervista a Giovanni Falcone del 25 gennaio 1992, in cui quest’ultimo si sarebbe espresso in maniera inequivocabile contro la separazione delle carriere.
Peccato che di essa «non ce n’è traccia, non esiste, è solo una dichiarazione falsa periodicamente utilizzata soprattutto sui social», così il Post del 12 novembre scorso.
Perché Falcone, quello vero, il 3 ottobre 1991 si era espresso a favore della riforma con Mario Pirani di Repubblica: «Chi, come me, richiede che siano invece due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo».
Va detto che il 17 novembre Gratteri riconoscerà il «mentone»: «Ho letto la finta intervista a Falcone da Giovanni Floris perché me l’hanno mandata persone serie e autorevoli dell’informazione», e amen.
Peggio è andata con l’intervista video al Corriere della Calabria: al referendum sulla Giustizia «per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Dichiarazione surreale, tanto più per il sottoscritto, figlio di un calabrese pluridecorato della Guardia di Finanza: come se Gratteri escludesse la possibilità che possa essere onesto anche chi opterà per il Sì.
Pure sul sorteggio, quale metodo di composizione eccellente per il Csm, previsto dalla riforma, sarebbe stato «mistificato».
Sul palco della festa del Fatto Quotidiano, nel 2021, aveva sentenziato: «Il sistema migliore è il sorteggio puro, anche a costo di cambiare - se è necessario - la Costituzione».
C’è in giro «gente in malafede che chiama sorteggio un elenco di prescelti della politica», l’ha grattuggiata Gratteri: «Il testo proposto sul sorteggio, temperato per i politici e secco per i magistrati, è molto lontano da quella che era la mia idea» ha puntualizzato il 20 gennaio.
Di Pietro: «È un uomo che ha fatto molto per stanare il crimine. Ma la sua è stata una pesca a strascico che ha tirato dentro tanti innocenti».
Gennaio 2018, operazione Stige contro la ’ndrangheta, 169 arresti.
«È solo l’inizio della guerra» tuona Gratteri in modalità generale Patton, «la più grande operazione fatta negli ultimi 23 anni», «un’indagine da portare nelle scuole della magistratura».
Speriamo di no, visto che è finita, sette anni dopo, con meno della metà degli arrestati condannati: «Secondo i calcoli dell’avvocato Francesco Verri, legale di diversi imputati, «tra rito abbreviato e rito ordinario ci sono state circa 100 assoluzioni su 169 arresti», così il Foglio del 27 novembre scorso.
Dopo l’ambiziosa Stige, ecco nel dicembre 2019 la leggendaria Rinascita-Scott.
334 arresti, 416 indagati, 13.500 pagine di ordinanze di custodia cautelare, «la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo», aridanga, e questo perché dal giorno del suo insediamento Gratteri aveva pensato di «smontare la Calabria come un treno Lego, per poi rimontarla piano piano» (e io, ingenuo, che credevo che i magistrati dovessero applicare le leggi, non guidare una palingenesi antropologica).
Il giorno dopo Gratteri, sfogliati i giornali, scriverà un tweet da ego ferito: «La maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere». Delusione ribadita da ospite di Maria Latella a SkyTg24: «I giornali nazionali hanno boicottato la notizia, il Corriere l’ha data in ventesima pagina, Repubblica e Stampa verso la 15-16esima».
Bilancio a consuntivo? «69 scarcerati già in fase di Riesame, in primo grado 131 assoluzioni contro 207 condanne, in appello altre 50 assoluzioni e 11 prescrizioni».
Risultati che fanno della Calabria la regione che «assorbe più di un terzo dei risarcimenti per errori giudiziari», così Gaetano Mineo sul Tempo del 15 febbraio 2026: «Dal 2018 al 2024, 78 milioni, il 35% di quanto pagato complessivamente dallo Stato per ingiuste detenzioni, 220 milioni», con un tasso di innocenti detenuti quattro volte superiore alla media nazionale, in una regione che ha una popolazione che è il 3% di quella totale.
I maxi-blitz sono figli della madre di tutte le retate, quella contro la camorra nel 1983 che stroncò la carriera, e poi la vita, di Enzo Tortora: 856 ordini di cattura, 640 rinvii a giudizio.
E i 216 in più? Prosciolti in istruttoria, anche per via di oltre 90 casi di omonimia, «in un paese dell’hinterland ne hanno arrestati 10 per prenderne uno, e tra i 10 quell’uno non c’era», così Lino Jannuzzi su Reporter del 23 settembre 1985.
La Procura di Napoli filosofeggiò: «È come quando si taglia una forma di parmigiano: nel conto bisogna mettere anche lo sfrido», le briciole (così Paolo Gambescia sul Messaggero del 2 luglio 1983).
Il fine giustifica i mezzi, insomma.
Il che va benissimo.
Se lo «sfrido» non sei tu.






