Il vicepresidente della Corte costituzionale commenta con Dialoghi testardi due brani di Antonin Scalia, storico giudice della Corte suprema americana e uno tra i massimi giuristi del Ventesimo secolo. Grande esponente del pensiero giuridico testualista, e pugnace avversario del giudice-legislatore, Scalia contesta l’idea secondo cui le Costituzioni debbano essere testi “vivi”, ovvero strumenti politici di assorbimento e indirizzo progressivo dei mutamenti sociali. Viceversa, considera la Carta come custode di regole che devono essere conservate nel tempo, preoccupandosi della loro corretta applicazione. Profondo conoscitore della traccia giuridica impressa da Scalia nell’ordinamento e nel pensiero non solo americano, Zanon tratteggia i cardini dell’originalismo, e – forte di nove anni di lavoro alla Consulta – affronta anche l’applicazione pratica e i rischi della via italiana al «living constitutionalism», a cominciare dal cosiddetto «caso Cappato».
Ci sono «quattro Italie» posizionate su letture, interpretazioni e opinioni differenti riguardo al conflitto tra Russia e Ucraina: quattro anime corrispondenti a distinti e ben definiti profili di cittadini italiani. Ma la maggioranza di essi, il 39 per cento, non ne può più della guerra, delle inutili sanzioni, dell’abbandono del gas russo che tanto ha inciso sulle nostre bollette, delle discriminazioni di atleti e artisti e soprattutto degli aiuti militari a Kiev, pari a più di 3 miliardi di euro. Sono in netta minoranza, invece, i cosiddetti «atlantisti», ossia gli italiani più vicini alle posizioni finora adottate dal governo di Giorgia Meloni, tendenza Forza Italia: uno spaccato di popolazione nettamente anti Russia, pro Ucraina e pro sanzioni, che rappresenta però soltanto il 14,2 per cento della popolazione italiana.
Sarebbe da sussurrare all’orecchio del presidente del Consiglio il risultato della ricerca «Il conflitto Russia-Ucraina. Percezione, opinioni, grado d’informazione e valutazioni dei cittadini italiani», condotta da Gpf, storico istituto di ricerche sociali e di mercato, fondato oltre 40 anni fa da Giampaolo Fabris e oggi parte del gruppo Qubit, guidato da Luca Morvilli. La rilevazione, firmata dal direttore scientifico di Gpf, Carlo Berruti, si è conclusa a fine aprile e rappresenta un campione di 1.000 italiani cui è stato sottoposto un ampio questionario su tutte le tematiche chiave della guerra ancora in corso, dalle responsabilità del conflitto alle «soluzioni», si fa per dire, adottate finora, dalle sanzioni, ai costi della guerra.
Pur emergendo una percezione articolata sulla crisi russo-ucraina, il blocco che spicca maggiormente, rappresentando ben 4 italiani su 10, è quello dei critici verso la linea occidentale, le sanzioni e anche il governo. Questo cluster dei cosiddetti «sovranisti anti atlantici» (profilo istruito e «diploma-centrico», la pancia del Paese, si direbbe), politicamente mostra il segnale più netto di distanza dal sistema, al punto che al momento dichiara che non voterà alle prossime elezioni (attenzione, Meloni). Ed è questa «prima Italia» a essere arrabbiata non soltanto con le scelte del partito del premier (che anche prima di arrivare al governo, va detto, dichiarava fermamente il proprio sostegno a Kiev), ma anche con i media, che danno una copertura «non equilibrata» delle diverse prospettive.
Questa maggioranza quasi assoluta di italiani ritiene dannoso per l’Italia l’abbandono delle forniture di gas russe, vuole eliminare o allentare le sanzioni e giudica sproporzionati o inefficaci i sacrifici richiesti sin dal 2022, a partire da quel «volete la pace o il condizionatore acceso?», rivolto dall’allora premier Mario Draghi, in diretta televisiva, a una pletora di telespettatori attoniti dalla mediocrità del messaggio, pur istituzionale. Anche le frequenti discriminazioni di atleti o artisti russi suscitano le loro (e le nostre) perplessità.
La «seconda Italia» che emerge dal sondaggio è quella dei «critici moderati» (cluster di casalinghe con più licenze medie che diplomi), che rappresenta poco più di un quarto del campione (il 27,3 per cento): pur riconoscendo le responsabilità russe, sono più cauti e più critici rispetto ai costi economici e sociali del conflitto. Il gruppo giudica le scelte energetiche «necessarie ma mal gestite», è favorevole ad allentamenti parziali delle sanzioni e considera l’informazione italiana un po’ di parte. A seguire, i «pragmatici» (19,5 per cento, un italiano su cinque), caratterizzati da un approccio focalizzato sulla necessità di una rapida conclusione della guerra. È il segmento meno ideologico, «quello più lavorabile in termini comunicativi», spiegano i ricercatori, perché «non respinge alcuna posizione, non si sente informato per assumerla».
In coda al gruppo, come anticipato, il cluster degli «atlantisti»: di gran lunga minoritario in termini numerici (poco più di un settimo del campione), è però estremamente compatto e «ideologico». Alcune risposte fornite al sondaggio sono emblematiche: sebbene la maggioranza degli intervistati (il 31,2 per cento) sappia che l’origine del conflitto derivi dagli eventi del Donbass nel 2014-2015, gli atlantisti la collocano a febbraio 2022; eppure sono gli unici, tra gli intervistati, a conoscere bene gli accordi di Minsk. E nonostante costituiscano il gruppo che sa, più di tutti gli altri, che nella storia recente i governi italiani e la Ue non hanno mai invitato a fare sacrifici per altre guerre (Yemen, Palestina, Sudan), gli atlantisti li ritengono, per l’Ucraina, «pienamente giustificati: difendere la democrazia vale qualsiasi costo». Non li smuove neanche la notizia che il Pil europeo in questi anni sia cresciuto molto meno di quello russo: «Mi sorprende», dichiarano, «pensavo che le sanzioni avessero indebolito molto di più l’economia russa».
Inoltre, nonostante la maggioranza degli italiani (39,8 per cento) pensi che «le sanzioni non dovrebbero ricadere sui contribuenti, indipendentemente dalla loro entità», secondo gli atlantisti «è un costo giustificato: fa parte delle sanzioni e serve a fare pressione sulla Russia». Come no. Del resto, sono il profilo più istruito della media; rappresentano, se vogliamo, quella fascia di elettori cui si rivolgerebbe il partito di centro fantasticato dalle parti del Quirinale e da spezzoni di Pd, partitini centristi e Forza Italia e infatti votano per Azione di Carlo Calenda e per Italia viva (Matteo Renzi), i cui partiti si attestano sul 2 o 3 per cento, non di più. Sono probabilmente più liberi imprenditori che dipendenti: sarà forse per questo che, «sapendo che il gas russo costava circa 22-26 euro/Mwh e che i prezzi di mercato sono saliti fino a 346 euro nel 2022, attestandosi oggi intorno a 47 euro», continuano a ritenere che il sacrificio «valga il costo nel lungo periodo». E pazienza per quel 34,1 per cento di poveri italiani che non ce la fanno più con le bollette ritenendo, pour cause, che la scelta di abbandonare le forniture sia stata «dannosa» per le proprie tasche o comunque «mal gestita» (35,7 per cento).
Gli autori del questionario, dopo la compilazione, che ha suscitato una maggiore informazione e sensibilizzazione sulla materia, hanno rilevato un cambiamento nelle risposte: il convincimento della prevalente responsabilità russa si è attenuato, mentre è cresciuta la lettura di «responsabilità condivisa». «Il dato indica», sottolineano, «che la maggior informazione, pur non ribaltando il giudizio, lo rende meno lineare e più complesso». Forse anche meno assertivo dell’eterna retorica dell’«aggressore e dell’aggredito», che non ha portato, a distanza di quattro anni, da nessuna parte.
Si riaccende la guerra dei dazi tra Stati Uniti ed Europa. Il presidente Donald Trump lancia l’ennesimo ultimatum a Bruxelles: se non rispetterà l’accordo stipulato nel 2025 con gli Usa, entro il 4 luglio le tariffe aumenteranno «in maniera vertiginosa». L’inquilino della Casa Bianca ha avuto un colloquio con il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel quale sono stati toccati diversi temi. Mentre sull’Iran c’è identità di vedute, ha riferito Trump al termine della telefonata («siamo d’accordo nel ritenere che non potrà mai dotarsi di armi nucleari»), ci sono motivi di frizione in merito all’accordo commerciale. «Ho atteso pazientemente che l’Ue rispettasse i suoi obblighi derivanti dalla storica intesa siglata a Turnberry, in Scozia, la più grande di sempre», ha detto il tycoon ricordando che in quella circostanza, «è stata fatta la promessa secondo cui l’Ue avrebbe rispettato la sua parte dell’accordo e, come previsto, avrebbe azzerato le tariffe».
Per Washington, Bruxelles è inadempiente. «Ho accettato di dare tempo» all’Ue «fino al 250esimo anniversario della nascita del nostro Paese», dice Trump facendo riferimento alla data del prossimo 4 luglio. «Altrimenti», è la minaccia, «purtroppo, le tariffe saranno subito incrementate in maniera vertiginosa».
L’altolà arriva a meno di una settimana dall’annuncio di un aumento al 25% dei dazi su auto e camion prodotti nell’Unione europea. Un provvedimento annunciato il primo maggio proprio alla luce dell’inadempienza della Ue sull’accordo commerciale di Turnberry e che dovrebbe diventare operativo già in questi giorni. Il primo maggio la reazione dell’Ue è arrivata attraverso le parole di un portavoce della Commissione: «Restiamo pienamente impegnati in una relazione transatlantica prevedibile e reciprocamente vantaggiosa. Se gli Stati Uniti adotteranno misure incompatibili con la Dichiarazione congiunta, manterremo aperte tutte le nostre opzioni per proteggere gli interessi dell’Ue».
Intanto è arrivata una nuova bocciatura dei dazi. Con una sentenza a maggioranza, i giudici della Corte per il commercio internazionale hanno stabilito che Trump ha invocato impropriamente una legge commerciale risalente a decenni fa nel momento in cui ha applicato i dazi del 10% sulla maggior parte delle importazioni negli Stati Uniti, a partire dal mese di febbraio. Un pronunciamento che è un attacco più ampio al modo di procedere della Casa Bianca, ai suoi tentativi di condurre una guerra commerciale senza l’esplicita autorizzazione del Congresso.
Il presidente Usa aveva imposto queste tariffe dopo che la Corte Suprema, a febbraio scorso, aveva invalidato la precedente serie di dazi punitivi. La Casa Bianca si era rapidamente mossa per ripristinarli, ricorrendo a una disposizione mai utilizzata prima del Trade Act del 1974, nota come Sezione 122. Questa norma consente all’amministrazione di imporre tariffe fino al 15% per un massimo di 150 giorni in risposta a «gravi e consistenti deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti» e a situazioni che presentino «problemi fondamentali nei pagamenti internazionali». Che i giudici federali, però, evidentemente non hanno ravvisato. Con ogni probabilità, la Casa Bianca farà ricorso anche contro questa decisione.
La bocciatura da parte dei giudici, anziché semplificare il quadro, in alcuni comparti amplifica l’incertezza. È questa la posizione dell’Unione italiana vini (Uiv). «Per le imprese è un danno che si aggiunge al danno. La speranza per gli imprenditori del vino è poter ridurre, per quanto possibile, l’indeterminatezza attraverso la ratifica dell’accordo di Turnberry, anche se non faremo festa per questo», ha commentato il presidente Lamberto Frescobaldi. Secondo l’Uiv, i dazi hanno indebolito l’export verso gli Usa ma anche la filiera e la rete commerciale americana, come del resto rilevato nei giorni scorsi dalla United states wine trade alliance (Uswta). Gli importatori, distributori, produttori, ristoratori ed enotecari dell’Uswta hanno sottolineato che le tariffe hanno messo in ginocchio l’economia interna del settore con un «danno reale, diffuso e sostenuto da aziende americane lungo tutta la filiera del vino, con un calo delle vendite tra il 5% e il 15% o anche superiore».
I dazi, insomma, hanno complessivamente ridotto l’offerta di questo prodotto negli Stati Uniti e questo è visibile soprattutto nella ristorazione dove, in condizioni normali i vini europei generano margini lordi del 60%. Dalle rilevazioni di Datassential emerge che i menu propongono infatti il 37% in meno di etichette di vino bianco e il 26% in meno di etichette di vino rosso. Lato Italia, l’Osservatorio Uiv mette in evidenza che il calo dell’export nel 2025 è stato del 9,2% (-178 milioni di euro) con un -23% solo nell’ultimo semestre dello scorso anno. Il primo trimestre di quest’anno si è chiuso con un gap tendenziale attorno al -20% (-105 milioni di euro): il peggiore inizio di anno dal 2022, anche se, per l’Osservatorio, dopo 9 mesi di «rosso» già ad aprile i valori delle vendite sono attesi in leggera risalita.
«Un dialogo franco, tra alleati che difendono i propri interessi nazionali ma che sanno entrambi quanto sia preziosa l’unità dell’Occidente»: le parole che Giorgia Meloni ha affidato a X al termine del colloquio di ieri a Palazzo Chigi con il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sono state ribadite poche ore dopo, in un punto stampa a Milano: «Un incontro sicuramente proficuo, sicuramente costruttivo, sicuramente franco tra due nazioni», ha sottolineato il presidente del Consiglio, «Italia e Stati Uniti comprendono quanto sia importante il rapporto transatlantico ma anche quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. L’Italia difende i propri interessi nazionali esattamente come fanno gli Stati Uniti ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo con gli Stati Uniti».
Ciascuno difende i propri interessi nazionali: è questa la chiave per interpretare il colloquio, durato ben un’ora e mezza, tra la Meloni e Rubio. Il messaggio è chiarissimo: nel corso della discussione, insieme ai tanti punti di accordo, sono emerse anche delle criticità, si sono toccati argomenti sui quali, in questo momento, gli interessi di Roma e quelli di Washington divergono. La Meloni, a quanto apprendiamo, è stata molto diretta e chiara su almeno due temi. Il primo, la politica commerciale: la minaccia di Donald Trump di alzare i dazi per le auto prodotte in Europa al 25%, tra l’altro in un momento di crisi per l’economia, non è certamente un bel segnale nei confronti della Ue e quindi dell’Italia. Non solo: la guerra in Iran, con il blocco dello Stretto di Hormuz, sta provocando in Italia (e naturalmente non solo qui) una crisi energetica che vede schizzare alle stelle i costi non solo dei carburanti, ma anche dei tanti prodotti trasportati su gomma sui quali, alla fine della filiera, si scaricano gli aumenti, con i consumatori alle prese con spese ormai quasi insostenibili per milioni di famiglie. Gli Stati Uniti potrebbero venire incontro agli alleati su questo fronte, poiché dispongono di enormi quantità sia di petrolio che di gas liquido, magari abbassando un po’ i prezzi.
Dall’altro lato, gli Usa chiedono un maggiore impegno per la riapertura e la messa in sicurezza di Hormuz: come ben sanno i nostri lettori, l’Italia ha una flotta di dragamine di primissimo livello. Detto ciò, la Meloni ha ribadito a Rubio che senza una chiara risoluzione dell’Onu, che permetterebbe anche la partecipazione di molti altri Paesi alla missione, e soprattutto finché le ostilità saranno ancora in corso, inviare navi militari in quella zona vorrebbe dire entrare in guerra. Si è poi parlato del prossimo viaggio di Trump in Cina, e del ruolo di Pechino sullo scacchiere internazionale. Sulla questione del Venezuela, che ci interessa moltissimo in quanto la comunità italo-venezuelana è molto numerosa, Rubio ha messo al corrente la Meloni dei progressi in corso. Ampio spazio è stato dedicato alla Libia, altro Paese nel quale l’Italia gioca un ruolo fondamentale: il segretario di Stato ha sottolineato i progressi nel processo di distensione, con l’obiettivo di una riunificazione, tra Tripolitania e Cirenaica. Per quanto riguarda l’evoluzione della guerra in Iran, Rubio è stato molto prudente. Usa e Italia restano dunque sulle proprie posizioni: certamente un passo in avanti dopo gli attacchi di Donald Trump, ma poco più di questo. «Un grande incontro per rafforzare il durevole partenariato strategico tra Italia e Stati Uniti»: così Rubio ha commentato su X l’incontro con Giorgia Meloni. Poco prima, il portavoce di Rubio, Tommy Pigott, aveva diffuso una nota: «Il segretario di Stato Marco Rubio», ha scritto Pigott, «ha incontrato il primo ministro italiano Giorgia Meloni per rafforzare il solido partenariato strategico tra Stati Uniti e Italia. Il segretario Rubio ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti a una stretta collaborazione sulle priorità condivise. Sono state discusse le sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e l’importanza della continua collaborazione transatlantica per affrontare le minacce globali». «Ho ricevuto oggi con piacere», ha scritto poco dopo la Meloni su X, «il segretario di Stato americano Marco Rubio a Palazzo Chigi. Abbiamo avuto un ampio e costruttivo confronto, durante il quale abbiamo affrontato numerose questioni, dai rapporti bilaterali tra Italia e Stati Uniti fino alle principali questioni internazionali, tra cui la crisi in Medio Oriente, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la stabilizzazione della Libia e il processo di pace in Libano e in Ucraina. Un dialogo franco, tra alleati che difendono i propri interessi nazionali ma che sanno entrambi quanto sia preziosa l’unità dell’Occidente». Prima di recarsi a Palazzo Chigi, Rubio ha incontrato alla Farnesina il suo omologo, il ministro degli esteri Antonio Tajani. «L’Italia», ha ribadito Rubio ai giornalisti, «ha messo a disposizione molte risorse per il Libano, e può dare qualcosa in più grazie alla sua expertise e alla sua presenza già sul territorio».
In una recente intervista a Die Welt, Peter Altmaier, figura di primo piano della Cdu, già ministro, capo della Cancelleria e stretto collaboratore di Angela Merkel, ha lanciato un allarme che merita attenzione: per la prima volta nella storia della Repubblica federale, la Germania potrebbe trovarsi di fronte a una crisi costituzionale.
Molto efficace per descrivere le difficoltà berlinesi è un’immagine proposta da Bloomberg, che ha paragonato Friedrich Merz a Timmy, una balena spiaggiata rimasta bloccata per circa un mese sulla costa tedesca del Mar Baltico. La differenza è che la megattera è riuscita a tornare in mare aperto; il cancelliere, invece, sembra impantanarsi sempre di più. E anche se, allo stato attuale, affermare con certezza che la Germania sia sull’orlo di una crisi costituzionale pare soprattutto una forzatura utile solo a mettere in guardia l’elettorato, possiamo comunque dire che il Paese è in una fase di una complessa transizione, in cui le certezze del passato (stabilità, governabilità, continuità) non sono più garantite.
A oltre un anno dall’insediamento, Merz non è riuscito a centrare i due obiettivi principali del suo mandato: rilanciare l’economia e arginare l’ascesa dell’estrema destra. I dati economici fotografano una crescita modesta: nel primo trimestre il Pil è salito dello 0,3% rispetto allo scorso anno. Risultato migliore delle attese, ma insufficiente se rapportato all’entità degli interventi messi in campo. Il governo ha varato un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro per riparare scuole, strade e ferrovie, e sono stati incrementati anche gli investimenti militari, ma lo slancio iniziale si è scontrato con l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione che ha eroso la fiducia di famiglie e imprese. La crisi energetica innescata nel Golfo ha ulteriormente complicato il quadro, rendendo sempre più difficile la prospettiva di una ripresa significativa entro il 2026.
Le misure per contenere l’impatto del caro energia sono apparse deboli o difficilmente applicabili. Tra queste, il bonus da 1.000 euro affidato alla volontà dei datori di lavoro, soluzione che non ha convinto nemmeno l’esecutivo federale. Il risultato è un crollo del consenso: solo il 20% dei tedeschi approva l’operato del cancelliere.
Parallelamente, cresce la destra di Afd, che nei sondaggi ha raggiunto il 26-27%, superando per la prima volta l’Unione (Cdu/Csu). Secondo un recente sondaggio, il distacco ha toccato i cinque punti, dato politicamente esplosivo in vista delle prossime elezioni locali. Il tema non riguarda soltanto la tenuta del governo, ma l’equilibrio complessivo del sistema. L’intreccio tra instabilità politica e fragilità economica potrebbe aprire una fase critica, potenzialmente più grave delle crisi del 2008 o della pandemia. Per decenni, la forza della Germania è stata la combinazione di stabilità istituzionale e solidità economica: se questo binomio si incrina, l’intero modello entra in discussione, e le ripercussioni andrebbero ben oltre i confini nazionali. Berlino, infatti, resta il perno economico e uno dei principali attori politici dell’Unione europea: un suo indebolimento inciderebbe inevitabilmente sugli equilibri comunitari.
Oggi, la questione più delicata e complessa per le forze politiche tradizionali è la progressiva riduzione delle alternative. L’abituale flessibilità del sistema tedesco - capace di costruire coalizioni diverse senza traumi - si sta erodendo sotto il peso della frammentazione e della polarizzazione. Le opzioni si restringono, mentre cresce il malcontento, alimentato anche da scelte politiche percepite come sbilanciate, in particolare sulla corsa agli armamenti. L’aver puntato molto, se non tutto, sul riarmo e il non aver affrontato le cause delle difficoltà odierne ha generato fortissima insoddisfazione e insofferenza, confluite nel consenso ad Afd. Per l’Unione europea si tratta di un banco di prova decisivo. Berlino non è Bratislava né Budapest: un’eventuale e possibile affermazione di Afd porrebbe sfide politiche ben diverse da quelle affrontate finora con altri Stati membri. Anche scenari istituzionali dati per possibili, come un eventuale ritorno in Germania di Ursula von der Leyen per la presidenza della Repubblica federale potrebbero essere rimessi in discussione. Per tutte queste ragioni, ciò che accade oggi in Germania non è una questione interna, ma un passaggio cruciale e inedito per l’intera Europa.





