Il vicepresidente della Corte costituzionale commenta con Dialoghi testardi due brani di Antonin Scalia, storico giudice della Corte suprema americana e uno tra i massimi giuristi del Ventesimo secolo. Grande esponente del pensiero giuridico testualista, e pugnace avversario del giudice-legislatore, Scalia contesta l’idea secondo cui le Costituzioni debbano essere testi “vivi”, ovvero strumenti politici di assorbimento e indirizzo progressivo dei mutamenti sociali. Viceversa, considera la Carta come custode di regole che devono essere conservate nel tempo, preoccupandosi della loro corretta applicazione. Profondo conoscitore della traccia giuridica impressa da Scalia nell’ordinamento e nel pensiero non solo americano, Zanon tratteggia i cardini dell’originalismo, e – forte di nove anni di lavoro alla Consulta – affronta anche l’applicazione pratica e i rischi della via italiana al «living constitutionalism», a cominciare dal cosiddetto «caso Cappato».
«Non c’è nulla, proprio nulla oggi che incuta timore nei cuori dei nemici di Allah come le operazioni di martirio». Il 30 maggio Zakaria Ben Haddi, il ventunenne marocchino nato a Vimercate e residente in Brianza, aveva consegnato questo precetto ai suoi seguaci sui social, innescando la spirale investigativa che nel giro di poche ore ha portato prima al suo fermo e poi all’arresto.
«Il martirio». Una parola non isolata tra i contenuti pubblicati dal giovane su Instagram e su TikTok e che lui stesso ha provato a spiegare durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero Alessandro Gobbis.
«Ciò che mi ha più colpito del martirio è la dedizione a una causa», ha affermato, schietto, Ben Haddi durante una verbalizzazione a tratti surreale. Nelle 16 pagine dell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Milano Rosanna Mongiardo ha convalidato il fermo disposto dalla Procura sfilano fotografie di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso nel 2019, canti religiosi utilizzati dalla propaganda jihadista, immagini di combattenti armati e contenuti che, secondo gli investigatori, avevano finalità propagandistiche. Ma che per l’indagato avevano un intento «unicamente informativo». Una tesi che sembra scontrarsi, però, con gli altri messaggi pubblicati. A tre raccolte fotografiche su Instagram aveva affibbiato dei nomi eloquenti: «Obl», acronimo di Osama Bin Laden, «Sermone Califfo» e «Martirio».
Nella prima aveva fissato dichiarazioni in cui gli attentatori dell’11 settembre venivano definiti «eroi». Seguite da questo messaggio: «L’America non sognerà sicurezza finché noi non la vivremo come realtà in Palestina». La seconda conteneva con molta probabilità i predicozzi del suo imam preferito. Nella terza, invece, c’erano frasi di questo tenore: «L’amore per il martirio scorre nelle mie vene». Ma anche l’immagine di un combattente con un giubbotto esplosivo. Infine, la foto della pedaliera di un veicolo con la presenza di un pulsante applicato al pedale del freno, «con probabilità», sottolinea il gip, «destinato all’attivazione di un ordigno» e «con ulteriore riferimento al martirio da parte di voci narranti».
Ed è a questo punto che per gli investigatori è diventato particolarmente sospetto il contenuto di un altro post, che riportava la notizia dell’attentato a Modena del 15 Maggio. L’indagato ha provato a liquidarla così: «È stato un fatto che mi ha colpito molto, è stata una tragedia inaspettata». Di fatto, però, secondo il giudice, avrebbe invece «adottato comportamenti dissimulatori al fine di eludere l’attenzione degli organi investigativi». Lo proverebbe «il ricorso a generalità di fantasia per la creazione dei plurimi profili social». Ma, soprattutto, «il ricorso, verosimile, alla Taqiyya, ovvero alla dissimulazione della propria fede religiosa», che sarebbe «evincibile» perché «ha affermato di non essere credente e di non condividere i metodi della Shaaria». Ecco le sue parole: «Non è giusto punire con la pena di morte la stregoneria, non sono credente e non vedo nella Shaaria un modello di legislazione compatibile con i miei ideali».
Che, però, aveva esplicitato in modo diverso online: «Ogni esercito dei kuffar», scriveva Ben Haddi, «ha una filosofia, ha un fondamento per combattere. Quella filosofia è che si vince contro il nemico sfruttando ciò che ama di più. E cioè la loro vita e la loro ricchezza». Fino alla conclusione: «Quando si trovano di fronte a un nemico a cui non importa davvero della propria vita, l’intera psicologia viene capovolta». «Come si può notare», interpreta il giudice, «viene fatto riferimento al martirio quale arma contro i “nemici di Allah”». L’esegesi giudiziaria è questa: «Viene inteso nel senso di sacrificare la propria vita ai fini della guerra tra i credenti e gli infedeli (i «kuffar»)».
Ma c’è un altro messaggio che, agli occhi degli inquirenti, deve aver reso poco credibile le spiegazioni di Ben Haddi. Quello stesso giorno l’indagato ripubblica un post di un altro utente che recita: «Non incolparmi per quello che farò domani, perché sto facendo la cosa giusta». Ad accompagnarlo compare un commento di Ben Haddi che, tradotto letteralmente, significa «meno zero, in arrivo». A quel punto gli investigatori hanno deciso di approfondire l’origine del messaggio. L’analisi dell’account porta alla scoperta di ulteriori elementi ritenuti allarmanti. Nella biografia compare la frase: «31 maggio 2026, sarà il giorno ragazzi». E quel «meno zero, in arrivo» è stato letto come un conto alla rovescia rispetto alla data indicata: la sera del 30 maggio mancavano ormai «zero giorni». E siccome aveva anche richiesto a un internauta danese «l’inoltro» di un video «relativo alla fabbricazione di un ordigno artigianale», il pm ha ritenuto che gli ingredienti c’erano già tutti. Compreso un biglietto aereo di sola andata per il Marocco, con partenza programmata per il 9 giugno. «Lo hanno acquistato i miei genitori […]. Mi è stato detto che avrei dovuto seguire dei corsi di preparazione e quindi sarei dovuto rimanere lì», ha provato a schermarsi l’indagato.
Finché gli investigatori della Digos non hanno scoperto che il suo nome era comparso anche in una chat dal titolo «Terza posizione (movimento politico neofascista fondato alla fine degli anni Settanta, ndr)», indicata come «suprematista» e finita in un’altra indagine sfociata nell’arresto di un diciannovenne italo-albanese pavese: Matteo Celibashi. Qui Ben Haddi si era addentrato in una discussione su un ipotetico «colpo di Stato», osservando che sarebbe «impossibile» realizzarlo nelle condizioni attuali perché mancherebbero persone sufficientemente organizzate. I
n un’altra occasione aveva pubblicato la fotografia di un bambino biondo dagli occhi azzurri accompagnandola con la frase «chiaramente è superiore a te», replicando a un utente che gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Gli investigatori vi trovano discussioni che ruotano attorno al terrorismo internazionale e ai conflitti mediorientali. È la saldatura che più preoccupa gli analisti dell’intelligence. Suprematisti e jihadisti, spiegò alla Verità il capo del Servizio anti eversione Daniele Calenda, intervistato dal vicedirettore Giacomo Amadori, «hanno un obiettivo comune. Razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico, gli ebrei». Ma Ben Haddi, probabilmente sulla scia dello stesso intento dissimulatorio richiamato più volte dal gip, afferma: «Io non aderisco a correnti fasciste o neonaziste ma ammetto che in quel periodo avevo interesse per la politica di Terza posizione, ma non a quella degli anni Settanta». Il giudice, però, non deve avergli creduto.
Alla fine il mercato ha fatto quello che la politica tedesca sperava di evitare. Ha dato ragione all’ad di Unicredit Andrea Orcel e torto al cancelliere Friedrich Merz. Mentre a Berlino continuano a spiegare che l’offerta della banca italiana su Commerzbank non sarebbe adeguata, gli azionisti stanno mandando un messaggio molto più semplice.
Stanno consegnando le azioni. Da mesi il cancelliere Merz, il governo federale e i vertici di Commerzbank ripetono la stessa litania: l’offerta di UniCredit non sarebbe adeguata, il progetto industriale non sarebbe convincente, la banca tedesca dovrebbe restare tedesca. Il problema è che i mercati finanziari non votano alle elezioni. Soprattutto non leggono i comunicati. Guardano i numeri. E i numeri raccontano una storia molto diversa. Ieri UniCredit ha annunciato di avere superato il 30% di Commerzbank, raggiungendo il 34,4% del capitale.
Oltre alle azioni possedute direttamente, UniCredit dispone di una rete di strumenti derivati costruita negli ultimi mesi insieme ad alcune grandi banche d’affari internazionali. Considerando l’insieme di queste posizioni, la quota sale al 50,8%. Insomma Andrea Orcel ha già prenotato la maggioranza di Commerzbank. Per mesi il governo federale ha trattato la banca di Francoforte come una sorta di castello medievale da difendere dall’invasore straniero. Una visione suggestiva ma poco compatibile con la realtà dei mercati. Commerzbank non è una cattedrale gotica. Non è la Porta di Brandeburgo. Non è neppure il castello di Neuschwanstein. È una società quotata. E le società quotate hanno un difetto terribile per i governi: appartengono agli azionisti. Gli stessi che, nonostante le proteste del management e le riserve dell’esecutivo, stanno continuando ad aderire all’offerta. L’Ops di UniCredit continua a essere a sconto rispetto al mercato. L’offerta prevede infatti lo scambio di 0,485 azioni UniCredit per ogni titolo Commerzbank e, ai prezzi correnti, risulta inferiore di circa il 3% rispetto alle quotazioni di Borsa. In teoria il comportamento razionale sarebbe un altro. Vendere i titoli sul mercato e incassare subito qualcosa in più. Eppure una quota significativa di investitori ha scelto una strada diversa. Ha aderito e mancano altre due settimane al termine dell’offerta.
È un fatto che vale più di cento dichiarazioni ufficiali. Perché quando un azionista accetta un prezzo inferiore a quello disponibile sul mercato significa che guarda oltre il valore immediato. Significa che considera credibile il progetto industriale, oppure ritiene che la partita non sia ancora conclusa e che il valore finale dell’operazione possa essere superiore. In entrambi i casi il giudizio implicito è favorevole a Orcel. E sfavorevole a chi si oppone. Da questo punto di vista il mercato sta impartendo una lezione piuttosto severa alla politica tedesca. Una lezione che ricorda altri momenti della storia economica europea. Ogni volta che un governo ha cercato di fermare un’operazione transfrontaliera appellandosi all’interesse nazionale, ha scoperto che i capitali hanno una fastidiosa tendenza a ignorare i confini. I soldi non possiedono il passaporto. Seguono la convenienza.
Naturalmente la battaglia non è ancora terminata. Restano le autorizzazioni regolamentari. Restano le resistenze politiche. Resta il tentativo del management di Commerzbank guidata dall’ad Bettina Orlopp di convincere gli azionisti che l’indipendenza rappresenti la scelta migliore. Ma qualcosa è cambiato. E quel qualcosa si misura nei numeri. Quando una banca straniera supera il 34% del capitale e arriva a controllare economicamente oltre il 50% del gruppo, non siamo più nella fase delle intenzioni. Siamo nella fase dei fatti. Persino all’interno dell’establishment tedesco qualcuno sembra averlo compreso. Non è passato inosservato l’intervento di Thomas Gross, presidente dell’associazione delle banche pubbliche tedesche e amministratore delegato di Helaba. Gross ha aperto alla possibilità che l’operazione possa rafforzare la concorrenza nel sistema bancario tedesco. Un’affermazione apparentemente prudente ma politicamente significativa. Perché certifica che il muro eretto contro UniCredit non è più compatto come qualche mese fa. Le crepe cominciano a vedersi. E quando le crepe compaiono in una diga, gli ingegneri sanno che il problema non è l’acqua che passa oggi. È quella che passerà domani.
- Il tycoon furioso con l’alleato: «Colpa tua se adesso tutti quanti odiano Israele». Marco Rubio positivo sui negoziati per il nucleare, da cui dipende lo sblocco dei fondi.
- Fox diffonde voci sulle dimissioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che lamenta l’ascesa dei pasdaran.
Lo speciale contiene due articoli
Scricchiola seriamente l’asse tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo Axios, lunedì, durante una telefonata, i due leader avrebbero avuto un litigio furibondo. «Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo», avrebbe detto il presidente americano al premier israeliano. Descritto letteralmente come «furioso», Trump, oltre ad accusare l’interlocutore di ingratitudine, gli avrebbe anche chiesto: «Che cazzo stai facendo?» In particolare, l’inquilino della Casa Bianca era irritato dagli attacchi militari dello Stato ebraico contro il Libano: attacchi che hanno messo a repentaglio il processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran. Non dimentichiamo infatti che, per l’Iran, un eventuale accordo con gli Stati Uniti dovrebbe includere anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Del resto, è stato a seguito dei nuovi raid di Gerusalemme su Beirut che, lunedì, la Repubblica islamica aveva reso noto di voler interrompere le trattative con gli americani. Ieri, un membro dello staff di Netanyahu, pur negando che fossero volati degli insulti, ha ammesso che la telefonata tra il premier e l’inquilino della Casa Bianca sarebbe stata «tesa».
Come che sia, alla fine del colloquio, Trump sembrava essere riuscito a imporre un cessate il fuoco per Beirut. «Non ci saranno truppe dirette a Beirut e tutte le truppe che erano in viaggio sono già state rimandate indietro. Allo stesso modo, tramite rappresentanti di alto livello, ho avuto un’ottima conversazione con Hezbollah, e hanno concordato che tutti gli scontri a fuoco cesseranno», ha dichiarato su Truth lunedì. «Ho parlato questa sera con il presidente Trump e gli ho detto che, se Hezbollah non smetterà di sparare contro le nostre città e i nostri cittadini, Israele colpirà obiettivi terroristici a Beirut», ha affermato, nelle stesse ore, il premier israeliano. «Questa nostra posizione rimane invariata. Allo stesso tempo, le Forze di difesa israeliane continueranno a operare come previsto nel Libano meridionale», ha continuato. «Non accetteremo un cessate il fuoco parziale», ha invece dichiarato Hezbollah.
In questo contesto, ieri lo Stato ebraico ha proseguito le operazioni belliche nel Sud del Libano, mentre il Dipartimento di Stato americano ha ospitato a Washington un nuovo ciclo di colloqui tra funzionari di Beirut e Gerusalemme. Al contempo, riferendosi agli attacchi israeliani contro il Paese dei Cedri, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che «se i crimini israeliani dovessero continuare, Teheran non solo sospenderà i colloqui in corso con gli Stati Uniti, ma si opporrà anche al regime israeliano». Dal canto suo, lunedì, parlando con Abc News, Trump ha espresso un cauto ottimismo diplomatico, dicendo che un accordo tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunto «entro la prossima settimana». Ieri, Marco Rubio, oltre a definire le operazioni militari contro la Repubblica islamica «un grande successo», ha affermato che gli ayatollah potrebbero accettare di trattare su «aspetti del loro programma nucleare che solo un mese fa, solo un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare». Il segretario di Stato americano ha inoltre sottolineato che la revoca delle sanzioni sarà subordinata a dei progressi sul dossier atomico più che alla sola riapertura di Hormuz. Rubio ha anche riferito che la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, sarebbe sempre più coinvolta «a qualche livello» nei negoziati: negoziati che, sempre ieri, il presidente statunitense ha smentito si siano interrotti.
In generale, la partita tra Trump e Netanyahu sta diventando sempre più tesa. Quando hanno iniziato la guerra all’Iran a fine febbraio, i due leader avevano vari obiettivi in comune: impedire al regime khomeinista di acquisire l’arma atomica, limitare il suo programma missilistico e cercare di indebolire la sua rete di proxy regionali. Al contempo però i due leader hanno mostrato di avere obiettivi geostrategici divergenti. Netanyahu vorrebbe un regime change in piena regola a Teheran oppure promuovere un Iran significativamente decentralizzato (o anche spezzettato, vista la sua apertura al coinvolgimento curdo). Non a caso, appena l’altro ieri, è tornato a dire che il regime khomeinista «è destinato a crollare».
Trump è invece favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Il presidente americano vuole infatti stabilizzare la situazione, evitando il pantano e creando le basi per una cooperazione con Teheran sul fronte petrolifero. Una prospettiva, quella della Casa Bianca, a cui Netanyahu guarda con estrema freddezza. Non è del resto un mistero che il premier israeliano abbia mal sopportato sia il cessate il fuoco sia i recenti negoziati tra Usa e Iran, sentendosi marginalizzato e considerandoli un pericolo strategico per lo Stato ebraico. Senza poi trascurare le pressioni interne che Netanyahu subisce per sradicare Hezbollah: pressioni che stanno aumentando in vista delle elezioni di ottobre per la Knesset. Sono questi i nodi venuti al pettine durante la telefonata tra Trump e il premier israeliano l’altro ieri.
Pezeshkian il dialogante è all’angolo. Teheran verso una «junta» militare?
I delicati contatti tra Iran e Stati Uniti sembrerebbero essere entrati in una fase di stallo che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già estremamente fragile per la Repubblica Islamica. Secondo fonti vicine alla leadership di Teheran, lo scambio di messaggi tra i due Paesi sarebbe stato sospeso da diversi giorni, interrompendo un percorso diplomatico che aveva come obiettivo la definizione di un memorandum preliminare destinato a gettare le basi per un accordo più ampio. La notizia è stata riportata dall’agenzia iraniana Fars, considerata vicina ai Guardiani della rivoluzione. Una fonte informata ha spiegato che il dialogo si sarebbe fermato dopo la proposta avanzata da Washington sull’arricchimento dell’uranio. Teheran non avrebbe ancora fornito una risposta definitiva e starebbe valutando con cautela il testo presentato dagli Stati Uniti.
Secondo la stessa fonte, la leadership iraniana continua a nutrire una profonda diffidenza nei confronti di Washington, ritenuta responsabile di aver violato in passato gli impegni assunti. Per questo motivo, il regime sostiene di voler ottenere garanzie concrete e benefici tangibili prima di compiere qualsiasi passo. Mentre la diplomazia rallenta, sul piano militare il clima continua a deteriorarsi. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato che il Paese non intende rinunciare al proprio programma nucleare e che qualsiasi tentativo di imporre condizioni considerate inaccettabili verrà respinto. Nelle stesse ore, il generale Mohammad Jafar Asadi, vice comandante delle Guardie rivoluzionarie, ha ribadito che un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti sarebbe inevitabile qualora Washington cercasse di costringere Teheran a rinunciare alle proprie capacità strategiche. Toni ancora più duri sono arrivati dal portavoce delle Guardie rivoluzionarie, il generale Hossein Salami. Secondo il comandante «l’Iran è pronto a reagire a qualsiasi scenario di guerra».
Dietro la retorica bellica, tuttavia, emergono segnali sempre più evidenti di rottura all’interno del sistema di potere iraniano. Nelle ultime ore il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe presentato una lettera al leader supremo Mojtaba Khamenei denunciando l’impossibilità di esercitare pienamente le proprie funzioni. Nella missiva, il presidente avrebbe evidenziato come il progressivo trasferimento del potere verso i Guardiani della rivoluzione stia svuotando di significato il ruolo delle istituzioni civili. Pezeshkian, secondo Fox, avrebbe inoltre affermato di non essere più in grado di governare efficacemente il Paese e di adempiere alle responsabilità affidategli dagli elettori, arrivando a dimettersi.
Da tempo gli osservatori segnalano come i pasdaran abbiano esteso il loro controllo ben oltre la sfera militare, assumendo un ruolo dominante nell’economia, nella politica estera e negli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica. Il rischio concreto è che questa guerra possa far sprofondare l’Iran in una sorta di «giunta militare» senza alcuno spazio per chi, come Pezeshkian, prova a dialogare. Per il regime guidato dai pasdaran si profila però uno scenario particolarmente pericoloso. Da una parte, la possibilità di un confronto militare con Israele o con gli Stati Uniti; dall’altra, il rischio di un progressivo deterioramento della situazione interna. Se la crisi diplomatica dovesse trasformarsi in una rottura definitiva, l’Iran potrebbe sprofondare in un incubo persino peggiore di quello attuale: isolamento internazionale, paralisi economica e una crescente frattura tra il potere militare e una popolazione sempre più esasperata dalle difficoltà quotidiane. Di questo è convinto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che su X ha scritto: «Le fondamenta del regime del terrore in Iran sono state minate. Non sarà mai più quello di prima e vi dico che, alla fine, crollerà».
La maschera con la maglietta gialla e la scritta «Tenori» dirige il traffico e indica gli ultimi posti liberi in platea. La collega in rosso istruisce mezzosoprani e contralti. Baritoni e bassi si dirigono sicuri verso le tribune verdi, mentre i soprani non si tengono e già intonano Azzurro e Volare. Il Pala De André di Ravenna è stracolmo, eppure stavolta il pubblico non c’è.
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.

La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».

Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».





