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2018-09-19
Di Maio: «Un ministro serio i soldi li trova»
Ansa
L'incontro che si è tenuto a Palazzo Chigi due sere fa sulla manovra economica ha destato non pochi malumori all'interno della maggioranza. Lo scontro si è consumato soprattutto tra due ministri dell'esecutivo: Giovanni Tria, numero uno del dicastero dell'Economia, e Luigi Di Maio, vicepremier e responsabile del ministero del Lavoro. Ieri Tria - nel corso del Forum Bloomberg che si è tenuto a Milano - ha spiegato che «gli investimenti pubblici debbono tornare ad essere il 3% del Pil nel breve termine». Secondo Tria, «bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media. Siamo ad uno studio molto avanzato», ha detto, «che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile». Nel suo discorso il ministro dell'Economia ha anche citato il reddito di cittadinanza - caposaldo della propaganda elettorale del M5s - limitandosi a dire che serve «risolvere i problemi sociali che hanno portato a questa necessità». Il governo, ha aggiunto, «pur rispettando gli impegni europei, si impegna a tracciare un percorso bilanciato che tenga in considerazione diversi bisogni sociali e requisiti economici per creare una solida base per una crescita di lungo periodo». Inoltre «le misure che il governo metterà in campo non cambieranno l'impegno di ridurre il debito».
Dal canto suo Di Maio, vicepremier d'un partito che sul reddito di cittadinanza ha puntato fortissimo, mal sopporta la freddezza del ministero dell'Economia a riguardo. La misura è decisamente il punto più caldo del Documento di economia e finanza (da approvare entro il 27 settembre) e a parer dei grillini Tria non dovrebbe avere esitazioni. Dopo il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi, c'è stata una cena tra il vicepremier Di Maio e alcuni vertici del M5s. Tra i partecipanti, il capogruppo alla Camera, Francesco D'Uva; il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Durante la cena - che si è tenuta in un ristorante dietro Palazzo Chigi - Di Maio avrebbe manifestato tutto il proprio dissenso verso quanto ascoltato durante tre ore di vertice col ministro dell'Economia Giovanni Tria, il premier Giuseppe Conte e l'altro vicepremier Matteo Salvini. Come riportato dalla Stampa, Di Maio avrebbe detto: «Non vogliono consentirci di fare il reddito di cittadinanza. Non hanno proprio capito allora... Se continua così Tria può andare a casa». Il ministro del Lavoro nel corso della cena avrebbe manifestato la necessità dare spazio, nella legge di bilancio, alle promesse che il M5s ha fatto agli elettori. Riferendosi a Salvini, come riporta La Stampa, ha detto: «Ora tocca alle nostre battaglie, basta inseguirlo sull'immigrazione». Né ci sarebbe stata da parte di Di Maio alcuna apertura alla pace fiscale messa in cantiere dalla Lega. Per il grillino altro non è che un condono e il movimento di cui fa parte, ribadisce, non lo voterà. Nel pomeriggio, però, lo stesso Di Maio ha poi smentito di aver invitato Tria a lasciare la sua poltrona. «Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria», ha sottolineato, «ma pretendo che il ministro dell'Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. Gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo Stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare».
Alla base della differenza di vedute tra Tria e Di Maio, e più in generale tra Lega e M5s, c'è dunque la quantità di risorse da trovare e mettere nella legge di bilancio. Tra i due partiti della maggioranza «ballerebbero» circa 10 miliardi. Il M5s vorrebbe una manovra da circa 36 miliardi, mentre la Lega preferirebbe un'azione più «leggera», intorno ai 25 miliardi, soluzione con cui sarebbero d'accordo anche diversi tecnici del Mef (tra cui il capo di gabinetto, Roberto Garofoli) e Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato. I due schieramenti di governo, dunque, in disaccordo e l'oggetto del contendere sarebbe proprio il reddito di cittadinanza. Non c'è molto da stupirsi: la campagna elettorale pentastellata era basata in larga parte su questo provvedimento: dovesse saltare, ballerebbero decine di migliaia di voti.
Gianluca Baldini (ha collaborato Alessandro Da Rold)
Olimpiadi, il gioco si fa duro Il governo dice no e i grillini restano da soli
Non c'è due senza tre. Terzo no alle Olimpiadi in Italia. Il progetto di «Mi-To-Co», cioè la candidatura a tre di Milano, Torino e Cortina, è fallito. Ancora una volta la differenza di vedute tra M5s e Lega ha avuto un peso determinante ma alla ritrosia pentastellata ha risposto la strategia leghista.
Ieri a dare l'annuncio della fine dei Giochi, il sottosegretario del Carroccio con deleghe dello sport Giancarlo Giorgetti davanti alle commissioni congiunte di Senato e Camera: «La proposta non ha il sostegno del governo ed è morta qui». Troppe polemiche e rivalità tra il sindaco di Milano Beppe Sala che chiedeva un ruolo da capofila nel nome e nell'organizzazione, il «brand Milano» famoso nel mondo, e la sindaca di Torino Chiara Appendino che aveva accettato malvolentieri la proposta congiunta perché il M5s piemontese era stato sempre contrario volendo fare l'evento sportivo soltanto in Piemonte, come nel 2006.
La richiesta di Sala non era piaciuta neanche al sottosegretario pentastellato con delega allo sport, Simone Valente, che sottolineando una diversa posizione di governo e Coni aveva detto: «Così non si può andare avanti». E così dopo il no del governo Monti alle Olimpiadi di Roma 2020 e quello di Virginia Raggi per Roma 2024, è arrivato il no anche del governo gialloblù. Ma se ai 5 stelle non piacciono i 5 cerchi, c'è già un piano B ed è quello che il presidente del Coni Giovanni Malagò, che ieri ha avuto un incontro con Giorgetti a Palazzo Chigi, potrebbe presentare al Cio oggi a Losanna: un progetto alternativo in tandem che si chiamerà «Milano-Cortina 2026». Come dire, un'alleanza forte tra due Regioni governate dalla Lega che con l'appoggio di un sindaco dem escludono dalla corsa l'alleato di governo, il M5s.
Comunque ieri nessuna accusa da parte di Giorgetti che archiviando il «tridente» olimpico, con un certo rammarico, ha detto: «Non intendo ribaltare la responsabilità su alcuno dei sindaci, ma una cosa così importante e seria richiede condivisione, uno spirito che non ho rintracciato: sono prevalse forme di dubbio, sospetto piuttosto che entusiasmo. È un fallimento, anche mio personale se volete. Mi dispiace, ma è così: la candidatura così come è concepita non ha il sostegno del governo e quindi finisce qui».
A non rassegnarsi all'esclusione sono appunto i governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia che avevano già pronta l'exit strategy: «Arrivati a questo punto è impensabile gettare tutto alle ortiche. La candidatura va salvata, per cui siamo disponibili a portare avanti questa sfida insieme. Se Torino si chiama fuori, e ci dispiace, a questo punto restano due realtà, per cui andremo avanti con le Olimpiadi del Lombardo-Veneto». Con un tweet è arrivato subito il sostegno del sindaco Sala: «La proposta merita un rapido approfondimento. La mia posizione è nota, ma questa soluzione può funzionare». «Un'opportunità» anche per il sindaco di Cortina Giampietro Ghedina.
Ma Giorgetti fa subito chiarezza: «Zaia e Fontana potranno andare avanti sui Giochi, se vorranno. Quello che è certo è che il governo non se ne farà carico. Lo faranno loro direttamente, anche in termini di oneri». La garanzia del governo dunque non ci sarà, quella garanzia che chiede il Cio alla presentazione delle città. Ma stavolta ci potrebbe essere una deroga se ci saranno finanziatori privati e non solo, pronti a finanziare la doppia candidatura. La Appendino, piuttosto contrariata per l'esclusione dal piano B, ha sottolineato che Torino «senza il sostegno economico del governo non si sarebbe potuta candidare».
«Peccato perdere un'occasione così. Se i fondi li trovano loro, e se la spesa è limitata, perché no a Olimpiadi organizzate da Veneto e Lombardia? L'importante è che l'Italia torni ad essere protagonista» ha detto il vicepremier Matteo Salvini.
L'alleato Luigi Di Maio non attacca la Lega ma il Coni: «Abbiamo purtroppo pagato l'atteggiamento del Coni che, nel tentativo di non scontentare nessuno, non ha avuto il coraggio di prendere una decisione chiara sin dall'inizio, creando una situazione insostenibile in cui come al solito si sarebbero sprecati soldi dello Stato».
Sarina Biraghi
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Freddezza da parte di Giovanni Tria sulle coperture per il reddito di cittadinanza. Il vicepremier grillino attacca: «Pretendo che ci siano le risorse per gli italiani in difficoltà». Il Mef pensa alla flat tax: «Si deve andare oltre, riducendo il carico fiscale sulla classe media».Giancarlo Giorgetti sulle Olimpiadi invernali: «La proposta a tre è morta qui». Milano e Cortina tentano la candidatura a due, tagliando fuori Torino e il M5s.Lo speciale contiene due articoliL'incontro che si è tenuto a Palazzo Chigi due sere fa sulla manovra economica ha destato non pochi malumori all'interno della maggioranza. Lo scontro si è consumato soprattutto tra due ministri dell'esecutivo: Giovanni Tria, numero uno del dicastero dell'Economia, e Luigi Di Maio, vicepremier e responsabile del ministero del Lavoro. Ieri Tria - nel corso del Forum Bloomberg che si è tenuto a Milano - ha spiegato che «gli investimenti pubblici debbono tornare ad essere il 3% del Pil nel breve termine». Secondo Tria, «bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media. Siamo ad uno studio molto avanzato», ha detto, «che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile». Nel suo discorso il ministro dell'Economia ha anche citato il reddito di cittadinanza - caposaldo della propaganda elettorale del M5s - limitandosi a dire che serve «risolvere i problemi sociali che hanno portato a questa necessità». Il governo, ha aggiunto, «pur rispettando gli impegni europei, si impegna a tracciare un percorso bilanciato che tenga in considerazione diversi bisogni sociali e requisiti economici per creare una solida base per una crescita di lungo periodo». Inoltre «le misure che il governo metterà in campo non cambieranno l'impegno di ridurre il debito».Dal canto suo Di Maio, vicepremier d'un partito che sul reddito di cittadinanza ha puntato fortissimo, mal sopporta la freddezza del ministero dell'Economia a riguardo. La misura è decisamente il punto più caldo del Documento di economia e finanza (da approvare entro il 27 settembre) e a parer dei grillini Tria non dovrebbe avere esitazioni. Dopo il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi, c'è stata una cena tra il vicepremier Di Maio e alcuni vertici del M5s. Tra i partecipanti, il capogruppo alla Camera, Francesco D'Uva; il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Durante la cena - che si è tenuta in un ristorante dietro Palazzo Chigi - Di Maio avrebbe manifestato tutto il proprio dissenso verso quanto ascoltato durante tre ore di vertice col ministro dell'Economia Giovanni Tria, il premier Giuseppe Conte e l'altro vicepremier Matteo Salvini. Come riportato dalla Stampa, Di Maio avrebbe detto: «Non vogliono consentirci di fare il reddito di cittadinanza. Non hanno proprio capito allora... Se continua così Tria può andare a casa». Il ministro del Lavoro nel corso della cena avrebbe manifestato la necessità dare spazio, nella legge di bilancio, alle promesse che il M5s ha fatto agli elettori. Riferendosi a Salvini, come riporta La Stampa, ha detto: «Ora tocca alle nostre battaglie, basta inseguirlo sull'immigrazione». Né ci sarebbe stata da parte di Di Maio alcuna apertura alla pace fiscale messa in cantiere dalla Lega. Per il grillino altro non è che un condono e il movimento di cui fa parte, ribadisce, non lo voterà. Nel pomeriggio, però, lo stesso Di Maio ha poi smentito di aver invitato Tria a lasciare la sua poltrona. «Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria», ha sottolineato, «ma pretendo che il ministro dell'Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. Gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo Stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare».Alla base della differenza di vedute tra Tria e Di Maio, e più in generale tra Lega e M5s, c'è dunque la quantità di risorse da trovare e mettere nella legge di bilancio. Tra i due partiti della maggioranza «ballerebbero» circa 10 miliardi. Il M5s vorrebbe una manovra da circa 36 miliardi, mentre la Lega preferirebbe un'azione più «leggera», intorno ai 25 miliardi, soluzione con cui sarebbero d'accordo anche diversi tecnici del Mef (tra cui il capo di gabinetto, Roberto Garofoli) e Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato. I due schieramenti di governo, dunque, in disaccordo e l'oggetto del contendere sarebbe proprio il reddito di cittadinanza. Non c'è molto da stupirsi: la campagna elettorale pentastellata era basata in larga parte su questo provvedimento: dovesse saltare, ballerebbero decine di migliaia di voti. 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Ieri a dare l'annuncio della fine dei Giochi, il sottosegretario del Carroccio con deleghe dello sport Giancarlo Giorgetti davanti alle commissioni congiunte di Senato e Camera: «La proposta non ha il sostegno del governo ed è morta qui». Troppe polemiche e rivalità tra il sindaco di Milano Beppe Sala che chiedeva un ruolo da capofila nel nome e nell'organizzazione, il «brand Milano» famoso nel mondo, e la sindaca di Torino Chiara Appendino che aveva accettato malvolentieri la proposta congiunta perché il M5s piemontese era stato sempre contrario volendo fare l'evento sportivo soltanto in Piemonte, come nel 2006. La richiesta di Sala non era piaciuta neanche al sottosegretario pentastellato con delega allo sport, Simone Valente, che sottolineando una diversa posizione di governo e Coni aveva detto: «Così non si può andare avanti». E così dopo il no del governo Monti alle Olimpiadi di Roma 2020 e quello di Virginia Raggi per Roma 2024, è arrivato il no anche del governo gialloblù. Ma se ai 5 stelle non piacciono i 5 cerchi, c'è già un piano B ed è quello che il presidente del Coni Giovanni Malagò, che ieri ha avuto un incontro con Giorgetti a Palazzo Chigi, potrebbe presentare al Cio oggi a Losanna: un progetto alternativo in tandem che si chiamerà «Milano-Cortina 2026». Come dire, un'alleanza forte tra due Regioni governate dalla Lega che con l'appoggio di un sindaco dem escludono dalla corsa l'alleato di governo, il M5s. Comunque ieri nessuna accusa da parte di Giorgetti che archiviando il «tridente» olimpico, con un certo rammarico, ha detto: «Non intendo ribaltare la responsabilità su alcuno dei sindaci, ma una cosa così importante e seria richiede condivisione, uno spirito che non ho rintracciato: sono prevalse forme di dubbio, sospetto piuttosto che entusiasmo. È un fallimento, anche mio personale se volete. Mi dispiace, ma è così: la candidatura così come è concepita non ha il sostegno del governo e quindi finisce qui». A non rassegnarsi all'esclusione sono appunto i governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia che avevano già pronta l'exit strategy: «Arrivati a questo punto è impensabile gettare tutto alle ortiche. La candidatura va salvata, per cui siamo disponibili a portare avanti questa sfida insieme. Se Torino si chiama fuori, e ci dispiace, a questo punto restano due realtà, per cui andremo avanti con le Olimpiadi del Lombardo-Veneto». Con un tweet è arrivato subito il sostegno del sindaco Sala: «La proposta merita un rapido approfondimento. La mia posizione è nota, ma questa soluzione può funzionare». «Un'opportunità» anche per il sindaco di Cortina Giampietro Ghedina. Ma Giorgetti fa subito chiarezza: «Zaia e Fontana potranno andare avanti sui Giochi, se vorranno. Quello che è certo è che il governo non se ne farà carico. Lo faranno loro direttamente, anche in termini di oneri». La garanzia del governo dunque non ci sarà, quella garanzia che chiede il Cio alla presentazione delle città. Ma stavolta ci potrebbe essere una deroga se ci saranno finanziatori privati e non solo, pronti a finanziare la doppia candidatura. La Appendino, piuttosto contrariata per l'esclusione dal piano B, ha sottolineato che Torino «senza il sostegno economico del governo non si sarebbe potuta candidare». «Peccato perdere un'occasione così. Se i fondi li trovano loro, e se la spesa è limitata, perché no a Olimpiadi organizzate da Veneto e Lombardia? L'importante è che l'Italia torni ad essere protagonista» ha detto il vicepremier Matteo Salvini. L'alleato Luigi Di Maio non attacca la Lega ma il Coni: «Abbiamo purtroppo pagato l'atteggiamento del Coni che, nel tentativo di non scontentare nessuno, non ha avuto il coraggio di prendere una decisione chiara sin dall'inizio, creando una situazione insostenibile in cui come al solito si sarebbero sprecati soldi dello Stato». Sarina Biraghi
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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