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2018-09-19
Di Maio: «Un ministro serio i soldi li trova»
Ansa
L'incontro che si è tenuto a Palazzo Chigi due sere fa sulla manovra economica ha destato non pochi malumori all'interno della maggioranza. Lo scontro si è consumato soprattutto tra due ministri dell'esecutivo: Giovanni Tria, numero uno del dicastero dell'Economia, e Luigi Di Maio, vicepremier e responsabile del ministero del Lavoro. Ieri Tria - nel corso del Forum Bloomberg che si è tenuto a Milano - ha spiegato che «gli investimenti pubblici debbono tornare ad essere il 3% del Pil nel breve termine». Secondo Tria, «bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media. Siamo ad uno studio molto avanzato», ha detto, «che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile». Nel suo discorso il ministro dell'Economia ha anche citato il reddito di cittadinanza - caposaldo della propaganda elettorale del M5s - limitandosi a dire che serve «risolvere i problemi sociali che hanno portato a questa necessità». Il governo, ha aggiunto, «pur rispettando gli impegni europei, si impegna a tracciare un percorso bilanciato che tenga in considerazione diversi bisogni sociali e requisiti economici per creare una solida base per una crescita di lungo periodo». Inoltre «le misure che il governo metterà in campo non cambieranno l'impegno di ridurre il debito».
Dal canto suo Di Maio, vicepremier d'un partito che sul reddito di cittadinanza ha puntato fortissimo, mal sopporta la freddezza del ministero dell'Economia a riguardo. La misura è decisamente il punto più caldo del Documento di economia e finanza (da approvare entro il 27 settembre) e a parer dei grillini Tria non dovrebbe avere esitazioni. Dopo il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi, c'è stata una cena tra il vicepremier Di Maio e alcuni vertici del M5s. Tra i partecipanti, il capogruppo alla Camera, Francesco D'Uva; il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Durante la cena - che si è tenuta in un ristorante dietro Palazzo Chigi - Di Maio avrebbe manifestato tutto il proprio dissenso verso quanto ascoltato durante tre ore di vertice col ministro dell'Economia Giovanni Tria, il premier Giuseppe Conte e l'altro vicepremier Matteo Salvini. Come riportato dalla Stampa, Di Maio avrebbe detto: «Non vogliono consentirci di fare il reddito di cittadinanza. Non hanno proprio capito allora... Se continua così Tria può andare a casa». Il ministro del Lavoro nel corso della cena avrebbe manifestato la necessità dare spazio, nella legge di bilancio, alle promesse che il M5s ha fatto agli elettori. Riferendosi a Salvini, come riporta La Stampa, ha detto: «Ora tocca alle nostre battaglie, basta inseguirlo sull'immigrazione». Né ci sarebbe stata da parte di Di Maio alcuna apertura alla pace fiscale messa in cantiere dalla Lega. Per il grillino altro non è che un condono e il movimento di cui fa parte, ribadisce, non lo voterà. Nel pomeriggio, però, lo stesso Di Maio ha poi smentito di aver invitato Tria a lasciare la sua poltrona. «Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria», ha sottolineato, «ma pretendo che il ministro dell'Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. Gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo Stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare».
Alla base della differenza di vedute tra Tria e Di Maio, e più in generale tra Lega e M5s, c'è dunque la quantità di risorse da trovare e mettere nella legge di bilancio. Tra i due partiti della maggioranza «ballerebbero» circa 10 miliardi. Il M5s vorrebbe una manovra da circa 36 miliardi, mentre la Lega preferirebbe un'azione più «leggera», intorno ai 25 miliardi, soluzione con cui sarebbero d'accordo anche diversi tecnici del Mef (tra cui il capo di gabinetto, Roberto Garofoli) e Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato. I due schieramenti di governo, dunque, in disaccordo e l'oggetto del contendere sarebbe proprio il reddito di cittadinanza. Non c'è molto da stupirsi: la campagna elettorale pentastellata era basata in larga parte su questo provvedimento: dovesse saltare, ballerebbero decine di migliaia di voti.
Gianluca Baldini (ha collaborato Alessandro Da Rold)
Olimpiadi, il gioco si fa duro Il governo dice no e i grillini restano da soli
Non c'è due senza tre. Terzo no alle Olimpiadi in Italia. Il progetto di «Mi-To-Co», cioè la candidatura a tre di Milano, Torino e Cortina, è fallito. Ancora una volta la differenza di vedute tra M5s e Lega ha avuto un peso determinante ma alla ritrosia pentastellata ha risposto la strategia leghista.
Ieri a dare l'annuncio della fine dei Giochi, il sottosegretario del Carroccio con deleghe dello sport Giancarlo Giorgetti davanti alle commissioni congiunte di Senato e Camera: «La proposta non ha il sostegno del governo ed è morta qui». Troppe polemiche e rivalità tra il sindaco di Milano Beppe Sala che chiedeva un ruolo da capofila nel nome e nell'organizzazione, il «brand Milano» famoso nel mondo, e la sindaca di Torino Chiara Appendino che aveva accettato malvolentieri la proposta congiunta perché il M5s piemontese era stato sempre contrario volendo fare l'evento sportivo soltanto in Piemonte, come nel 2006.
La richiesta di Sala non era piaciuta neanche al sottosegretario pentastellato con delega allo sport, Simone Valente, che sottolineando una diversa posizione di governo e Coni aveva detto: «Così non si può andare avanti». E così dopo il no del governo Monti alle Olimpiadi di Roma 2020 e quello di Virginia Raggi per Roma 2024, è arrivato il no anche del governo gialloblù. Ma se ai 5 stelle non piacciono i 5 cerchi, c'è già un piano B ed è quello che il presidente del Coni Giovanni Malagò, che ieri ha avuto un incontro con Giorgetti a Palazzo Chigi, potrebbe presentare al Cio oggi a Losanna: un progetto alternativo in tandem che si chiamerà «Milano-Cortina 2026». Come dire, un'alleanza forte tra due Regioni governate dalla Lega che con l'appoggio di un sindaco dem escludono dalla corsa l'alleato di governo, il M5s.
Comunque ieri nessuna accusa da parte di Giorgetti che archiviando il «tridente» olimpico, con un certo rammarico, ha detto: «Non intendo ribaltare la responsabilità su alcuno dei sindaci, ma una cosa così importante e seria richiede condivisione, uno spirito che non ho rintracciato: sono prevalse forme di dubbio, sospetto piuttosto che entusiasmo. È un fallimento, anche mio personale se volete. Mi dispiace, ma è così: la candidatura così come è concepita non ha il sostegno del governo e quindi finisce qui».
A non rassegnarsi all'esclusione sono appunto i governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia che avevano già pronta l'exit strategy: «Arrivati a questo punto è impensabile gettare tutto alle ortiche. La candidatura va salvata, per cui siamo disponibili a portare avanti questa sfida insieme. Se Torino si chiama fuori, e ci dispiace, a questo punto restano due realtà, per cui andremo avanti con le Olimpiadi del Lombardo-Veneto». Con un tweet è arrivato subito il sostegno del sindaco Sala: «La proposta merita un rapido approfondimento. La mia posizione è nota, ma questa soluzione può funzionare». «Un'opportunità» anche per il sindaco di Cortina Giampietro Ghedina.
Ma Giorgetti fa subito chiarezza: «Zaia e Fontana potranno andare avanti sui Giochi, se vorranno. Quello che è certo è che il governo non se ne farà carico. Lo faranno loro direttamente, anche in termini di oneri». La garanzia del governo dunque non ci sarà, quella garanzia che chiede il Cio alla presentazione delle città. Ma stavolta ci potrebbe essere una deroga se ci saranno finanziatori privati e non solo, pronti a finanziare la doppia candidatura. La Appendino, piuttosto contrariata per l'esclusione dal piano B, ha sottolineato che Torino «senza il sostegno economico del governo non si sarebbe potuta candidare».
«Peccato perdere un'occasione così. Se i fondi li trovano loro, e se la spesa è limitata, perché no a Olimpiadi organizzate da Veneto e Lombardia? L'importante è che l'Italia torni ad essere protagonista» ha detto il vicepremier Matteo Salvini.
L'alleato Luigi Di Maio non attacca la Lega ma il Coni: «Abbiamo purtroppo pagato l'atteggiamento del Coni che, nel tentativo di non scontentare nessuno, non ha avuto il coraggio di prendere una decisione chiara sin dall'inizio, creando una situazione insostenibile in cui come al solito si sarebbero sprecati soldi dello Stato».
Sarina Biraghi
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Freddezza da parte di Giovanni Tria sulle coperture per il reddito di cittadinanza. Il vicepremier grillino attacca: «Pretendo che ci siano le risorse per gli italiani in difficoltà». Il Mef pensa alla flat tax: «Si deve andare oltre, riducendo il carico fiscale sulla classe media».Giancarlo Giorgetti sulle Olimpiadi invernali: «La proposta a tre è morta qui». Milano e Cortina tentano la candidatura a due, tagliando fuori Torino e il M5s.Lo speciale contiene due articoliL'incontro che si è tenuto a Palazzo Chigi due sere fa sulla manovra economica ha destato non pochi malumori all'interno della maggioranza. Lo scontro si è consumato soprattutto tra due ministri dell'esecutivo: Giovanni Tria, numero uno del dicastero dell'Economia, e Luigi Di Maio, vicepremier e responsabile del ministero del Lavoro. Ieri Tria - nel corso del Forum Bloomberg che si è tenuto a Milano - ha spiegato che «gli investimenti pubblici debbono tornare ad essere il 3% del Pil nel breve termine». Secondo Tria, «bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media. Siamo ad uno studio molto avanzato», ha detto, «che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile». Nel suo discorso il ministro dell'Economia ha anche citato il reddito di cittadinanza - caposaldo della propaganda elettorale del M5s - limitandosi a dire che serve «risolvere i problemi sociali che hanno portato a questa necessità». Il governo, ha aggiunto, «pur rispettando gli impegni europei, si impegna a tracciare un percorso bilanciato che tenga in considerazione diversi bisogni sociali e requisiti economici per creare una solida base per una crescita di lungo periodo». Inoltre «le misure che il governo metterà in campo non cambieranno l'impegno di ridurre il debito».Dal canto suo Di Maio, vicepremier d'un partito che sul reddito di cittadinanza ha puntato fortissimo, mal sopporta la freddezza del ministero dell'Economia a riguardo. La misura è decisamente il punto più caldo del Documento di economia e finanza (da approvare entro il 27 settembre) e a parer dei grillini Tria non dovrebbe avere esitazioni. Dopo il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi, c'è stata una cena tra il vicepremier Di Maio e alcuni vertici del M5s. Tra i partecipanti, il capogruppo alla Camera, Francesco D'Uva; il sottosegretario agli Affari regionali, Stefano Buffagni, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Durante la cena - che si è tenuta in un ristorante dietro Palazzo Chigi - Di Maio avrebbe manifestato tutto il proprio dissenso verso quanto ascoltato durante tre ore di vertice col ministro dell'Economia Giovanni Tria, il premier Giuseppe Conte e l'altro vicepremier Matteo Salvini. Come riportato dalla Stampa, Di Maio avrebbe detto: «Non vogliono consentirci di fare il reddito di cittadinanza. Non hanno proprio capito allora... Se continua così Tria può andare a casa». Il ministro del Lavoro nel corso della cena avrebbe manifestato la necessità dare spazio, nella legge di bilancio, alle promesse che il M5s ha fatto agli elettori. Riferendosi a Salvini, come riporta La Stampa, ha detto: «Ora tocca alle nostre battaglie, basta inseguirlo sull'immigrazione». Né ci sarebbe stata da parte di Di Maio alcuna apertura alla pace fiscale messa in cantiere dalla Lega. Per il grillino altro non è che un condono e il movimento di cui fa parte, ribadisce, non lo voterà. Nel pomeriggio, però, lo stesso Di Maio ha poi smentito di aver invitato Tria a lasciare la sua poltrona. «Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria», ha sottolineato, «ma pretendo che il ministro dell'Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. Gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo Stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare».Alla base della differenza di vedute tra Tria e Di Maio, e più in generale tra Lega e M5s, c'è dunque la quantità di risorse da trovare e mettere nella legge di bilancio. Tra i due partiti della maggioranza «ballerebbero» circa 10 miliardi. Il M5s vorrebbe una manovra da circa 36 miliardi, mentre la Lega preferirebbe un'azione più «leggera», intorno ai 25 miliardi, soluzione con cui sarebbero d'accordo anche diversi tecnici del Mef (tra cui il capo di gabinetto, Roberto Garofoli) e Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato. I due schieramenti di governo, dunque, in disaccordo e l'oggetto del contendere sarebbe proprio il reddito di cittadinanza. Non c'è molto da stupirsi: la campagna elettorale pentastellata era basata in larga parte su questo provvedimento: dovesse saltare, ballerebbero decine di migliaia di voti. 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Ieri a dare l'annuncio della fine dei Giochi, il sottosegretario del Carroccio con deleghe dello sport Giancarlo Giorgetti davanti alle commissioni congiunte di Senato e Camera: «La proposta non ha il sostegno del governo ed è morta qui». Troppe polemiche e rivalità tra il sindaco di Milano Beppe Sala che chiedeva un ruolo da capofila nel nome e nell'organizzazione, il «brand Milano» famoso nel mondo, e la sindaca di Torino Chiara Appendino che aveva accettato malvolentieri la proposta congiunta perché il M5s piemontese era stato sempre contrario volendo fare l'evento sportivo soltanto in Piemonte, come nel 2006. La richiesta di Sala non era piaciuta neanche al sottosegretario pentastellato con delega allo sport, Simone Valente, che sottolineando una diversa posizione di governo e Coni aveva detto: «Così non si può andare avanti». E così dopo il no del governo Monti alle Olimpiadi di Roma 2020 e quello di Virginia Raggi per Roma 2024, è arrivato il no anche del governo gialloblù. Ma se ai 5 stelle non piacciono i 5 cerchi, c'è già un piano B ed è quello che il presidente del Coni Giovanni Malagò, che ieri ha avuto un incontro con Giorgetti a Palazzo Chigi, potrebbe presentare al Cio oggi a Losanna: un progetto alternativo in tandem che si chiamerà «Milano-Cortina 2026». Come dire, un'alleanza forte tra due Regioni governate dalla Lega che con l'appoggio di un sindaco dem escludono dalla corsa l'alleato di governo, il M5s. Comunque ieri nessuna accusa da parte di Giorgetti che archiviando il «tridente» olimpico, con un certo rammarico, ha detto: «Non intendo ribaltare la responsabilità su alcuno dei sindaci, ma una cosa così importante e seria richiede condivisione, uno spirito che non ho rintracciato: sono prevalse forme di dubbio, sospetto piuttosto che entusiasmo. È un fallimento, anche mio personale se volete. Mi dispiace, ma è così: la candidatura così come è concepita non ha il sostegno del governo e quindi finisce qui». A non rassegnarsi all'esclusione sono appunto i governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia che avevano già pronta l'exit strategy: «Arrivati a questo punto è impensabile gettare tutto alle ortiche. La candidatura va salvata, per cui siamo disponibili a portare avanti questa sfida insieme. Se Torino si chiama fuori, e ci dispiace, a questo punto restano due realtà, per cui andremo avanti con le Olimpiadi del Lombardo-Veneto». Con un tweet è arrivato subito il sostegno del sindaco Sala: «La proposta merita un rapido approfondimento. La mia posizione è nota, ma questa soluzione può funzionare». «Un'opportunità» anche per il sindaco di Cortina Giampietro Ghedina. Ma Giorgetti fa subito chiarezza: «Zaia e Fontana potranno andare avanti sui Giochi, se vorranno. Quello che è certo è che il governo non se ne farà carico. Lo faranno loro direttamente, anche in termini di oneri». La garanzia del governo dunque non ci sarà, quella garanzia che chiede il Cio alla presentazione delle città. Ma stavolta ci potrebbe essere una deroga se ci saranno finanziatori privati e non solo, pronti a finanziare la doppia candidatura. La Appendino, piuttosto contrariata per l'esclusione dal piano B, ha sottolineato che Torino «senza il sostegno economico del governo non si sarebbe potuta candidare». «Peccato perdere un'occasione così. Se i fondi li trovano loro, e se la spesa è limitata, perché no a Olimpiadi organizzate da Veneto e Lombardia? L'importante è che l'Italia torni ad essere protagonista» ha detto il vicepremier Matteo Salvini. L'alleato Luigi Di Maio non attacca la Lega ma il Coni: «Abbiamo purtroppo pagato l'atteggiamento del Coni che, nel tentativo di non scontentare nessuno, non ha avuto il coraggio di prendere una decisione chiara sin dall'inizio, creando una situazione insostenibile in cui come al solito si sarebbero sprecati soldi dello Stato». Sarina Biraghi
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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