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2019-08-09
Di Maio incassa l’ultimo schiaffo. Poi i grillini passano agli insulti
Ansa
Di Maio in peggio. Il governo gialloblù è arrivato al capolinea e il suo vicepremier stellato pare veramente in disarmo. È lui infatti il più colpito dalla grandinata di colpi sparata dal suo alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini, anche perché per tutto il giorno ha effettivamente cercato di accontentare l'ormai ex alleato difendendo le prospettive del governo ma anche il suo presente e il suo futuro personale.
Invece il dato di ieri sera è che l'esecutivo non c'è più: gli ultimatum lanciati da Salvini e culminati nello scontro con il M5s sulla Tav, la linea ad alta velocità ferroviaria tra Torino e Lione, hanno raggiunto l'obiettivo finale. Quello scontro, mercoledì, aveva dato da subito l'impressione che i due partiti fossero arrivati alla collisione finale: e infatti nella stessa sera di mercoledì Salvini aveva posto al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, una secca alternativa. La Lega avrebbe abbandonato il governo se non fossero arrivate le dimissioni di tre ministri grillini: quello dei Trasporti, Danilo Toninelli (che aveva definito il leader della Lega «un nano sulle spalle di giganti che lavorano»), quello della Difesa, Elisabetta Trenta, e quello dell'Ambiente, Sergio Costa.
Ieri siamo arrivati al redde rationem. Nel pomeriggio il nervosismo è tale che, dopo un incontro tra Conte e Sergio Mattarella, immediatamente gira voce che Salvini abbia chiesto le dimissioni dello stesso Conte, mentre altre spargono la voce di un imminente ritiro dei leghisti dal governo.
Via Bellerio però smentisce al volo: «Noi parliamo solo attraverso note ufficiali». Poi una nota (per l'appunto) ufficiale spiega il busillis, ma solo per metà. Vi si legge che «la Lega non vuole alcun rimpasto», ma le visioni dell'alleato sono troppo differenti «su temi fondamentali per il Paese come grandi opere, infrastrutture e sviluppo economico, choc fiscale, applicazione delle autonomie, energia, riforma della giustizia e rapporto con l'Europa».
Poi, l'affondo: «L'Italia ha bisogno di certezze e di scelte coraggiose e condivise, inutile andare avanti fra No, rinvii, blocchi e litigi quotidiani. Ogni giorno che passa è un giorno perso, per noi l'unica alternativa a questo governo è ridare la parola agli italiani con nuove elezioni».
Il documento contiene un aggettivo: «irrimediabile», che è una sentenza. Il M5s risponde con una dichiarazione dal tono smarrito: «La nota della Lega è incomprensibile. Dicano chiaramente cosa vogliono fare. Siano chiari». Toninelli dichiara: «Non andare avanti è tradire il mandato».
In serata, dopo un'ora di colloquio con Conte, Salvini chiude il cerchio. È finita: «Andiamo subito in Parlamento», dice il capo della Lega, «per prendere atto che non c'è più una maggioranza, come evidente dal voto sulla Tav, e restituiamo velocemente la parola agli elettori». Insomma, la Lega pretende le elezioni: e vuole andare al voto passando da un confronto in Parlamento. A questo punto il prima possibile, verosimilmente in ottobre, e già si parla del 13 di quel mese.
E Di Maio? Ora tenta la carta del «grande obiettivo» del taglio dei parlamentari. Su Facebook, il vicepremier ha scritto che «il dibattito sulle poltrone inizia a stancarmi». Ha ricordato che il 9 settembre è previsto il voto alla Camera per arrivare a un Parlamento con 345 poltrone in meno (230 deputati e 115 senatori). Per dire ai leghisti e ai suoi: prima tagliamo i seggi, poi tutti alle urne. Ma questo significa, come spiegato ieri dalla Verità, allungare i tempi fino a metà 2020. Di Maio inizia così la sua campagna elettorale: la casta non ha voluto dimagrirsi, Lega in testa. Ma il leader grillino ha un altro problema: negli ultimi due mesi, dopo il crollo alle europee, i toni sempre più duri di Salvini hanno reso Di Maio sempre più fragile. Anche gli equilibri nel M5s, negli ultimi due mesi, si sono modificati, e anche in casa ormai tutto gioca contro di lui: per cercare un'alternativa alla fallimentare strategia dell'ala «governativa» del M5s, l'ala «movimentista» che non ha mai simpatizzato con il suo leader, e cioè la parte più «di sinistra» incarnata dal presidente della Camera Roberto Fico e dal leader-alternativo-in-pectore Alessandro Di Battista, negli ultimi tempi è andata in cerca di una saldatura con parti centrali del partito.
Il primo scricchiolio era arrivato il 6 agosto con le dimissioni di Massimo Bugani, uno dei capi della segreteria di Di Maio a Palazzo Chigi e (soprattutto) socio di Davide Casaleggio nella Casaleggio & associati, la casa-madre del M5s: l'improvviso addio è stato letto come un nuovo avvertimento per il vicepremier. Ma non è bastato a far cambiare la strategia.
Ora, con la crisi alle porte, Di Maio può soltanto lanciare invettive contro il suo ex gemello Salvini, forse temendo per il suo futuro: «Noi siamo pronti», dice in serata il ministro grillino, «perché della poltrona non ci interessa e non ci è mai interessato nulla. Ma una coda è certa: quando prendi in giro il Paese, i cittadini, prima o poi ti torna contro. Prima o poi ne paghi le conseguenze». Di Battista ha bisogno invece di cercare visibilità, magari per proporsi come nuovo capo. Forse è per questo se in serata, spara una dichiarazione forte contro il leader leghista, un attacco che scende sul personale: «Salvini», dice il Dibba, «manda tutto all'aria per pagare cambiali a parlamentari terrorizzati dal taglio delle poltrone o agli amici del “suocero" Denis Verdini che se la fanno sotto per la riforma della prescrizione che entrerebbe a breve in vigore». Parole da voto, Mattarella permettendo: in caso di incarichi di emergenza nazionale, che farà il M5s? E chi deciderà?
Ma tra Matteo e le urne c’è Mattarella pronto a tutto
Nel giorno del suo cinquantacinquesimo compleanno, Giuseppe Conte pensava di cavarsela con una passeggiatina al Colle, un colloquio di 40 minuti (dalle 12.55 alle 13.35) con Sergio Mattarella (che in giornata ha poi incontrato il presidente della Camera e sentito la presidente del Senato), e una scarna nota ipertranquillizzante fatta filtrare alla fine, nell'illusione di spegnere subito l'incendio. Era di buon umore, l'avvocato del popolo: il colloquio di mercoledì all'ora di cena con Matteo Salvini gli era parso positivo, e il successivo comizio a Sabaudia del leader leghista gli era sembrato meno fiammeggiante di quanto temesse. Morale: l'altra sera Conte aveva fatto sconvocare una conferenza stampa che si sarebbe dovuta tenere ieri. E così, nella convinzione di poter agevolmente sedare il fuoco, il premier era salito al Quirinale. Subito dopo, la macchina dello spin di Conte pensava di poter servire altra camomilla, facendo sapere che il presidente del Consiglio si era limitato a «un'informativa» al Capo dello Stato. E le fonti vicine a Conte, incautamente, aggiungevano: «Nessuna ipotesi di dimissioni». Il tentativo di minimizzazione proseguiva raccontando di un mero esame della situazione svolto al Quirinale, senza l'approfondimento di scenari di crisi. È forse questo che ha ulteriormente irritato la Lega, portandola alla durissima nota che - per la prima volta - evoca esplicitamente il voto, bissata - dopo poche ore - da un'altra a firma Matteo Salvini che il voto lo reclama esplicitamente.
Sta di fatto che, nel pomeriggio, Salvini e Conte si sono visti per 90 lunghissimi minuti a Palazzo Chigi, senza Di Maio, che pure era nel suo ufficio.
La sensazione è che, fino a ieri, in diversi palazzi romani si fosse sottovalutata la determinazione di Salvini. Alla Verità risulta un fatto: molti erano convinti che Salvini avesse definitivamente accettato l'idea di un semplice rimpasto, e soprattutto di non voler mettere in discussione la scadenza del 9 settembre, con la definitiva approvazione in Parlamento del taglio di deputati e senatori. Una riforma popolarissima, certo. Ma pure un cavallo di Troia per impedire il voto per un semestre, e forse anche più a lungo: e non solo per il tempo consentito (3 mesi) agli eventuali contrari per convocare un referendum, ma soprattutto perché, siccome il taglio dei parlamentari innescherebbe un inevitabile effetto ultramaggioritario, diverse forze parlamentari sarebbero pronte - pur di allungare il brodo - a riaprire adesso la questione della legge elettorale, per mettere sabbia nelle ruote della Lega. Ma Salvini tutto questo l'ha capito: ed ecco perché la sua accelerazione ha fatto ribaltare il banco.
Certo, con la parlamentarizzazione della crisi (se verrà innescata dal voto di fiducia/sfiducia invocato da Salvini) sarà il Quirinale a prendere in mano, come norma impone, le operazioni. E qui si concentrano tutti i timori della Lega, che vede l'attivismo del Colle come unico, concreto ostacolo, per il voto anticipato già a ottobre. La possibilità di affidare un incarico esplorativo a una personalità tecnica, infatti, è eufemisticamente nelle corde di Mattarella. Ricordiamo tutti il traccheggiamento infinito attorno alla figura di Cottarelli. Ma ancora prima dell'affidamento di un mandato esplorativo a un tecnico, o di un reincarico allo stesso Conte perché cerchi una maggioranza alternativa (M5s-Pd-pezzi di Fi) in Parlamento, in via Bellerio temono che il rallentamento delle operazioni. Magari con la scusa delle Camere ormai chiuse per ferie. Magari con il ritardo nella presentazione delle mozioni di sfiducia, necessarie per innescare la crisi de facto.
E dire che stavolta il Colle non avrebbe a disposizione l'alibi «stagionale»: si dice che in autunno di solito non si vota. Ma in Austria si voterà il 26 settembre, e pure in Spagna (se non si formerà un governo entro il 23 settembre) le urne si riapriranno in autunno. Ergo, non c'è motivo per dire che in Italia non si possa fare altrettanto. Quindi, dopo una rapidissima esplorazione, condotta direttamente o per interposta persona, il capo dello Stato potrebbe anche decidere di sciogliere subito le Camere.
Informalmente, nelle scorse settimane, sia pur non vincolandosi mai in modo chiaro, il Colle aveva fatto giungere a Salvini il messaggio secondo cui non avrebbe compiuto «forzature». Ma il timore del leader leghista è che ciò non avvenga, e che l'esplosione della crisi coincida con l'immersione in una palude.
Immaginiamola una tempistica efficace: scioglimento delle Camere entro pochi giorni; voto tra il 6 e il 20 ottobre (la Lega punta domenica 13 ottobre); nuovo governo e nuovo Parlamento operativi tra la prima e la terza settimana di novembre. Occorre però che, dopo la nascita del nuovo governo, il lavoro parlamentare proceda come un treno. Il termine che non può assolutamente essere mancato è l'approvazione della manovra entro il 31 dicembre. Nulla vieta che il lavoro di impostazione sia portato avanti dai tecnici ministeriali in attesa dell'insediamento di un esecutivo a trazione super leghista. Che, in quel caso, metterebbe il timbro politico sulla finanziaria anche con un maxi emendamento. Un precedente caro ai competenti c'è: Mario Monti fece il Salva Italia in 48 ore.
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Il capo M5s era pronto ad acconsentire a molte richieste del Carroccio, ma è rimasto schiacciato. Adesso lui e Alessandro Di Battista attaccano: «Alleati servi del sistema, fanno vomitare. Prima delle urne tagliamo i parlamentari».Ritardi, consultazioni, incarichi esplorativi, equilibri alternativi: cosa può fare il Colle per impedire di far parlare gli elettori.Lo speciale contiene due articoli.Di Maio in peggio. Il governo gialloblù è arrivato al capolinea e il suo vicepremier stellato pare veramente in disarmo. È lui infatti il più colpito dalla grandinata di colpi sparata dal suo alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini, anche perché per tutto il giorno ha effettivamente cercato di accontentare l'ormai ex alleato difendendo le prospettive del governo ma anche il suo presente e il suo futuro personale.Invece il dato di ieri sera è che l'esecutivo non c'è più: gli ultimatum lanciati da Salvini e culminati nello scontro con il M5s sulla Tav, la linea ad alta velocità ferroviaria tra Torino e Lione, hanno raggiunto l'obiettivo finale. Quello scontro, mercoledì, aveva dato da subito l'impressione che i due partiti fossero arrivati alla collisione finale: e infatti nella stessa sera di mercoledì Salvini aveva posto al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, una secca alternativa. La Lega avrebbe abbandonato il governo se non fossero arrivate le dimissioni di tre ministri grillini: quello dei Trasporti, Danilo Toninelli (che aveva definito il leader della Lega «un nano sulle spalle di giganti che lavorano»), quello della Difesa, Elisabetta Trenta, e quello dell'Ambiente, Sergio Costa. Ieri siamo arrivati al redde rationem. Nel pomeriggio il nervosismo è tale che, dopo un incontro tra Conte e Sergio Mattarella, immediatamente gira voce che Salvini abbia chiesto le dimissioni dello stesso Conte, mentre altre spargono la voce di un imminente ritiro dei leghisti dal governo. Via Bellerio però smentisce al volo: «Noi parliamo solo attraverso note ufficiali». Poi una nota (per l'appunto) ufficiale spiega il busillis, ma solo per metà. Vi si legge che «la Lega non vuole alcun rimpasto», ma le visioni dell'alleato sono troppo differenti «su temi fondamentali per il Paese come grandi opere, infrastrutture e sviluppo economico, choc fiscale, applicazione delle autonomie, energia, riforma della giustizia e rapporto con l'Europa». Poi, l'affondo: «L'Italia ha bisogno di certezze e di scelte coraggiose e condivise, inutile andare avanti fra No, rinvii, blocchi e litigi quotidiani. Ogni giorno che passa è un giorno perso, per noi l'unica alternativa a questo governo è ridare la parola agli italiani con nuove elezioni». Il documento contiene un aggettivo: «irrimediabile», che è una sentenza. Il M5s risponde con una dichiarazione dal tono smarrito: «La nota della Lega è incomprensibile. Dicano chiaramente cosa vogliono fare. Siano chiari». Toninelli dichiara: «Non andare avanti è tradire il mandato».In serata, dopo un'ora di colloquio con Conte, Salvini chiude il cerchio. È finita: «Andiamo subito in Parlamento», dice il capo della Lega, «per prendere atto che non c'è più una maggioranza, come evidente dal voto sulla Tav, e restituiamo velocemente la parola agli elettori». Insomma, la Lega pretende le elezioni: e vuole andare al voto passando da un confronto in Parlamento. A questo punto il prima possibile, verosimilmente in ottobre, e già si parla del 13 di quel mese.E Di Maio? Ora tenta la carta del «grande obiettivo» del taglio dei parlamentari. Su Facebook, il vicepremier ha scritto che «il dibattito sulle poltrone inizia a stancarmi». Ha ricordato che il 9 settembre è previsto il voto alla Camera per arrivare a un Parlamento con 345 poltrone in meno (230 deputati e 115 senatori). Per dire ai leghisti e ai suoi: prima tagliamo i seggi, poi tutti alle urne. Ma questo significa, come spiegato ieri dalla Verità, allungare i tempi fino a metà 2020. Di Maio inizia così la sua campagna elettorale: la casta non ha voluto dimagrirsi, Lega in testa. Ma il leader grillino ha un altro problema: negli ultimi due mesi, dopo il crollo alle europee, i toni sempre più duri di Salvini hanno reso Di Maio sempre più fragile. Anche gli equilibri nel M5s, negli ultimi due mesi, si sono modificati, e anche in casa ormai tutto gioca contro di lui: per cercare un'alternativa alla fallimentare strategia dell'ala «governativa» del M5s, l'ala «movimentista» che non ha mai simpatizzato con il suo leader, e cioè la parte più «di sinistra» incarnata dal presidente della Camera Roberto Fico e dal leader-alternativo-in-pectore Alessandro Di Battista, negli ultimi tempi è andata in cerca di una saldatura con parti centrali del partito. Il primo scricchiolio era arrivato il 6 agosto con le dimissioni di Massimo Bugani, uno dei capi della segreteria di Di Maio a Palazzo Chigi e (soprattutto) socio di Davide Casaleggio nella Casaleggio & associati, la casa-madre del M5s: l'improvviso addio è stato letto come un nuovo avvertimento per il vicepremier. Ma non è bastato a far cambiare la strategia.Ora, con la crisi alle porte, Di Maio può soltanto lanciare invettive contro il suo ex gemello Salvini, forse temendo per il suo futuro: «Noi siamo pronti», dice in serata il ministro grillino, «perché della poltrona non ci interessa e non ci è mai interessato nulla. Ma una coda è certa: quando prendi in giro il Paese, i cittadini, prima o poi ti torna contro. Prima o poi ne paghi le conseguenze». Di Battista ha bisogno invece di cercare visibilità, magari per proporsi come nuovo capo. Forse è per questo se in serata, spara una dichiarazione forte contro il leader leghista, un attacco che scende sul personale: «Salvini», dice il Dibba, «manda tutto all'aria per pagare cambiali a parlamentari terrorizzati dal taglio delle poltrone o agli amici del “suocero" Denis Verdini che se la fanno sotto per la riforma della prescrizione che entrerebbe a breve in vigore». Parole da voto, Mattarella permettendo: in caso di incarichi di emergenza nazionale, che farà il M5s? E chi deciderà?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-incassa-lultimo-schiaffo-poi-i-grillini-passano-agli-insulti-2639734768.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-tra-matteo-e-le-urne-ce-mattarella-pronto-a-tutto" data-post-id="2639734768" data-published-at="1768009421" data-use-pagination="False"> Ma tra Matteo e le urne c’è Mattarella pronto a tutto Nel giorno del suo cinquantacinquesimo compleanno, Giuseppe Conte pensava di cavarsela con una passeggiatina al Colle, un colloquio di 40 minuti (dalle 12.55 alle 13.35) con Sergio Mattarella (che in giornata ha poi incontrato il presidente della Camera e sentito la presidente del Senato), e una scarna nota ipertranquillizzante fatta filtrare alla fine, nell'illusione di spegnere subito l'incendio. Era di buon umore, l'avvocato del popolo: il colloquio di mercoledì all'ora di cena con Matteo Salvini gli era parso positivo, e il successivo comizio a Sabaudia del leader leghista gli era sembrato meno fiammeggiante di quanto temesse. Morale: l'altra sera Conte aveva fatto sconvocare una conferenza stampa che si sarebbe dovuta tenere ieri. E così, nella convinzione di poter agevolmente sedare il fuoco, il premier era salito al Quirinale. Subito dopo, la macchina dello spin di Conte pensava di poter servire altra camomilla, facendo sapere che il presidente del Consiglio si era limitato a «un'informativa» al Capo dello Stato. E le fonti vicine a Conte, incautamente, aggiungevano: «Nessuna ipotesi di dimissioni». Il tentativo di minimizzazione proseguiva raccontando di un mero esame della situazione svolto al Quirinale, senza l'approfondimento di scenari di crisi. È forse questo che ha ulteriormente irritato la Lega, portandola alla durissima nota che - per la prima volta - evoca esplicitamente il voto, bissata - dopo poche ore - da un'altra a firma Matteo Salvini che il voto lo reclama esplicitamente. Sta di fatto che, nel pomeriggio, Salvini e Conte si sono visti per 90 lunghissimi minuti a Palazzo Chigi, senza Di Maio, che pure era nel suo ufficio. La sensazione è che, fino a ieri, in diversi palazzi romani si fosse sottovalutata la determinazione di Salvini. Alla Verità risulta un fatto: molti erano convinti che Salvini avesse definitivamente accettato l'idea di un semplice rimpasto, e soprattutto di non voler mettere in discussione la scadenza del 9 settembre, con la definitiva approvazione in Parlamento del taglio di deputati e senatori. Una riforma popolarissima, certo. Ma pure un cavallo di Troia per impedire il voto per un semestre, e forse anche più a lungo: e non solo per il tempo consentito (3 mesi) agli eventuali contrari per convocare un referendum, ma soprattutto perché, siccome il taglio dei parlamentari innescherebbe un inevitabile effetto ultramaggioritario, diverse forze parlamentari sarebbero pronte - pur di allungare il brodo - a riaprire adesso la questione della legge elettorale, per mettere sabbia nelle ruote della Lega. Ma Salvini tutto questo l'ha capito: ed ecco perché la sua accelerazione ha fatto ribaltare il banco. Certo, con la parlamentarizzazione della crisi (se verrà innescata dal voto di fiducia/sfiducia invocato da Salvini) sarà il Quirinale a prendere in mano, come norma impone, le operazioni. E qui si concentrano tutti i timori della Lega, che vede l'attivismo del Colle come unico, concreto ostacolo, per il voto anticipato già a ottobre. La possibilità di affidare un incarico esplorativo a una personalità tecnica, infatti, è eufemisticamente nelle corde di Mattarella. Ricordiamo tutti il traccheggiamento infinito attorno alla figura di Cottarelli. Ma ancora prima dell'affidamento di un mandato esplorativo a un tecnico, o di un reincarico allo stesso Conte perché cerchi una maggioranza alternativa (M5s-Pd-pezzi di Fi) in Parlamento, in via Bellerio temono che il rallentamento delle operazioni. Magari con la scusa delle Camere ormai chiuse per ferie. Magari con il ritardo nella presentazione delle mozioni di sfiducia, necessarie per innescare la crisi de facto. E dire che stavolta il Colle non avrebbe a disposizione l'alibi «stagionale»: si dice che in autunno di solito non si vota. Ma in Austria si voterà il 26 settembre, e pure in Spagna (se non si formerà un governo entro il 23 settembre) le urne si riapriranno in autunno. Ergo, non c'è motivo per dire che in Italia non si possa fare altrettanto. Quindi, dopo una rapidissima esplorazione, condotta direttamente o per interposta persona, il capo dello Stato potrebbe anche decidere di sciogliere subito le Camere. Informalmente, nelle scorse settimane, sia pur non vincolandosi mai in modo chiaro, il Colle aveva fatto giungere a Salvini il messaggio secondo cui non avrebbe compiuto «forzature». Ma il timore del leader leghista è che ciò non avvenga, e che l'esplosione della crisi coincida con l'immersione in una palude. Immaginiamola una tempistica efficace: scioglimento delle Camere entro pochi giorni; voto tra il 6 e il 20 ottobre (la Lega punta domenica 13 ottobre); nuovo governo e nuovo Parlamento operativi tra la prima e la terza settimana di novembre. Occorre però che, dopo la nascita del nuovo governo, il lavoro parlamentare proceda come un treno. Il termine che non può assolutamente essere mancato è l'approvazione della manovra entro il 31 dicembre. Nulla vieta che il lavoro di impostazione sia portato avanti dai tecnici ministeriali in attesa dell'insediamento di un esecutivo a trazione super leghista. Che, in quel caso, metterebbe il timbro politico sulla finanziaria anche con un maxi emendamento. Un precedente caro ai competenti c'è: Mario Monti fece il Salva Italia in 48 ore.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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