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2018-05-24
Per il lavoro prima i migranti, poi gli italiani
ANSA
«La guerra è pace… la schiavitù è libertà», insegnava il ministero della Verità nel 1984 di George Orwell. «La delocalizzazione è bene» e «gli unni ci pagheranno le pensioni», sembrano essere i degni corollari agli slogan del Grande fratello. Peccato che il sistema totalitario descritto dall'autore britannico fosse una escogitazione letteraria, spinta anche a un certo eccesso, mentre i brani tratti da alcuni libri di scuola in circolazione rappresentano bene gli eccessi della ideologia oggi dominante nella realtà.
Nei giorni scorsi una pagina Facebook, «Ufficio Sinistri», ha portato all'attenzione un brano del sussidiario di educazione tecnica per le scuole medie Leonardo. Le stanze della tecnologia, pubblicato dalla De Agostini in cui si affronta il delicato problema della delocalizzazione. È sembrato che il sussidiario desse una interpretazione un po' troppo idilliaca dello spostamento di aziende verso il terzo mondo. Scrivono infatti gli autori Benedetti e Romiti che quella dinamica rappresenta «un vantaggio per l'azienda, che in questo modo riduce il costo della risorsa lavoro e può quindi offrire il suo prodotto a un prezzo più basso, risultando più competitiva». Certo… tante cose nella vita rappresentano un vantaggio anche se non vengono considerate tanto meritevoli da essere proposte in quanto tali a una classe di scolari: allacciare il proprio impianto-luce al contatore del vicino. O, per fare esempi più in grande stile: se sei una banca, rastrellare i risparmi di una vita di lavoratori e pensionati per utilizzarli in speculazioni non proprio oculate…
Insomma, bisogna capire di chi è il vantaggio e soprattutto farlo capire a chi, all'età di 10 o 12 anni, non ha ancora gli anticorpi intellettuali per smascherare gli egoismi economici. Il sussidiario prosegue: «La delocalizzazione è un bene anche per il Paese in cui la produzione viene trasferita perché in quell'area vengono creati nuovi posti di lavoro che, per quanto poco pagati, sono sempre meglio della disoccupazione». Questa frase, circolando su Facebook, ha suscitato reazioni oscillanti tra lo sdegno e lo sberleffo satirico. Agli autori che suggerivano il fatto che una manciata di dollari di salario fossero comunque meglio della morte di inedia, molti commentatori hanno risposto con il classico grido di Fantozzi: «Come è umano lei!».
A dire il vero gli autori, equilibrando le precedenti affermazioni, proseguono scrivendo: «Nel Paese di origine del prodotto si crea invece un grosso problema, perché qui, in seguito al trasferimento della produzione, le fabbriche chiudono e le persone che vi erano impiegate si ritrovano all'improvviso senza lavoro». Insomma alla fin fine si ammette che il vantaggio è immenso per i «megadirettori» che delocalizzano, è risicato per la manodopera delle aree marginali, e che la vera fregatura è tutta per le regioni di antica industrializzazione che vedono allontanarsi gli impianti di produzione industriale come la nave dell'Olandese volante di Richard Wagner. Una precisazione conclusiva che magari non sarà degna del genio di LeonardoDa Vinci, a cui il sussidiario si intitola, ma che almeno ha il merito di ricollocarsi nel range di un elementare buon senso. Invece, i freni inibitori di ogni prudenza definitivamente si perdono e prevale il dogma più irrazionalista dell'ideologia oggi al potere.
Si sa, i «populisti» tendono a definire gli spostamenti incontrollati di popoli nella categoria delle invasioni.
È una esagerazione? Certo le immagini di bambini indifesi sui barconi difficilmente si conciliano con il ricordo atavico di feroci guerrieri alle porte della città; tuttavia se invece dei pochi bambini, lo sguardo si sofferma sui robusti giovani africani a bordo di canotti pilotati dalla mafia scafista, allora la tentazione di equiparare gli sbarchi alle arcaiche invasioni cresce. L'equiparazione diventa ancora più stringente se dalle parti di Gibilterra i «migranti» recidono con violenza i reticolati che la Spagna, meno misericordiosa di noi, costruisce per tentare una flebile difesa dai flussi. E tuttavia, mentre i censori dell'opinione pubblica severamente bacchettano chi osa paragonare migrazioni odierne e invasioni antiche, certi autori di manuali scolastici realizzano l'operazione inversa: tendono a mostrare che le invasioni barbariche del mondo antico furono fenomeni migratori tutto sommato «sostenibili».
Su manuali per le scuole dell'obbligo si possono trovare frasi del tipo: «Sarebbe più corretto parlare di migrazioni barbariche, proprio perché non interessarono solamente spietati guerrieri – che erano in minoranza – ma intere popolazioni di uomini, donne, vecchi e bambini che si spostavano in cerca di un luogo migliore dove vivere. I romani, però, la pensavano diversamente…». E chissà perché! Il sacco di Roma, la distruzione di una koinè politica e culturale millenaria, l'oscurarsi della civiltà urbana e la sincope della scienza di età antica che aveva raggiunto risultati strabilianti come la «macchina di Antikytera» vengono minimizzati con un riferimento dolciastro che dà i brividi, se rapportato, all'attualità: «C'erano anche donne e bambini». Anche Diego Fusaro ha notato come nei libri per le elementari Attila sia diventato un migrante, quasi un profugo. Il che paradossalmente conferma l'opinione di coloro che nei flussi incontrollati di oggi scorgono analogie con le invasioni di cui sono piene le pagine della storia.
Alfonso Piscitelli
E ora come glielo spiegheranno, a quelle dieci persone, magari dieci padri di famiglia, che il lavoro che erano riuscite a trovare grazie all'Aster, una municipalizzata di Genova, non c'è più, che il bando è da rifare e probabilmente non verrà mai rifatto? Potrebbe provare l'Asgi, l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, a spiegarglielo, dato che è stato proprio un suo ricorso a far saltare tutto.
I fatti: il tribunale di Torino, qualche giorno fa, ha dichiarato discriminatorio il bando pubblicato nell'ottobre dello scorso anno da Aster (la società pubblica per le manutenzioni interamente partecipata dal Comune di Genova) in cui veniva impedita la candidatura dei cittadini stranieri nella graduatoria per apprendisti operai addetti alla manutenzione del verde pubblico. Un bando finito per l'appunto con l'assegnazione del lavoro a dieci operai. Aster dovrà ora pagare le spese legali e riaprire i termini per le domande ammettendo alla selezione tutti gli stranieri con permesso di soggiorno.
A denunciare la «discriminazione», l'ormai famigerata Asgi, l'associazione di marca sorosiana (sul loro sito fa bella mostra il logo della Open society foundation) che negli ultimi mesi si è messa di buzzo buono per mettere i bastoni fra le ruote a ogni iniziativa, bando, provvedimento, legge, beneficio che non sia indiscriminatamente esteso anche agli immigrati. Sono sempre loro, per dire, ad aver fortemente voluto e, alla fine, ottenuto l'estensione del bonus mamma anche alle immigrate non in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Sia mai che a qualche straniero fosse sfuggito che il nostro è il Paese del Bengodi...
Anche stavolta è Asgi, attraverso il suo avvocato Alberto Guariso, ad aver presentato ricorso al tribunale di Torino, competente per territorio, che lo ha accolto. Tra i requisiti necessari per i candidati per il posto di «giardiniere potatore», il bando citava la «cittadinanza italiana o di Stato appartenente all'Unione europea; ai candidati non italiani e in ogni caso richiesta un'adeguata conoscenza della lingua italiana». Niente da fare, il bando va rifatto e i posti già assegnati a dieci lavoratori vanno a farsi benedire.
Nella sentenza, in particolare, il tribunale sollevava una questione tecnica, affermando che le società a partecipazione pubblica non rientrano nella pubblica amministrazione e pertanto le assunzioni alle loro dipendenze non sono soggette ai limiti del testo unico sul pubblico impiego. Sul punto il giudice ha ricordato nell'ordinanza che, anche secondo l'orientamento della Cassazione, il rapporto dei dipendenti delle società in house è di tipo privatistico e soggiace pertanto, quanto ai requisiti di assunzione, al generale principio paritario indipendentemente dal fatto che l'assunzione avvenga poi per concorso pubblico.
Già in prima battuta, Asgi aveva commentato che «la vicenda conferma la superficialità con la quale spesso pubbliche amministrazioni e aziende pubbliche affrontano il problema della parità di trattamento tra italiani e stranieri nell'accesso al lavoro, contro la quale Asgi è più volte intervenuta anche in passato».
Ora che è arrivata la sentenza, l'associazione immigrazionista dichiara che «l'ordinanza rappresenta un importante punto fermo sia per dissipare i dubbi che qualche azienda pubblica ancora nutre sulla materia, sia perché richiama tutte le amministrazioni a una corretta redazione dei bandi: l'indicazione dei destinatari in modo erroneo o insufficiente non può essere sanata dall'obbligo degli interessati di verificare la legge: spetta all'amministrazione rispettare i principi di correttezza e trasparenza, per non dissuadere fortemente dal presentare domanda i soggetti non espressamente citati, integrando con ciò una discriminazione sanzionabile».
Vittoria contro il nuovo corso della politica cittadina, che un anno fa virò a destra con una storica e rovinosa sconfitta del Pd? Macché, spiega Paolo Fanghella, assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, «Abbiamo utilizzato un modello di bando che il Comune aveva in uso da cinque anni, quindi anche con un'amministrazione non di centrodestra. Perché ricorrere proprio oggi? A chi ci ha accusato di aver aperto un bando leghista, che voleva tutelare gli italiani, ricordo che anche stranieri, purché europei, potevano partecipare». Il fatto che, nell'Italia del 2018, un amministratore locale debba giustificarsi e rispondere della terribile accusa di voler «tutelare gli italiani», già di per sé, la dice lunga su alcune vittorie culturali della sinistra, ma questa è l'aria che tira.
E adesso? Adesso, spiega ancora Fanghella, «grazie a queste persone dovremo dire a dieci persone che non le possiamo assumere e Aster dovrà fare a meno di addetti che sarebbero stati preziosi, perché sarebbero stati inseriti in un settore critico come quello della manutenzione del verde». Quanto al bando da rifare, l'assessore taglia corto: «Non abbiamo assunto e non assumeremo i dieci operai, come invece avevamo concordato anche con i sindacati».
Davvero un bel risultato, che tuttavia non impensierirà eccessivamente i sostenitori dell'immigrazione senza se e senza ma, per i quali il lavoro, quando va agli italiani, è solo uno sporco pregiudizio.
Adriano Scianca
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Un sussidiario tesse l'elogio di chi porta le sue aziende all'estero: «Pagano poco i lavoratori? Sempre meglio che niente» E persino le invasioni barbariche vengono rivalutate come banali spostamenti di uomini in cerca di una vita migliore. Il tribunale di Torino condanna la municipalizzata di Genova per il verde pubblico Dovrà ammettere gli extracomunitari. L'assessore: «Tutelare i cittadini è reato?».Lo speciale contiene due articoli«La guerra è pace… la schiavitù è libertà», insegnava il ministero della Verità nel 1984 di George Orwell. «La delocalizzazione è bene» e «gli unni ci pagheranno le pensioni», sembrano essere i degni corollari agli slogan del Grande fratello. Peccato che il sistema totalitario descritto dall'autore britannico fosse una escogitazione letteraria, spinta anche a un certo eccesso, mentre i brani tratti da alcuni libri di scuola in circolazione rappresentano bene gli eccessi della ideologia oggi dominante nella realtà.Nei giorni scorsi una pagina Facebook, «Ufficio Sinistri», ha portato all'attenzione un brano del sussidiario di educazione tecnica per le scuole medie Leonardo. Le stanze della tecnologia, pubblicato dalla De Agostini in cui si affronta il delicato problema della delocalizzazione. È sembrato che il sussidiario desse una interpretazione un po' troppo idilliaca dello spostamento di aziende verso il terzo mondo. Scrivono infatti gli autori Benedetti e Romiti che quella dinamica rappresenta «un vantaggio per l'azienda, che in questo modo riduce il costo della risorsa lavoro e può quindi offrire il suo prodotto a un prezzo più basso, risultando più competitiva». Certo… tante cose nella vita rappresentano un vantaggio anche se non vengono considerate tanto meritevoli da essere proposte in quanto tali a una classe di scolari: allacciare il proprio impianto-luce al contatore del vicino. O, per fare esempi più in grande stile: se sei una banca, rastrellare i risparmi di una vita di lavoratori e pensionati per utilizzarli in speculazioni non proprio oculate… Insomma, bisogna capire di chi è il vantaggio e soprattutto farlo capire a chi, all'età di 10 o 12 anni, non ha ancora gli anticorpi intellettuali per smascherare gli egoismi economici. Il sussidiario prosegue: «La delocalizzazione è un bene anche per il Paese in cui la produzione viene trasferita perché in quell'area vengono creati nuovi posti di lavoro che, per quanto poco pagati, sono sempre meglio della disoccupazione». Questa frase, circolando su Facebook, ha suscitato reazioni oscillanti tra lo sdegno e lo sberleffo satirico. Agli autori che suggerivano il fatto che una manciata di dollari di salario fossero comunque meglio della morte di inedia, molti commentatori hanno risposto con il classico grido di Fantozzi: «Come è umano lei!». A dire il vero gli autori, equilibrando le precedenti affermazioni, proseguono scrivendo: «Nel Paese di origine del prodotto si crea invece un grosso problema, perché qui, in seguito al trasferimento della produzione, le fabbriche chiudono e le persone che vi erano impiegate si ritrovano all'improvviso senza lavoro». Insomma alla fin fine si ammette che il vantaggio è immenso per i «megadirettori» che delocalizzano, è risicato per la manodopera delle aree marginali, e che la vera fregatura è tutta per le regioni di antica industrializzazione che vedono allontanarsi gli impianti di produzione industriale come la nave dell'Olandese volante di Richard Wagner. Una precisazione conclusiva che magari non sarà degna del genio di LeonardoDa Vinci, a cui il sussidiario si intitola, ma che almeno ha il merito di ricollocarsi nel range di un elementare buon senso. Invece, i freni inibitori di ogni prudenza definitivamente si perdono e prevale il dogma più irrazionalista dell'ideologia oggi al potere.Si sa, i «populisti» tendono a definire gli spostamenti incontrollati di popoli nella categoria delle invasioni. È una esagerazione? Certo le immagini di bambini indifesi sui barconi difficilmente si conciliano con il ricordo atavico di feroci guerrieri alle porte della città; tuttavia se invece dei pochi bambini, lo sguardo si sofferma sui robusti giovani africani a bordo di canotti pilotati dalla mafia scafista, allora la tentazione di equiparare gli sbarchi alle arcaiche invasioni cresce. L'equiparazione diventa ancora più stringente se dalle parti di Gibilterra i «migranti» recidono con violenza i reticolati che la Spagna, meno misericordiosa di noi, costruisce per tentare una flebile difesa dai flussi. E tuttavia, mentre i censori dell'opinione pubblica severamente bacchettano chi osa paragonare migrazioni odierne e invasioni antiche, certi autori di manuali scolastici realizzano l'operazione inversa: tendono a mostrare che le invasioni barbariche del mondo antico furono fenomeni migratori tutto sommato «sostenibili». Su manuali per le scuole dell'obbligo si possono trovare frasi del tipo: «Sarebbe più corretto parlare di migrazioni barbariche, proprio perché non interessarono solamente spietati guerrieri – che erano in minoranza – ma intere popolazioni di uomini, donne, vecchi e bambini che si spostavano in cerca di un luogo migliore dove vivere. I romani, però, la pensavano diversamente…». E chissà perché! Il sacco di Roma, la distruzione di una koinè politica e culturale millenaria, l'oscurarsi della civiltà urbana e la sincope della scienza di età antica che aveva raggiunto risultati strabilianti come la «macchina di Antikytera» vengono minimizzati con un riferimento dolciastro che dà i brividi, se rapportato, all'attualità: «C'erano anche donne e bambini». Anche Diego Fusaro ha notato come nei libri per le elementari Attila sia diventato un migrante, quasi un profugo. Il che paradossalmente conferma l'opinione di coloro che nei flussi incontrollati di oggi scorgono analogie con le invasioni di cui sono piene le pagine della storia. Alfonso Piscitelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/delocalizzare-e-bello-lo-dice-il-libro-di-testo-2571453433.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2571453433" data-published-at="1775438201" data-use-pagination="False"> E ora come glielo spiegheranno, a quelle dieci persone, magari dieci padri di famiglia, che il lavoro che erano riuscite a trovare grazie all'Aster, una municipalizzata di Genova, non c'è più, che il bando è da rifare e probabilmente non verrà mai rifatto? Potrebbe provare l'Asgi, l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, a spiegarglielo, dato che è stato proprio un suo ricorso a far saltare tutto. I fatti: il tribunale di Torino, qualche giorno fa, ha dichiarato discriminatorio il bando pubblicato nell'ottobre dello scorso anno da Aster (la società pubblica per le manutenzioni interamente partecipata dal Comune di Genova) in cui veniva impedita la candidatura dei cittadini stranieri nella graduatoria per apprendisti operai addetti alla manutenzione del verde pubblico. Un bando finito per l'appunto con l'assegnazione del lavoro a dieci operai. Aster dovrà ora pagare le spese legali e riaprire i termini per le domande ammettendo alla selezione tutti gli stranieri con permesso di soggiorno. A denunciare la «discriminazione», l'ormai famigerata Asgi, l'associazione di marca sorosiana (sul loro sito fa bella mostra il logo della Open society foundation) che negli ultimi mesi si è messa di buzzo buono per mettere i bastoni fra le ruote a ogni iniziativa, bando, provvedimento, legge, beneficio che non sia indiscriminatamente esteso anche agli immigrati. Sono sempre loro, per dire, ad aver fortemente voluto e, alla fine, ottenuto l'estensione del bonus mamma anche alle immigrate non in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Sia mai che a qualche straniero fosse sfuggito che il nostro è il Paese del Bengodi... Anche stavolta è Asgi, attraverso il suo avvocato Alberto Guariso, ad aver presentato ricorso al tribunale di Torino, competente per territorio, che lo ha accolto. Tra i requisiti necessari per i candidati per il posto di «giardiniere potatore», il bando citava la «cittadinanza italiana o di Stato appartenente all'Unione europea; ai candidati non italiani e in ogni caso richiesta un'adeguata conoscenza della lingua italiana». Niente da fare, il bando va rifatto e i posti già assegnati a dieci lavoratori vanno a farsi benedire. Nella sentenza, in particolare, il tribunale sollevava una questione tecnica, affermando che le società a partecipazione pubblica non rientrano nella pubblica amministrazione e pertanto le assunzioni alle loro dipendenze non sono soggette ai limiti del testo unico sul pubblico impiego. Sul punto il giudice ha ricordato nell'ordinanza che, anche secondo l'orientamento della Cassazione, il rapporto dei dipendenti delle società in house è di tipo privatistico e soggiace pertanto, quanto ai requisiti di assunzione, al generale principio paritario indipendentemente dal fatto che l'assunzione avvenga poi per concorso pubblico. Già in prima battuta, Asgi aveva commentato che «la vicenda conferma la superficialità con la quale spesso pubbliche amministrazioni e aziende pubbliche affrontano il problema della parità di trattamento tra italiani e stranieri nell'accesso al lavoro, contro la quale Asgi è più volte intervenuta anche in passato». Ora che è arrivata la sentenza, l'associazione immigrazionista dichiara che «l'ordinanza rappresenta un importante punto fermo sia per dissipare i dubbi che qualche azienda pubblica ancora nutre sulla materia, sia perché richiama tutte le amministrazioni a una corretta redazione dei bandi: l'indicazione dei destinatari in modo erroneo o insufficiente non può essere sanata dall'obbligo degli interessati di verificare la legge: spetta all'amministrazione rispettare i principi di correttezza e trasparenza, per non dissuadere fortemente dal presentare domanda i soggetti non espressamente citati, integrando con ciò una discriminazione sanzionabile». Vittoria contro il nuovo corso della politica cittadina, che un anno fa virò a destra con una storica e rovinosa sconfitta del Pd? Macché, spiega Paolo Fanghella, assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, «Abbiamo utilizzato un modello di bando che il Comune aveva in uso da cinque anni, quindi anche con un'amministrazione non di centrodestra. Perché ricorrere proprio oggi? A chi ci ha accusato di aver aperto un bando leghista, che voleva tutelare gli italiani, ricordo che anche stranieri, purché europei, potevano partecipare». Il fatto che, nell'Italia del 2018, un amministratore locale debba giustificarsi e rispondere della terribile accusa di voler «tutelare gli italiani», già di per sé, la dice lunga su alcune vittorie culturali della sinistra, ma questa è l'aria che tira. E adesso? Adesso, spiega ancora Fanghella, «grazie a queste persone dovremo dire a dieci persone che non le possiamo assumere e Aster dovrà fare a meno di addetti che sarebbero stati preziosi, perché sarebbero stati inseriti in un settore critico come quello della manutenzione del verde». Quanto al bando da rifare, l'assessore taglia corto: «Non abbiamo assunto e non assumeremo i dieci operai, come invece avevamo concordato anche con i sindacati». Davvero un bel risultato, che tuttavia non impensierirà eccessivamente i sostenitori dell'immigrazione senza se e senza ma, per i quali il lavoro, quando va agli italiani, è solo uno sporco pregiudizio. Adriano Scianca
Getty Images
Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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