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2021-01-05
Rimpasto e 007, Giuseppi abbassa il ciuffo
Ansa
Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier.
Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.
Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili»
Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo.
Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi.
Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due.
Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi».
Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
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Le mosse di Conte per gli 007 arginate dai veti di Matteo Renzi e dei dem, che temono rivelazioni dallo sconfitto Donald Trump sulla guerra di spie.Per evitare lo sfratto, l'inquilino di Palazzo Chigi è disposto a concessioni su Recovery e ministri: traballano anzitutto Luciana Lamorgese, Lucia Azzolina, Paola De Micheli e Alfonso Bonafede. Italia viva dovrebbe incassare Ettore Rosato alla Difesa.Lo speciale contiene due articoli.Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier. Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deleghe-servizi-segreti-mifsud-2649742667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-e-alle-corde-sul-rimpasto-pronta-la-lista-dei-sacrificabili" data-post-id="2649742667" data-published-at="1609839697" data-use-pagination="False"> Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili» Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo. Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi. Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due. Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi». Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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