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2021-01-05
Rimpasto e 007, Giuseppi abbassa il ciuffo
Ansa
Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier.
Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.
Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili»
Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo.
Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi.
Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due.
Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi».
Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
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Le mosse di Conte per gli 007 arginate dai veti di Matteo Renzi e dei dem, che temono rivelazioni dallo sconfitto Donald Trump sulla guerra di spie.Per evitare lo sfratto, l'inquilino di Palazzo Chigi è disposto a concessioni su Recovery e ministri: traballano anzitutto Luciana Lamorgese, Lucia Azzolina, Paola De Micheli e Alfonso Bonafede. Italia viva dovrebbe incassare Ettore Rosato alla Difesa.Lo speciale contiene due articoli.Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier. Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deleghe-servizi-segreti-mifsud-2649742667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-e-alle-corde-sul-rimpasto-pronta-la-lista-dei-sacrificabili" data-post-id="2649742667" data-published-at="1609839697" data-use-pagination="False"> Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili» Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo. Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi. Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due. Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi». Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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