True
2021-01-05
Rimpasto e 007, Giuseppi abbassa il ciuffo
Ansa
Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier.
Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.
Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili»
Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo.
Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi.
Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due.
Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi».
Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
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Le mosse di Conte per gli 007 arginate dai veti di Matteo Renzi e dei dem, che temono rivelazioni dallo sconfitto Donald Trump sulla guerra di spie.Per evitare lo sfratto, l'inquilino di Palazzo Chigi è disposto a concessioni su Recovery e ministri: traballano anzitutto Luciana Lamorgese, Lucia Azzolina, Paola De Micheli e Alfonso Bonafede. Italia viva dovrebbe incassare Ettore Rosato alla Difesa.Lo speciale contiene due articoli.Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier. Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deleghe-servizi-segreti-mifsud-2649742667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-e-alle-corde-sul-rimpasto-pronta-la-lista-dei-sacrificabili" data-post-id="2649742667" data-published-at="1609839697" data-use-pagination="False"> Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili» Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo. Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi. Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due. Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi». Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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