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2021-01-05
Rimpasto e 007, Giuseppi abbassa il ciuffo
Ansa
Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier.
Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.
Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili»
Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo.
Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi.
Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due.
Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi».
Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
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Le mosse di Conte per gli 007 arginate dai veti di Matteo Renzi e dei dem, che temono rivelazioni dallo sconfitto Donald Trump sulla guerra di spie.Per evitare lo sfratto, l'inquilino di Palazzo Chigi è disposto a concessioni su Recovery e ministri: traballano anzitutto Luciana Lamorgese, Lucia Azzolina, Paola De Micheli e Alfonso Bonafede. Italia viva dovrebbe incassare Ettore Rosato alla Difesa.Lo speciale contiene due articoli.Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier. Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deleghe-servizi-segreti-mifsud-2649742667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-e-alle-corde-sul-rimpasto-pronta-la-lista-dei-sacrificabili" data-post-id="2649742667" data-published-at="1609839697" data-use-pagination="False"> Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili» Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo. Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi. Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due. Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi». Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.