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2021-01-05
Rimpasto e 007, Giuseppi abbassa il ciuffo
Ansa
Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier.
Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.
Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili»
Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo.
Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi.
Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due.
Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi».
Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
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Le mosse di Conte per gli 007 arginate dai veti di Matteo Renzi e dei dem, che temono rivelazioni dallo sconfitto Donald Trump sulla guerra di spie.Per evitare lo sfratto, l'inquilino di Palazzo Chigi è disposto a concessioni su Recovery e ministri: traballano anzitutto Luciana Lamorgese, Lucia Azzolina, Paola De Micheli e Alfonso Bonafede. Italia viva dovrebbe incassare Ettore Rosato alla Difesa.Lo speciale contiene due articoli.Era dai tempi degli anni di Piombo che le tensioni attorno all'intelligence e ai rapporti con gli Usa non erano un tema così forte da mettere a repentaglio un Paese. In passato ci fu il rapimento Moro e lo scandalo delle tangenti Lockheed Martin. Eventi di tale portata da non poter rimanere confinati nei palazzi romani. Adesso invece la brama di possedere le deleghe di gestione delle agenzie di intelligence non viene nascosta. La politica non si fa pudore di non salvaguardare la terzietà degli apparati. È argomento di interviste e motivo di richieste. Il Pd vorrebbe, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Borghi, abile membro del Copasir. Italia viva di Matteo Renzi punta su Emanuele Fiano, anche a costo di bruciarlo. Entrambi i partiti sanno che la legge è chiara. L'intelligence ha una dipendenza formale da Palazzo Chigi e al premier spetta la scelta dell'uomo cui delegare le attività di coordinamento tra la politica e il mondo dei servizi. È girata voce che a Gennaro Vecchione, attuale capo del Dis, potesse essere chiesto di dimettersi da direttore per diventare sottosegretario con delega. Ipotesi durata pochissimo, visto il fuoco di sbarramento di Renzi. Ieri, dalle parti dei 5 stelle si ipotizzava che l'uomo di fiducia di Conte potesse essere Roberto Chieppa. L'attuale segretario generale della presidenza del Consiglio è certamente vicinissimo a Conte. Ma forse la sua promozione è più nei desiderata dei grillini che del premier. Risultato giunti a ieri sera, il tavolo di poker delle nomine non aveva ancora ricevuto la mano definitiva. Il problema è che è proprio questo inghippo che blocca tutto il resto. Finché non si risolve la questione non si sblocca nemmeno la partita del Recovery plan. Non tanto perché il testo contiene la possibilità di dare il via alla fondazione sulla cyber security, elemento integrante nella battaglia sulle deleghe per l'intelligence, ma perché gli equilibri di potere e di fondi dentro il Recovery si stabiliranno, secondo il manuale Cencelli, una volta che si troverà la quadra rispetto al rimpasto. E anche questo tema non si sblocca finché Conte non mollerà le deleghe sui servizi. A questo punto viene da chiedersi il motivo di tanta fretta. In fondo è da mesi che Conte gestisce il raccordo con l'intelligence in modo un po' spregiudicato, calpestando le prassi tipiche della democrazia. Ci riferiamo al blitz del luglio scorso per modificare lo statuto sulle proroghe dei direttori. E più recentemente gli strappi con il Cisr e lo stesso Copasir per costruire una fondazione sulla cyber security che fosse più a misura del Dis che degli altri legittimi partecipanti al progetto. La Verità ha seguito passo passo tutte le polemiche. I grandi giornali hanno quasi sempre taciuto gli scontri. Solo al Corriere della Sera scappò lo scoop, tanto da dover subito girarsi dall'altra parte e far finta di nulla. Tanto il tema era delicato. È chiaro la fretta di sistemare la questione Conte-servizi arrivi da un elemento esterno e non di politica interna. E l'unica novità si chiama sconfitta di Donald Trump o, se si preferisce, elezione di Joe Biden. The Donald dal 20 gennaio non sarà più presidente e potrebbe decidere, come ultima mossa, di dare l'ok alla diffusione di notizie bomba sulle indagini condotta dal procuratore generale William Barr sulle possibili attività svolte in Italia da Josef Mifsud con o contro gli Stati Uniti. L'inchiesta di Barr (diventata poi a tutti gli effetti di natura giudiziaria) potrebbe aver raccolto informazioni imbarazzanti per chi in quegli anni era al governo. Non tanto in riferimento agli incontri dell'agosto e settembre 2019 (tra Vecchione, Barr e John Durham), ma a quanto accaduto tra aprile e luglio del 2016 in Italia attorno al professor Mifsud, sparito un anno dopo dalla circolazione. La notizia delle presunte mail compromettenti su Hillary Clinton che poi diedero origine al famoso Russiagate. In quei mesi a gestire Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi assieme al Pd. Se si temesse effettivamente una fuoriuscita di notizie si comprende la corsa a prendersi le deleghe dei servizi. E, d'altro canto, la riluttanza di Conte nel lasciarle. Materiale scottante potrebbe bruciare la carriera di più di un politico e la scelta di Trump di graziare George Papadopoulos il 23 dicembre ha fatto rizzare le antenne a tantissimi. Non solo nell'intelligence. Ecco spiegata la fretta. Che per di più si somma alla necessità di trovare la quadra sul Recovery plan entro giovedì, quando Italia viva ha annunciato il redde rationem, cioè le dimissioni dei due ministri Bonetti e Bellanova. Nel frattempo a fare da sherpa c'è il Mef. Che ha l'arduo compito di riscrivere il testo che definirà gli importi e i progetti di spesa dei 209 miliardi del piano Ue. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, è far capire a chi scalpita che i fondi sono in gran parte debito già messo a bilancio, ma al tempo stesso aprire a qualche concessione, in modo che Pd e Italia viva non perdano la faccia. «Più investimenti e più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l'integrazione sociosanitaria, per i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido», sarebbero le modifiche nel testo prodotto ieri sera. «Sulle politiche industriali», viene spiegato alle agenzie da fonti Mef, «sarebbe stata accolta la sollecitazione a rafforzare la componente degli investimenti, finalizzando le risorse ai progetti con maggiore impatto trasformativo e capaci di sviluppare filiere nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell'innovazione sociale e culturale». In stand by il paragrafo sulla fondazione per la cyber security. Un grande gioco a incastri, insomma, pronto a essere bollinato quando la maggioranza troverà la pace sulle deleghe ai servizi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deleghe-servizi-segreti-mifsud-2649742667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-e-alle-corde-sul-rimpasto-pronta-la-lista-dei-sacrificabili" data-post-id="2649742667" data-published-at="1609839697" data-use-pagination="False"> Il premier è alle corde sul rimpasto. Pronta la lista dei «sacrificabili» Quando, alle 18 di ieri pomeriggio, Matteo Renzi interrompe tutte le comunicazioni, non rispondendo più al telefono, Giuseppe Conte si rende finalmente conto che le strade davanti a lui sono due: o abbassare la cresta, anzi il ciuffo, o dire addio a Palazzo Chigi. Il premier asserragliato nel suo fortino coltivava ancora l'illusione di sbarazzarsi dell'ex Rottamatore, sostituendo i parlamentari di Italia viva con un manipolo di responsabili, ma deve rassegnarsi: il malcontento intorno all'azione del suo governo cresce sia nel M5s sia nel Pd. Il segnale? Tra i dem e i pentastellati - ed è la prima volta che accade - inizia a serpeggiare il malumore anche nei confronti di Roberto Speranza e del suo fidato commissario, Domenico Arcuri. Fino ad ora, il nome di Speranza non era mai apparso nell'elenco dei ministri sostituibili, ma la gestione del piano vaccini, che definire deficitaria è un eufemismo, ha infranto anche questo tabù, e così se Speranza continuerà a ricoprire la carica di ministro della Salute sarà solo perché è l'unico esponente di Leu al governo. Il premier ormai è con le spalle al muro: nei giorni scorsi è arrivato a credere davvero che in caso di sua caduta si sarebbe andati alle elezioni anticipate, ma dopo Conte non c'è il diluvio bensì, molto più prosaicamente, un nuovo presidente del Consiglio, così come prima di lui ce ne sono stati altri 28. Dunque, se Conte vuol continuare a occupare la poltrona di premier, farà bene prima di tutto a mollare sul Recovery, andando incontro alle richieste di Renzi, che poi sono quelle del Pd e del M5s, e sui servizi segreti. Non solo: dovrà anche rassegnarsi a un bel rimpastone, di quelli corposi. Veniamo ai nomi. A quanto apprende La Verità da fonti di primo piano, Italia viva dovrebbe ottenere un terzo ministero importante, la Difesa, per Ettore Rosato (qualcuno tra gli addetti ai lavori immagina anche un ingresso di Renzi in persona). L'attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, andrebbe agli Interni, al posto di Luciana Lamorgese, tecnico di espressione quirinalizia; traballa la poltrona di Lucia Azzolina, ministro dell'Istruzione; il Pd vorrebbe anche il ministero dello Sviluppo economico, attualmente nelle mani del M5s Stefano Patuanelli, per fare l'accoppiata con il Mef, dove c'è Roberto Gualtieri, ma l'ipotesi sembra difficile da realizzarsi; più concreta la prospettiva di un cambio della guardia al ministero della Giustizia, dove il pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe cedere il posto al vicesegretario dem Andrea Orlando; i grillini, come compensazione, otterrebbero i Trasporti, con l'attuale viceministro Giancarlo Cancelleri che verrebbe promosso al posto di Paola De Micheli. L'ipotesi di Luigi Di Maio e Andrea Orlando vicepremier non scalda i cuori di nessuno dei due. Prima di spegnere i cellulari, Renzi lancia i suoi ultimi messaggi a Conte: «Questo», dice l'ex rottamatore al Tg5, «è il momento per dare risposte concrete ai cittadini su vaccini, economia e scuola. Nei palazzi romani si smetta di chiacchierare e si diano più soldi per la sanità con il Mes. L'Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene?». Sull'ipotesi Mario Draghi: «A Palazzo Chigi», argomenta Renzi, «c'è un presidente del Consiglio alla volta e si chiama Conte. Draghi è una persona straordinaria per questo Paese, e devo dire che ha dato suggerimenti molto giusti. Ha detto fate debito, ma fate debito buono per i giovani, per il futuro, qui abbiamo messo più soldi per il cashback in un anno che non per i giovani e l'occupazione nei prossimi sei anni. Siamo di fronte a un piano, quello del Recovery, che pensa più al presente che al futuro. Speriamo che lo cambino», conclude Renzi, «seguendo i suggerimenti di Draghi». Si fa sentire anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, attraverso una nota approvata dalla segreteria nazionale del partito: «Sono mesi», sottolinea Zingaretti, «che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati». Sintonia con tutti gli alleati, quindi anche con Italia viva. Un incipit che fa tremare le vene ai polsi a Conte. «L'obiettivo», aggiunge Zingaretti, «era ed è quello di un rafforzamento della maggioranza attorno al presidente Conte e, come avevamo deciso insieme, il varo di un patto di legislatura per dare alla maggioranza una visione definita e unitaria del cambiamento necessario all'Italia. La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme. Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo. Nel periodo della pandemia e della campagna vaccinale», evidenzia il segretario dem, «nel pieno della discussione del progetto di Recovery, devono prevalere l'innovazione ma insieme a uno spirito unitario. Siamo convinti che affrontare con efficienza la pandemia, aprire una stagione di rinascita e investimenti per il lavoro e l'economia sia doveroso e possibile con un impegno collegiale e senza rotture all'interno della maggioranza». Non vuole più rotture, comprensibilmente, Zingaretti, e chiede collegialità. Il destinatario del messaggio? Giuseppi, l'uomo solo al comando di una nave che sta andando a infrangersi contro un iceberg. Il premier, è opinione diffusa, cederà: del resto si sa, meglio tirare a campare, che tirare, politicamente, le cuoia.
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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