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Altro che dazi, a uccidere il Pil sono le 13.000 leggi di Ursula

Altro che dazi, a uccidere il Pil sono le 13.000 leggi di Ursula
Ursula von der Leyen (Ansa)

Tutti urlano alle tariffe, ma gli industriali puntano il dito sui migliaia di vincoli creati dalla Commissione. Orsini: «L’Ue ha scelto l’ideologia e non i posti di lavoro». Per competere partire da qui e dal no al Green deal.

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Stefano Zecchi: «I ragazzi col coltello? Paghiamo l’eccesso di omologazione woke»
Stefano Zecchi (Ansa)
Il filosofo: «La cultura che nega le differenze tra le etnie rende impossibile l’integrazione. Ai giovani mancano padri autorevoli».

Stefano Zecchi, filosofo e scrittore, già docente di Estetica a Milano e autore del romanzo Resurrezione: che idea si è fatto dei ragazzi che girano con la lama in tasca?

«Credo che anzitutto sia un problema di integrazione fallita. Nelle aule si fa sentire sempre di più la presenza di extracomunitari, di prima o seconda generazione».

Incompatibilità culturale?

«La cultura del coltello non è italiana. Lo era ai tempi del “compare Turiddu”, oggi è superata».

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Per gli imam in Italia è giusto far sposare le bambine a 9 anni
Oriana Fallaci (Ansa)
In un servizio di «Fuori dal coro» gli imam di Brescia dicono che si può sposare una bambina purché abbia le mestruazioni. Del resto è lo stesso «Corano» ad ammetterlo. Aveva ragione la Fallaci nel suo (inascoltato) libro sulle donne musulmane.

Sono trascorsi 65 anni dal giorno in cui Oriana Fallaci diede alle stampe Il sesso inutile, un saggio in cui raccontava la condizione della donna in alcuni Paesi intorno al mondo. Il primo capitolo di quel libro era dedicato a una sposa bambina. La descrizione della cerimonia colpisce, perché da inviata dell’Europeo Fallaci fece un resoconto vivido di quel matrimonio tra una ragazzina e un adulto. «Non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna: sembrava un oggetto privo di vita o un pacco fragile e informe che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita».

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K.I.S.S. | Il mito della segretezza

Da dove nasce l'idea di un aeroplano misterioso? Torniamo indietro di sessantadue anni per rivivere un momento storico avvenuto in piena guerra fredda.

Il killer di Federica e la scia di sangue che lascia da solo un bimbo innocente
Pasquale Carlomagno e Maria Messenio (Ansa)
I genitori di Carlomagno non hanno retto e si sono impiccati. L’omicida resta in cella con una coperta e mutande di carta.

Quella di Anguillara si è trasformata in una tragedia che neppure Sofocle ed Euripide sarebbero riusciti a elaborare. Un precipizio che non ha risparmiato nessuno. Un bambino di dieci anni in pochi giorni ha perso quasi tutti i suoi cari: prima la mamma, Federica Torzullo, assassinata dal papà, Claudio Agostino Carlomagno; poi il padre, portato via in manette e rinchiuso in carcere; infine i nonni paterni, Pasquale Carlomagno, 67 anni, originario di Lagonegro, in Basilicata, amministratore unico dell’impresa di movimento terra di famiglia, e Maria Messenio, 65 anni, poliziotta in pensione che proveniva dalla provincia di Bari e che ad Anguillara era diventata assessore alla Sicurezza (fino alle dimissioni, dopo l’arresto del genero), che hanno deciso di togliersi la vita insieme, impiccandosi sotto il portico del giardino della loro villetta. Lei, il 9 gennaio, aveva accompagnato il figlio dai carabinieri per denunciare la scomparsa della nuora. Ma, sentita come testimone, aveva precisato di avere difficoltà a relazionarsi con il figlio da circa quattro anni. Anche tra Pasquale e Claudio i rapporti si erano raffreddati e si limitavano, è emerso dalle indagini, alla gestione della società (sua al 70 per cento e di Claudio per il restante 30, costituita nel 2005 con 10.000 euro di capitale sociale e con tre dipendenti) e al lavoro. Erano rimasti in silenzio da quando la loro nuora è scomparsa per poi riaffiorare da quel terreno nell’azienda di famiglia in cui era stato occultato il corpo dopo un tentativo di distruzione col fuoco. Negli ultimi sette giorni i due hanno provato a reggere i colpi. Prima si sono rinchiusi in casa, facendo attenzione perfino a quali luci accendere. Lei, che si era presentata alle elezioni comunali parlando di «rispetto delle regole e delle persone» come «valori fondanti» della sua educazione. Lui, che pure la mattina del 9 gennaio, era stato ripreso dalle telecamere davanti alla scena del crimine appena 28 minuti dopo l’orario in cui sarebbe avvenuto l’omicidio. Un particolare che gli inquirenti avevano in mente di approfondire, prevedendo di convocarlo di nuovo nei prossimi giorni in Procura. Anche perché era stato proprio Pasquale a fornire un alibi (subito crollato) al figlio, sostenendo che la mattina del delitto Claudio era a lavoro e poi correggendosi, rettificando che era solo quello che gli era stato riferito. E, così, pur senza un’evidenza rispetto alla consapevolezza di ciò che era accaduto nell’abitazione che si è trasformata nella scena di un crimine, quei due passaggi erano inevitabilmente finiti nell’inchiesta. Claudio, poi, quando la casa che condivideva ancora con Federica (e che entrambi avrebbero dovuto occupare a giorni alterni dopo la separazione che lui rinviava e che lei, invece, era determinata a portare a termine) era finita sotto sequestro, era tornato a casa dei genitori e lì è rimasto per due giorni, ovvero fino al momento del fermo disposto dai pm di Civitavecchia, poi diventato un arresto firmato dal gip. Pasquale e Maria hanno lasciato un biglietto di addio all’altro figlio, Davide, che abita a Roma. Qui entrambi avevano passato gli ultimi giorni per allontanarsi dal clima di Anguillara. È stato Davide, dopo la partenza dei genitori, a trovarlo e ad avvertire una zia materna che ha raggiunto la villetta. Ma non ha fatto in tempo. Nessuno rispondeva. E ha chiamato i carabinieri. Nella lettera hanno spiegato i motivi che li hanno spinti all’estremo gesto: la vergogna per l’atroce crimine commesso da Claudio, i sensi di colpa, la paura di non poter più tornare ad avere una vita normale. La Procura ha disposto l’autopsia sui corpi, prevista tra oggi e domani, anche se ci sono pochi dubbi rispetto all’ipotesi del duplice suicidio. «Sono anche loro vittime di un crimine le cui conseguenze si estendono dolorosamente a chi non ne ha alcuna responsabilità, una discesa agli inferi che i signori Carlomagno non sono riusciti tragicamente a sopportare», afferma il difensore di Claudio, l’avvocato Andrea Miroli, prima di spiegare che il suo cliente «è venuto a conoscenza della morte dei genitori ed è sorvegliato a vista». L’amministrazione dell’istituto di pena ha disposto la sorveglianza anche perché proprio mentre confessava aveva affermato di aver pensato di togliersi la vita dopo il delitto ma di non aver trovato il coraggio. Un concetto che avrebbe continuato a ripetere anche in carcere, dove è ristretto in una cella priva di suppellettili. Indossa slip di carta e ha a disposizione solo una coperta, come previsto dai protocolli in caso di rischio autolesionistico. Da fonti della polizia penitenziaria si apprende che è «disperato» per le morte dei genitori e che chiede di poter incontrare suo figlio, mentre non avrebbe provato rimorsi per aver ucciso la moglie. E, così, Anguillara è sprofondata sotto il peso di tre lutti, tutti per cause violente, e di uno strappo per via giudiziaria. Uno dopo l’altro. Il piccolo si è trovato improvvisamente con un unico punto di riferimento, i nonni materni. Nonostante le sofferenze si affannano nella ricerca di far vivere al piccolo la sua solita routine: la scuola, le attività pomeridiane, la squadra di calcio. Per evitare che il peso di quella tragedia che non ha scelto finisca per condizionare la sua esistenza. Che nessuna sentenza, nessuna spiegazione potrà mai davvero riparare.

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