
L’ha evocata Giorgia Meloni martedì, nel Giorno della Verità. Rispondendo a una domanda sul nuovo regolamento per i rimpatri, il presidente del Consiglio ha rivelato un’intesa con il premier della Danimarca, Mette Frederiksen, per rendere al più presto operativi gli hub nei Paesi terzi, allo scopo di rimandare a casa gli immigrati che non hanno diritto di restare. Potrebbe sembrare un accordo fra capi di governo di destra per frenare l’invasione di clandestini. E invece no, i partiti accusati di essere xenofobi, razzisti, fascisti eccetera, invece non c’entrano nulla, perché Mette Frederiksen non fa parte né di un partito sovranista né di un gruppo conservatore, ma è socialista.
Eppure, sui temi dell’accoglienza ha idee molto simili a quelle di Giorgia Meloni. Anzi, a dire il vero, dovendo affrontare un’integrazione con gli stranieri sempre più difficile, paradossalmente è forse più a destra del nostro primo ministro. O, per lo meno, lo sono le misure adottate.
Già in passato aveva destato polemiche, ovviamente a sinistra, l’idea di chiedere ai richiedenti asilo di consegnare gli oggetti di valore di cui disponevano allo scopo di pagare i costi dell’accoglienza. Non solo i poveri immigrati sarebbero stati costretti a pagare il pedaggio per entrare in Danimarca, ma addirittura sarebbero stati privati dei propri averi. Ma adesso Frederiksen è andata oltre, con un paio di proposte intese a limitare la trasformazione di Copenhagen in Islamabad. Infatti, per evitare comunità chiuse, che non si integrano con il resto del Paese, il governo avrebbe l’intenzione di ridurre la presenza di stranieri nei quartieri ad alto tasso di migranti, costringendo una parte di essi a trasferirsi. L’operazione punta a impedire la creazione di ghetti o peggio la costituzione di vere e proprie enclave, dove la legge dello Stato fa fatica a mettere il naso. In pratica, basta repubbliche indipendenti all’interno della Danimarca.
Ma il ministro dell’Immigrazione, Morten Bodskov, pure lui socialista, è andato oltre e ora intende bandire la chiamata alla preghiera dei muezzin. «Non siamo in un sobborgo di una città musulmana», ha dichiarato alle agenzie di stampa. «Non ci deve essere alcun dubbio sul fatto che viviamo in Danimarca». Immaginate se una cosa simile l’avesse detta un esponente di Fratelli d’Italia o della Lega. Ma a dirla in questo caso è un esponente della sinistra europea, il quale anticipa un’inchiesta del governo con l’intenzione di rendere illegale la chiamata alla preghiera, sulla base del fatto che costituirebbe un’«islamizzazione» del Paese, oltre a occupare troppo spazio pubblico (gli islamici non di rado si inginocchiano su piazze o marciapiedi). «La chiamata dei muezzin», ha detto Bodskov, «non deve essere sentita sui tetti danesi». Da noi sarebbe già intervenuto qualche magistrato, se non la Corte costituzionale, per sentenziare che non si può vietare il diritto alla preghiera: così come i parroci cattolici suonano le campane e per le vie del centro portano Gesù Cristo e la Madonna in processione, anche il muezzin può far risuonare i suoi canti usando gli altoparlanti e invitando i devoti a inchinarsi sul marciapiede.
Tuttavia, anche da noi qualche cosa si muove. Il governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, ieri ha fatto approvare una delibera che vieta, nei centri storici, l’apertura di negozi etnici e kebabberie. Stop, dunque, ai bazar che vendono cianfrusaglie d’importazione e a locali che sono normali in Anatolia e meno a Macerata. «Vogliamo riconoscere e valorizzare le attività economiche che concorrono alla conservazione dell’identità dei luoghi, limitando l’insediamento di determinate attività commerciali», ha spiegato Acquaroli. Per questo lo chiameranno il razzista del kebab? Oppure verrà accusato di essere un partigiano del ciauscolo? Di sicuro, visto che la cucina italiana è stata denominata patrimonio dell’Unesco, qualcuno che la difenda ci servirebbe.






