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2019-12-06
Rivolta nelle università: non firmate il Mes
Gettyimages
Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.
Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.
Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.
Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.
L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.
Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.
Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.
Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.
La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.
A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione.
E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.
Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia.
I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.
I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).
Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo
Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea.
L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù».
Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute.
Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit».
Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma.
Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri.
Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano.
La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue
Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità.
Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing.
Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo».
Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate».
A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri».
In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere.
Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao.
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Di seguito pubblichiamo l'appello sottoscritto su Micromega da numerosi economisti e professori universitari - molti dei quali provenienti da aree politico-culturali progressiste, quindi non assimilabili con le posizioni sovraniste - contro l'approvazione da parte del governo giallorosso della riforma del Fondo salva Stati, considerata un danno per l'Italia. I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l'Italia conseguenze molto gravi.I dem, in questo caso sostenuti dalle truppe di Iv, presidiano i salotti tv difendendo alla morte il pacco europeo. Chiunque dissenta riceve lo stesso trattamento: «Taci, fai propaganda leghista». Peccato che, solo la scorsa estate, dicessero le stesse cose di Matteo Salvini.Modellato sui poteri illimitati del Fmi, il Fondo monetario Ue dovrebbe prendere il posto della Banca centrale europea nella protezione, condizionata, dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Le regole per crearlo? Saranno scritte ad hoc grazie a un pertugio nei Trattati.Lo speciale contiene tre articoli.Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi. Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare. L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default. Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-nasconde-la-giravolta-con-il-tele-bullismo" data-post-id="2641531640" data-published-at="1782535785" data-use-pagination="False"> Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea. L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù». Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute. Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit». Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma. Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri. Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prossima-fregatura-che-ci-togliera-sovranita-e-il-fondo-monetario-ue" data-post-id="2641531640" data-published-at="1782535785" data-use-pagination="False"> La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità. Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing. Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo». Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate». A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere. Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao. www.francescocarraro.com
Volodymyr Zelensky (Ansa)
In un territorio piccolo come la penisola della Crimea, annessa dai russi nel 2014, la strategia ha spinto ieri il governatore locale Sergej Aksionov a decretare lo «stato di emergenza» per la mancanza di carburante ed elettricità causata dai raid su infrastrutture petrolifere ed energetiche. Fra le misure, la sospensione della vendita di benzina e gasolio, la riduzione della frequenza di treni e traghetti, rimpiazzati da autobus, la chiusura dei campi estivi per bambini. La Crimea, rispetto all’enorme Russia, è un bersaglio assai più facile essendo una penisola di limitata area, vicinissima ed esposta anche a ordigni di breve raggio. Inoltre offre strozzature infrastrutturali vulnerabili, come il ponte di Kerch, che la collega alla penisola di Taman. L’area di Kerch è stata colpita ieri, stando al servizio segreto ucraino Sbu, da droni ucraini che hanno danneggiato una base di missili antiaerei S-400 e tre navi, ovvero le due unità posacavi Volga e Vyatka e il traghetto Petropavlovsk. L’Sbu ritiene le navi posacavi implicate anche nella posa di mine e di sensori sonar della rete Garmonia. Sempre in Crimea sono state bombardate Krasnoperekopsk, l’aeroporto Saky di Novofedorivka e una base antiaerea con sistemi Pantsir-S1. Gli attacchi hanno causato la chiusura per 6 ore del ponte di Kerch.
Le incursioni facevano parte di più vaste ondate di velivoli senza pilota sulla Russia. Mosca ha parlato di «660 droni nemici abbattuti», di cui «28 presso Mosca», per il sindaco della capitale Sergei Sobyanin. Fra gli obbiettivi colpiti, l’impianto chimico Azot di Novomoskovsk, nella regione di Tula, già danneggiato il 14 giugno, e una vicina centrale elettrica. Secondo media locali, la scarsità di benzina s’è fatta sentire anche in Siberia, a Tomsk. Per «fonti» della Reuters il presidente russo Vladimir Putin sarebbe subissato di richieste di escalation da «falchi» del suo staff, che chiedono mobilitazione generale, distruzione del quartiere governativo di Kiev, assassinio del presidente Volodymyr Zelensky, attacchi alle fabbriche europee di droni e financo l’uso di armi nucleari tattiche. Ma Putin preferisce un profilo più basso. Ieri Zelensky ha approvato un piano del capo dell’Sbu, il generale Yevhen Khmara, per un’offensiva di «pressione» sulla Russia della durata di 40 giorni «per costringerla a cessare la guerra».
I russi a loro volta hanno attaccato con droni le reti elettriche di Odessa. Il capo delle forze armate ucraine, il generale Oleksandr Syrsky, ha invitato a non sottovalutare i russi in un’intervista al Times: «Mosca adotta una strategia di logoramento con piccole avanzate successive. Schiera al fronte 721.300 soldati e produce droni su scala industriale. Nel giugno 2026 ne ha utilizzati tra 6.000 e 7.000 al giorno, con l’obiettivo di arrivare a 33.000 a fine anno». Kiev si aspetta «nuovi aiuti militari, specie in difesa aerea» dal vertice Nato previsto ad Ankara il 7 e 8 luglio, come auspicato dal ministro degli Esteri Andrii Sybiha.
Ma i combattimenti metro per metro sul fronte terrestre proseguono. Da giorni è nella città di Konstantinivka che le truppe russe s’infiltrano lentamente. Ieri la Tass ha pubblicato rapporti dell’esercito russo secondo cui «i militari ucraini colpirebbero con droni i civili che evacuano dal paese per impedire che rivelino l’ubicazione delle loro postazioni». Il 10° Reggimento corazzato russo sostiene di impiegare in città granate d’artiglieria Krasnopol a guida laser da 152 mm per centrare le posizioni avversarie, nonché di usare mine anticarro TM62 modificate per «demolire edifici in cui il nemico è nascosto». Unico segnale positivo delle scorse ore, lo scambio di 160 prigionieri per parte, goccia nel mare di una guerra infinita.
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Galeazzo Bignami
Ed è necessario valutare le intenzioni del generale e del suo Futuro nazionale. Il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami da abile mediatore qual è, sonda il terreno. I segnali di apertura a Vannacci da parte di Bignami si intravedono già da mesi. Il capogruppo, prudentemente, non ha mai sbattuto del tutto la porta in faccia al generale ma piuttosto ha temporeggiato, rinviando i giudizi a quando i tempi si fossero fatti più maturi. Quei tempi sono arrivati. Perché se a febbraio il valore elettorale di Futuro nazionale era di difficile interpretazione, oggi appare più nitido.
In Fratelli d’Italia l’adagio sta cambiando: da «Vannacci fuori» a «Vannacci vediamo». L’obiettivo è quello di «salvinizzare» Vannacci, ma la Lega non ne è felicissima. D’altra parte, Forza Italia, ancora di più con il nuovo corso imposto da Marina Berlusconi, non ha nessuna intenzione di mettersi a braccetto con lui.
Ieri a Montecitorio è andata in scena la discussione generale sul testo della nuova legge elettorale e non sono mancate scintille. Numerosi i nodi da sciogliere, tra cui quello delle preferenze, che sta creando divisioni in entrambi gli schieramenti. Fratelli d’Italia dovrà decidere se formalizzare o meno l’emendamento in materia. Le votazioni dovrebbero partire dal 7 luglio. Lega e Forza Italia sono scettici nel portare avanti una battaglia che potrebbe creare fibrillazioni interne. Soprattutto se il centrosinistra decidesse di non partecipare lasciando la patata bollente in mano al centrodestra: se non dovessero passare le preferenze si rischia una figuraccia, se passassero il centrodestra si spaccherebbe.
Bignami dice che il suo partito sta «cercando insieme agli alleati di presentare un emendamento unitario insieme alle forze di centrodestra anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani di poter indicare le preferenze. Crediamo che ci siano le condizioni per arrivare senza porre la fiducia». E aggiunge: «È evidente che se noi votiamo a settembre, come è intendimento del governo credo arrivare a fine legislatura, c’è il tempo per riflettere e confrontarsi sul programma. Ci sono alcune cose su cui ci si può trovare una prospettiva comune, altre meno».
Vannacci sguazza in questo stagno di incertezza generale, presentando emendamenti e chiedendo alla premier di invitare gli alleati a evitare il voto segreto. «È lui che non lo vuole, perché teme che qualcuno dei suoi non lo voti», dicono le malelingue della Lega.
Nessuna limatura sulla norma ribattezzata «anti-Vannacci» che esenta dalla raccolta delle firme solo i gruppi parlamentari costituiti prima dell’inizio del 2026. «Fratelli d’Italia nasce come un movimento che non ha mai goduto dello spazio di cui oggi godono forze appena nate. Abbiamo faticato a lungo per avere il nostro spazio e non abbiamo mai voluto norme che precludessero la possibilità di qualcuno di partecipare alle consultazioni», specifica Bignami.
La norma penalizza anche +Europa di Riccardo Magi che si dice pronto a dare battaglia. Talmente pronto che ieri è stato espulso dalla Camera, dopo tre richiami all’ordine: aveva esposto un cartello fac-simile di come, a suo dire, sarebbe la nuova scheda elettorale con l’approvazione della riforma del voto. Il cartello riportava la scritta «il tuo voto non conta» urlando al «colpo di Stato elettorale». Il deputato Pd Gianni Cuperlo parla di «prepotenza della maggioranza», «vogliono cambiare le regole del gioco perché temono la vittoria del campo progressista».
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Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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La nuova Audi A6 allroad
Audi rinnova la A6 allroad quattro, giunta alla quinta generazione, facendo così evolvere uno dei modelli più iconici della gamma di questo marchio. Più larga, tecnologica ed elettrificata, la nuova allroad conferma la propria doppia vocazione: grande viaggiatrice su strada e compagna affidabile lontano dall’asfalto. Per la prima volta nella storia del modello, accanto al tradizionale V6 TDI arriva infatti una variante plug-in hybrid da 367 CV.
«Audi A6 allroad è un’icona dei quattro anelli e da sempre è caratterizzata da una doppia anima: eccezionalmente confortevole nell’utilizzo quotidiano e al tempo stesso in grado di spingersi agevolmente dove finisce l’asfalto», ha dichiarato Rouven Mohr, Chief Technical Officer di Audi AG, sottolineando il ruolo della trazione integrale quattro e delle sospensioni pneumatiche adattive. Sul piano stilistico, la nuova A6 allroad si distingue per un corpo vettura più muscoloso. Per la prima volta è più larga di oltre 11 centimetri rispetto alla A6 Avant da cui deriva, con carreggiate maggiorate e una presenza su strada ancora più marcata. Il look all terrain è enfatizzato da passaruota dedicati, protezioni sottoscocca, mancorrenti specifici e un’altezza da terra superiore. La gamma prevede cerchi fino a 21 pollici e otto colori per la carrozzeria.
Tra gli elementi tecnici più caratterizzanti figurano le sospensioni pneumatiche adattive di serie, sviluppate appositamente per questo modello. L’escursione massima raggiunge i 55 millimetri e consente di modificare l’assetto in funzione della velocità e della modalità di guida selezionata. In autostrada la vettura si abbassa per migliorare efficienza e stabilità, mentre nelle modalità dedicate all’off-road aumenta sensibilmente la distanza dal suolo per affrontare terreni difficili.La nuova A6 allroad è basata sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) e beneficia di una scocca più rigida, sospensioni multilink a cinque bracci e sterzo progressivo evoluto. È inoltre disponibile lo sterzo integrale, che migliora agilità alle basse velocità e stabilità alle andature più elevate.
La principale novità riguarda la gamma motori. Debutta infatti la prima Audi A6 allroad e-hybrid quattro, che abbina il quattro cilindri 2.0 TFSI da 252 CV a un motore elettrico da 143 CV per una potenza complessiva di 367 CV e 500 Nm di coppia. Le prestazioni sono brillanti, con uno 0-100 km/h coperto in 5,5 secondi, mentre la batteria da 25,9 kWh garantisce fino a 95 chilometri di autonomia elettrica WLTP. La ricarica in corrente alternata fino a 11 kW permette di completare il pieno di energia in circa due ore e mezza. Accanto alla versione plug-in viene proposta la motorizzazione V6 3.0 TDI da 299 CV, dotata della tecnologia mild hybrid plus a 48 Volt. Il sistema integra un powertrain generator capace di fornire fino a 24 CV e 230 Nm supplementari, migliorando efficienza e risposta all’acceleratore. Il motore beneficia inoltre di una sofisticata sovralimentazione a due stadi che combina turbocompressore tradizionale e compressore elettrico, garantendo prestazioni elevate e una risposta immediata. La vettura accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi. Entrambe le motorizzazioni sono abbinate alla trazione integrale quattro ultra, che gestisce in modo predittivo la distribuzione della coppia tra avantreno e retrotreno, privilegiando l’efficienza senza rinunciare alla motricità.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla digitalizzazione. L’abitacolo adotta la nuova architettura elettronica Audi con integrazione di ChatGPT nell’assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. Il cosiddetto Audi Digital Stage comprende il quadro strumenti digitale da 11,9 pollici e il display OLED curvo da 14,5 pollici, cui può aggiungersi uno schermo dedicato al passeggero.Completano il quadro i proiettori Matrix LED digitali di nuova generazione, i gruppi ottici OLED 2.0 e numerosi sistemi di assistenza alla guida e di comunicazione con l’ambiente circostante. Lunga 5,02 metri e con una capacità di carico fino a 1.497 litri, la nuova Audi A6 allroad quattro arriverà nelle concessionarie italiane nel quarto trimestre del 2026, con prezzi a partire da 82.350 euro per la versione V6 TDI e da 88.650 euro per la variante plug-in hybrid.
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