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2019-12-06
Rivolta nelle università: non firmate il Mes
Gettyimages
Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.
Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.
Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.
Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.
L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.
Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.
Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.
Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.
La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.
A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione.
E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.
Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia.
I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.
I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).
Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo
Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea.
L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù».
Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute.
Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit».
Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma.
Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri.
Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano.
La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue
Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità.
Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing.
Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo».
Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate».
A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri».
In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere.
Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao.
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Di seguito pubblichiamo l'appello sottoscritto su Micromega da numerosi economisti e professori universitari - molti dei quali provenienti da aree politico-culturali progressiste, quindi non assimilabili con le posizioni sovraniste - contro l'approvazione da parte del governo giallorosso della riforma del Fondo salva Stati, considerata un danno per l'Italia. I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l'Italia conseguenze molto gravi.I dem, in questo caso sostenuti dalle truppe di Iv, presidiano i salotti tv difendendo alla morte il pacco europeo. Chiunque dissenta riceve lo stesso trattamento: «Taci, fai propaganda leghista». Peccato che, solo la scorsa estate, dicessero le stesse cose di Matteo Salvini.Modellato sui poteri illimitati del Fmi, il Fondo monetario Ue dovrebbe prendere il posto della Banca centrale europea nella protezione, condizionata, dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Le regole per crearlo? Saranno scritte ad hoc grazie a un pertugio nei Trattati.Lo speciale contiene tre articoli.Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi. Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare. L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default. Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-nasconde-la-giravolta-con-il-tele-bullismo" data-post-id="2641531640" data-published-at="1779866595" data-use-pagination="False"> Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea. L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù». Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute. Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit». Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma. Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri. Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prossima-fregatura-che-ci-togliera-sovranita-e-il-fondo-monetario-ue" data-post-id="2641531640" data-published-at="1779866595" data-use-pagination="False"> La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità. Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing. Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo». Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate». A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere. Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao. www.francescocarraro.com
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 maggio con Carlo Cambi
Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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