True
2019-12-06
Rivolta nelle università: non firmate il Mes
Gettyimages
Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.
Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.
Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.
Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.
L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.
Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.
Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.
Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.
La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.
A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione.
E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.
Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia.
I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.
I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).
Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo
Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea.
L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù».
Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute.
Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit».
Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma.
Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri.
Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano.
La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue
Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità.
Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing.
Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo».
Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate».
A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri».
In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere.
Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao.
www.francescocarraro.com
Continua a leggereRiduci
Di seguito pubblichiamo l'appello sottoscritto su Micromega da numerosi economisti e professori universitari - molti dei quali provenienti da aree politico-culturali progressiste, quindi non assimilabili con le posizioni sovraniste - contro l'approvazione da parte del governo giallorosso della riforma del Fondo salva Stati, considerata un danno per l'Italia. I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l'Italia conseguenze molto gravi.I dem, in questo caso sostenuti dalle truppe di Iv, presidiano i salotti tv difendendo alla morte il pacco europeo. Chiunque dissenta riceve lo stesso trattamento: «Taci, fai propaganda leghista». Peccato che, solo la scorsa estate, dicessero le stesse cose di Matteo Salvini.Modellato sui poteri illimitati del Fmi, il Fondo monetario Ue dovrebbe prendere il posto della Banca centrale europea nella protezione, condizionata, dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Le regole per crearlo? Saranno scritte ad hoc grazie a un pertugio nei Trattati.Lo speciale contiene tre articoli.Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi. Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare. L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default. Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-nasconde-la-giravolta-con-il-tele-bullismo" data-post-id="2641531640" data-published-at="1776060230" data-use-pagination="False"> Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea. L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù». Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute. Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit». Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma. Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri. Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prossima-fregatura-che-ci-togliera-sovranita-e-il-fondo-monetario-ue" data-post-id="2641531640" data-published-at="1776060230" data-use-pagination="False"> La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità. Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing. Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo». Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate». A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere. Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao. www.francescocarraro.com
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro, un fotogramma di un video che immortala le violenze dell’africano, trasmesso su Mediaset da Fuori dal coro
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
Continua a leggereRiduci
L'ingresso della 61a Biennale di Venezia (Ansa)
Domani potremmo svegliarci in un mondo nuovo, ancora più duro da affrontare. Un mondo peggiore. E non solo perché alla pompa di benzina o del diesel ci sveneremo come fossimo dal gioielliere. Ma anche questo conta nelle latitudini dove non si sente il fischio delle bombe. Diesel a tre euro, inflazione all’8% e poi vediamo chi avrà ancora voglia di andar dietro alle dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca.
In questo teatro globale delle assurdità, inoltre, non poteva mancare l’inutile e impalpabile Unione Europea, la quale non avendo parti in commedia si inventa posture morali. L’ultima ha messo nel mirino la Biennale di Venezia, colpevole di discostarsi dalla strategia europea contro Putin e quindi di aiutare la Russia. I fatti sono noti: per l’edizione di quest’anno, il presidente Pietrangelo Buttafuoco consentirà alla Russia di riaprire il proprio stand («proprio» nel senso che è di sua proprietà). Bestemmia! Come si permette questo Buttafuoco a sfidare la Ue? Si penta, si ravveda entro 30 giorni altrimenti da Bruxelles non arriveranno più soldi. Già, perché nel tempio del neoliberismo dove la moneta (l’euro) sostanzia le Istituzioni, non si conosce altra sintassi se non quella del soldo. Quindi: o fai come ti diciamo noi, oppure niente più soldi.
Purtroppo, al delirio della Commissione si aggiungerà l’ignavia del governo italiano, che già si è esposto contro la Biennale e contro il suo presidente attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, coperto da Palazzo Chigi. Come a dire: Roma e Bruxelles la pensano allo stesso modo e alla Russia non dobbiamo concedere nulla. Quindi bene farà la Ue a tagliare i finanziamenti.
Se però la politica si misura «a peso d’euro», suggerisco al governo di guardare i sondaggi più recenti laddove la gente si sta incazzando per… mancanza di euro in tasca. Insomma, la vita costa troppo, l’energia di più ancora. Pertanto se i prezzi si alzano perché gas e petrolio sono bloccati a Hormuz e perché la guerra di Trump e Netanyahu ha scombinato il mondo, il popolo non ha la minima intenzione di pagare le follie altrui e chiede concretezza: pensate agli italiani. Sarebbe l’abc di quel che un tempo - era la Prima repubblica di Mattei, di Moro, di Craxi, di Andreotti - si chiamava interesse nazionale e che oggi va sotto il termine «sovranismo». In poche parole, se agli italiani chiedeste «Volete più gas e petrolio russo?», la risposta sarebbe affermativa: vogliamo tutto il gas e tutto il petrolio possibile dalla Russia; oltre a quello che già abbiamo comprato in barba alle famose sanzioni. Stupiti? E perché mai? Lo scriviamo da tempo e anche ieri lo ha scritto il direttore Belpietro: l’Europa compra gas dalla Russia, anzi ha fatto la scorta! E con la Russia fanno affari anche diverse multinazionali e non mi sembra che gli amministratori delegati siano agli arresti. Poco ci manca invece che il povero Buttafuoco non sia messo al rogo, a Bruxelles come a Roma, per avere aperto le porte della Biennale alla Russia. Non si può, si deve pentire della scelta; altrimenti - come si diceva - niente soldi. Per come conosciamo Buttafuoco non farà marcia indietro, e bene fa perché da raffinato uomo di cultura sa che la Biennale deve tenere le porte aperte. Con la Russia, come con l’America, che ha attaccato Venezuela e Iran; con lo stesso Iran, che impicca oppositori senza pietà; con Israele, nel cui mito della Super-Sparta bombarda e compie stragi a Gaza, in Iran, in Libano, in Cisgiordania. Usa e Israele sono intoccabili?
Il consiglio che diamo all’Europa come a Palazzo Chigi è quello di restare coi piedi per terra, di preferire il reale con l’ideale. E il reale, cioè il popolo, ci invita a riprendere il dialogo con la Russia sull’energia. La Biennale può essere il ponte diplomatico, un ponte che la Ue vuole bombardare. Il governo che intende fare? I Cinquestelle hanno pronta una interrogazione che obbligherà il governo alla chiarezza prima del voto in Consiglio europeo di fine aprile. La Meloni autorizza Giuli nel delegittimare Buttafuoco? E la Lega, oltre alle dichiarazioni di rito, sarà coerente? Alla fine deciderà Bruxelles o Palazzo Chigi?
Continua a leggereRiduci