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2019-12-06
Rivolta nelle università: non firmate il Mes
Gettyimages
Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.
Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.
Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.
Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.
L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.
Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.
Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.
Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.
La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.
A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione.
E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.
Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia.
I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.
I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).
Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo
Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea.
L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù».
Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute.
Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit».
Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma.
Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri.
Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano.
La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue
Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità.
Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing.
Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo».
Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate».
A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri».
In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere.
Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao.
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Di seguito pubblichiamo l'appello sottoscritto su Micromega da numerosi economisti e professori universitari - molti dei quali provenienti da aree politico-culturali progressiste, quindi non assimilabili con le posizioni sovraniste - contro l'approvazione da parte del governo giallorosso della riforma del Fondo salva Stati, considerata un danno per l'Italia. I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l'Italia conseguenze molto gravi.I dem, in questo caso sostenuti dalle truppe di Iv, presidiano i salotti tv difendendo alla morte il pacco europeo. Chiunque dissenta riceve lo stesso trattamento: «Taci, fai propaganda leghista». Peccato che, solo la scorsa estate, dicessero le stesse cose di Matteo Salvini.Modellato sui poteri illimitati del Fmi, il Fondo monetario Ue dovrebbe prendere il posto della Banca centrale europea nella protezione, condizionata, dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Le regole per crearlo? Saranno scritte ad hoc grazie a un pertugio nei Trattati.Lo speciale contiene tre articoli.Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi. Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare. L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default. Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-nasconde-la-giravolta-con-il-tele-bullismo" data-post-id="2641531640" data-published-at="1772932639" data-use-pagination="False"> Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea. L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù». Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute. Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit». Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma. Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri. Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prossima-fregatura-che-ci-togliera-sovranita-e-il-fondo-monetario-ue" data-post-id="2641531640" data-published-at="1772932639" data-use-pagination="False"> La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità. Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing. Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo». Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate». A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere. Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao. www.francescocarraro.com
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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