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2019-12-06
Rivolta nelle università: non firmate il Mes
Gettyimages
Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.
Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.
Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi.
Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare.
L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.
Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.
Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.
Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.
La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.
A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione.
E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default.
Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia.
I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.
I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).
Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo
Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea.
L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù».
Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute.
Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit».
Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma.
Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri.
Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano.
La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue
Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità.
Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing.
Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo».
Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate».
A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri».
In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere.
Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao.
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Di seguito pubblichiamo l'appello sottoscritto su Micromega da numerosi economisti e professori universitari - molti dei quali provenienti da aree politico-culturali progressiste, quindi non assimilabili con le posizioni sovraniste - contro l'approvazione da parte del governo giallorosso della riforma del Fondo salva Stati, considerata un danno per l'Italia. I governi europei stanno discutendo due importanti riforme ed entrambe, per come al momento sono strutturate, possono avere per l'Italia conseguenze molto gravi.I dem, in questo caso sostenuti dalle truppe di Iv, presidiano i salotti tv difendendo alla morte il pacco europeo. Chiunque dissenta riceve lo stesso trattamento: «Taci, fai propaganda leghista». Peccato che, solo la scorsa estate, dicessero le stesse cose di Matteo Salvini.Modellato sui poteri illimitati del Fmi, il Fondo monetario Ue dovrebbe prendere il posto della Banca centrale europea nella protezione, condizionata, dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Le regole per crearlo? Saranno scritte ad hoc grazie a un pertugio nei Trattati.Lo speciale contiene tre articoli.Quella che è giunta alle ultime battute e dovrebbe essere approvata entro breve riguarda il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto Fondo salva Stati. Questo Fondo, istituito nel settembre del 2012, dovrebbe intervenire in soccorso degli Stati che si trovassero in grave difficoltà economica. L'aiuto agli Stati in linea con i parametri stabiliti dalle regole del Fondo non richiede particolari requisiti, mentre per quelli non in linea è previsto solo a patto di pesanti condizionalità, tra le quali giudizi sulla sostenibilità del debito e sulla capacità di rimborsarlo, in seguito ai quali può essere richiesta allo Stato in questione una ristrutturazione del debito stesso.Osserviamo che i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l'Italia possa soddisfarli; ci si riferisce invece tra l'altro a «un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento»: il metodo di calcolo del saldo strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed inoltre è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari altri Paesi che ne ha dimostrato l'assoluta inaffidabilità.Se dunque l'Italia dovesse ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi. Si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati. La recente risalita dello spread costituisce già un segnale di inquietudine dei mercati che non sembra opportuno alimentare. L'insorgere di una crisi in seguito a un cambiamento delle regole è già avvenuto nel 2010, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciarono la decisione di coinvolgere i privati nelle conseguenze della crisi greca. E comunque questo può sempre accadere in occasione di situazioni di instabilità dei mercati che abbiano magari origine lontano dall'Italia. Il problema non è dunque quali probabilità ci siano che l'Italia sia costretta a ristrutturare il debito: il fatto che venga rafforzata la possibilità che ciò accada è di per sé sufficiente ad aumentare il rischio-Paese. Così, uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi.Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri afferma che rispetto alle regole già in vigore le variazioni sono minime. Vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l'impostazione che ha prevalso nell'Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le «riforme strutturali», che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato.Inoltre il Mes è stato istituito per fungere da prestatore di ultima istanza, un ruolo che in ogni Stato è svolto dalla banca centrale, mentre alla Bce è stato vietato. Ma una banca centrale ha risorse illimitate, l'Esm no, e questo agli occhi della speculazione fa la differenza.Il Mes è un organismo per noi inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione.La seconda riforma in discussione è il completamento dell'unione bancaria con l'istituzione di una garanzia comune dei depositi. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha di recente riproposto una condizione a cui da tempo l'Italia si oppone, ossia quella di attribuire un coefficiente di rischio ai titoli sovrani posseduti dalle banche. Una scelta che causerebbe all'Italia - e questo senza alcun margine di incertezza - una doppia crisi, sia bancaria che del debito, provocata esclusivamente da motivi regolamentari. Non vogliamo pensare che la strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi che spingerebbe a una inevitabile ristrutturazione; osserviamo però che la combinazione tra la riforma del Mes e la proposta sui titoli pubblici è suscettibile di essere interpretata dai mercati proprio in questo modo. Non si può non concluderne che chi sostiene questa linea dimostra di non aver appreso le lezioni del passato riguardo alle dinamiche dei mercati finanziari.A nostro parere l'Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma del Mes. L'obiezione che in questo modo il nostro Paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l'Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d'altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default. Al veto sul Mes bisogna dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell'efficacia. I compromessi sono possibili e auspicabili, ma si raggiungono quando ciascuna delle parti tiene conto delle posizioni e delle necessità delle altre, cosa che finora non è avvenuta. L'Italia avanzi delle proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici.I firmatari sono: Nicola Acocella (università Roma La Sapienza), Sergio Bruno (università Roma La Sapienza), Sergio Cesaratto (università Siena), Carlo Clericetti (giornalista), Massimo D'Antoni (università Siena), Antonio Di Majo (università Roma 3), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna), Sebastiano Fadda (università Roma 3), Maurizio Franzini (università Roma La Sapienza), Andrea Fumagalli (università Pavia), Mauro Gallegati (università Politecnica delle Marche), Piergiorgio Gawronsky (economista), Claudio Gnesutta (università Roma La Sapienza), Riccardo Leoni (università Bergamo), Stefano Lucarelli (università Bergamo), Ugo Marani (università Napoli l'Orientale), Massimiliano Mazzanti (università Ferrara), Domenico Mario Nuti (università Roma La Sapienza), Ruggero Paladini (università Roma La Sapienza), Gabriele Pastrello (università Trieste), Anna Pettini (università Firenze), Paolo Pini (università Ferrara), Felice Roberto Pizzuti (università Roma La Sapienza), Riccardo Realfonzo (università Sannio), Roberto Romano (economista), Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna), Roberto Schiattarella (università Camerino), Alessandro Somma (università Roma La Sapienza), Antonella Stirati (università Roma 3), Leonello Tronti (università Roma 3), Andrea Ventura (università Firenze), Gennaro Zezza (università Cassino).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-nasconde-la-giravolta-con-il-tele-bullismo" data-post-id="2641531640" data-published-at="1777399275" data-use-pagination="False"> Il Pd nasconde la giravolta con il tele-bullismo Da una ventina di giorni in qua, una strana coppia di partiti (il Pd e Italia viva) ha colonizzato la grande stampa e i talk show in tv per inculcare la verità incompresa: cioè che il nuovo Fondo salva Stati è la salvezza del nostro povero Paese. Il Mes sarebbe il nostro nuovo alleato contro la crisi e ci porterà in una nuova età dell'oro. Nell'operazione lavacervelli gli uomini di Nicola Zingaretti e quelli di Matteo Renzi si trovano incredibilmente dalla stessa parte. Per 23 ore al giorno se le suonano senza ritegno, ma filano d'amore e d'accordo in quell'oretta in cui dalle accoglienti poltrone tv lodano le magnifiche sorti e progressive del Meccanismo di stabilità, tagliato su misura per noi dai benefattori di Bruxelles e Berlino. L'ostilità al Mes sarebbe pura propaganda leghista che agita lo spettro di un'eurotrappola. Ormai quello della sinistra è diventato un riflesso pavloviano: sentono qualcuno che critica il Mes e scatta l'accusa di essere un barbaro incivile colpevole del reato di lesa maestà europea. L'aspetto più sconcertante di questa offensiva mediatica è la mancanza di argomenti. O meglio, l'utilizzo di un argomento solo: la delegittimazione di chi non la pensa come zingarettiani e renziani. Già nei dibattiti televisivi Pd e Iv non trovano spesso interlocutori in grado di ribattere. Ma le rare volte in cui li incrociano, l'arma preferita è quella del dileggio. Prendiamo ieri, per esempio. Il leghista Claudio Borghi va ad Agorà di buon mattino. A proposito del nuovo salva Stati, si domanda se sia vietato «rappresentare le istanze di un 25% di persone» e osserva che il contratto di governo con il M5s non prevedeva di affrontare il tema dell'euro, «ma nessun argomento può essere un tabù». Niente di nuovo, non si può dire che Borghi sia un antieuropeista dell'ultima ora. Ma su di lui si scatena la macchina del fango. Ecco il tweet di Renzi: «Ogni volta che ho dubbi su questo governo arriva Borghi e mi ricorda cosa rischiavamo, l'uscita dall'euro». Che c'entra l'euro con il Mes? La segreteria nazionale del Pd interviene a supporto del suo ex segretario con una nota: «Borghi ricorda candidamente il programma economico della Lega: uscire dall'euro. Se realizzato, il sogno leghista si tradurrebbe in un bagno di sangue per milioni di famiglie italiane, per i pensionati, per le imprese, per la nostra bolletta energetica con il crollo del potere d'acquisto». Il Mes, invece, è tutta salute. Ci si infila anche Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia strappato all'Europarlamento: «È noto che Borghi e la Lega siano per l'uscita dall'euro. Si confermano nemici dell'Italia». È una tecnica disinformativa consolidata: per non affrontare una questione si rigira la frittata e si parla d'altro. Repubblica, enfatizzando le dichiarazioni di Gualtieri, ricorda che la Lega, attaccando la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, non ha fatto altro che riproporre la propria contrarietà alla «permanenza dell'Italia nell'euro», e che si tratta di una forza politica «irresponsabile» e «inadatta a governare il Paese». Manca soltanto il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. Eccolo: «La Lega vuole l'Italexit». Sarà il caso di rinfrescare la memoria al Giano bifronte Pd-Iv. Gli avversari più pericolosi del Mes stanno al governo e si chiamano 5 stelle: loro sono in maggioranza, hanno il ministro degli Esteri che nelle partite europee qualcosa conta e detengono poteri di veto di cui l'opposizione leghista è priva. Eppure, la canea della sinistra non sfiora neppure alla lontana l'alleato di governo per concentrare l'offensiva contro Matteo Salvini e i suoi. Altra cosa da non dimenticare è che l'unica volta in cui il dibattito sul Mes approdò in Parlamento con il governo Conte 1, il 19 giugno scorso, il Pd allora all'opposizione si distinse per un attacco sguaiato alla riforma. Fu Lia Quartapelle, una di cui si era parlato addirittura come possibile titolare della Farnesina nell'esecutivo Renzi, a scagliarsi contro il Meccanismo di stabilità che oggi lei e i suoi compagni di partito salutano come una panacea. «Forse lei non si è accorto», tuonò puntando il dito contro Giuseppi, «che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano». Proprio quello che oggi viene contestato al Mes. Aggiunse Quartapelle che nel governo c'erano diversità di vedute, Lega contraria (come ora) e ministro dell'Economia favorevole (come ora): l'unica differenza è il cambio tra Giovanni Tria e Gualtieri. Soprattutto, quello che la sinistra si rifiuta di ammettere è che l'avversione al Mes coinvolge settori molto ampi di politici ed economisti ben lontani dalle idee leghiste, come si può leggere anche nella pagina a fianco, ma che convergono nel criticare il nuovo obbrobrio. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il professor Carlo Cottarelli «mani di forbice», il presidente dell'Associazione bancaria Antonio Patuelli, l'ex direttrice del dipartimento del debito pubblico del Tesoro Maria Cannata: tutti pericolosi sovranisti reazionari? Alle loro voci si è unito ieri Luca Ricolfi con un editoriale sul Messaggero intitolato «Quel Trattato nasconde troppi rischi per il Paese». «Prima di leggere il testo non ero eccessivamente preoccupato», scrive Ricolfi, «dopo averlo letto attentamente lo sono moltissimo». E prosegue: «Questo giudizio non è solo dell'opposizione ma è condiviso da numerosi politici e tecnici di sicura fede europeista e progressista». Davanti ai quali Pd e Italia viva fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalle-universita-un-grido-di-rivolta-il-mes-e-inutile-e-ci-fara-del-male-2641531640.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prossima-fregatura-che-ci-togliera-sovranita-e-il-fondo-monetario-ue" data-post-id="2641531640" data-published-at="1777399275" data-use-pagination="False"> La prossima fregatura che ci toglierà sovranità è il Fondo monetario Ue Del Mes è stato detto tutto, o quasi. Eppure, potrebbe esserci qualcosa di più, e di peggio, rispetto al Mes. Parliamo del Fondo monetario europeo, un'altra «mostruosa» creatura in grado di far impallidire persino il Meccanismo europeo di stabilità. Il Fme è espressamente previsto da una proposta di regolamento comunitario del 6 dicembre 2017, ed è una sorta di Mes al cubo. Sostanzialmente, si basa su una elementare constatazione: l'Unione europea e, più specificamente, i Paesi dell'Eurozona non sono dotati di una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Questo è il peccato originale della costruzione comunitaria, ormai introiettato persino dai cittadini meno appassionati di economia. Come noto, una banca centrale di norma aiuta il proprio Stato attraverso illimitate, e soprattutto incondizionate, emissioni di liquidità, comprando i titoli del debito pubblico sul mercato primario, a tassi di interesse decisi dallo Stato medesimo cui la Banca, in teoria, «appartiene». La prima mossa per «incaprettare» gli Stati europei è stata proprio la sostanziale eliminazione delle banche centrali, confluite nella Bce. In caso di «brutto tempo», i Paesi hanno dovuto accontentarsi dell'ombrello indiretto della Bce, rappresentato dal Quantitative easing. Il bazooka di Draghi ha, con tutti i limiti strutturali di cui si è detto, impedito all'Italia di fare la fine della Grecia. Sennonché, il Regolamento summenzionato punterebbe a conferire l'onere esclusivo della «ultima istanza» a una istituzione che, per ora, la Ue non ha: un organo (simile al Fmi) che, non a caso, dovrebbe chiamarsi «Fondo monetario europeo». Nella proposta di regolamento si legge: «Un sostegno comune di ultima istanza servirebbe a fornire a tutte le parti interessate una maggiore fiducia». In effetti, il Mes sia pur «rafforzato» dal trattato ulteriormente blindato due giorni fa dall'Eurogruppo, rappresenta - rispetto al Fme - solo una risposta limitata. Esso, infatti, ha un limite congenito: non è un organismo dell'Unione europea ma il frutto di un accordo intergovernativo. Tale «Meccanismo», dunque, non può ancora arrogarsi in via esclusiva, e soprattutto «in nome e per conto della Ue», le fatidiche funzioni di prestatore di ultima istanza. Ma hanno trovato un cavillo per far fare al Mes il salto di qualità: è l'articolo 352 del Trattato di Lisbona, dove si legge: «Se un'azione dell'Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate». A questo articolo si richiama lo schema di Regolamento di cui parliamo: «La base giuridica della presente proposta è l'articolo 352 del Tfue». E ancora: «Nel quadro della politica economica dell'Unione non sono state sancite le competenze di cui l'Unione ha bisogno per istituire un organismo incaricato di fornire sostegno finanziario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro. In assenza di tali poteri l'articolo 352 del Tfue consente al Consiglio di adottare all'unanimità (…) le disposizioni appropriate». E perché è stato scelto proprio un Regolamento per fare questa «rivoluzione»? Perché esso «deve essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». In pratica, un Fondo monetario non c'è ancora, ma dotarsene renderebbe sostanzialmente superfluo (se non impossibile) persino l'intervento surrettizio della Bce. Dal momento in cui il Mes sarà trasformato in Fme, non ci sarà più bisogno che la Bce si scomodi per «salvare l'euro»: penserà a tutto il Fondo monetario europeo. E il Paese che ne avrà bisogno sperimenterà, sulla pelle dei propri cittadini, quanto più dolorose saranno le cinghiate della nuova austerity. Trasmutare il Mes in un organo dell'Ue, attraverso la procedura prevista dall'articolo 352 del Tfue, renderebbe praticamente impossibile ogni ulteriore, residua, speranza di resistere. Oggi siamo ancora nelle condizioni teoriche di opporci alla riforma del Mes, e di abrogare la legge di attuazione del Fiscal compact. Ma cosa accadrà se, e quando, dovesse essere approvato il Regolamento che istituisce il Fme? Ci troveremmo di fronte a una «istituzionalizzazione» del vecchio Mes, tramutato in una nuova istituzione non solo dell'Unione, ma anche della Repubblica Italiana. Infatti, l'articolo 117 della nostra Carta contiene una «polpetta avvelenata» introdotta nel 2001 laddove sancisce: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario». Costruire un Fondo nella cornice delle istituzioni Ue non significa solo sterilizzare la facoltà della Bce di calmierare lo spread dei titoli di Stato più «bollenti» d'Europa, ma anche alterare di fatto la «forma repubblicana» dello Stato Italiano per sottometterlo all'ordine del giorno di un vero e proprio «governo di occupazione». Che magari intanto canta Bella ciao. www.francescocarraro.com
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
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