green pass
Ansa
  • Confesercenti e Fipe-Confcommercio contestano: «I titolari non sono pubblici ufficiali». Assoviaggi: «Cancellazioni record»
  • Giustitalia: «Annulliamo il decreto». Oggi manifestazioni in una cinquantina di città

Lo speciale contiene due articoli

Dopo il ristoratore interior designer e il barista igienista, arriva il cameriere poliziotto e il maitre esperto di frodi informatiche. Perché si fa presto a dire green pass obbligatorio con i locali degli altri, ma alla fine, nella catena di comando che parte dal governo e passa per le autorità locali, l’onere più grave e delicato – vale a dire quello dei controlli «sul campo» – spetterà ai diretti interessati. I quali, dopo due ondate di chiusure che hanno costretto alla serrata i più deboli economicamente e hanno ridotto sul lastrico chi riusciva con difficoltà a tenersi a galla, dovranno aggiungere ulteriori compiti a quelli strettamente connessi al proprio mestiere, se vorranno continuare a lavorare.

In primis, quello di vigilare sull’osservanza dell’obbligo del green pass e respingere chi si presenterà nel locale senza il lasciapassare, questione che ovviamente presenta una serie di rischi, in termini di ordine pubblico e di salute, oltre che di gravami economici, che da inizio agosto ricadranno sulla categorie di lavoratori interessati dalle nuove norme. Primo problema, il controllo: è impensabile – come hanno già fatto presente tutte le associazioni di categoria – che la verifica del possesso e della regolarità del green pass possa essere svolta contemporaneamente ad altre attività. Ne consegue che esercenti, ristoratori e baristi coinvolti nell’obbligo del green pass dovranno prevedere una risorsa ad hoc, che dovrà essere tolta ad altre mansioni precedentemente svolte o dovrà essere assunta solo per il controllo, con tutto ciò che ne consegue in termini di ulteriori spese.

Un controllo, inoltre, non semplice, che dovrà essere fatto con una pistola scanner ma che, in alcune parti del Continente, ha già mostrato delle falle, se è vero che in Germania alcuni hacker hanno già trovato il modo di clonare il green pass. Poi c’è la questione della verifica dell’identità del possessore del pass, che potrebbe presentarsi con il lasciapassare di un altro, e qui l’affare diventa delicato perché l’identificazione di un cittadino e la limitazione, anche temporanea, della sua libertà di movimento è compito riservato alle forze dell’ordine e ai pubblici ufficiali. Che, stando alla normativa vigente, sono categoria esente dall’obbligo vaccinale e che potrebbero dar luogo al paradosso di un agente non vaccinato che entra in un locale dove l’ingresso è riservato solamente a chi è stata somministrata almeno una dose.

Non è un caso, quindi, che la cronaca di ieri abbia fatto registrare, per tutto il corso della giornata, una serie di reazioni negative e preoccupate all’introduzione dell’obbligo del green pass da parte di tutte le associazioni di categoria, oltre che dei sindacati. «I gestori dei bar e dei ristoranti non sono pubblici ufficiali», ha osservato in una nota la Fipe-Confcommercio, «e come tali non possono assumersi responsabilità che spettano ad altri. È impensabile che, con l’attività frenetica che caratterizza questi locali, titolari e dipendenti possano mettersi a chiedere alle persone di esibire il loro green pass e ancor meno a fare i controlli incrociati con i rispettivi documenti di identità. Così facendo», prosegue, «c’è il rischio di rendere inefficace la norma. Bisogna semplificare, prevedendo un’autocertificazione che sollevi i titolari dei locali da ogni responsabilità. Con questo decreto il governo ha perso un’occasione: poteva ribaltare il paradigma, così come suggerito sia da noi che dalle Regioni, utilizzando il green pass in chiave positiva e non punitiva».

Stesso concetto espresso da Confesercenti, per la quale «il green pass, così come è stato delineato, rischia di essere un provvedimento ingiustamente punitivo per le imprese, che non solo devono sostenere l’onere organizzativo ed economico del controllo, ma anche assumersi responsabilità legali che non competono loro. La collaborazione delle imprese non può diventare un’assunzione eccessiva di responsabilità o un caos organizzativo, anche in considerazione del fatto che il green pass è comunque una forte limitazione dell’attività economica, che andrà certamente indennizzata». Stesso concetto, con toni più duri, da Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia (Movimento imprese ospitalità), il quale non accetta che i suoi colleghi diventino «pseudopoliziotti all’ingresso del bar o ristorante» e sfida il premier, Mario Draghi, e il ministro Roberto Speranza: «Venissero loro a chiedere il green pass all’ingresso del mio ristorante!».

Anche dal mondo dei viaggi arrivano critiche, come testimoniano le dichiarazioni di Gianni Rebecchi, presidente di Assoviaggi, facente parte anch’essa di Confesercenti: «Il danno è fatto», ha affermato, «la confusione informativa di questi ultimi giorni sul green pass ha scatenato il caos, creando una profonda incertezza e allarmismo ingiustificato tra i viaggiatori, che ha determinato un crollo delle prenotazioni e numerose cancellazioni, affossando ancora una volta il turismo organizzato che era timidamente ripartito». C’è poi chi, come i gestori delle discoteche che si sono visti negare la riapertura, sta prendendo in considerazione l’ipotesi ricorso al Tar, come asserito dal presidente del Silb dell’Emilia-Romagna. Per loro chiedono a Draghi di tornare sui propri passi i ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, mentre alza ulteriormente i toni la leader di Fdi, Giorgia Meloni, che ha parlato su Facebook di «parole di terrore» del premier in conferenza stampa e di green pass come «nuovo mantra».

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