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2021-07-24
Dal barista poliziotto alle falsificazioni. Il certificato verde aumenterà il caos
Ansa
Dopo il ristoratore interior designer e il barista igienista, arriva il cameriere poliziotto e il maitre esperto di frodi informatiche. Perché si fa presto a dire green pass obbligatorio con i locali degli altri, ma alla fine, nella catena di comando che parte dal governo e passa per le autorità locali, l'onere più grave e delicato - vale a dire quello dei controlli «sul campo» - spetterà ai diretti interessati. I quali, dopo due ondate di chiusure che hanno costretto alla serrata i più deboli economicamente e hanno ridotto sul lastrico chi riusciva con difficoltà a tenersi a galla, dovranno aggiungere ulteriori compiti a quelli strettamente connessi al proprio mestiere, se vorranno continuare a lavorare.
In primis, quello di vigilare sull'osservanza dell'obbligo del green pass e respingere chi si presenterà nel locale senza il lasciapassare, questione che ovviamente presenta una serie di rischi, in termini di ordine pubblico e di salute, oltre che di gravami economici, che da inizio agosto ricadranno sulla categorie di lavoratori interessati dalle nuove norme. Primo problema, il controllo: è impensabile - come hanno già fatto presente tutte le associazioni di categoria - che la verifica del possesso e della regolarità del green pass possa essere svolta contemporaneamente ad altre attività. Ne consegue che esercenti, ristoratori e baristi coinvolti nell'obbligo del green pass dovranno prevedere una risorsa ad hoc, che dovrà essere tolta ad altre mansioni precedentemente svolte o dovrà essere assunta solo per il controllo, con tutto ciò che ne consegue in termini di ulteriori spese.
Un controllo, inoltre, non semplice, che dovrà essere fatto con una pistola scanner ma che, in alcune parti del Continente, ha già mostrato delle falle, se è vero che in Germania alcuni hacker hanno già trovato il modo di clonare il green pass. Poi c'è la questione della verifica dell'identità del possessore del pass, che potrebbe presentarsi con il lasciapassare di un altro, e qui l'affare diventa delicato perché l'identificazione di un cittadino e la limitazione, anche temporanea, della sua libertà di movimento è compito riservato alle forze dell'ordine e ai pubblici ufficiali. Che, stando alla normativa vigente, sono categoria esente dall'obbligo vaccinale e che potrebbero dar luogo al paradosso di un agente non vaccinato che entra in un locale dove l'ingresso è riservato solamente a chi è stata somministrata almeno una dose.
Non è un caso, quindi, che la cronaca di ieri abbia fatto registrare, per tutto il corso della giornata, una serie di reazioni negative e preoccupate all'introduzione dell'obbligo del green pass da parte di tutte le associazioni di categoria, oltre che dei sindacati. «I gestori dei bar e dei ristoranti non sono pubblici ufficiali», ha osservato in una nota la Fipe-Confcommercio, «e come tali non possono assumersi responsabilità che spettano ad altri. È impensabile che, con l'attività frenetica che caratterizza questi locali, titolari e dipendenti possano mettersi a chiedere alle persone di esibire il loro green pass e ancor meno a fare i controlli incrociati con i rispettivi documenti di identità. Così facendo», prosegue, «c'è il rischio di rendere inefficace la norma. Bisogna semplificare, prevedendo un'autocertificazione che sollevi i titolari dei locali da ogni responsabilità. Con questo decreto il governo ha perso un'occasione: poteva ribaltare il paradigma, così come suggerito sia da noi che dalle Regioni, utilizzando il green pass in chiave positiva e non punitiva».
Stesso concetto espresso da Confesercenti, per la quale «il green pass, così come è stato delineato, rischia di essere un provvedimento ingiustamente punitivo per le imprese, che non solo devono sostenere l'onere organizzativo ed economico del controllo, ma anche assumersi responsabilità legali che non competono loro. La collaborazione delle imprese non può diventare un'assunzione eccessiva di responsabilità o un caos organizzativo, anche in considerazione del fatto che il green pass è comunque una forte limitazione dell'attività economica, che andrà certamente indennizzata». Stesso concetto, con toni più duri, da Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia (Movimento imprese ospitalità), il quale non accetta che i suoi colleghi diventino «pseudopoliziotti all'ingresso del bar o ristorante» e sfida il premier, Mario Draghi, e il ministro Roberto Speranza: «Venissero loro a chiedere il green pass all'ingresso del mio ristorante!».
Anche dal mondo dei viaggi arrivano critiche, come testimoniano le dichiarazioni di Gianni Rebecchi, presidente di Assoviaggi, facente parte anch'essa di Confesercenti: «Il danno è fatto», ha affermato, «la confusione informativa di questi ultimi giorni sul green pass ha scatenato il caos, creando una profonda incertezza e allarmismo ingiustificato tra i viaggiatori, che ha determinato un crollo delle prenotazioni e numerose cancellazioni, affossando ancora una volta il turismo organizzato che era timidamente ripartito». C'è poi chi, come i gestori delle discoteche che si sono visti negare la riapertura, sta prendendo in considerazione l'ipotesi ricorso al Tar, come asserito dal presidente del Silb dell'Emilia-Romagna. Per loro chiedono a Draghi di tornare sui propri passi i ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, mentre alza ulteriormente i toni la leader di Fdi, Giorgia Meloni, che ha parlato su Facebook di «parole di terrore» del premier in conferenza stampa e di green pass come «nuovo mantra».
Le discoteche beffate non mollano e scatenano la guerra dei ricorsi
Le discoteche sono sul piede di guerra. Dopo che il nuovo decreto del governo ha stabilito di lasciare chiuse queste attività, alcuni gestori hanno dato il via a una serie di ricorsi. A renderlo noto è stata ieri l'associazione Giustitalia: «Attraverso più ricorsi ai tribunali amministrativi presentati dagli esercenti, i gestori chiedono l'annullamento del nuovo decreto nella parte in cui impone il mantenimento della chiusura dei locali», ha dichiarato. In particolare, a essere colpite dallo stop sono circa 2.500 attività, per un numero complessivo di 50.000 dipendenti e un fatturato di 5 miliardi di euro (nel 2019). E oggi, alle 17.30, la protesta si sposterà nelle piazze, da Roma ad Aosta, coinvolgendo in contemporanea più di 50 località della Penisola.
D'altronde, al di là del significativo nodo economico, si scorgono alcuni paradossi nella decisione di lasciare chiusi questi esercizi. Innanzitutto, è stato lo stesso premier, Mario Draghi, a dichiarare nella sua ultima conferenza stampa: «Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, ad andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all'aperto, al chiuso, con la garanzia però di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. In questo senso è una misura che, nonostante abbia chiaramente delle difficoltà di applicazione, dà serenità, non che toglie serenità». Se partiamo da questa premessa, è onestamente difficile capire per quale ragione il green pass non debba consentire l'accesso alle discoteche. Tanto più che, a differenza di altre attività, proprio le discoteche dispongono di personale preposto alla sicurezza: personale che avrebbe quindi la possibilità di garantire l'ingresso esclusivamente a chi detiene il green pass.
In secondo luogo, il premier ha annunciato dei ristori per questi esercizi. Ma è altrettanto vero che, in passato, i ristori si siano rivelati poco più che un palliativo per situazioni economiche fortemente compromesse dalla crisi: si spera quindi che non sia così anche stavolta. Un terzo aspetto da considerare è poi che la chiusura delle discoteche rischi di favorire il crearsi di realtà abusive o di occasioni private, in cui i paletti per la sicurezza sanitaria possano essere alla fine facilmente aggirati.
Non è tuttavia soltanto una questione di paradossi tecnici. Il tema sta infatti agitando non poco le stesse forze politiche della maggioranza. Non è infatti soltanto la Lega a non digerire questa misura. Visto che Giorgia Meloni, leader di Fdi, ha parlato di «stato di diritto cancellato». E appena pochi giorni fa, il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, aveva dichiarato: «Il green pass va utilizzato per consentire l'accesso del pubblico a spettacoli, manifestazioni sportive, matrimoni o comunioni che si svolgano al chiuso. Il green pass è necessario per evitare la chiusura dei locali e per favorire, con le necessarie cautele, la riapertura delle discoteche».
Su una linea simile si è collocato anche Stefano Bonaccini, presidente dem di una Regione, l'Emilia Romagna, particolarmente colpita dallo stop alle discoteche. «L'unica cosa che non condivido è che avrei fatto riaprire le discoteche e i locali da ballo», ha dichiarato ieri, commentando il decreto. «Fate riaprire», ha proseguito, «i locali da ballo, fate riaprire solo a chi dimostra di essere vaccinato togliendo rischi a quello che è il luogo massimo di assembramento. Il mio timore», ha concluso Bonaccini, «è che questo comporti che da un lato alcune attività economiche spariscano definitivamente e si perdano migliaia di posti di lavoro, ma dall'altro anche che proliferino feste private che non controlla nessuno».
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Confesercenti e Fipe-Confcommercio contestano: «I titolari non sono pubblici ufficiali». Assoviaggi: «Cancellazioni record»Giustitalia: «Annulliamo il decreto». Oggi manifestazioni in una cinquantina di cittàLo speciale contiene due articoliDopo il ristoratore interior designer e il barista igienista, arriva il cameriere poliziotto e il maitre esperto di frodi informatiche. Perché si fa presto a dire green pass obbligatorio con i locali degli altri, ma alla fine, nella catena di comando che parte dal governo e passa per le autorità locali, l'onere più grave e delicato - vale a dire quello dei controlli «sul campo» - spetterà ai diretti interessati. I quali, dopo due ondate di chiusure che hanno costretto alla serrata i più deboli economicamente e hanno ridotto sul lastrico chi riusciva con difficoltà a tenersi a galla, dovranno aggiungere ulteriori compiti a quelli strettamente connessi al proprio mestiere, se vorranno continuare a lavorare. In primis, quello di vigilare sull'osservanza dell'obbligo del green pass e respingere chi si presenterà nel locale senza il lasciapassare, questione che ovviamente presenta una serie di rischi, in termini di ordine pubblico e di salute, oltre che di gravami economici, che da inizio agosto ricadranno sulla categorie di lavoratori interessati dalle nuove norme. Primo problema, il controllo: è impensabile - come hanno già fatto presente tutte le associazioni di categoria - che la verifica del possesso e della regolarità del green pass possa essere svolta contemporaneamente ad altre attività. Ne consegue che esercenti, ristoratori e baristi coinvolti nell'obbligo del green pass dovranno prevedere una risorsa ad hoc, che dovrà essere tolta ad altre mansioni precedentemente svolte o dovrà essere assunta solo per il controllo, con tutto ciò che ne consegue in termini di ulteriori spese. Un controllo, inoltre, non semplice, che dovrà essere fatto con una pistola scanner ma che, in alcune parti del Continente, ha già mostrato delle falle, se è vero che in Germania alcuni hacker hanno già trovato il modo di clonare il green pass. Poi c'è la questione della verifica dell'identità del possessore del pass, che potrebbe presentarsi con il lasciapassare di un altro, e qui l'affare diventa delicato perché l'identificazione di un cittadino e la limitazione, anche temporanea, della sua libertà di movimento è compito riservato alle forze dell'ordine e ai pubblici ufficiali. Che, stando alla normativa vigente, sono categoria esente dall'obbligo vaccinale e che potrebbero dar luogo al paradosso di un agente non vaccinato che entra in un locale dove l'ingresso è riservato solamente a chi è stata somministrata almeno una dose. Non è un caso, quindi, che la cronaca di ieri abbia fatto registrare, per tutto il corso della giornata, una serie di reazioni negative e preoccupate all'introduzione dell'obbligo del green pass da parte di tutte le associazioni di categoria, oltre che dei sindacati. «I gestori dei bar e dei ristoranti non sono pubblici ufficiali», ha osservato in una nota la Fipe-Confcommercio, «e come tali non possono assumersi responsabilità che spettano ad altri. È impensabile che, con l'attività frenetica che caratterizza questi locali, titolari e dipendenti possano mettersi a chiedere alle persone di esibire il loro green pass e ancor meno a fare i controlli incrociati con i rispettivi documenti di identità. Così facendo», prosegue, «c'è il rischio di rendere inefficace la norma. Bisogna semplificare, prevedendo un'autocertificazione che sollevi i titolari dei locali da ogni responsabilità. Con questo decreto il governo ha perso un'occasione: poteva ribaltare il paradigma, così come suggerito sia da noi che dalle Regioni, utilizzando il green pass in chiave positiva e non punitiva». Stesso concetto espresso da Confesercenti, per la quale «il green pass, così come è stato delineato, rischia di essere un provvedimento ingiustamente punitivo per le imprese, che non solo devono sostenere l'onere organizzativo ed economico del controllo, ma anche assumersi responsabilità legali che non competono loro. La collaborazione delle imprese non può diventare un'assunzione eccessiva di responsabilità o un caos organizzativo, anche in considerazione del fatto che il green pass è comunque una forte limitazione dell'attività economica, che andrà certamente indennizzata». Stesso concetto, con toni più duri, da Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia (Movimento imprese ospitalità), il quale non accetta che i suoi colleghi diventino «pseudopoliziotti all'ingresso del bar o ristorante» e sfida il premier, Mario Draghi, e il ministro Roberto Speranza: «Venissero loro a chiedere il green pass all'ingresso del mio ristorante!». Anche dal mondo dei viaggi arrivano critiche, come testimoniano le dichiarazioni di Gianni Rebecchi, presidente di Assoviaggi, facente parte anch'essa di Confesercenti: «Il danno è fatto», ha affermato, «la confusione informativa di questi ultimi giorni sul green pass ha scatenato il caos, creando una profonda incertezza e allarmismo ingiustificato tra i viaggiatori, che ha determinato un crollo delle prenotazioni e numerose cancellazioni, affossando ancora una volta il turismo organizzato che era timidamente ripartito». C'è poi chi, come i gestori delle discoteche che si sono visti negare la riapertura, sta prendendo in considerazione l'ipotesi ricorso al Tar, come asserito dal presidente del Silb dell'Emilia-Romagna. Per loro chiedono a Draghi di tornare sui propri passi i ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, mentre alza ulteriormente i toni la leader di Fdi, Giorgia Meloni, che ha parlato su Facebook di «parole di terrore» del premier in conferenza stampa e di green pass come «nuovo mantra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-barista-poliziotto-alle-falsificazioni-il-certificato-verde-aumentera-il-caos-2653920651.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-discoteche-beffate-non-mollano-e-scatenano-la-guerra-dei-ricorsi" data-post-id="2653920651" data-published-at="1627085947" data-use-pagination="False"> Le discoteche beffate non mollano e scatenano la guerra dei ricorsi Le discoteche sono sul piede di guerra. Dopo che il nuovo decreto del governo ha stabilito di lasciare chiuse queste attività, alcuni gestori hanno dato il via a una serie di ricorsi. A renderlo noto è stata ieri l'associazione Giustitalia: «Attraverso più ricorsi ai tribunali amministrativi presentati dagli esercenti, i gestori chiedono l'annullamento del nuovo decreto nella parte in cui impone il mantenimento della chiusura dei locali», ha dichiarato. In particolare, a essere colpite dallo stop sono circa 2.500 attività, per un numero complessivo di 50.000 dipendenti e un fatturato di 5 miliardi di euro (nel 2019). E oggi, alle 17.30, la protesta si sposterà nelle piazze, da Roma ad Aosta, coinvolgendo in contemporanea più di 50 località della Penisola. D'altronde, al di là del significativo nodo economico, si scorgono alcuni paradossi nella decisione di lasciare chiusi questi esercizi. Innanzitutto, è stato lo stesso premier, Mario Draghi, a dichiarare nella sua ultima conferenza stampa: «Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, ad andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all'aperto, al chiuso, con la garanzia però di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. In questo senso è una misura che, nonostante abbia chiaramente delle difficoltà di applicazione, dà serenità, non che toglie serenità». Se partiamo da questa premessa, è onestamente difficile capire per quale ragione il green pass non debba consentire l'accesso alle discoteche. Tanto più che, a differenza di altre attività, proprio le discoteche dispongono di personale preposto alla sicurezza: personale che avrebbe quindi la possibilità di garantire l'ingresso esclusivamente a chi detiene il green pass. In secondo luogo, il premier ha annunciato dei ristori per questi esercizi. Ma è altrettanto vero che, in passato, i ristori si siano rivelati poco più che un palliativo per situazioni economiche fortemente compromesse dalla crisi: si spera quindi che non sia così anche stavolta. Un terzo aspetto da considerare è poi che la chiusura delle discoteche rischi di favorire il crearsi di realtà abusive o di occasioni private, in cui i paletti per la sicurezza sanitaria possano essere alla fine facilmente aggirati. Non è tuttavia soltanto una questione di paradossi tecnici. Il tema sta infatti agitando non poco le stesse forze politiche della maggioranza. Non è infatti soltanto la Lega a non digerire questa misura. Visto che Giorgia Meloni, leader di Fdi, ha parlato di «stato di diritto cancellato». E appena pochi giorni fa, il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, aveva dichiarato: «Il green pass va utilizzato per consentire l'accesso del pubblico a spettacoli, manifestazioni sportive, matrimoni o comunioni che si svolgano al chiuso. Il green pass è necessario per evitare la chiusura dei locali e per favorire, con le necessarie cautele, la riapertura delle discoteche». Su una linea simile si è collocato anche Stefano Bonaccini, presidente dem di una Regione, l'Emilia Romagna, particolarmente colpita dallo stop alle discoteche. «L'unica cosa che non condivido è che avrei fatto riaprire le discoteche e i locali da ballo», ha dichiarato ieri, commentando il decreto. «Fate riaprire», ha proseguito, «i locali da ballo, fate riaprire solo a chi dimostra di essere vaccinato togliendo rischi a quello che è il luogo massimo di assembramento. Il mio timore», ha concluso Bonaccini, «è che questo comporti che da un lato alcune attività economiche spariscano definitivamente e si perdano migliaia di posti di lavoro, ma dall'altro anche che proliferino feste private che non controlla nessuno».
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.