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2021-07-24
Dal barista poliziotto alle falsificazioni. Il certificato verde aumenterà il caos
Ansa
Dopo il ristoratore interior designer e il barista igienista, arriva il cameriere poliziotto e il maitre esperto di frodi informatiche. Perché si fa presto a dire green pass obbligatorio con i locali degli altri, ma alla fine, nella catena di comando che parte dal governo e passa per le autorità locali, l'onere più grave e delicato - vale a dire quello dei controlli «sul campo» - spetterà ai diretti interessati. I quali, dopo due ondate di chiusure che hanno costretto alla serrata i più deboli economicamente e hanno ridotto sul lastrico chi riusciva con difficoltà a tenersi a galla, dovranno aggiungere ulteriori compiti a quelli strettamente connessi al proprio mestiere, se vorranno continuare a lavorare.
In primis, quello di vigilare sull'osservanza dell'obbligo del green pass e respingere chi si presenterà nel locale senza il lasciapassare, questione che ovviamente presenta una serie di rischi, in termini di ordine pubblico e di salute, oltre che di gravami economici, che da inizio agosto ricadranno sulla categorie di lavoratori interessati dalle nuove norme. Primo problema, il controllo: è impensabile - come hanno già fatto presente tutte le associazioni di categoria - che la verifica del possesso e della regolarità del green pass possa essere svolta contemporaneamente ad altre attività. Ne consegue che esercenti, ristoratori e baristi coinvolti nell'obbligo del green pass dovranno prevedere una risorsa ad hoc, che dovrà essere tolta ad altre mansioni precedentemente svolte o dovrà essere assunta solo per il controllo, con tutto ciò che ne consegue in termini di ulteriori spese.
Un controllo, inoltre, non semplice, che dovrà essere fatto con una pistola scanner ma che, in alcune parti del Continente, ha già mostrato delle falle, se è vero che in Germania alcuni hacker hanno già trovato il modo di clonare il green pass. Poi c'è la questione della verifica dell'identità del possessore del pass, che potrebbe presentarsi con il lasciapassare di un altro, e qui l'affare diventa delicato perché l'identificazione di un cittadino e la limitazione, anche temporanea, della sua libertà di movimento è compito riservato alle forze dell'ordine e ai pubblici ufficiali. Che, stando alla normativa vigente, sono categoria esente dall'obbligo vaccinale e che potrebbero dar luogo al paradosso di un agente non vaccinato che entra in un locale dove l'ingresso è riservato solamente a chi è stata somministrata almeno una dose.
Non è un caso, quindi, che la cronaca di ieri abbia fatto registrare, per tutto il corso della giornata, una serie di reazioni negative e preoccupate all'introduzione dell'obbligo del green pass da parte di tutte le associazioni di categoria, oltre che dei sindacati. «I gestori dei bar e dei ristoranti non sono pubblici ufficiali», ha osservato in una nota la Fipe-Confcommercio, «e come tali non possono assumersi responsabilità che spettano ad altri. È impensabile che, con l'attività frenetica che caratterizza questi locali, titolari e dipendenti possano mettersi a chiedere alle persone di esibire il loro green pass e ancor meno a fare i controlli incrociati con i rispettivi documenti di identità. Così facendo», prosegue, «c'è il rischio di rendere inefficace la norma. Bisogna semplificare, prevedendo un'autocertificazione che sollevi i titolari dei locali da ogni responsabilità. Con questo decreto il governo ha perso un'occasione: poteva ribaltare il paradigma, così come suggerito sia da noi che dalle Regioni, utilizzando il green pass in chiave positiva e non punitiva».
Stesso concetto espresso da Confesercenti, per la quale «il green pass, così come è stato delineato, rischia di essere un provvedimento ingiustamente punitivo per le imprese, che non solo devono sostenere l'onere organizzativo ed economico del controllo, ma anche assumersi responsabilità legali che non competono loro. La collaborazione delle imprese non può diventare un'assunzione eccessiva di responsabilità o un caos organizzativo, anche in considerazione del fatto che il green pass è comunque una forte limitazione dell'attività economica, che andrà certamente indennizzata». Stesso concetto, con toni più duri, da Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia (Movimento imprese ospitalità), il quale non accetta che i suoi colleghi diventino «pseudopoliziotti all'ingresso del bar o ristorante» e sfida il premier, Mario Draghi, e il ministro Roberto Speranza: «Venissero loro a chiedere il green pass all'ingresso del mio ristorante!».
Anche dal mondo dei viaggi arrivano critiche, come testimoniano le dichiarazioni di Gianni Rebecchi, presidente di Assoviaggi, facente parte anch'essa di Confesercenti: «Il danno è fatto», ha affermato, «la confusione informativa di questi ultimi giorni sul green pass ha scatenato il caos, creando una profonda incertezza e allarmismo ingiustificato tra i viaggiatori, che ha determinato un crollo delle prenotazioni e numerose cancellazioni, affossando ancora una volta il turismo organizzato che era timidamente ripartito». C'è poi chi, come i gestori delle discoteche che si sono visti negare la riapertura, sta prendendo in considerazione l'ipotesi ricorso al Tar, come asserito dal presidente del Silb dell'Emilia-Romagna. Per loro chiedono a Draghi di tornare sui propri passi i ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, mentre alza ulteriormente i toni la leader di Fdi, Giorgia Meloni, che ha parlato su Facebook di «parole di terrore» del premier in conferenza stampa e di green pass come «nuovo mantra».
Le discoteche beffate non mollano e scatenano la guerra dei ricorsi
Le discoteche sono sul piede di guerra. Dopo che il nuovo decreto del governo ha stabilito di lasciare chiuse queste attività, alcuni gestori hanno dato il via a una serie di ricorsi. A renderlo noto è stata ieri l'associazione Giustitalia: «Attraverso più ricorsi ai tribunali amministrativi presentati dagli esercenti, i gestori chiedono l'annullamento del nuovo decreto nella parte in cui impone il mantenimento della chiusura dei locali», ha dichiarato. In particolare, a essere colpite dallo stop sono circa 2.500 attività, per un numero complessivo di 50.000 dipendenti e un fatturato di 5 miliardi di euro (nel 2019). E oggi, alle 17.30, la protesta si sposterà nelle piazze, da Roma ad Aosta, coinvolgendo in contemporanea più di 50 località della Penisola.
D'altronde, al di là del significativo nodo economico, si scorgono alcuni paradossi nella decisione di lasciare chiusi questi esercizi. Innanzitutto, è stato lo stesso premier, Mario Draghi, a dichiarare nella sua ultima conferenza stampa: «Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, ad andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all'aperto, al chiuso, con la garanzia però di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. In questo senso è una misura che, nonostante abbia chiaramente delle difficoltà di applicazione, dà serenità, non che toglie serenità». Se partiamo da questa premessa, è onestamente difficile capire per quale ragione il green pass non debba consentire l'accesso alle discoteche. Tanto più che, a differenza di altre attività, proprio le discoteche dispongono di personale preposto alla sicurezza: personale che avrebbe quindi la possibilità di garantire l'ingresso esclusivamente a chi detiene il green pass.
In secondo luogo, il premier ha annunciato dei ristori per questi esercizi. Ma è altrettanto vero che, in passato, i ristori si siano rivelati poco più che un palliativo per situazioni economiche fortemente compromesse dalla crisi: si spera quindi che non sia così anche stavolta. Un terzo aspetto da considerare è poi che la chiusura delle discoteche rischi di favorire il crearsi di realtà abusive o di occasioni private, in cui i paletti per la sicurezza sanitaria possano essere alla fine facilmente aggirati.
Non è tuttavia soltanto una questione di paradossi tecnici. Il tema sta infatti agitando non poco le stesse forze politiche della maggioranza. Non è infatti soltanto la Lega a non digerire questa misura. Visto che Giorgia Meloni, leader di Fdi, ha parlato di «stato di diritto cancellato». E appena pochi giorni fa, il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, aveva dichiarato: «Il green pass va utilizzato per consentire l'accesso del pubblico a spettacoli, manifestazioni sportive, matrimoni o comunioni che si svolgano al chiuso. Il green pass è necessario per evitare la chiusura dei locali e per favorire, con le necessarie cautele, la riapertura delle discoteche».
Su una linea simile si è collocato anche Stefano Bonaccini, presidente dem di una Regione, l'Emilia Romagna, particolarmente colpita dallo stop alle discoteche. «L'unica cosa che non condivido è che avrei fatto riaprire le discoteche e i locali da ballo», ha dichiarato ieri, commentando il decreto. «Fate riaprire», ha proseguito, «i locali da ballo, fate riaprire solo a chi dimostra di essere vaccinato togliendo rischi a quello che è il luogo massimo di assembramento. Il mio timore», ha concluso Bonaccini, «è che questo comporti che da un lato alcune attività economiche spariscano definitivamente e si perdano migliaia di posti di lavoro, ma dall'altro anche che proliferino feste private che non controlla nessuno».
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Confesercenti e Fipe-Confcommercio contestano: «I titolari non sono pubblici ufficiali». Assoviaggi: «Cancellazioni record»Giustitalia: «Annulliamo il decreto». Oggi manifestazioni in una cinquantina di cittàLo speciale contiene due articoliDopo il ristoratore interior designer e il barista igienista, arriva il cameriere poliziotto e il maitre esperto di frodi informatiche. Perché si fa presto a dire green pass obbligatorio con i locali degli altri, ma alla fine, nella catena di comando che parte dal governo e passa per le autorità locali, l'onere più grave e delicato - vale a dire quello dei controlli «sul campo» - spetterà ai diretti interessati. I quali, dopo due ondate di chiusure che hanno costretto alla serrata i più deboli economicamente e hanno ridotto sul lastrico chi riusciva con difficoltà a tenersi a galla, dovranno aggiungere ulteriori compiti a quelli strettamente connessi al proprio mestiere, se vorranno continuare a lavorare. In primis, quello di vigilare sull'osservanza dell'obbligo del green pass e respingere chi si presenterà nel locale senza il lasciapassare, questione che ovviamente presenta una serie di rischi, in termini di ordine pubblico e di salute, oltre che di gravami economici, che da inizio agosto ricadranno sulla categorie di lavoratori interessati dalle nuove norme. Primo problema, il controllo: è impensabile - come hanno già fatto presente tutte le associazioni di categoria - che la verifica del possesso e della regolarità del green pass possa essere svolta contemporaneamente ad altre attività. Ne consegue che esercenti, ristoratori e baristi coinvolti nell'obbligo del green pass dovranno prevedere una risorsa ad hoc, che dovrà essere tolta ad altre mansioni precedentemente svolte o dovrà essere assunta solo per il controllo, con tutto ciò che ne consegue in termini di ulteriori spese. Un controllo, inoltre, non semplice, che dovrà essere fatto con una pistola scanner ma che, in alcune parti del Continente, ha già mostrato delle falle, se è vero che in Germania alcuni hacker hanno già trovato il modo di clonare il green pass. Poi c'è la questione della verifica dell'identità del possessore del pass, che potrebbe presentarsi con il lasciapassare di un altro, e qui l'affare diventa delicato perché l'identificazione di un cittadino e la limitazione, anche temporanea, della sua libertà di movimento è compito riservato alle forze dell'ordine e ai pubblici ufficiali. Che, stando alla normativa vigente, sono categoria esente dall'obbligo vaccinale e che potrebbero dar luogo al paradosso di un agente non vaccinato che entra in un locale dove l'ingresso è riservato solamente a chi è stata somministrata almeno una dose. Non è un caso, quindi, che la cronaca di ieri abbia fatto registrare, per tutto il corso della giornata, una serie di reazioni negative e preoccupate all'introduzione dell'obbligo del green pass da parte di tutte le associazioni di categoria, oltre che dei sindacati. «I gestori dei bar e dei ristoranti non sono pubblici ufficiali», ha osservato in una nota la Fipe-Confcommercio, «e come tali non possono assumersi responsabilità che spettano ad altri. È impensabile che, con l'attività frenetica che caratterizza questi locali, titolari e dipendenti possano mettersi a chiedere alle persone di esibire il loro green pass e ancor meno a fare i controlli incrociati con i rispettivi documenti di identità. Così facendo», prosegue, «c'è il rischio di rendere inefficace la norma. Bisogna semplificare, prevedendo un'autocertificazione che sollevi i titolari dei locali da ogni responsabilità. Con questo decreto il governo ha perso un'occasione: poteva ribaltare il paradigma, così come suggerito sia da noi che dalle Regioni, utilizzando il green pass in chiave positiva e non punitiva». Stesso concetto espresso da Confesercenti, per la quale «il green pass, così come è stato delineato, rischia di essere un provvedimento ingiustamente punitivo per le imprese, che non solo devono sostenere l'onere organizzativo ed economico del controllo, ma anche assumersi responsabilità legali che non competono loro. La collaborazione delle imprese non può diventare un'assunzione eccessiva di responsabilità o un caos organizzativo, anche in considerazione del fatto che il green pass è comunque una forte limitazione dell'attività economica, che andrà certamente indennizzata». Stesso concetto, con toni più duri, da Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia (Movimento imprese ospitalità), il quale non accetta che i suoi colleghi diventino «pseudopoliziotti all'ingresso del bar o ristorante» e sfida il premier, Mario Draghi, e il ministro Roberto Speranza: «Venissero loro a chiedere il green pass all'ingresso del mio ristorante!». Anche dal mondo dei viaggi arrivano critiche, come testimoniano le dichiarazioni di Gianni Rebecchi, presidente di Assoviaggi, facente parte anch'essa di Confesercenti: «Il danno è fatto», ha affermato, «la confusione informativa di questi ultimi giorni sul green pass ha scatenato il caos, creando una profonda incertezza e allarmismo ingiustificato tra i viaggiatori, che ha determinato un crollo delle prenotazioni e numerose cancellazioni, affossando ancora una volta il turismo organizzato che era timidamente ripartito». C'è poi chi, come i gestori delle discoteche che si sono visti negare la riapertura, sta prendendo in considerazione l'ipotesi ricorso al Tar, come asserito dal presidente del Silb dell'Emilia-Romagna. Per loro chiedono a Draghi di tornare sui propri passi i ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, mentre alza ulteriormente i toni la leader di Fdi, Giorgia Meloni, che ha parlato su Facebook di «parole di terrore» del premier in conferenza stampa e di green pass come «nuovo mantra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-barista-poliziotto-alle-falsificazioni-il-certificato-verde-aumentera-il-caos-2653920651.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-discoteche-beffate-non-mollano-e-scatenano-la-guerra-dei-ricorsi" data-post-id="2653920651" data-published-at="1627085947" data-use-pagination="False"> Le discoteche beffate non mollano e scatenano la guerra dei ricorsi Le discoteche sono sul piede di guerra. Dopo che il nuovo decreto del governo ha stabilito di lasciare chiuse queste attività, alcuni gestori hanno dato il via a una serie di ricorsi. A renderlo noto è stata ieri l'associazione Giustitalia: «Attraverso più ricorsi ai tribunali amministrativi presentati dagli esercenti, i gestori chiedono l'annullamento del nuovo decreto nella parte in cui impone il mantenimento della chiusura dei locali», ha dichiarato. In particolare, a essere colpite dallo stop sono circa 2.500 attività, per un numero complessivo di 50.000 dipendenti e un fatturato di 5 miliardi di euro (nel 2019). E oggi, alle 17.30, la protesta si sposterà nelle piazze, da Roma ad Aosta, coinvolgendo in contemporanea più di 50 località della Penisola. D'altronde, al di là del significativo nodo economico, si scorgono alcuni paradossi nella decisione di lasciare chiusi questi esercizi. Innanzitutto, è stato lo stesso premier, Mario Draghi, a dichiarare nella sua ultima conferenza stampa: «Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, ad andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all'aperto, al chiuso, con la garanzia però di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. In questo senso è una misura che, nonostante abbia chiaramente delle difficoltà di applicazione, dà serenità, non che toglie serenità». Se partiamo da questa premessa, è onestamente difficile capire per quale ragione il green pass non debba consentire l'accesso alle discoteche. Tanto più che, a differenza di altre attività, proprio le discoteche dispongono di personale preposto alla sicurezza: personale che avrebbe quindi la possibilità di garantire l'ingresso esclusivamente a chi detiene il green pass. In secondo luogo, il premier ha annunciato dei ristori per questi esercizi. Ma è altrettanto vero che, in passato, i ristori si siano rivelati poco più che un palliativo per situazioni economiche fortemente compromesse dalla crisi: si spera quindi che non sia così anche stavolta. Un terzo aspetto da considerare è poi che la chiusura delle discoteche rischi di favorire il crearsi di realtà abusive o di occasioni private, in cui i paletti per la sicurezza sanitaria possano essere alla fine facilmente aggirati. Non è tuttavia soltanto una questione di paradossi tecnici. Il tema sta infatti agitando non poco le stesse forze politiche della maggioranza. Non è infatti soltanto la Lega a non digerire questa misura. Visto che Giorgia Meloni, leader di Fdi, ha parlato di «stato di diritto cancellato». E appena pochi giorni fa, il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, aveva dichiarato: «Il green pass va utilizzato per consentire l'accesso del pubblico a spettacoli, manifestazioni sportive, matrimoni o comunioni che si svolgano al chiuso. Il green pass è necessario per evitare la chiusura dei locali e per favorire, con le necessarie cautele, la riapertura delle discoteche». Su una linea simile si è collocato anche Stefano Bonaccini, presidente dem di una Regione, l'Emilia Romagna, particolarmente colpita dallo stop alle discoteche. «L'unica cosa che non condivido è che avrei fatto riaprire le discoteche e i locali da ballo», ha dichiarato ieri, commentando il decreto. «Fate riaprire», ha proseguito, «i locali da ballo, fate riaprire solo a chi dimostra di essere vaccinato togliendo rischi a quello che è il luogo massimo di assembramento. Il mio timore», ha concluso Bonaccini, «è che questo comporti che da un lato alcune attività economiche spariscano definitivamente e si perdano migliaia di posti di lavoro, ma dall'altro anche che proliferino feste private che non controlla nessuno».
A sostenere il recupero è soprattutto la fine della fase più pesante degli investimenti in 5g e fibra. «La fase di maggiori investimenti infrastrutturali sta volgendo al termine», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «e questo sta finalmente migliorando i margini di profitto. Le aziende stanno passando dalla fase di spesa a quella della raccolta dei frutti, con flussi di cassa in aumento che aprono la strada a dividendi più generosi e riduzione del debito».
In Europa la locomotiva resta Deutsche Telekom, ma il risveglio è diffuso. «Il passaggio da quattro a tre operatori in mercati chiave è una pietra miliare», continua Gaziano, «e segnala che l’Europa ha capito che la frammentazione eccessiva mina la redditività. Come sostiene anche Mario Draghi, il consolidamento è l’unica via per recuperare efficienza e sovranità digitale».
In questo quadro si inserisce Tim, in una fase cruciale dopo la cessione di NetCo. I conti del 2025, primo esercizio completo nel nuovo assetto, mostrano ricavi per 13,7 miliardi di euro e un Ebitda after lease cresciuto del 7% a 3,7 miliardi. «Il 2025 ha segnato un passo decisivo per rendere Tim una società finanziariamente prevedibile e disciplinata», continua l’esperto, «e l’ingresso di Poste Italiane nell’azionariato ha dato stabilità alla governance, allineandola agli obiettivi strategici».
Il mercato guarda al 2027, quando Tim punta a distribuire 0,5 miliardi di euro di dividendi. «Dopo il closing di Sparkle previsto per il secondo trimestre e la definizione completa del perimetro con Poste», aggiunge, «il Capital Market Day previsto dopo l’estate sarà il momento della verità per misurare la reale capacità di generazione di cassa del nuovo assetto». Resta però il nodo del mercato italiano. Christoph Aeschlimann, ceo di Swisscom, lo ha riassunto così: «Il mercato italiano è troppo piccolo per quattro grandi concorrenti».
Ma mentre il settore riscopre attrattività, all’orizzonte si muovono minacce nuove. Starlink punta a 25 milioni di utenti entro l’anno e dal 2028 promette connessioni satellitari dirette agli smartphone nelle aree senza copertura terrestre. Intanto Nvidia immagina reti mobili trasformate in piattaforme intelligenti. «Nei nostri portafogli in SoldiExpert Scf manteniamo una selezione rigorosa», conclude Gaziano. «La forza attuale è reale, ma la capacità di trasformarsi in aziende tecnologiche capaci di generare cassa, e non solo di aumentare i prezzi per inseguire l’inflazione, farà la differenza. Il settore Tlc è tornato appetibile, ma richiede una gestione attiva per evitare le trappole di valore di chi non saprà innovare».
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Ineos Grenadier SW
Per la festa del papà, un corso off-road per due persone in omaggio con l’acquisto di un Grenadier SW o Quartermaster.
«Papà, mi insegni?». «Papà, mi fai vedere come si fa?». Quante volte i nostri figli ci hanno posto queste domande. E allora giù a spiegarli come bisogna fare una determinata cosa e pure come non farla. Momenti di condivisione che, solitamente, diventano sempre più rari mentre i nostri figli crescono. «Il tuo Michele è già grande», mi diceva un amico il giorno dopo che era nato il mio primogenito. Ed è davvero così. Ieri, o quasi, ha aperto per la prima volta gli occhi. Oggi, invece, va già in bicicletta e chiede di poter star dietro in moto. «Va bene, ma solo col casco e nel piazzale di casa». Un domani chiederà dell’auto. Una passione che potrà portare avanti o meno. Ma che è bello condividere già da oggi.
Per questo motivo, in occasione della Festa del Papà, Ineos, offre un’esperienza esclusiva dedicata a chi desidera acquistare un Grenadier, il fuoristrada europeo progettato secondo la filosofia «Built for More», pensato per offrire solide capacità off-road, robustezza e comfort anche nell’utilizzo quotidiano.
Dal 19 marzo al 30 aprile 2026, i nuovi acquirenti di Grenadier presso la rete ufficiale italiana riceveranno in omaggio un corso di guida off-road per due persone; pensato non solo per celebrare la condivisione della passione per il fuoristrada fra generazioni, ma anche per dare la possibilità a chiunque abbia deciso di entrare in possesso di un mezzo dalle indiscutibili doti off-road di conoscerne a fondo ogni dettaglio.
Non importa quale generazione abbia dato il via alla passione, ciò che conta è la possibilità di condividere questa esperienza formativa e i ricordi indelebili che potrà lasciare. Senza contare che una volta concluso il corso, ogni nuova avventura su Ineos sarà sicuramente più appagante e coinvolgente.
Un corso di off-road è infatti un’esperienza autentica, progettata per mettere alla prova mezzo e equipaggio in un contesto tecnico e controllato, dove emergono le reali capacità del Grenadier e lo spirito di avventura che lo contraddistingue fin dal suo esordio. Come ha detto Giuseppe Rovito, Managing Director Ineos per l’Italia: «Con questo omaggio, che prende spunto dalla "Festa del Papà", abbiamo voluto creare qualcosa che andasse oltre l’incentivo commerciale, offrendo un’esperienza coerente con lo spirito di Grenadier: il mezzo ideale per costruire ricordi indelebili. La guida in off-road rappresenta l’essenza del progetto: condividerla fra generazioni significa trasmettere valori di competenza, passione e autenticità che sono parte integrante del DNA del brand»,
Il corso si terrà guidando il proprio mezzo, in un’area dedicata e con il supporto di istruttori professionisti. L’occasione di poterlo fare assieme a una persona importante è ciò che rende questa possibilità ancora più imperdibile. L’iniziativa coinvolge tutti i nuovi acquirenti di Ineos Grenadier SW e Quartermaster, ma anche gli attuali proprietari: per loro, la possibilità di partecipare al corso con un vantaggio di costo importante grazie al contributo di Ineos Automotive.
«Per Ineos, questa attività rappresenta un modo concreto per rafforzare il legame fra il brand e la community di owner, offrendo un’occasione di formazione e di divertimento ad alto contenuto emozionale. Oltretutto, questo è il primo passo di una strategia ben definita», ha aggiunto Nicholas Vagliviello, Communication & Partnership Coordinator in ATflow, «Per il marchio Ineos abbiamo in serbo molte altre attività rivolte agli appassionati di off-road e alcune di queste partiranno già con l’estate 2026».
Il corso di guida off-road per i clienti attuali e nuovi di Ineos Grenadier è una proposta che rende ancora più unico questo veicolo progettato senza compromessi, con telaio a longheroni, assali rigidi e motorizzazioni sei cilindri diesel o benzina Bmw, abbinate a cambio automatico ZF, per prestazioni affidabili anche negli scenari più impegnativi.
Il design del Grenadier esprime robustezza e rigore progettuale, mentre l’architettura tecnica è pensata per resistere agli impieghi più gravosi, nel solco della tradizione dei grandi fuoristrada europei.I posti per il corso off-road sono limitati e disponibili fino a esaurimento nel periodo di validità dell’iniziativa. Le date e i luoghi dei corsi verranno confermati entro la fine di aprile.Per aderire all’iniziativa «Festa del Papà» è possibile rivolgersi al proprio concessionario Ineos di zona.
Per informazioni: https://ineosgrenadier.com/it/it/trova-un-rivenditore
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«Serve un'Europa unita nel settore energetico». Lo ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, dalla sede della delegazione di Confindustria a Bruxelles.